Segui questo blog, lasciaci la tua e mail.

mercoledì 20 gennaio 2021

Una bellezza rifiutata


Oggi, non c’è dubbio, viviamo una crisi della bellezza. Vedremo anche in seguito come la stessa bellezza viene non sempre direttamente rifiutata, ma viene spesso colpevolizzata. Questo riguarda soprattutto la bellezza degli esseri umani, nelle donne, in cui questa qualità viene vissuta quasi come fosse una colpa. Ne parleremo in seguito ma voglio anticipare qualcosa. Se una donna chirurgo viene promossa perché è una bellissima donna in effetti sarebbe un problema se a questo non è unito anche il necessario bagaglio tecnico per cui l’avanzamento può essere giustificato, se un’attrice ha successo perché è una bellissima donna io penso sia molto più sensato in quanto l’apparenza per un’attrice non è certamente un fattore secondario; certo se deve recitare Anton Checov sarebbe un problema. Ma di questo tema parleremo in seguito.

Leggiamo ora quanto segue: “La crisi della teologia moderna, dunque, è originata dalla perdita del senso del bello; ma questo non significa che la bellezza sia annientata dalla tecnologia e dall’esasperato laicismo positivista o storicista: essa è soltanto smarrita o dimenticata nei labirinti della modernità, oppure, ancora, occultata dal brutto e dalla volgarità dilagante. Come, allora, riportare la bellezza nel mondo? Perché riportare la bellezza nel mondo significa anche riportare Dio nel mondo” (Stefano Zecchi, L’artista armato). È molto importante quello che dice l’illustre professore di estetica, rifiutare la bellezza e anche rifiutare Dio, che è principio di ogni  bellezza. In questa bellezza non possiamo fare a meno di includere anche la bellezza degli esseri umani, uomini e donne, per cui la bellezza è un dono che va valutato come tale, per cui va reso grazie e non va di certo rifiutato o deriso.

Riportare la bellezza nel mondo significa riportare anche Dio nel mondo, vogliamo ripeterlo ancora: la bellezza umana, come detto, la bellezza dell’arte, la bellezza naturale e via dicendo. La bellezza dovrebbe essere l’orizzonte della nostra vita e della nostra riflessione perché essa ci fa bene, ci fa stare bene, ci fa sentire completi e soddisfatti. Siamo invece spesso costretti ad abitare nell’utile e questo alla lunga non ci fa bene. Dobbiamo sentirci in colpa di provare sensazioni per la bellezza di qualcuna o di qualcuno o di qualcosa. Questa è una deriva molto pericolosa che dovremo combattere con tutte le nostre forze ma esiste l’armata del politically correct e del buonismo che è molto più potente di tutte le nostre forze messe insieme, almeno per il momento. Bisognerebbe essere guerrieri della bellezza e per la bellezza, persone che la cercano senza posa perché dietro essa o forse in essa si nasconde l’impronta divina, confusa ma sempre presente.



















































martedì 19 gennaio 2021

La bellezza nell’età Romantica


Il Romanticismo è un periodo molto complesso, un periodo che richiederebbe un’analisi particolareggiata che ovviamente qui non posso fare. Però possiamo dire qualcosa sul rapporto fra questo periodo e l’idea di bellezza partendo forse da qualche autore.

Lo scrittore Giovanni Fighera, nel suo blog (giovannifighera.it) offre questa riflessione: “Così come per gli antichi (i Greci e i Latini), l’opera d’arte neoclassica si contraddistingue per l’armonia delle parti, per l’equilibrio, per la proporzione, per l’euritmia: considerazioni, queste, valide sia per la poesia che per l’arte (pittura, scultura, …), applicabili sia ai sonetti di Foscolo («In morte del fratello Giovanni», «Alla sera», «A Zacinto») sia alle sculture di Antonio Canova («Amore e Psiche», «Le tre grazie»). Per realizzare un’opera d’arte due sono le strade percorribili: imitare le opere classiche perfette o la natura. Sempre nel saggio Pensieri sull’imitazione dell’arte greca Winckelmann afferma, però, la «superiorità dell’imitazione degli antichi sull’imitazione della natura», facilmente dimostrabile se si prendono «due giovani d’ingegno ugualmente bello e facendo studiare all’uno l’antico e all’altro la sola natura». I risultati raggiunti sarebbero ben diversi nei due casi. Quando l’artista prende a modello una bellezza presente nella natura, la depurerà di tutte le impurità e imperfezioni, rendendo questa bellezza ideale. Passiamo ora all’estetica romantica cercando di cogliere gli aspetti che connotano un movimento assai complesso e vario nel suo manifestarsi. L’idea odierna di opera d’arte come espressione originale e del tutto soggettiva, nuova rispetto a tutto quanto precede, in un certo senso slegata dalla tradizione, nasce da un fraintendimento del Romanticismo. Infatti, anche in quest’epoca l’artista conosce e rispetta la tradizione e la utilizza, ma in modo del tutto diverso rispetto al Neoclassicismo. Il Romanticismo segna la nascita di una cultura originale tedesca, mentre il Rinascimento è stato un fenomeno italiano che si è, poi, irradiato in mezza Europa e l’Illuminismo, invece, un paradigma culturale sorto in Francia. La rivalutazione in chiave gnoseologica di fattori dell’umano sentire che travalicano l’uso della pura ragione si traduce, così, sul piano estetico in un apprezzamento da parte dell’artista di elementi come l’immaginazione, la fantasia, l’intuizione, la creatività, la spontaneità, la genialità intesa come capacità di mettersi in contatto con l’assoluto. Quest’ultima affermazione certo non significa, invece, che l’opera romantica nasca ex nihilo. Il Romanticismo vuole recuperare quella religiosità che l’Illuminismo francese ha ridotto al rango di superstizione o al campo della pura ragione. «Se si prende il termine «religioso» nel senso più vasto, forse si può trovare in questo l’elemento comune di tutte le multiformi esperienze del Romanticismo: quella romantica è infatti essenzialmente una cultura dell’«altro», quale che sia il nome che si vuol dare a ciò che in ogni caso trascende la possibilità di una riduzione in termini razionali, natura, inconscio, Dio, Nulla. Se l’Illuminismo aveva rappresentato l’illusione di un totale affidamento del mondo e della storia nelle mani dell’uomo, all’insegna della ragione legislatrice del reale, il Romanticismo rivendica lo spazio di un’oltranza sottratta al dominio del razionale» (E. Gioanola). Proprio per questo motivo, quindi, il Romanticismo tedesco può essere considerato una reazione all’Illuminismo francese”. Ecco, proprio in questa riflessione fatta da Fighera mi sembra che esista una chiara idea dei limiti e delle potenzialità dell’estetica romantica, un’estetica che recupera il concetto di religioso ma in senso spesso vago, potremmo dire quasi ambiguo.

Viene valorizzata la categoria del “sublime” che va ad amplificare quella di bello. Ci viene in aiuto Roger Scruton: “Questo punto è stato evidente almeno dal trattato di Edmund Burke On the Sublime and Beautiful del 1756. Burke ha individuato due risposte radicalmente distinte alla bellezza in generale, e alla bellezza naturale in particolare: una originata dall'amore, l'altra dalla paura. Quando siamo attratti dall'armonia, dall'ordine e dalla serenità della natura, per sentirci a nostro agio e da essa confermati, allora parliamo della sua bellezza; quando, tuttavia, come su qualche rupe di montagna mossa dal vento, sperimentiamo la vastità, la potenza, la minacciosa maestà del mondo naturale e sentiamo la nostra piccolezza di fronte ad esso, allora dovremmo parlare del sublime. Entrambe queste risposte stanno aumentando; entrambi ci sollevano dai normali pensieri utilitaristici che dominano le nostre vite pratiche. Ed entrambi implicano il tipo di contemplazione disinteressata che Kant avrebbe poi identificato come il nucleo dell'esperienza estetica” (Roger Scruton, Beauty). Cioè, nel sublime c’è anche un elemento di terrore, un elemento di forte timore verso qualcosa che è sconosciuto. Questo rientra anche nell’estetica romantica che dava molta importanza al timore verso le forze naturali. Byung-Chul Han sembra quasi commentare: “Edmund Burke libera il bello da ogni negatività: deve procurare solo un “piacere positivo”. Nel sublime invece è insita una negatività. Il bello è piccolo e grazioso, luminoso e delicato, ed è contrassegnato da levigatezza e uniformità. Il sublime è grande, massiccio, scuro, ruvido e rozzo, e causa dolore e spavento. Ma è salubre nella misura in cui mette in movimento l’animo in modo impetuoso, mentre il bello lo rilassa. Burke rovescia il dolore e lo spavento, provocati dal sublime, in una rinnovata positività, poiché purifica e ravviva. Cosí il sublime si mette totalmente al servizio del soggetto, e perde con ciò la sua alterità e la sua estraneità” (Byung-Chul Han, La salvezza del bello). Lo stesso filosofo aveva detto poco prima: “L’estetica del bello è un fenomeno genuinamente moderno. Solo nell’estetica della modernità il bello e il sublime non sono piú in rapporto fra loro. Il bello viene isolato nella sua positività. Il soggetto fortificato della modernità positivizza il bello trasformandolo in oggetto di piacere. Il bello viene perciò opposto al sublime che, a causa della sua negatività, non suscita sulle prime alcuna immediata sensazione di piacere. La negatività del sublime, che lo distingue dal bello, è di nuovo positivizzata nel momento in cui esso viene ricondotto e attribuito alla ragione umana. Il sublime non riguarda piú il fuori, il totalmente altro, ma è una forma espressiva dell’interiorità del soggetto” (Byung-Chul Han, La salvezza del bello). Molto interessante questa dinamica fra il bello e il sublime, una dinamica che ci potrebbe permettere di leggere la contemporaneità in un modo forse più originale e più penetrante.


sabato 2 gennaio 2021

La bellezza nel XX secolo, tra luci e ombre

 


Quando ci si trova a parlare sul secolo in cui tutti noi siamo cresciuti e formati, il ventesimo (tranne per coloro che leggono le mie righe e siano sotto i dieci anni…) di solito una delle cose che si dice è di come i cambiamenti siano stati così consistenti da cambiare il volto del nostro pianeta. Devo dire che questo è un pensiero condivisibile. Veramente nuove tecnologie, nuovi modi di comunicazione, nuove scoperte scientifiche hanno stravolto il tipo di vita che conduciamo. Viviamo in un mondo diverso. Questo ci rende peggiori o migliori? Nè l’uno, nè l’altro, ci rende soprattutto diversi. Io faccio sempre l’esempio della mia collaborazione con rivista varie. Con alcune riviste e blog collaboro da anni. Ogni mese contribuisco scritti ma vedo fisicamente molto raramente il direttore con il quale però comunico frequentemente. Pur quando vivevo dall’altra parte del mondo i miei articoli arrivavano in un lampo sullo schermo del suo computer, grazie alla posta elettronica. Se avessi voluto visitarlo in persona sarebbe bastato prendere un aereo che mi portava in Italia in dodici ore, che non erano i mesi e mesi di navigazione necessari un tempo. Il mondo è diverso. Ancora: migliore o peggiore? Chi può dirlo? Quello di cui oggi sentiamo il bisogno è capire come questi cambiamenti ci cambiano, come ci fanno essere rispetto a quello che in essenza siamo.

Ora dobbiamo cercare di capire come questa nuova era cambierà le idee estetico-teologiche di cui ci andiamo occupando. E’ evidente che i cambiamenti saranno anche qui drammatici. Ma ciò che è interessante osservare è che questi cambiamenti in effetti non cominceranno in questo secolo ma avranno radice nei secoli precedenti, almeno per la gran parte. Non sono assenti quei nomi di cui ci siamo occupati: Kant ed Hegel avranno un’influenza decisiva sull’estetica del secolo ventesimo. Non ci si potrà occupare di tanti nomi, perché questo porterebbe ad esigere uno spazio che non è quello che si intende occupare. Alcuni nomi significativi basteranno per delineare tendenze importanti e orientamenti che certamente segneranno la nostra storia ma anche, e soprattutto, il nostro presente. 

Il secolo ventesimo, come detto, è tempo di enormi sconvolgimenti sociali, politici ed artistici. Guerre mondiali, totalitarismi, femminismo, rivoluzione sessuale, sessantotto, avanguardie, cubismo, astrattismo, non figurativismo, dodecafonia, aleatorismo…quanto potrei andare avanti ad elencare fiumi di parole che per la maggior parte non avrebbero detto nulla ai nostri antenati ma che per noi formano un vocabolario oramai iscritto nella nostra cultura, un vocabolario che usiamo per scrivere la nostra storia, quello che noi siamo e il modo in cui siamo nel mondo. Come la bellezza, nel XX secolo, è bella? Innanzitutto c’e’ da capire che gli sconvolgimenti di cui si diceva sopra influenzeranno il modo in cui percepiamo la realtà in modo drammatico e decisivo. Pensiamo solo alla possibilità di registrare esecuzioni musicali e alla loro diffusione massiccia tramite internet. Oggi, per ciascuno in ogni parte del pianeta, milioni di brani musicali sono alla portata di mano, anzi di dito. In che modo questa bulimia auditiva influisce sulla nostra percezione della musica? Quale è, per riprendere il titolo di un libro di Paolo Fabbri, “il suono in cui viviamo”? E che dire delle immagini, oggi che i nostri occhi sono continuamente colpiti da immagini di ogni tipo e forma, in ogni momento della giornata, immagini create per attrarre la nostra attenzione, non percezioni del quotidiano. Il mondo, senz’altro è un altro mondo e ci sono oggi parole che hanno riscritto la storia della nostra civiltà. 

La riflessione sull’arte è comunque sempre tema importante. Anche se l’arte naturalmente si adegua ai tempi che cambiano, rimane sempre la domanda su quale sia la sua funzione primaria. E credo che la riflessione sull’arte come via al divino, abbia avuto nel secolo passato accenti veramente significativi. Comincerei con Paul Tillich (1886-1978), che dedicherà nei suoi scritti ampio spazio alla riflessione del rapporto fra arte e teologia. Per questo noto teologo protestante (inseme a Barth, Bulltmann e Niebuhr sarà uno dei teologi protestanti più influenti del XX secolo), ci sono tre vie attraverso cui l’uomo raggiunge le realtà soprannaturali, due sono indirette ed una è diretta. Quelle indirette sono filosofia e arte, quella diretta è la religione.  Filosofia ed arte sono vie indirette al divino: Esse sono indirette perché è loro intenzione immediata di esprimere le realtà incontrate in concetti cognitivi o immagini estetiche” (Art and Ultimate Reality, 1960, mia traduzione). Quindi l’arte è messa sullo stesso piano della filosofia. Come con la filosofia, secondo la nostra tradizione, possiamo arrivare a dimostrare la necessità di Dio, così l’arte, certamente per vie diverse, può fornire un appoggio per la comprensione del soprannaturale. La religione invece è una via diretta: Ma c’è una terza e diretta via in cui l’uomo può discernere e ricevere le ultime realtà. Noi la chiamiamo religione – nel senso tradizionale del termine. Qui la realtà ultima diviene manifesta attraverso attraverso esperienze estatiche di carattere concreto-rivelatorio ed è espressa in simboli e miti. I miti sono un insieme di simboli” (Art and Ultimate Reality, 1960, mia traduzione).  Quindi, secondo l’autore la religione offre l’esperienza diretta, non mediata come nella filosofia e nell’arte. 

Nell’articolo che andiamo citando, l’autore offre cinque tipi di esperienza religiosa: sacramentale, mistica, profetico-contestatrice, religiosa, estatico-spirituale. Nella sacramentale le realtà ultime appaiono, parafrasando le parole del nostro, come una santità diffusa, presente in persone, eventi e oggetti. I dipinti che rappresentano questa esperienza hanno una sorta di realismo che ha una sorta di carattere “numinoso”, quasi ambiguo, misterioso. Un esempio di questa tendenza può essere la pittura di Giorgio de Chirico.  Chi conosce i dipinti di questo pittore capirà subito questo concetto. Nella mistica, l’esperienza religiosa prova a raggiungere le ultime realtà senza mediazioni di oggetti particolari. Possiamo pensare in questo caso ad alcuni esempi di arte buddista, o anche all’arte cinese, in cui il particolare delle cose è quasi dissolto in un continuum visivo. Nella esperienza religiosa di tipo profetico contestatrice, la storia diviene il luogo in cui le ultime realtà si fanno manifeste, non la natura. In questo tipo di esperienza si afferma che non c’e’ santità senza giustizia. In fondo molti di noi potranno riconoscere questo tipo di esperienza in tanta arte del secolo passato. Ma essa non è assente anche nell’arte di secoli precedenti, come possiamo osservare nel dipinto di Francisco Goya chiamato “tre maggio 1808” e in cui osserviamo la scena di una fucilazione. È evidente che l’autore intende offrire un messaggio che si richiama ad alcuni valori di giustizia e di lotta, in questo caso quelli della resistenza spagnola. La guerra è orrore, ci dice il pittore. Nell’esperienza di tipo religioso, il presente è in un certo senso idealizzato. Nella esperienza di tipo profetico-contestatrice il presente è visto come luogo in cui dobbiamo affermare i valori etici di giustizia e libertà, in quella di tipo religioso, il presente è anticipazione e tendenza alla perfezione futura. Possiamo inscrivere in questo filone l’arte pre-raffaellita con le sue figure presentate di una bellezza idealizzata, reale ma irreale. Nell’esperienza religiosa di tipo estatico-spirituale, le persone e individualità sono accettate ma la forma in un certo senso tenta di forzare i limiti, tende a qualcosa che meglio esprima la forza del messaggio che contiene, si placa in forme stabilite che pero’ tendono ad aprirsi a qualcos’altro. Possiamo trovare l’esempio di questo in un famoso dipinto di Emil Nolde del 1909 chiamato “Pentecoste”. Anche molta musica del XX secolo può essere iscritta in questa categoria, con il suo continuo tentativo dei forzare le prigioni della forma per raggiungere una maggiore perfezione espressiva. L’espressionismo, sarà l’incarnazione più riuscita di questo tipo di esperienza religiosa. Per Tillich, quest’ultimo stile è il più adeguato per l’espressione dell’esperienza religiosa anche se nell’articolo che andiamo esponendo il nostro mette in guardia dal pericolo del soggettivismo, che in questo caso è fortemente in agguato.

















































martedì 29 dicembre 2020

La bellezza nell’età dell’illuminismo: la nascita dell’estetica

 


Nelle precedenti “parti” di questo testo, si è avuto il modo di incontrare vari pensatori e si è valutato la loro influenza nel cammino della bellezza e nella sua relazione con la teologia in modo particolare. In tutti questi pensatori ci si concentrava sul soggetto dell’osservazione, cercando di razionalizzare in che cosa questo soggetto appariva bello. Gli artisti cercavano questa via segreta alla bellezza per fare in modo che le loro opere potessero risplendere di questa bellezza, che essa potesse essere vista e ammirata dal pubblico, dai fruitori della bellezza, insomma da noi. Ma, nel XVIII secolo, tutto questo è destinato a cambiare, in modo drammatico. Innanzitutto bisogna introdurre il nostro primo protagonista, Alexander Gottlieb Baumgarten (1714-1762). 

Non è un personaggio molto conosciuto al di fuori dei circoli filosofici ma dobbiamo dedicargli un poco di attenzione per un paio di motivi. Il primo è che alcune sue tesi saranno oggetto di riflessione da parte di un filosofo che avrà un’influenza enorme sulla storia del pensiero successivo, fino ai nostri giorni; l’altra è che egli sarà il primo nella storia ad usare il termine “estetica” per denotare la conoscenza sensibile (“Aesthetica…est scientia cognitionis sensitiuae” come appare nel suo volume dedicato a questo tema), che si serve dei sensi e per formulare una teoria dell’arte. Essa sta vicino alla logica, che è conoscenza intellettuale. Nel suo volume del 1750, che prende appunto il nome di “Aesthetica”, egli espone la sua visione filosofica ed intellettuale. Ma il concetto di “estetica” come scienza filosofica a se stante si trova già in questo autore in un lavoro del 1735, “Meditationes philosophicae de nonnullis ad poema pertinentibus” (Meditazioni filosofiche su alcune caratteristiche del Poema,     Hammermeister, Kai (2002). The German Aesthetic Tradition. Cambridge, United Kingdom: Cambridge University Press. Pag. 3). Quindi, la storia accredita questo autore come colui che inserisce nel dibattito filosofico questo termine, dibattito filosofico in cui presto si inserirà un protagonista assoluto.

Sono anni interessanti, non c’è che dire. Le persone nate nel XVIII secolo respirano la nascita di un nuovo sentire che impregnerà nel profondo le anime e le menti, il sentire scientifico, già reso più indipendente da quello ecclesiastico in età barocca. Chi nasce in questo tempo sta nella scia di Cartesio e del suo dualismo che da lui sarà chiamato cartesiano, che oppone la mente e il cervello come due entità non completamente coincidenti (ancora ad oggi la sua riflessione è oggetto di profonde disquisizioni accademiche). Chi nasce in questo tempo sta nella scia di Isaac Newton, fisico e matematico che attraverso la sua legge di gravitazione universale e le sue leggi sul moto avrà un’influenza determinate sulla scienza a venire. Chi nasce in questo tempo potrà forse riflettere ancora più di quello che viene fatto da noi sulla figura di Galileo Galilei e sui limiti di scienza e fede e su come possano (o debbano?) vivere insieme. Insomma, una nuova pagina della storia dell’umanità è stata aperta e questa non potrà anche non avere influenza su come il nostro occhio vede, su come la nostra percezione è guidata al guardare.

Un uomo avrà certamente un’influenza determinante sul pensiero a venire e non solo nel campo filosofico: Immanuel Kant. Questo filosofo, forse anche un pochino noiosetto a giudicare dalle sue abitudini così regolari che la gente pensava si potesse regolare l’orologio nel momento del suo passaggio per la quotidiana passeggiata, avrà un influsso determinante su tutta la filosofia a venire, fino ai nostri giorni. Era nato nel 1724, in una famiglia che coltivava la fede pietista, una derivazione del protestantesimo di impronta fortemente soggettivistica e antidogmatica. Nel 1770, dopo i suoi studi, diverrà professore di logica e metafisica. Quest’ultima avrà da patire parecchio proprio per gli studi del nostro simpatico professore. Dal 1781 comincerà a pubblicare i suoi influentissimi trattati filosofici, a cominciare dalla Critica della ragion pura. Proprio in quest’opera, nella nota 2 a pagina 54 della versione italiana, troviamo questa affermazione: I tedeschi sono i soli, che si servano al presente della parola estetica per indicare ciò che gli altri chiamano critica del gusto. La ragione sta nella fallita speranza dell’eccellente analista Baumgarten, il quale credette di ridurre a principi razionali il giudizio critico del bello, e di elevarne le regole a scienza. Ma codesto sforzo è vano. Infatti le dette regole e i criteri del gusto sono per le loro principali fonti, empirici, e però non possono mai servire per determinare leggi a priori, sulle quali dovrebbe appoggiarsi il nostro giudizio del bello: piuttosto questo forma la pietra di paragone della validità di quelli. Quindi, secondo il nostro Kant, non possiamo assolutizzare il bello, esso dipende dall’osservatore. Secondo lo studioso Andrew Bowie, il nostro Kant rivedrà più tardi questo giudizio sul povero Baumgarten: Al tempo della Critica del Giudizio, comunque, Kant avrà apertamente considerato più in profondità quanto aveva motivato la concezione di Baumgarten (nelle sue inedite “Riflessioni” aveva già considerato più seriamente l’estetica intesa nel nuovo senso)(Bowie, Andrew (2003). Aesthetics and Subjectivity. From Kant to Niezsche. 2nd Ed. Manchester, England: Manchester University Press. Pag. 19 (Mia traduzione)). Malgrado alcune riconsiderazioni successive, non possiamo passare sotto silenzio il ruolo devastante che il nostro Kant avrà sulla tradizione precedente. In effetti è interessante considerare come la sua opera si svolgerà proprio nello stesso periodo che vedrà la nascita del termine “estetica”. Che, grazie a lui, non sarà più la stessa. In effetti, ciò che interessa al nostro filosofo non è tanto l’oggetto estetico, quanto il soggetto estetizzante. Insomma, san Tommaso d’Aquino ci aveva detto che bello è ciò che piace allo sguardo, ma intendendo con questo che la qualità dell’oggetto estetico attirava il piacere nello sguardo dell’osservante. Qui ci troviamo su un altro piano, la sensazione risiede nell’esperienza di chi osserva: Kant è forte nell’affermare, quindi, che noi possiamo solo conoscere il mondo come appare a noi attraverso le costitutive categorie a priori della soggettività che sintetizzano intuizioni in forme di conoscenza. Il mondo come oggetto di verità è quindi costituito attivamente dalle strutture di coscienza che noi abbiamo di lui, il che significa che noi non possiamo conoscere come il mondo è ‘in se stesso’” (Bowie, Andrew (2003). Op. Cit., 17 (Mia traduzione)). La studiosa Fiona Hughes dell’Universita’ dell’Essex (Gran Bretagna), suggerisce che il giudizio estetico in Kant è guidato da ciò che lei definisce “purposiveness” nella natura, potremmo dire “determinazione” della natura: Il pensiero centrale nella mia interpretazione di determinazione è che essa è un concetto relazionale.  ‘Determinazione della natura’ non significa la proiezione della mente nella natura, come molti hanno sospettato. Denota invece la nostra ricettività riflettente al mondo nel quale noi troviamo noi stessi. La vera possibilità di una relazione tra il soggetto e il mondo è espressa da ‘determinazione’(Hughes, Fiona (2006). On Aesthetic Judgement and our Relation to Nature: Kant’s Concept of Purposiveness. In Inquiry, Vol. 49. No. 6, 548. (Mia traduzione)). Come vediamo, una concezione molto articolata del pensiero del nostro, che andrebbe di certo approfondita. Saranno anche molto interessanti le riflessioni di Kant sul concetto di sublime che, secondo la studiosa Gesa Elsbeth Thiessen, Kant intende come una sensazione che viene creata nella nostra mente dalla potenza della natura. Comprendendo questa potenza della natura come sublimità, continua la studiosa, uno potrebbe anche essere in questo modo innalzato alla contemplazione della sublimità di Dio, se e’ in grado di conformarsi alla sua volontà (Thiessen, Gesa Elsbeth (2004). Theological Aesthetics. A Reader. Grand Rapids (MI), USA: William B. EErdmans Publishing Company. Pag. 186). Come si capisce, in Kant c’è uno scavo che porterà anche a contatti con quanto le neuroscienze ci vanno rivelando sulla nostra capacità di conoscere. Si potrebbe dire che oggi, per sapere di più su di noi, la palla e’ passata dalla filosofia alle scienze che studiano i meccanismi cerebrali. Certo ci dovremo tornare in uno dei prossimi paragrafi.

Mentre il nostro Kant si dava molto da fare con la sua attività di insegnante, nasceva un altro pensatore che avrà un influenza determinante sulla storia a venire. In un certo senso anche questo pensatore va considerato con lo stesso peso con cui consideriamo il nostro Kant, in quanto la sua filosofia, ostica e di non facile approccio, fornirà strumenti per alcune correnti di pensiero che letteralmente scriveranno la storia del secolo ventesimo, spesso con lettere di sangue. Un pensatore che darà anche rilevanti contributi nel campo dell’estetica e della Teologia: Georg Wilhelm Friederich Hegel (1770-1831). Anche in questo caso, come un poco in Kant, si tratta di pensiero difficile da districare, così offrirò solo qualche intuizione sul tema che si va trattando. 

Il nostro Hegel, nato lo stesso anno di Beethoven, fu studente di Teologia e poi professore universitario. Negli ultimi anni della sua vita sarà riconosciuto come una influenza determinante per la filosofia tedesca. Lo sara’ molto di più per il pensiero di tutta l’umanità, come già detto sopra. C’è da dire che la sua influenza sarà importante anche nel campo dell’estetica: Georg Wilhelm Friederich Hegel continua ad essere uno dei capisaldi cruciali nella storia dell’arte e degli studi sulla visione(Murray, Chris ed. (2003). Key writers on Art: From Antiquity to the Nineteenth Century. London, UK: Routledge. Pag. 162. (Mia traduzione)). Nel suo pensiero ha una grande importanza la storia in cui avvengono cambiamenti grazie ad un processo dialettico fatto di tesi, antitesi e sintesi, che a sua volta diventa tesi per andare così quasi all’infinito. L’arte, secondo Hegel, rappresenta lo spirito di una particolare cultura e di un dato artista, ma anche lo spirito dell’umanità in generale. Secondo la concezione storica di Hegel, il cammino della storia è proteso verso un climax che arriverà; in questo senso l’arte è continuo progresso, intendendo con questo che si da una grande importanza a ciò che e’ contemporaneo rispetto a ciò che appartiene al passato. 

I tre momenti principali della storia dell’arte per il nostro vengono definiti come: simbolico, classico e romantico (Letture sull’Estetica). Questi tre momenti sono definiti da come la forma e l’idea vengono a trovarsi in relazione reciproca. Nel momento simbolico, una idea potente cerca di trovare espressione in una forma che però non riesce a conformarsi pienamente all’idea, risultando in qualche modo distorta. Questo, secondo Hegel, va cercato principalmente nell’arte egiziana e indiana, ma anche in altre arti in cui ci sono caratteristiche somatiche o sessuali molto esagerate. La seconda fase, quella classica, può essere rappresentata dalla scultura Greca. Qui idea e forma si trovano in equilibrio ammirevole ma la profondità dell’idea, sempre secondo il nostro, non e’ abbastanza sviluppata. La terza fase, quella romantica, da importanza all’interiorità. Le immagini non possono veramente fare onore all’idea che trova la sua espressione migliore nell’interiorità. Secondo Hegel questo è tipico dell’arte cristiana specialmente nel trattamento di alcuni temi come martiri, sofferenze varie e crocifissioni.

Quello che penso vada meditato con attenzione è il concetto che si trova in Hegel, secondo cui la verità evolve storicamente: Nel sistema di Hegel, la verità si sviluppa storicamente, così che la storia dell’arte, religione e filosofia, sono narrazioni significative che ora, alla fine di tutto, mostrano un comportamento che prende significato(Murray, Chris ed.(2003). Op. Cit., Pag. 162). Quindi, l’arte contemporanea spiega tutta l’arte precedente che ha senso solo alla luce di quello che facciamo oggi, se si porta questo discorso alle sue logiche conseguenze. Mi sembra di vedere che questa sia quasi una concezione evoluzionistica dell’arte, per cui il successivo è meglio del precedente, per cui quello che arriva oggi è il prodotto finale di secoli di evoluzione. Non vorrei dare troppi demeriti al nostro Hegel, ma ricordiamo che questo intreccio tra Hegel ed  evoluzione dialettica nella storia, darà vita anche ad ideologie che tanto faranno sanguinare il secolo ventesimo. Come abbiamo ricordato, questo processo di cambiamento avviene attraverso il processo di tesi, antitesi e sintesi. Questa “ascesa dialettica’ come viene anche chiamata può andare avanti all’infinito. Secondo il nostro Hegel, si è giunto alla fine dell’arte come era anticamente intesa, oramai sostituita da Scienza e Filosofia. Quando lo Spirito avrà finalmente raggiunto la sua auto realizzazione non ci sarà più necessità di immagini. 

L’influenza di queste idee sulla moderna estetica è enorme. Basti citare lo studioso Artur Danto che enuncia una tesi molto simile a quella di Hegel e che avrà larga influenza sul dibattito artistico contemporaneo. Secondo questo filosofo è vero che in un certo senso l’arte è finita, nel modo in cui veniva tradizionalmente concepita. Non si può più fare arte come nel passato. Se questo, aggiungo io, ha un elemento di verità, mi permetto di osservare che ha anche un elemento di forte ambiguità. Cosa significa in definitiva che l’arte non si può più fare come nel passato? Dobbiamo sempre ricominciare per acquisire la patente di artisti? E cosa è una artista? Ha un significato questa parola? Queste idee faranno in modo che chiunque possa essere accusato di non essere “moderno” e quindi escluso da certi circoli che contano. Se solo il nuovo è importante, chi si rifugia in una sapienza tradizionale viene escluso. Ma cosa è il nuovo? Chi stabilisce cosa è nuovo e cosa non lo è? A chi spetta il giudizio finale su chi è moderno e chi no? Rispetto a cosa, a quali criteri? Come mi piacerebbe che Hegel potesse rispondere a queste impertinenze.