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mercoledì 1 aprile 2020

Ripensare il segno di pace

Devo ammettere che io ho sempre avuto qualche problema con il modo in cui viene concepito nella Messa lo scambio della pace. A mio avviso, specialmente negli ultimi decenni, questo gesto ha perduto il suo significato originario, divenendo quasi un segno di cortesia sociale. In questo tempo, in cui siamo chiamati al distanziamento sociale, forse ripensare a questo gesto non sarà poi tanto male. In effetti, prima che si sospendessero le messe, una delle restrizioni riguardava proprio quella dello scambio della pace. L’ultima domenica prima della sospensione delle Messe, sono andato ad adempiere al precetto festivo in una parrocchia vicino alla mia abitazione. C’era già pochissima gente, per la gran parte persone anziane, che spesso tossivano senza neanche coprire la bocca. Immagino, che scambiarci il segno della pace in quelle condizioni non era molto prudente sia per me ma anche per loro, perché abbiamo imparato a diffidare delle persone che possono essere apparentemente sane ma in realtà sono portatori del virus.  Ora, non dico che la liturgia debba essere regolata basandosi sul virus, ma credo che questa esperienza possa farci veramente riflettere se alcuni gesti introdotti di recente siano stati veramente recepita in modo giusto o no. Credo che uno dei simboli di questo sia senz’altro lo scambio della pace. Spesso questo gesto enfatizza una dimensione sociale della Messa a scapito di quella più spirituale. Ci sono persone che fanno il giro di tutta la Chiesa, che sembrano non aspettare altro. Prescindendo dal virus, credo questo sia veramente fuori luogo. Oggi, per via di questo evento tragico che stiamo vivendo, abbiamo ancora di più la consapevolezza di come certi atteggiamenti possono aiutare a diffondere malattie e affezioni varie. Direte che siamo oramai ossessionati da quello che stiamo vivendo, e certamente non sarebbe un’osservazione sbagliata. La congregazione per il culto divino approvato un poco di anni fa a regolare questo momento della Messa, ma come per molte altre cose, queste poi non arrivano veramente ai fedeli. Credo di non aver mai ascoltato un sacerdote avvertire i fedeli che non dovevano girare per tutta la chiesa per scambiare il segno di pace ma soltanto limitarsi alle persone a loro vicine. Io ho sempre prediletto il modo cinese di espletare questo momento liturgico, inchinandosi alle persone e al sacerdote senza contatto fisico. Questo limita le esagerazioni ed è ugualmente molto dignitoso.

giovedì 26 marzo 2020

Le altre malattie (podcast)

Le altre malattie

Come tutti sappiamo, in questi giorni c’è un tema unico che straborda da ogni parte: l’epidemia di coronavirus. Questo è anche comprensibile, considerando i gravi disagi che sta portando nella vita di tutti noi. Questa epidemia, non ha soltanto un impatto sanitario, ma ne ha anche uno importante dal punto di vista economico e uno anche dal punto di vista spirituale. Il modo in cui noi oggi possiamo vivere la nostra vita spirituale e liturgica è profondamente diverso rispetto a qualche settimana fa. Ma di questo parleremo in un’altra occasione.
Quello che mi sembra importante notare, è che il coronavirus ha praticamente messo tra parentesi ogni altro disturbo, potenzialmente anche molto più grave e molto più letale. Pensateci, se qualcuno improvvisamente si ammala di un’altra malattia che non ha nulla a che fare con questo virus, ci sono difficoltà enormi per potere andare negli ospedali, i medici di famiglia sono virtualmente inaccessibili se non per telefono o per e-mail, moltissimi studi privati hanno chiuso o hanno sospeso gli appuntamenti. Quindi, mi chiedo, cosa accade a coloro che nel frattempo si ammalano di altre malattie che necessitano cure urgenti?
Sembra un problema con cui non ci si vuole confrontare al momento, visto che siamo nel pieno di una emergenza sanitaria, ma in realtà se ci pensate bene la percentuale di persone che sviluppa sintomi non relativi all’infezione da coronavirus ma ad altre centinaia di possibili malattie non è certamente piccola, probabilmente è anche maggioritaria rispetto a coloro che si infettano con il coronavirus. Eppure queste persone si trovano quasi sempre delle porte chiuse e, come si dice in gergo popolare, “non sanno dove sbattere la testa”.
Tutti affermano che questa epidemia cambierà il mondo, e anche io sono convinto di questo. Certamente questa emergenza ha messo in piena luce tutti i limiti del nostro sistema sanitario, tutte le grandi deficienze che stanno oggi pesando in modo sconvolgente sulla vita di tante persone. Ricordo come nel passato, in molte zone della mia Roma, ci fossero tanti ospedali spesso fondati e tenuti da religiosi o religiose. Io vivo al centro, e solo intorno a me in tempi recenti sono stati praticamente chiusi o adibiti ad altro uso almeno due importanti ospedali, originariamente nati come opere della Chiesa cattolica. Si dà molta enfasi al fatto di assistere i bisognosi, ma non dobbiamo dimenticarci che la Chiesa questo lo ha fatto sempre, non fissandosi su certe categorie soltanto, ma assistendo tutti coloro che avevano veramente bisogno.
Questa emergenza, ha messo in luce delle carenze importanti, come quella che io ho esposto all’inizio: cosa si deve fare se ci si ammala di qualche altra malattia proprio in questo periodo? Questo lo dico perché è capitato a me di avere una emergenza sanitaria proprio nei giorni in cui si decideva la chiusura di tutto, e ho dovuto penare enormemente e spendere notevoli somme di denaro per avere un po’ di assistenza da un medico che sono riuscito a trovare privatamente. Purtroppo, il problema che avevo doveva essere gestito da un medico, in quanto implicava una cura a base di medicinali che non mi potevo auto prescrivere. 

Io credo questa è un’occasione per riflettere sulla tenuta del nostro servizio sanitario, ma è anche un’occasione per la Chiesa cattolica per riflettere sulla propria vocazione “sanitaria“. Non che la Chiesa sia una ONG, ma attraverso il servizio a coloro che soffrono, tutti coloro che soffrono quale che sia la loro provenienza geografica, essa ha sempre mostrato il volto misericordioso di Gesù. Oggi tante strutture sanitarie ecclesiastiche sono in gravissimi guai finanziari, anche per la cattiva gestione economica in seno alle congregazioni stesse. Poi, molti ospedali cattolici, sono cattolici soltanto di nome ma non di fatto, in quanto in essi si svolgono a volte pratiche o vengono dati consigli medici che apertamente oppongono la morale cattolica. Insomma, una sana riconsiderazione del proprio ruolo a servizio di coloro che soffrono potrebbe essere uno dei frutti più significativi di questo periodo così grave che stiamo vivendo.

mercoledì 25 marzo 2020

Il cuore del respiro

In questi strani giorni di reclusione domestica, per via dell’epidemia di coronavirus, sento molto parlare dei sintomi dello stesso virus, fra i quali c’è quello della difficoltà a respirare. Questo, mi fa riflettere ancora di più sull’importanza del respiro non solo, ovviamente, per la nostra vita di tutti giorni, ma anche per il canto. Sappiamo bene come il canto ben fatto, il belcanto, si basa soprattutto su una buona respirazione, sul saper appoggiare il suono sulla colonna d’aria che sale. Questi concetti, che hanno forse una certa astrattezza quando li si incontra, sono non di meno fondamentali per una buona comprensione del fenomeno canoro.
Il didatta Antonio Juvarra, così afferma in un bel testo su questo argomento disponibile online (voceartistica.it): “Un esordio teatrale, ad effetto, vagamente marxiano, per introdurre il discorso sul ruolo della respirazione nel canto potrebbe essere: “Finora gli scienziati hanno cercato di capire la realtà materiale, esterna, visibile della respirazione e del canto, si tratta adesso di penetrarne il retroscena invisibile.” In effetti anche la respirazione e il canto, come succede con gli aspetti più profondi e significativi della vita, manifestano la natura bidimensionale, a due facce, esteriore ed interiore, della realtà, facce che non sempre coincidono e che non sempre necessariamente devono coincidere, ma di cui è importante comunque capire i rapporti come pure le sfasature”. Certo, è importante concepire la respirazione non solo come un fatto meccanico, ma anche come un fatto metafisico. Questo è un ostacolo per molti didatti contemporanei, fissati su “quello che funziona“, sulla scia di un certo pragmatismo di marca statunitense. Ma in effetti sappiamo come la respirazione, anche al di fuori del suo uso per il canto, viene usata per favorire le capacità introspettive delle persone, per esempio nella meditazione. Continua lo Juvarra nel testo citato: “Non si capisce neppure con quale arbitrio i sedicenti moderni continuatori di una tradizione belcantistica italiana, la quale esplicitamente riconosceva nel rapporto ‘fiato/parlato’ le due ali senza le quali il canto non può volare (e basti citare le parole del Farinelli ottocentesco, Pacchierotti, che affermava che “chi sa ben respirare e ben sillabare, sa ben cantare”) accettino e pubblicizzino soltanto la seconda parte di questo binomio e disinvoltamente buttino nel cestino la prima, a causa dell’uso semplicistico che essi fanno del concetto di semplicità. Con lo stesso criterio saremmo autorizzati a fondare una didattica pianistica basata sull’uso di due dita, invece che di due mani, una ‘two finger level playing’, solo perché più semplice della tradizionale tecnica a dieci dita…....Sbandierando acriticamente lo slogan della semplicità e della facilità, concepiti come assoluti, si dimentica insomma che l’approccio allo studio del canto dev’essere sì naturale, ma nel senso di partire dalla natura superficiale per arrivare alla natura profonda. La tecnica, la vera tecnica è semplicemente il mezzo per arrivare a questa profondità. Tutta la tradizione vocale è lì a testimoniare, con le sue strane espressioni come ‘appoggio’, ‘cantare sul fiato’, ‘colonna del fiato’, che il fenomeno della respirazione nel canto, pur rimanendo profondamente naturale, non ha niente a che fare con l’esperienza della respirazione utilizzata parlando. Illudersi che quest’ultima possa essere usata come modello definitivo di coordinazione muscolare per il canto è come illudersi che spingendo a trecento all’ora una macchina, questa possa ipso facto prendere il volo come un aeroplano….Si può dire in sintesi che un’operazione di questo tipo, che sulla base di un equivoco concetto di naturalezza, proponga come modello la respirazione parlata o riproponga una respirazione toracica, entrambe semplificate delle componenti diaframmatico-addominali concepite come complicazione superflua, non può che portarci al punto di partenza, quello da cui è partita l’esigenza, nella metà dell’Ottocento, di mettere in luce anche la dimensione della profondità e non solo dell’altezza”. Insomma, c’è un elemento profondo che si innesta su quello naturale, ed è questo che lo studio deve essere in grado di tirare fuori.
Enrico Stichelli (enricostinchelli.it) nel suo blog così afferma: “Pavarotti, ai suoi allievi, poneva il pugno sull’addome e poi li invitava a cantare: in pratica, per non soffocare, si veniva costretti a contrapporre la propria spinta muscolare a quella della mano di Lucianone: un bel training.Le cantanti antiche usavano i bustini, con i lacci ben stretti. Il baritono Valdengo mi raccontò del suo incontro con Beniamino Gigli che, vedendolo giovane ,magro e asciutto, disse:” Sicuramente non canti ancora bene, hai la pancia a pisciatoio (cioè concava, all’indentro). Quando sarai rotondo come me, allora canterai bene.” Gigli non intendeva “rotondo” per “grasso”, ben inteso: parlava ovviamente del muscolo, che inevitabilmente si forma appoggiando  e  sostenendo il suono per il canto lirico.  Maestri  indiscussi  di  canto  'sul  fiato'  sono  stati  Carlo Tagliabue, Tito Schipa, Piero Cappuccilli, Magda Olivero, Carlo Bergonzi. In genere, come  si  è  detto: tutti  i  grandi  cantanti”.
Non dimentichiamo che il concetto di “respirazione“, è importante anche nell’ambito dell’interpretazione musicale. Ogni pezzo di musica, che sia cantato o no, deve “sapere respirare“. Una interpretazione che non tiene conto della respirazione insita nella musica stessa, è un’interpretazione fallace, una interpretazione che certamente è fallimentare in partenza. Pensiamo all’apoteosi del concetto di interpretazione unito a quello di respirazione, che possiamo trovare nel canto gregoriano, dove gli esecutori non solo devono necessariamente trovare i punti di respirazione adeguati nel corso del brano interpretato, ma lo stesso è quasi sottratto ad alcuni parametri musicali per avvicinarsi alla naturalezza e mi verrebbe da dire “all’irregolarità” dellapulsazione naturale, che non è metronomica ma segue un ritmo dettato dall’incresparsi delle tensioni emotive. In un video su You Tube di qualche tempo fa erano state comparate alcune esecuzioni registrate un centinaio di anni fa con alcune versioni moderne. Un elemento che certamente risaltava era proprio quello di una maggiore libertà ritmica, una maggiore fluidità nell’interpretare il brano rispetto alla dittatura del metronomo che molti interpreti moderni subiscono. 

Insomma, anche una tragedia come la presente ci permette di riflettere sull’importanza della respirazione e di come essa sia al centro non solo dei nostri processi vitali, ma anche della nostra corretta ermeneutica dell’elemento musicale in chiave estetica e filosofica.

venerdì 20 marzo 2020

Liturgia al tempo del coronavirus

Tutti possiamo seguire i tanti dibattiti e le tante polemiche che si succedono in questi giorni, il cui unico tema di discussione, e con ragione, è la pandemia di coronavirus che stiamo vivendo. Non si parla d’altro, la gente non vuole parlare o sentire altro. Ripeto, non ci sorprende una cisa del genere, visto che questo evento segnerà anche la nostra vita nel futuro, come una guerra o una calamità naturale. Arrriverà un momento in cui dovremmo per forza fare i conti con questi eventi e cercare di capire se ci insegnano qualcosa. Uno dei temi è quello della partecipazione impedita alla liturgia, per evitare assembramenti di persone e favorire la diffusione della malattia. Pensando poi che lo spettro demografico di coloro che frequentano la chiesa ai nostri tempi tende verso l’età più matura.
La Messa è l’atto più grande della nostra fede. Nella Mediator Dei, Pio XII sanciva: “Il dovere fondamentale dell'uomo è certamente quello di orientare verso Dio se stesso e la propria vita. «A Lui, difatti, dobbiamo principalmente unirci, e indefettibile principio, al quale deve anche costantemente rivolgersi la nostra scelta come ad ultimo fine, che perdiamo peccando anche per negligenza e che dobbiamo riconquistare per la fede credendo in Lui» (San Tommaso, Summa Theol., 2.a 2.æ, q. 81, a. 1). Ora, l'uomo si volge ordinatamente a Dio quando ne riconosce la suprema maestà e il supremo magistero, quando accetta con sottomissione le verità divinamente rivelate, quando ne osserva religiosamente le leggi, quando fa convergere verso di Lui tutta la sua attività, quando per dirla in breve presta, mediante le virtù della religione, il debito culto all'unico e vero Dio. Questo è un dovere che obbliga prima di tutto gli uomini singolarmente, ma è anche un dovere collettivo di tutta la comunità umana ordinata con reciproci vincoli sociali, perché anch'essa dipende dalla somma autorità di Dio. Si noti, poi, che questo è un particolare dovere degli uomini, in quanto Dio li ha elevati all'ordine soprannaturale. Così se consideriamo Dio come autore dell'antica Legge, lo vediamo proclamare anche precetti rituali e determinare accuratamente le norme che il popolo deve osservare nel rendergli il legittimo culto. Stabilì, quindi, vari sacrifici e designò varie cerimonie con le quali dovevano compiersi; e determinò chiaramente ciò che si riferiva all'Arca dell'Alleanza, al Tempio ed ai giorni festivi; designò la tribù sacerdotale e il sommo sacerdote, indicò e descrisse le vesti da usarsi dai sacri ministri e quanto altro mai aveva relazione col culto divino (cfr. Levitico). Questo culto, del resto, non era altro che l'ombra (Heb. 10, 1) di quello che il Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento avrebbe reso al Padre Celeste”. Insomma, la liturgia non è qualcosa di accessorio, ma un dovere preciso del cristiano. Certo, ci sono anche le esigenze di salvaguardare vite umane, non esporli a possibili pericoli. Ecco che trovare un equilibrio in questa situazione diviene estremamente difficile e penoso.
Mons. Giampaolo Crepaldi, in un documento recente, ha osservato: “Il bene comune è di natura morale e, come abbiamo detto sopra, questa crisi dovrebbe indurre alla riscoperta di questa dimensione, ma la morale non vive di vita propria, dato che è incapace di fondarsi ultimamente. Qui si pone il problema della relazione essenziale che la vita politica ha con la religione, quella che meglio garantisce anche la verità della vita politica. L’autorità politica indebolisce la lotta contro il male, come accade anche con l’epidemia in corso, quando equipara le Sante Messe alle iniziative ludiche, pensando che debbano essere sospese, magari anche prima di sospendere altre forme aggregative senz’altro meno importanti. Anche la Chiesa può sbagliare quando non fa valere, per lo stesso autentico e completo bene comune, l’esigenza pubblica delle Sante Messe e dell’apertura delle chiese. La Chiesa dà il suo contributo alla lotta contro l’epidemia nelle varie forme di assistenza, aiuto e solidarietà che essa sa realizzare, come ha sempre fatto in casi simili in passato. È il caso, però, di mantenere alta l’attenzione alla dimensione religiosa del suo apporto, affinché non sia considerata una semplice espressione della società civile. Per questo assume un valore particolare quanto affermato da Papa Francesco che ha pregato lo Spirito Santo di dare “ai pastori la capacità e il discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lascino da solo il santo popolo fedele di Dio. Che il popolo di Dio si senta accompagnato dai pastori e dal conforto della Parola di Dio, dei sacramenti e della preghiera”, naturalmente con il buon senso e la prudenza che la situazione richiede“. Ecco, in queste osservazioni del prelato mi sembra ci siano spunti da tenere presenti, in quanto quello che ci accade oggi non è che uno specchio di un cammino su cui la Chiesa si è oramai incamminata da decenni, in cui io soprannaturale è stato a bella posta “naturalizzato”, rendendo possibile concepire la santa Messa come un’attività tra le altre. E non dimentichiamo che anche lo stile di tante celebrazioni dei tempi nostri ci richiama a questo desiderio di quotidianeità liturgica, che rende agli occhi di tanti la liturgia un incontro fra gli altri, senza quel carattere soprannaturale che dovrebbe esserne al cuore. 

Come vivere la liturgia al tempo del coronavirus? Deus non alligatur sacramentis, ci dice la tradizione teologica cattolica, Dio può agire ed agisce anche al di fuori di una regolare vita sacramentale. Noto che in questi tempi, specialmente sui social, c’è un continuo organizzare la recita del rosario, la via crucis, novene....insomma tutte quelle forme di preghiera che tanti nella Chiesa stessa hanno vituperato perché appartenenti ad un passato che molti vivono quasi con vergogna, come se non ci dovesse più appartenere.

martedì 17 marzo 2020

Letture: “L’Imperatore Giuliano l’Apostata”

Un libro pubblicato molti anni fa può essere un utile occasione di confronto fra diversi modi di approcciare la storiografia. Una figura interessante in questo senso è quella di Gaetano Negri (1838-1902), figura poliedrica di politico, combattente, filosofo e storico. Nella sua voce su treccani.it, Marco Soresina dice: “Tra le opere maggiori vi sono due ricostruzioni sotto il profilo storico, etico e poetico dell’opera della scrittrice inglese George Eliot (Mary Anne Evans), G. Eliot. La sua vita e i suoi romanzi (ibid. 1891), allora praticamente sconosciuta in Italia, e dell’imperatore del IV secolo Flavio Claudio Giuliano (L’imperatore Giuliano l’apostata. Studio storico, ibid. 1901, che ebbe anche una edizione inglese nel 1905), nelle quali l’analisi è inframmezzata da digressioni di ordine morale, da intuizioni letterarie, da forzature analitiche, imprecisioni e anacronismi condotti però con una prosa coinvolgente, di alta divulgazione, che piacque al pubblico. Il suo orizzonte filosofico era improntato a un disincantato agnosticismo, che si nutriva della positiva fiducia nelle scienze ma non rinnegava il fascino e l’esigenza di una metafisica, né la natura di sorgente di conoscenza e di etica del sentimento religioso. Da tali presupposti derivavano anche le oscillazioni di pensiero e le contraddizioni irrisolte presenti nelle sue opere. Negli scritti di filosofia (il principale: Meditazioni vagabonde. Saggi critici, ibid. 1897) fu soprattutto studioso dei problemi morali, che affrontò con sereno spirito razionalista, ma con procedere non sistematico“. Un figlio del diciannovesimo secolo, insomma, il cui testo sull’imperatore Giuliano (331-363) è certamente affascinante. Giuliano tentò nel quarto secolo un ritorno al paganesimo contro la marea montante del cristianesimo. Se lo leggiamo con gli occhi attuali, possiamo dire che tentativi in questo senso non sono assenti nella nostra società, anche se a mio avviso il pericolo maggiore non ci viene da un ritorno al paganesimo ma da una discesa nel nulla, e questo è esattamente quello che viviamo.
Nel testo L’Imperatore Giuliano l’Apostata, Negri ci offre nella prefazione alcune idee sul suo approccio storiografico: “Lo studio, la narrazione di un episodio religioso non dev'essere nè un'apologia nè un attacco; dev'essere un'imparziale, serena, diligente esposizione degli avvenimenti e delle cause che li hanno prodotti. Questo metodo di critica perfettamente oggettiva non deve offendere nessuna coscienza, per quanto delicata, poichè una religione, quale sia l'origine sua, viene pure a contatto con gli uomini, ed è quindi necessariamente perturbata, oscurata dall'elemento umano, e soggetta a tutte le vicissitudini che quell'elemento subisce col passar dei secoli“. Quindi, egli tenta un approccio il più oggettivo possibile, considerando che egli non parte, da quello che sappiamo, da posizioni confessionali. Dice ancora: “Generalmente la storia dei fatti religiosi si fossilizza o nell'ammirazione irragionevole di tutto, anche di ciò che non può esser ammirabile, perchè è il prodotto dell'azione disturbatrice che l'uomo vi ha esercitata, od in un'avversione non meno irragionevole anche di ciò che dev'essere rispettato, perchè è l'espressione genuina dell'irresistibile aspirazione dell'anima umana all'infinito“.
Nel testo l’autore ci da una idea del perché il tentativo di Giuliano, rispetto a quello di suoi predecessori, fosse in un certo senso più pericoloso: “Nessuno dei persecutori del Cristianesimo era mai entrato nel merito del Cristianesimo. Lo si perseguitava perchè lo si credeva pericoloso per la società e per lo Stato, ma nessuno s'incaricava di esaminarlo nelle sue basi filosofiche e storiche. Il lavoro critico di Celso era rimasto presso che isolato. Ora, qui si presentava un imperatore, il nipote di Costantino, il quale si dichiarava apostata del Cristianesimo e pretendeva di giustificare la propria apostasia con la dimostrazione dell'irragionevolezza e della mancanza di base storica di una religione che ormai pareva vittoriosa d'ogni resistenza. Nulla poteva riuscire più offensivo alla Chiesa, la quale s'era già avvezza a dominare sovrana assoluta, ed a cui, pertanto, doveva parere intollerabile ogni discussione sulla sua autorità. Il giavellotto di un Persiano la tolse, in breve, da ogni preoccupazione, ma non cancellò la memoria del paventato ed odioso tentativo, ed essa se ne vendicò condannando il nome di Giuliano all'obbrobrio e la sua storia ed i suoi libri ad un immeritato oblio“. A mio avviso, molto meglio il tentativo di Giuliano che quello di altri che non ne mettono in discussione le premesse teologiche e filosofiche. Pensiamoci bene, se il Cristianesimo è la Verità, non deve temere una sfida al suo sistema di pensiero che non può che essere vittoriosa per i djscepoli di Cristo.
Giuliano si appassionò allo studio dei Misteri: “Egli teneva ancora celate le sue convinzioni religiose, ma ciò non gli impediva di infervorarsi negli studi ed anche nella conoscenza dei Misteri, che costituivano il principale atto di culto di quel simbolismo politeista di cui Giuliano voleva fare la religione del mondo“. La lettura che Negri offre dell’evoluzione della Chiesa in quei secoli potrebbe essere certo contestata: “La Chiesa, negli anni precedenti la sua vittoria finale, si era profondamente trasformata per effetto della lenta elaborazione de' suoi elementi, avvenuta fra le intermittenti persecuzioni del secondo e del terzo secolo, ed aveva colmato l'abisso che la separava dal mondo. Nella morale, era discesa dalle pure altezze del Vangelo e del Cristianesimo primitivo e si era avvicinata allo stoicismo; nella filosofia, aveva costrutto un grande edificio teologico, adoperandovi i materiali del platonismo; nel culto, aveva plasmato le sue cerimonie su quelle dei Misteri. Infine, era riuscita ad organizzare un Cristianesimo pratico ed accettabile dal mondo“. Quanto questo Cristianesimo fosse “pratico ed accettabile al mondo” sarebbe ampiamente da dimostrare, ma vero è che la penetrazione del messaggio cristiano, come ci si poteva aspettare, fu capillare. Ma in Negri sentiamo echi di un certo pensiero che poi da noi dominerà selvaggio negli ultimi decenni: “La Chiesa accettò le divisioni dell'amministrazione romana, le prese le sue idee di gerarchia, e sentì il desiderio di avere un gran numero di funzionari. La preoccupazione delle cure mondane le fece dimenticare quell'amore della debolezza e della povertà che era stato in origine la sua forza d'attrazione“.
Una osservazione di Negri, per concludere, mi sembra particolarmente interessante e da approfondire: “Se non che, io qui vorrei fare un'osservazione che risulterà meglio chiarita nel progresso di questo studio, ed è che il Cristianesimo ha vinto il Neoplatonismo non solo per effetto delle sue virtù, ma anche per quello de' suoi vizi. Infatti, il Cristianesimo, fin dai primi suoi tempi, si era costituito disciplinarmente e si era creata un'organizzazione gerarchica. Fu l'esistenza di questa gerarchia che persuase Costantino a farsi un'alleata della Chiesa cristiana, la quale da quell'alleanza ebbe il suo riconoscimento, diventando uno degli elementi costitutivi del complicato e putrido organismo dell'impero romano-bizantino. Ma il Cristianesimo doveva necessariamente pagare la sua vittoria coll'infettarsi di tutti i mali di cui era afflitta la potenza mondana a cui si abbracciava, e noi già vedemmo come l'ideale della moralità cristiana andasse a rifugiarsi nei conventi e nei cenobî degli asceti. Il Neoplatonismo, il quale non aveva mai saputo organizzarsi, ed era rimasto allo stato di un'opinione, di un'aspirazione, di una dottrina personale, non offriva all'Impero nessuna forza, nessuna nuova risorsa, e l'Impero lo sprezzò“. Insomma, la riflessione del confine fra purezza evangelica e potere mondano, una riflessione che non era solo attuale ai tempi di Giuliano o ai tempi di Gaetano Negri, ma lo è sempre di più anche nei tempi nostri.