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lunedì 25 gennaio 2021

La bellezza fisica

 


Esiste nella nostra epoca un’idea per cui la bellezza fisica sia qualcosa di cui quasi vergognarsi, che essa non sia importante a scapito di una “bellezza interiore“. A parte che due cose non sono in contrasto, io credo che invece la bellezza fisica sia un dono che debba essere considerato come tale e apprezzato sia da chi lo possiede che da chi lo contempla. Tutta questa paura della bellezza esteriore io non la capisco. Un tempo essa veniva esibita, specie da parte delle donne nei confronti degli uomini. Era peggio? Non mi sembra. Ancora oggi dai barbieri ci sono calendari dove belle ragazze mettono in mostra le loro generose forme. Lasciando per un attimo perdere il dato morale, è comunque un modo per esaltare la bellezza dei corpi umani e la loro mutua attrazione.

In un discorso del 1958, anche Pio XII affermava: “La bellezza fisica dell’uomo, manifestata principalmente dal volto, è in se stessa un bene, quantunque subordinato ad altri beni superiori, e pertanto pregevole e desiderabile. Essa è, infatti, un’impronta della bellezza del Creatore, perfezione del composto umano, normale sintomo della sanità fisica. Quasi muto linguaggio dell’anima, da tutti intelligibile, la bellezza è ordinata a esprimere all’esterno i pregi interiori dello spirito, poiché, come insegna l’Angelico Dottore, il fine prossimo del corpo è l’anima ragionevole; perciò, in tanto esso può dirsi perfetto, in quanto possiede tutti i requisiti che lo rendono strumento atto dell’anima e delle sue operazioni (cf. STh I, q. 91, a. 3). (...) Ora, non vi è dubbio che il cristianesimo e la   sua morale non hanno mai condannato, come illecita in sé, la stima e la cura ordinata della bellezza fisica” (Pio XII, 1958 in Maurizio Faggioni, La maschera e il volto). Nella saggezza tradizionale della Chiesa la bellezza fisica non veniva demonizzata, ma veniva subordinata, come è logico per chi ha fede, alla bellezza dell’anima. Quindi essa non era negativa ma era soltanto da vedere in una prospettiva di fede. Quindi, la bellezza anche da una prospettiva cristiana è vista come un valore. È vero che a volte sleghiamo la bellezza dal suo fine soprannaturale, ma quello che qui ci importa è affermare come la bellezza fosse vista anche dalla Chiesa come un valore.

Del resto anche i teologi medioevali non rifuggivano dalla bellezza sensibile: “Et revera etiam corporales genas alicujus ita grata videas venustate refertas, ut ipsa exterior facies intuentium animos reficere possit, et de interiori quam innuit cibare gratia (E infatti tu vedi che le gote di una persona sono così piene di graziosa leggiadria che l’aspetto esteriore può ravvivare gli animi di coloro che le guardano e può cibarli della grazia interiore di cui esso è segno; Gilberto di Hoyland, Sermones in Canticum Salomonis 25, PL 184, col. 125 in U. Eco, Arte e bellezza nell’estetica medievale). Insomma, la stessa prospettiva di Pio XII. Pensare che il medioevo fosse anti estetico è una contraddizione: “Il pensare al Medioevo come all’epoca della negazione moralistica del bello sensibile indica, oltre che una superficiale conoscenza dei testi, una incomprensione fondamentale della mentalità medievale. Un esempio chiarificatore lo si ha proprio osservando l’atteggiamento manifestato di fronte alla bellezza dai mistici e dai rigoristi. I moralisti e gli asceti, sotto ogni latitudine, non sono certo individui che non avvertano l’attrattiva delle gioie terrene: sentono anzi tali sollecitazioni in misura più intensa di altri e proprio su questo contrasto tra la reattività al terrestre e la tensione al soprannaturale si fonda il dramma della disciplina ascetica. Quando poi tale disciplina abbia raggiunto il suo fine, allora il mistico e l’asceta trovano nella pace dei sensi ridotti a controllo la possibilità di guardare con occhio sereno le cose del mondo: e le possono valutare con una indulgenza che la febbre della lotta ascetica inibiva loro. Ora rigorismo e mistica medievale ci offrono numerosi esempi di questi due atteggiamenti psicologici, e con essi una serie di documenti interessantissimi sulla sensibilità estetica del tempo” (Umberto Eco, Arte e bellezza nell’estetica medievale). Insomma, l’attrattiva della bellezza è sempre stata viva.

Questa fobia della bellezza fisica è veramente una contraddizione, un qualcosa che dovrebbe farci pensare sullo stato di degrado e di declino della nostra civiltà. Alcuni, come vedremo in seguito, parlano anche di “malattia della bellezza“, qualcosa che dovrebbe fare accapponare la pelle soltanto a pronunciarla. La bellezza è qualcosa che va celebrata anche se è vero che alcuni la possono vivere in modo superficiale come del resto vale per altre qualità fisiche e morali. Ma senza di essa il mondo è enormemente più povero.
























mercoledì 20 gennaio 2021

Una bellezza rifiutata


Oggi, non c’è dubbio, viviamo una crisi della bellezza. Vedremo anche in seguito come la stessa bellezza viene non sempre direttamente rifiutata, ma viene spesso colpevolizzata. Questo riguarda soprattutto la bellezza degli esseri umani, nelle donne, in cui questa qualità viene vissuta quasi come fosse una colpa. Ne parleremo in seguito ma voglio anticipare qualcosa. Se una donna chirurgo viene promossa perché è una bellissima donna in effetti sarebbe un problema se a questo non è unito anche il necessario bagaglio tecnico per cui l’avanzamento può essere giustificato, se un’attrice ha successo perché è una bellissima donna io penso sia molto più sensato in quanto l’apparenza per un’attrice non è certamente un fattore secondario; certo se deve recitare Anton Checov sarebbe un problema. Ma di questo tema parleremo in seguito.

Leggiamo ora quanto segue: “La crisi della teologia moderna, dunque, è originata dalla perdita del senso del bello; ma questo non significa che la bellezza sia annientata dalla tecnologia e dall’esasperato laicismo positivista o storicista: essa è soltanto smarrita o dimenticata nei labirinti della modernità, oppure, ancora, occultata dal brutto e dalla volgarità dilagante. Come, allora, riportare la bellezza nel mondo? Perché riportare la bellezza nel mondo significa anche riportare Dio nel mondo” (Stefano Zecchi, L’artista armato). È molto importante quello che dice l’illustre professore di estetica, rifiutare la bellezza e anche rifiutare Dio, che è principio di ogni  bellezza. In questa bellezza non possiamo fare a meno di includere anche la bellezza degli esseri umani, uomini e donne, per cui la bellezza è un dono che va valutato come tale, per cui va reso grazie e non va di certo rifiutato o deriso.

Riportare la bellezza nel mondo significa riportare anche Dio nel mondo, vogliamo ripeterlo ancora: la bellezza umana, come detto, la bellezza dell’arte, la bellezza naturale e via dicendo. La bellezza dovrebbe essere l’orizzonte della nostra vita e della nostra riflessione perché essa ci fa bene, ci fa stare bene, ci fa sentire completi e soddisfatti. Siamo invece spesso costretti ad abitare nell’utile e questo alla lunga non ci fa bene. Dobbiamo sentirci in colpa di provare sensazioni per la bellezza di qualcuna o di qualcuno o di qualcosa. Questa è una deriva molto pericolosa che dovremo combattere con tutte le nostre forze ma esiste l’armata del politically correct e del buonismo che è molto più potente di tutte le nostre forze messe insieme, almeno per il momento. Bisognerebbe essere guerrieri della bellezza e per la bellezza, persone che la cercano senza posa perché dietro essa o forse in essa si nasconde l’impronta divina, confusa ma sempre presente.



















































martedì 19 gennaio 2021

La bellezza nell’età Romantica


Il Romanticismo è un periodo molto complesso, un periodo che richiederebbe un’analisi particolareggiata che ovviamente qui non posso fare. Però possiamo dire qualcosa sul rapporto fra questo periodo e l’idea di bellezza partendo forse da qualche autore.

Lo scrittore Giovanni Fighera, nel suo blog (giovannifighera.it) offre questa riflessione: “Così come per gli antichi (i Greci e i Latini), l’opera d’arte neoclassica si contraddistingue per l’armonia delle parti, per l’equilibrio, per la proporzione, per l’euritmia: considerazioni, queste, valide sia per la poesia che per l’arte (pittura, scultura, …), applicabili sia ai sonetti di Foscolo («In morte del fratello Giovanni», «Alla sera», «A Zacinto») sia alle sculture di Antonio Canova («Amore e Psiche», «Le tre grazie»). Per realizzare un’opera d’arte due sono le strade percorribili: imitare le opere classiche perfette o la natura. Sempre nel saggio Pensieri sull’imitazione dell’arte greca Winckelmann afferma, però, la «superiorità dell’imitazione degli antichi sull’imitazione della natura», facilmente dimostrabile se si prendono «due giovani d’ingegno ugualmente bello e facendo studiare all’uno l’antico e all’altro la sola natura». I risultati raggiunti sarebbero ben diversi nei due casi. Quando l’artista prende a modello una bellezza presente nella natura, la depurerà di tutte le impurità e imperfezioni, rendendo questa bellezza ideale. Passiamo ora all’estetica romantica cercando di cogliere gli aspetti che connotano un movimento assai complesso e vario nel suo manifestarsi. L’idea odierna di opera d’arte come espressione originale e del tutto soggettiva, nuova rispetto a tutto quanto precede, in un certo senso slegata dalla tradizione, nasce da un fraintendimento del Romanticismo. Infatti, anche in quest’epoca l’artista conosce e rispetta la tradizione e la utilizza, ma in modo del tutto diverso rispetto al Neoclassicismo. Il Romanticismo segna la nascita di una cultura originale tedesca, mentre il Rinascimento è stato un fenomeno italiano che si è, poi, irradiato in mezza Europa e l’Illuminismo, invece, un paradigma culturale sorto in Francia. La rivalutazione in chiave gnoseologica di fattori dell’umano sentire che travalicano l’uso della pura ragione si traduce, così, sul piano estetico in un apprezzamento da parte dell’artista di elementi come l’immaginazione, la fantasia, l’intuizione, la creatività, la spontaneità, la genialità intesa come capacità di mettersi in contatto con l’assoluto. Quest’ultima affermazione certo non significa, invece, che l’opera romantica nasca ex nihilo. Il Romanticismo vuole recuperare quella religiosità che l’Illuminismo francese ha ridotto al rango di superstizione o al campo della pura ragione. «Se si prende il termine «religioso» nel senso più vasto, forse si può trovare in questo l’elemento comune di tutte le multiformi esperienze del Romanticismo: quella romantica è infatti essenzialmente una cultura dell’«altro», quale che sia il nome che si vuol dare a ciò che in ogni caso trascende la possibilità di una riduzione in termini razionali, natura, inconscio, Dio, Nulla. Se l’Illuminismo aveva rappresentato l’illusione di un totale affidamento del mondo e della storia nelle mani dell’uomo, all’insegna della ragione legislatrice del reale, il Romanticismo rivendica lo spazio di un’oltranza sottratta al dominio del razionale» (E. Gioanola). Proprio per questo motivo, quindi, il Romanticismo tedesco può essere considerato una reazione all’Illuminismo francese”. Ecco, proprio in questa riflessione fatta da Fighera mi sembra che esista una chiara idea dei limiti e delle potenzialità dell’estetica romantica, un’estetica che recupera il concetto di religioso ma in senso spesso vago, potremmo dire quasi ambiguo.

Viene valorizzata la categoria del “sublime” che va ad amplificare quella di bello. Ci viene in aiuto Roger Scruton: “Questo punto è stato evidente almeno dal trattato di Edmund Burke On the Sublime and Beautiful del 1756. Burke ha individuato due risposte radicalmente distinte alla bellezza in generale, e alla bellezza naturale in particolare: una originata dall'amore, l'altra dalla paura. Quando siamo attratti dall'armonia, dall'ordine e dalla serenità della natura, per sentirci a nostro agio e da essa confermati, allora parliamo della sua bellezza; quando, tuttavia, come su qualche rupe di montagna mossa dal vento, sperimentiamo la vastità, la potenza, la minacciosa maestà del mondo naturale e sentiamo la nostra piccolezza di fronte ad esso, allora dovremmo parlare del sublime. Entrambe queste risposte stanno aumentando; entrambi ci sollevano dai normali pensieri utilitaristici che dominano le nostre vite pratiche. Ed entrambi implicano il tipo di contemplazione disinteressata che Kant avrebbe poi identificato come il nucleo dell'esperienza estetica” (Roger Scruton, Beauty). Cioè, nel sublime c’è anche un elemento di terrore, un elemento di forte timore verso qualcosa che è sconosciuto. Questo rientra anche nell’estetica romantica che dava molta importanza al timore verso le forze naturali. Byung-Chul Han sembra quasi commentare: “Edmund Burke libera il bello da ogni negatività: deve procurare solo un “piacere positivo”. Nel sublime invece è insita una negatività. Il bello è piccolo e grazioso, luminoso e delicato, ed è contrassegnato da levigatezza e uniformità. Il sublime è grande, massiccio, scuro, ruvido e rozzo, e causa dolore e spavento. Ma è salubre nella misura in cui mette in movimento l’animo in modo impetuoso, mentre il bello lo rilassa. Burke rovescia il dolore e lo spavento, provocati dal sublime, in una rinnovata positività, poiché purifica e ravviva. Cosí il sublime si mette totalmente al servizio del soggetto, e perde con ciò la sua alterità e la sua estraneità” (Byung-Chul Han, La salvezza del bello). Lo stesso filosofo aveva detto poco prima: “L’estetica del bello è un fenomeno genuinamente moderno. Solo nell’estetica della modernità il bello e il sublime non sono piú in rapporto fra loro. Il bello viene isolato nella sua positività. Il soggetto fortificato della modernità positivizza il bello trasformandolo in oggetto di piacere. Il bello viene perciò opposto al sublime che, a causa della sua negatività, non suscita sulle prime alcuna immediata sensazione di piacere. La negatività del sublime, che lo distingue dal bello, è di nuovo positivizzata nel momento in cui esso viene ricondotto e attribuito alla ragione umana. Il sublime non riguarda piú il fuori, il totalmente altro, ma è una forma espressiva dell’interiorità del soggetto” (Byung-Chul Han, La salvezza del bello). Molto interessante questa dinamica fra il bello e il sublime, una dinamica che ci potrebbe permettere di leggere la contemporaneità in un modo forse più originale e più penetrante.


sabato 2 gennaio 2021

La bellezza nel XX secolo, tra luci e ombre

 


Quando ci si trova a parlare sul secolo in cui tutti noi siamo cresciuti e formati, il ventesimo (tranne per coloro che leggono le mie righe e siano sotto i dieci anni…) di solito una delle cose che si dice è di come i cambiamenti siano stati così consistenti da cambiare il volto del nostro pianeta. Devo dire che questo è un pensiero condivisibile. Veramente nuove tecnologie, nuovi modi di comunicazione, nuove scoperte scientifiche hanno stravolto il tipo di vita che conduciamo. Viviamo in un mondo diverso. Questo ci rende peggiori o migliori? Nè l’uno, nè l’altro, ci rende soprattutto diversi. Io faccio sempre l’esempio della mia collaborazione con rivista varie. Con alcune riviste e blog collaboro da anni. Ogni mese contribuisco scritti ma vedo fisicamente molto raramente il direttore con il quale però comunico frequentemente. Pur quando vivevo dall’altra parte del mondo i miei articoli arrivavano in un lampo sullo schermo del suo computer, grazie alla posta elettronica. Se avessi voluto visitarlo in persona sarebbe bastato prendere un aereo che mi portava in Italia in dodici ore, che non erano i mesi e mesi di navigazione necessari un tempo. Il mondo è diverso. Ancora: migliore o peggiore? Chi può dirlo? Quello di cui oggi sentiamo il bisogno è capire come questi cambiamenti ci cambiano, come ci fanno essere rispetto a quello che in essenza siamo.

Ora dobbiamo cercare di capire come questa nuova era cambierà le idee estetico-teologiche di cui ci andiamo occupando. E’ evidente che i cambiamenti saranno anche qui drammatici. Ma ciò che è interessante osservare è che questi cambiamenti in effetti non cominceranno in questo secolo ma avranno radice nei secoli precedenti, almeno per la gran parte. Non sono assenti quei nomi di cui ci siamo occupati: Kant ed Hegel avranno un’influenza decisiva sull’estetica del secolo ventesimo. Non ci si potrà occupare di tanti nomi, perché questo porterebbe ad esigere uno spazio che non è quello che si intende occupare. Alcuni nomi significativi basteranno per delineare tendenze importanti e orientamenti che certamente segneranno la nostra storia ma anche, e soprattutto, il nostro presente. 

Il secolo ventesimo, come detto, è tempo di enormi sconvolgimenti sociali, politici ed artistici. Guerre mondiali, totalitarismi, femminismo, rivoluzione sessuale, sessantotto, avanguardie, cubismo, astrattismo, non figurativismo, dodecafonia, aleatorismo…quanto potrei andare avanti ad elencare fiumi di parole che per la maggior parte non avrebbero detto nulla ai nostri antenati ma che per noi formano un vocabolario oramai iscritto nella nostra cultura, un vocabolario che usiamo per scrivere la nostra storia, quello che noi siamo e il modo in cui siamo nel mondo. Come la bellezza, nel XX secolo, è bella? Innanzitutto c’e’ da capire che gli sconvolgimenti di cui si diceva sopra influenzeranno il modo in cui percepiamo la realtà in modo drammatico e decisivo. Pensiamo solo alla possibilità di registrare esecuzioni musicali e alla loro diffusione massiccia tramite internet. Oggi, per ciascuno in ogni parte del pianeta, milioni di brani musicali sono alla portata di mano, anzi di dito. In che modo questa bulimia auditiva influisce sulla nostra percezione della musica? Quale è, per riprendere il titolo di un libro di Paolo Fabbri, “il suono in cui viviamo”? E che dire delle immagini, oggi che i nostri occhi sono continuamente colpiti da immagini di ogni tipo e forma, in ogni momento della giornata, immagini create per attrarre la nostra attenzione, non percezioni del quotidiano. Il mondo, senz’altro è un altro mondo e ci sono oggi parole che hanno riscritto la storia della nostra civiltà. 

La riflessione sull’arte è comunque sempre tema importante. Anche se l’arte naturalmente si adegua ai tempi che cambiano, rimane sempre la domanda su quale sia la sua funzione primaria. E credo che la riflessione sull’arte come via al divino, abbia avuto nel secolo passato accenti veramente significativi. Comincerei con Paul Tillich (1886-1978), che dedicherà nei suoi scritti ampio spazio alla riflessione del rapporto fra arte e teologia. Per questo noto teologo protestante (inseme a Barth, Bulltmann e Niebuhr sarà uno dei teologi protestanti più influenti del XX secolo), ci sono tre vie attraverso cui l’uomo raggiunge le realtà soprannaturali, due sono indirette ed una è diretta. Quelle indirette sono filosofia e arte, quella diretta è la religione.  Filosofia ed arte sono vie indirette al divino: Esse sono indirette perché è loro intenzione immediata di esprimere le realtà incontrate in concetti cognitivi o immagini estetiche” (Art and Ultimate Reality, 1960, mia traduzione). Quindi l’arte è messa sullo stesso piano della filosofia. Come con la filosofia, secondo la nostra tradizione, possiamo arrivare a dimostrare la necessità di Dio, così l’arte, certamente per vie diverse, può fornire un appoggio per la comprensione del soprannaturale. La religione invece è una via diretta: Ma c’è una terza e diretta via in cui l’uomo può discernere e ricevere le ultime realtà. Noi la chiamiamo religione – nel senso tradizionale del termine. Qui la realtà ultima diviene manifesta attraverso attraverso esperienze estatiche di carattere concreto-rivelatorio ed è espressa in simboli e miti. I miti sono un insieme di simboli” (Art and Ultimate Reality, 1960, mia traduzione).  Quindi, secondo l’autore la religione offre l’esperienza diretta, non mediata come nella filosofia e nell’arte. 

Nell’articolo che andiamo citando, l’autore offre cinque tipi di esperienza religiosa: sacramentale, mistica, profetico-contestatrice, religiosa, estatico-spirituale. Nella sacramentale le realtà ultime appaiono, parafrasando le parole del nostro, come una santità diffusa, presente in persone, eventi e oggetti. I dipinti che rappresentano questa esperienza hanno una sorta di realismo che ha una sorta di carattere “numinoso”, quasi ambiguo, misterioso. Un esempio di questa tendenza può essere la pittura di Giorgio de Chirico.  Chi conosce i dipinti di questo pittore capirà subito questo concetto. Nella mistica, l’esperienza religiosa prova a raggiungere le ultime realtà senza mediazioni di oggetti particolari. Possiamo pensare in questo caso ad alcuni esempi di arte buddista, o anche all’arte cinese, in cui il particolare delle cose è quasi dissolto in un continuum visivo. Nella esperienza religiosa di tipo profetico contestatrice, la storia diviene il luogo in cui le ultime realtà si fanno manifeste, non la natura. In questo tipo di esperienza si afferma che non c’e’ santità senza giustizia. In fondo molti di noi potranno riconoscere questo tipo di esperienza in tanta arte del secolo passato. Ma essa non è assente anche nell’arte di secoli precedenti, come possiamo osservare nel dipinto di Francisco Goya chiamato “tre maggio 1808” e in cui osserviamo la scena di una fucilazione. È evidente che l’autore intende offrire un messaggio che si richiama ad alcuni valori di giustizia e di lotta, in questo caso quelli della resistenza spagnola. La guerra è orrore, ci dice il pittore. Nell’esperienza di tipo religioso, il presente è in un certo senso idealizzato. Nella esperienza di tipo profetico-contestatrice il presente è visto come luogo in cui dobbiamo affermare i valori etici di giustizia e libertà, in quella di tipo religioso, il presente è anticipazione e tendenza alla perfezione futura. Possiamo inscrivere in questo filone l’arte pre-raffaellita con le sue figure presentate di una bellezza idealizzata, reale ma irreale. Nell’esperienza religiosa di tipo estatico-spirituale, le persone e individualità sono accettate ma la forma in un certo senso tenta di forzare i limiti, tende a qualcosa che meglio esprima la forza del messaggio che contiene, si placa in forme stabilite che pero’ tendono ad aprirsi a qualcos’altro. Possiamo trovare l’esempio di questo in un famoso dipinto di Emil Nolde del 1909 chiamato “Pentecoste”. Anche molta musica del XX secolo può essere iscritta in questa categoria, con il suo continuo tentativo dei forzare le prigioni della forma per raggiungere una maggiore perfezione espressiva. L’espressionismo, sarà l’incarnazione più riuscita di questo tipo di esperienza religiosa. Per Tillich, quest’ultimo stile è il più adeguato per l’espressione dell’esperienza religiosa anche se nell’articolo che andiamo esponendo il nostro mette in guardia dal pericolo del soggettivismo, che in questo caso è fortemente in agguato.