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giovedì 26 marzo 2020

Le altre malattie (podcast)

Le altre malattie

Come tutti sappiamo, in questi giorni c’è un tema unico che straborda da ogni parte: l’epidemia di coronavirus. Questo è anche comprensibile, considerando i gravi disagi che sta portando nella vita di tutti noi. Questa epidemia, non ha soltanto un impatto sanitario, ma ne ha anche uno importante dal punto di vista economico e uno anche dal punto di vista spirituale. Il modo in cui noi oggi possiamo vivere la nostra vita spirituale e liturgica è profondamente diverso rispetto a qualche settimana fa. Ma di questo parleremo in un’altra occasione.
Quello che mi sembra importante notare, è che il coronavirus ha praticamente messo tra parentesi ogni altro disturbo, potenzialmente anche molto più grave e molto più letale. Pensateci, se qualcuno improvvisamente si ammala di un’altra malattia che non ha nulla a che fare con questo virus, ci sono difficoltà enormi per potere andare negli ospedali, i medici di famiglia sono virtualmente inaccessibili se non per telefono o per e-mail, moltissimi studi privati hanno chiuso o hanno sospeso gli appuntamenti. Quindi, mi chiedo, cosa accade a coloro che nel frattempo si ammalano di altre malattie che necessitano cure urgenti?
Sembra un problema con cui non ci si vuole confrontare al momento, visto che siamo nel pieno di una emergenza sanitaria, ma in realtà se ci pensate bene la percentuale di persone che sviluppa sintomi non relativi all’infezione da coronavirus ma ad altre centinaia di possibili malattie non è certamente piccola, probabilmente è anche maggioritaria rispetto a coloro che si infettano con il coronavirus. Eppure queste persone si trovano quasi sempre delle porte chiuse e, come si dice in gergo popolare, “non sanno dove sbattere la testa”.
Tutti affermano che questa epidemia cambierà il mondo, e anche io sono convinto di questo. Certamente questa emergenza ha messo in piena luce tutti i limiti del nostro sistema sanitario, tutte le grandi deficienze che stanno oggi pesando in modo sconvolgente sulla vita di tante persone. Ricordo come nel passato, in molte zone della mia Roma, ci fossero tanti ospedali spesso fondati e tenuti da religiosi o religiose. Io vivo al centro, e solo intorno a me in tempi recenti sono stati praticamente chiusi o adibiti ad altro uso almeno due importanti ospedali, originariamente nati come opere della Chiesa cattolica. Si dà molta enfasi al fatto di assistere i bisognosi, ma non dobbiamo dimenticarci che la Chiesa questo lo ha fatto sempre, non fissandosi su certe categorie soltanto, ma assistendo tutti coloro che avevano veramente bisogno.
Questa emergenza, ha messo in luce delle carenze importanti, come quella che io ho esposto all’inizio: cosa si deve fare se ci si ammala di qualche altra malattia proprio in questo periodo? Questo lo dico perché è capitato a me di avere una emergenza sanitaria proprio nei giorni in cui si decideva la chiusura di tutto, e ho dovuto penare enormemente e spendere notevoli somme di denaro per avere un po’ di assistenza da un medico che sono riuscito a trovare privatamente. Purtroppo, il problema che avevo doveva essere gestito da un medico, in quanto implicava una cura a base di medicinali che non mi potevo auto prescrivere. 

Io credo questa è un’occasione per riflettere sulla tenuta del nostro servizio sanitario, ma è anche un’occasione per la Chiesa cattolica per riflettere sulla propria vocazione “sanitaria“. Non che la Chiesa sia una ONG, ma attraverso il servizio a coloro che soffrono, tutti coloro che soffrono quale che sia la loro provenienza geografica, essa ha sempre mostrato il volto misericordioso di Gesù. Oggi tante strutture sanitarie ecclesiastiche sono in gravissimi guai finanziari, anche per la cattiva gestione economica in seno alle congregazioni stesse. Poi, molti ospedali cattolici, sono cattolici soltanto di nome ma non di fatto, in quanto in essi si svolgono a volte pratiche o vengono dati consigli medici che apertamente oppongono la morale cattolica. Insomma, una sana riconsiderazione del proprio ruolo a servizio di coloro che soffrono potrebbe essere uno dei frutti più significativi di questo periodo così grave che stiamo vivendo.

sabato 29 febbraio 2020

Federico Borromeo e l’epidemia di peste nel nord Italia

Purtroppo, sappiamo come virus e batteri, sono sempre intorno a noi, sono delle compagnie non gradevoli ma con cui conviviamo praticamente quotidianamente. Alcuni di questi sono certamente innoqui, mentre altri ci fanno molto spaventare e molto riflettere. Prendiamo ad esempio l’ultima epidemia, quella che stiamo vivendo adesso, quella dovuta al famoso covid-19, chiamato più fare familiarmente come “coronavirus“. Il modo in cui questa epidemia è stata affrontata, specie dalla stampa, la fa sembrare quasi un ritorno della peste che uccise più di 1 milione di persone nella Milano del XVII secolo, quella peste che è stata raccontata magistralmente da Alessandro Manzoni ne “I promessi sposi“. In questo romanzo, sono presenti molti temi, come quello dell’amore, della provvidenza, della brama di possesso, ma certamente anche il tema legato alla descrizione di circostanze storiche, come quella dell’epidemia della peste, è un elemento importante che ha decretato a questo romanzo il successo che tuttora detiene. In effetti, proprio la stampa ci ha informato che la gente è tornata a leggere molto questo romanzo in questi giorni, insieme a “La peste”, di Albert Camus.
Naturalmente, questa circostanza straordinaria, a portato a galla anche le tensioni che esistono nell’ambito ecclesiale, non poche polemiche ci sono state per la gestione di questa emergenza da parte di alcune diocesi, come il discorso della sospensione o meno delle Messe e la sua opportunità. Certo sono temi delicati, che hanno molte sfaccettature che è difficile affrontare in poche righe. Allora, proprio riprendendo dal romanzo di Manzoni, mi piace qui portare in primo piano la figura del vescovo Federico Borromeo e la descrizione che ne fa il romanzo proprio quando affronta il tema della peste. Federico, come lo chiama il romanziere, diede esempio di grandi doti pratiche e spirituali: “Trovo che il cardinal Federigo, appena si riseppero i primi casi di mal contagioso, prescrisse, con lettera pastorale a’ parrochi, tra le altre cose, che ammonissero più e più volte i popoli dell’importanza e dell’obbligo stretto di rivelare ogni simile accidente, e di consegnar le robe infette o sospette: e anche questa può essere contata tra le sue lodevoli singolarità.”.  Poi, parla di una richiesta fatta al Borromeo: “Insieme con quella risoluzione, i decurioni ne avevan presa un’altra: di chiedere al cardinale arcivescovo, che si facesse una processione solenne, portando per la città il corpo di san Carlo. Il buon prelato rifiutò, per molte ragioni. Gli dispiaceva quella fiducia in un mezzo arbitrario, e temeva che, se l’effetto non avesse corrisposto, come pure temeva, la fiducia si cambiasse in iscandolo. Temeva di più, che, se pur c’era di questi untori, la processione fosse un’occasion troppo comoda al delitto: se non ce n’era, il radunarsi tanta gente non poteva che spander sempre più il contagio: pericolo ben più reale2. Chè il sospetto sopito dell’unzioni s’era intanto ridestato, più generale e più furioso di prima”. Insomma, anche il buon vescovo doveva far conto con le contingenze pratiche, e non aumentare il pericolo che il contagio potesse diffondersi. Eppure non potè molto nel frenare la psicosi, che al tempo era probabilmente ben giustificata: “Nè tali cose accadevan soltanto in città: la frenesia s’era propagata come il contagio. Il viandante che fosse incontrato da de’ contadini, fuor della strada maestra, o che in quella si dondolasse a guardar in qua e in là, o si buttasse giù per riposarsi; lo sconosciuto a cui si trovasse qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel vestito, erano untori: al primo avviso di chi si fosse, al grido d’un ragazzo, si sonava a martello, s’accorreva; gl’infelici eran tempestati di pietre, o, presi, venivan menati, a furia di popolo, in prigione. Così il Ripamonti medesimo. E la prigione, fino a un certo tempo, era un porto di salvamento“. Così i decurioni tornarono all’assalto: “Ma i decurioni, non disanimati dal rifiuto del savio prelato, andavan replicando le loro istanze, che il voto pubblico secondava rumorosamente. Federigo resistette ancor qualche tempo, cercò di convincerli; questo è quello che potè il senno d’un uomo, contro la forza de’ tempi, e l’insistenza di molti. In quello stato d’opinioni, con l’idea del pericolo, confusa com’era allora, contrastata, ben lontana dall’evidenza che ci si trova ora, non è difficile a capire come le sue buone ragioni potessero, anche nella sua mente, esser soggiogate dalle cattive degli altri. Se poi, nel ceder che fece, avesse o non avesse parte un po’ di debolezza della volontà, sono misteri del cuore umano. Certo, se in alcun caso par che si possa dare in tutto l’errore all’intelletto, e scusarne la coscienza, è quando si tratti di que’ pochi (e questo fu ben del numero), nella vita intera de’ quali apparisca un ubbidir risoluto alla coscienza, senza riguardo a interessi temporali di nessun genere. Al replicar dell’istanze, cedette egli dunque, acconsentì che si facesse la processione, acconsentì di più al desiderio, alla premura generale, che la cassa dov’eran rinchiuse le reliquie di san Carlo, rimanesse dopo esposta, per otto giorni, sull’altar maggiore del duomo. Non trovo che il tribunale della sanità, nè altri, facessero rimostranza nè opposizione di sorte alcuna. Soltanto, il tribunale suddetto ordinò alcune precauzioni che, senza riparare al pericolo, ne indicavano il timore. Prescrisse più strette regole per l’entrata delle persone in città; e, per assicurarne l’esecuzione, fece star chiuse le porte: come pure, affine d’escludere, per quanto fosse possibile, dalla radunanza gli infetti e i sospetti, fece inchiodar gli usci delle case sequestrate: le quali, per quanto può valere, in un fatto di questa sorte, la semplice affermazione d’uno scrittore, e d’uno scrittore di quel tempo, eran circa cinquecento”. Insomma, il vescovo dovette cedere alle insistenze del suo gregge perché si facesse questa professione, per impetrare tramite l’intercessione di San Carlo, la cessazione della peste.
Ed ecco la descrizione della processione: “Tre giorni furono spesi in preparativi: l’undici di giugno, ch’era il giorno stabilito, la processione uscì, sull’alba, dal duomo. Andava dinanzi una lunga schiera di popolo, donne la più parte, coperte il volto d’ampi zendali, molte scalze, e vestite di sacco. Venivan poi l’arti, precedute da’ loro gonfaloni, le confraternite, in abiti vari di forme e di colori; poi le fraterie, poi il clero secolare, ognuno con l’insegne del grado, e con una candela o un torcetto in mano. Nel mezzo, tra il chiarore di più fitti lumi, tra un rumor più alto di canti, sotto un ricco baldacchino, s’avanzava la cassa, portata da quattro canonici, parati in gran pompa, che si cambiavano ogni tanto. Dai cristalli traspariva il venerato cadavere, vestito di splendidi abiti pontificali, e mitrato il teschio; e nelle forme mutilate e scomposte, si poteva ancora distinguere qualche vestigio dell’antico sembiante, quale lo rappresentano l’immagini, quale alcuni si ricordavan d’averlo visto e onorato in vita. Dietro la spoglia del morto pastore (dice il Ripamonti, da cui principalmente prendiamo questa descrizione), e vicino a lui, come di meriti e di sangue e di dignità, così ora anche di persona, veniva l’arcivescovo Federigo. Seguiva l’altra parte del clero; poi i magistrati, con gli abiti di maggior cerimonia; poi i nobili, quali vestiti sfarzosamente, come a dimostrazione solenne di del clero; poi i magistrati, con gli abiti di maggior cerimonia; poi i nobili, quali vestiti sfarzosamente, come a dimostrazione solenne di culto, quali, in segno di penitenza, abbrunati, o scalzi e incappati, con la buffa sul viso; tutti con torcetti. Finalmente una coda d’altro popolo misto. Tutta la strada era parata a festa; i ricchi avevan cavate fuori le suppellettili più preziose; le facciate delle case povere erano state ornate da de’ vicini benestanti, o a pubbliche spese; dove in luogo di parati, dove sopra i parati, c’eran de’ rami fronzuti; da ogni parte pendevano quadri, iscrizioni, imprese; su’ davanzali delle finestre stavano in mostra vasi, anticaglie, rarità diverse; per tutto lumi. A molte di quelle finestre, infermi sequestrati guardavan la processione, e l’accompagnavano con le loro preci. L’altre strade, mute, deserte; se non che alcuni, pur dalle finestre, tendevan l’orecchio al ronzìo vagabondo; altri, e tra questi si videro fin delle monache, eran saliti sui tetti, se di lì potessero veder da lontano quella cassa, il corteggio, qualche cosa. La processione passò per tutti i quartieri della città: a ognuno di que’ crocicchi, o piazzette, dove le strade principali sboccan ne’ borghi, e che allora serbavano l’antico nome di carrobi, ora rimasto a uno solo, si faceva una fermata, posando la cassa accanto alla croce che in ognuno era stata eretta da san Carlo, nella peste antecedente, e delle quali alcune sono tuttavia in piedi: di maniera che si tornò in duomo un pezzo dopo il mezzogiorno. Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima. Ma, oh forze mirabili e dolorose d’un pregiudizio generale! non già al trovarsi insieme tante persone, e per tanto tempo, non all’infinita moltiplicazione de’ contatti fortuiti, attribuivano i più quell’effetto; l’attribuivano alla facilità che gli untori ci avessero trovata d’eseguire in grande il loro empio disegno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col loro unguento quanti più avevan potuto. Ma siccome questo non pareva un mezzo bastante, nè appropriato a una mortalità così vasta, e così diffusa in ogni classe di persone; siccome, a quel che pare, non era stato possibile all’occhio così attento, e pur così travedente, del sospetto, di scorgere untumi, macchie di nessuna sorte, su’ muri, nè altrove; così si ricorse, per la spiegazion del fatto, a quell’altro ritrovato, già vecchio, e ricevuto allora nella scienza comune d’Europa, delle polveri venefiche e malefiche; si disse che polveri tali, sparse lungo la strada, e specialmente ai luoghi delle fermate, si fossero attaccate agli strascichi de’ vestiti, e tanto più ai piedi, che in gran numero erano quel giorno andati in giro scalzi. “Vide pertanto,” dice uno scrittore contemporaneo, “l’istesso giorno della processione, la pietà cozzar con l’empietà, la perfidia con la sincerità, la perdita con l’acquisto.” Ed era in vece il povero senno umano che cozzava co’ fantasmi creati da sè”. 

Insomma, la lunga descrizione che ho riportato del Manzoni, descrizione comunque estremamente godibile dal punto di vista letterario, ci offre un quadro di come religiosità, superstizione, psicosi, speranze, paure, spesso si mischino e formino un groviglio che è veramente difficile dipanare. Aveva ragione il vescovo Federico non voler fare la processione? Aveva ragione il popolo ad insistere per la stessa?  Certamente Borromeo fu comunque di grande esempio: “Federigo dava a tutti, com’era da aspettarsi da lui, incitamento ed esempio. Mortagli intorno quasi tutta la famiglia arcivescovile, e facendogli istanza parenti, alti magistrati, principi circonvicini, che s’allontanasse dal pericolo, ritirandosi in qualche villa, rigettò un tal consiglio, e resistette all’istanze, con quell’animo, con cui scriveva ai parrochi: “siate disposti ad abbandonar questa vita mortale, piuttosto che questa famiglia, questa figliolanza nostra: andate con amore incontro alla peste, come a un premio, come a una vita, quando ci sia da guadagnare un’anima a Cristo.” Non trascurò quelle cautele che non gl'impedissero di fare il suo dovere (sulla qual cosa diede anche istruzioni e regole al clero); e insieme non curò il pericolo, nè parve che se n’avvedesse, quando, per far del bene, bisognava passar per quello. Senza parlare degli ecclesiastici, coi quali era sempre per lodare e regolare il loro zelo, per eccitare chiunque di loro andasse freddo nel lavoro, per mandarli ai posti dove altri eran morti, volle che fosse aperto l’adito a chiunque avesse bisogno di lui. Visitava i lazzeretti, per dar consolazione agl’infermi, e per animare i serventi; scorreva la città, portando soccorsi ai poveri sequestrati nelle case, fermandosi agli usci, sotto le finestre, ad ascoltare i loro lamenti, a dare in cambio parole di consolazione e di coraggio. Si cacciò in somma e visse nel mezzo della pestilenza, maravigliato anche lui alla fine, d’esserne uscito illeso”. Una descrizione certo di altri tempi, ma una descrizione che ci mostra anche alcune dinamiche psicologiche, che non è difficile vedere in atto anche ai giorni nostri.

mercoledì 26 febbraio 2020

Il vescovo di Saluzzo e la mortificazione come mistica della croce

Entrando nel tempo di Quaresima, siamo portati a riflettere sulle nostre tante mancanze e sulle prove che stiamo vivendo in questo tempo storico, come quella dell’incipiente epidemia dovuta al covid-19. Per questo motivo, per non affogare nella quotidianità, mi volgo al 1859, alla lettera pastorale per la Quaresima dell’allora vescovo di Saluzzo, Giovanni Antonio Gianotti (1764-1863). Nel sito della diocesi di Saluzzo troviamo queste note biografiche sul presule: “Ricevette l’ordinazione episcopale il 26 maggio 1833 dall’arcivescovo di Torino mons. Franzoni, assistito dai conconsacranti: il vescovo di Ivrea mons. Chiaravalle e di Susa mons. Cirie Per il suo zelo e la sua dottrina fu preposto alla Regia Università di Sassari, e ancor più diede prova di generosa dedizione agli ammalati e diseredati durante il colera del 1835. Per motivi di salute mons. Gianotti, nel 1836, dovette rinunciare alla diocesi di Sassari, dove spese il meglio di se stesso. Rientrato nella città natale, poté ristabilirsi. Nuovamente su proposta del Re, il Papa, il 19 giugno 1837 lo nominò vescovo di Saluzzo, dove fece il suo ingresso il 6 agosto 1837. Un vasto campo di apostolato si apriva a mons. Gianotti che tanta esperienza aveva acquisito negli anni precedenti. La diocesi di Saluzzo lo accolse con esultanza, desiderosa di seguire i suoi indirizzi pastorali. Il 28 maggio 1840 indisse la prima visita pastorale con un programma ben definito. Il 9 giugno dello stesso anno, indirizzò ai cittadini saluzzesi un particolare invito a sostenere la scuola cattolica, per la quale invitava: “i Fratelli delle scuole della dottrina cristiana” ad aprire, con il contributo dei cittadini, una scuola d’ispirazione cristiana, così motivandola: “per l’educazione della gioventù povera dall’età di trenta mesi ai quattordici o quindici anni”. Diffuse e promosse la conoscenza delle iniziative civili, come la applicazione del sistema metrico decimale, le scuole serali e domenicali. Nel 1848 sostenne apertamente la costituzione albertina e fu tenace assertore della validità del metodo elettorale, invitando i fedeli ad andare a votare, perché venissero eletti alle cariche pubbliche uomini capaci e onesti. Il 3 novembre del 1841, inaugurò solennemente l’anno scolastico, aperto sei mesi prima dai: “Fratelli delle Scuole Cristiane”. Nel frattempo i missionari di San Vincenzo avevano fatto richiesta al vescovo di stabilirsi nel territorio della parrocchia di Scarnafigi. Mons. Gianotti, in data 20 maggio 1843, scriveva ai sacerdoti della missione di San Vincenzo de’ Paoli: “… Non solamente acconsentiamo colla più viva soddisfazione dell’animo nostro che la congregazione dei Sacerdoti della Missione venga a stabilirsi nella parrocchia di Scarnafigi, ma n’affrettiamo coi più fervidi voti il momento avventurato, pronti ad abbracciare i pii e zelanti sacerdoti della medesima quali più cari e abili cooperatori del nostro ministero, nella cultura del clero e nella santificazione dell’anima…”. L’anno seguente, il 19 marzo, benedisse solennemente la prima pietra della chiesa, che fu terminata nel 1847 insieme alla grande casa dove i sacerdoti vi si stabilirono nello stesso anno. Il vescovo credette opportuno di avvalersi di questo complesso anche per il clero della diocesi e per gli aspiranti al sacerdozio. Pertanto pregò i sacerdoti della Missione di aprire una scuola di teologia morale per i neo-sacerdoti”. Insomma, un vescovo molto attivo per il suo gregge.
Nella sua lettera pastorale per la Quaresima del 1859 ci dice: “Non vi spaventate al nome di mortificazione; ché io non intendo  già, che vi armiate la destra di flagelli, o di ciliziii lembi, ma di  parlarvene con quella prudente discrezione, la quale, mentre nulla  toglie alla severità della legge, è pur conforme alla soavità del giogo di Cristo.  Convien pur dirlo, che alla sola sapienza celeste ed alla grazia di Gesù Cristo è dato di vedere bello, e sentir buono ciò che naturalmente fa orrore ai sensi, e tale si è della mortificazione evangelica. L‘uomo animale e terrestre non ne può comprendere la bellezza, né gustarne la soavità: eppure pell’uomo cristiano, e spirituale è la sorgente d’ogni bene, poiché all’impero della ragione  illuminata dalla fede ella assoggetta tutte le disordinate inclinazioni  della corretta natura, ed è per questo che dai Ss. Padri viene appellata freno delle passioni, odio di noi stessi, mistica croce, morte  volontaria. É il freno delle passioni perché ne trattiene l’impeto, ed il furore: è un odio di noi stessi perché esercita una severa giustizia sopra di noi peccatori: è una mistica croce, perché su d’essa dobbiamo appendere la nostra carne colle sue concupiscenze, e coi Vizii, che fomentano la sua ribellione alle leggi dello spirito: è finalmente una morte volontaria, perché fa morire in noi gli sregolati desiderii, che si oppongono al voler santo d’Iddio”. Mortificazione… Come questa parola ci sembra oggi così lontana dal nostro panorama spirituale e culturale. Sembra che essa non corrisponda alle dignità dell’uomo moderno, un uomo che ha solo diritti ma non doveri. Ecco che questa lettera pastorale che ci giunge da secoli scorsi, ci fa capire che invece proprio nella capacità di mortificare la propria carne è il segreto della vittoria finale. Ci dice il vescovo che la mortificazione è come una mistica croce, dove noi mettiamo la nostra carne in modo da meritargli la ricompensa tanto desiderata. All’inizio, esso ci dice che naturalmente noi non dobbiamo desiderare la mortificazione come se essa fosse un piacere, come qualcosa di cui rallegrarsi, ma come qualcosa di necessario per raffrenare le nostre passioni e i nostri vizi. Come siamo immersi nel nostre passioni nei nostri vizi? Certamente, parlando per me stesso, non posso che constatare la mia totale indegnità di Cristiano. Il vescovo prosegue: “La sola mortificazione può smorzare questo fuoco,  e indebolire l’indomita concupiscenza, privandola del pascolo di  quei piaceri, che appetisce, e macerando la carne, in cui ha sede,  vita e forza”. Queste parole oggi sembrano fuori tempo, non più adeguate per l’uomo moderno. In realtà, pure se naturalmente esse corrispondono a una spiritualità di secoli passati, possono ancora dirci tanto oggi. In effetti, sappiamo benissimo che spesso il peccato è come un fuoco, come qualcosa che ci brucia perché noi, invece di spegnerlo, continuiamo ad alimentarlo.

Ma per ottenere frutti dalla mortificazione, ci avverte il vescovo, non basta il pentimento interiore: “Che se con quelle parole Iddio vuole il cuore intendeste, che da  voi esige soltanto l’interna mortificazione e non l’esterna, togliete, io vi dirò, la corteccia ad un albero, e state certi, che ne dissaccherà ben presto il midollo; in simil guisa togliete al cristiano la esterna mortificazione del corpo, e vedrete che perderà ben presto l’interiore del cuore, giacché l’esterna non solo conserva l’interno,  ma la produce”. Che grande saggezza nelle parole del vescovo. Gli atti esterni di mortificazione, ci aiutano a ricomporre anche l’interno squilibrio del nostro animo, in preda a passioni, vizi, turpitudini. Io diffido moltissimo quei cattolici che pretendono di essere “buone persone“. Per me, il punto di partenza per la vera conversione, è ammettere la propria indegnità, il proprio essere peccatore. Tempo fa, quando fu chiesto a papa Francesco di definirsi, egli disse: “sono un peccatore“. Ecco, mi è piaciuto molto questa risposta, perché penso sia profondamente vera. Certo la grazia di Dio sempre ci attende come acqua zampillante, ma non può bere chi non sa di aver sete.

lunedì 24 febbraio 2020

La Messa non ha bisogno di pubblico

È inevitabile che in questi giorni si parli tantissimo dell’epidemia di coronavirus, che oramai sta dilagando anche in Italia. Naturalmente questa epidemia fa preoccupare tantissimo le persone, che si trovano di fronte a qualcosa che non possono vedere. Quindi, questo problema, non tocca soltanto l’aspetto sanitario, ma anche sociale, antropologico, psicologico, culturale e naturalmente religioso. Certamente, perché nelle regioni più colpite, si pone il problema di evitare assembramenti di persone persone per per prevenire il propagare del virus. Per questo, vengono cancellati eventi culturali, sportive, sociali, e anche in alcune regioni quelli religiosi, come per esempio la celebrazione della Messa. 
Il portavoce dell’arcivescovo di Milano, don Walter Magni, così comunica le decisioni dell’arcivescovo Mario Delpini, visto che la sua diocesi è tra le più colpite: “L’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, in ragione dell’ordinanza emanata dal presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, di concerto con il ministro della Salute, Roberto Speranza, dispone la sospensione delle Celebrazioni eucaristiche con concorso di popolo a partire dall’orario vespertino di domenica 23 febbraio e fino a data da definire a seguito dell’evolversi della situazione. Nella giornata di domani, lunedì 24 febbraio, verranno fornite ulteriori indicazioni in merito alle celebrazioni rituali”. L’arcivescovo stesso lascia questa preghiera nel sito della diocesi: “Invoco la benedizione di Dio per tutti: la benedizione di Dio non è una assicurazione sulla vita, non è una parola magica che mette al riparo dai problemi e dai pericoli. La benedizione di Dio è una dichiarazione di alleanza: Dio è alleato del bene, è alleato di chi fa il bene. Invoco la benedizione di Dio sugli uomini di scienza e sui ricercatori. La gente comune non sa molto di quello che succede, dei pericoli e dei rimedi di fronte al contagio. Il Signore è alleato degli uomini di scienza che cercano il rimedio per sconfiggere il virus e il contagio. In momenti come questi si deve confermare un giusto apprezzamento per i ricercatori e per gli uomini e le donne che si dedicano alla ricerca dei rimedi e alla cura dei malati. Si può essere indotti a decretare il fallimento della scienza e a suggerire il ricorso ad arti magiche e a fantasiosi talismani. La scienza non ha fallito: è limitata. Siano benedetti coloro che continuano a cercare con il desiderio di trovare rimedi, piuttosto che di ricavarne profitti. Certo si può anche imparare la lezione che sarebbe più saggio dedicarsi alla cura dei poveri e delle condizioni di vita dei poveri, piuttosto che a curare solo le malattie dei ricchi e di coloro che possono pagare. Che siano benedetti gli scienziati, i ricercatori e coloro che si dedicano alla cura dei malati e alla prevenzione delle malattie”. A parte la stilettata “pauperistica”, tutti ci auguriamo che gli scienzati possano trovare il rimedio a questa difficile situazione.
Costanza Miriano, così commentava con un post su Facebook domenica 23 febbraio: ““Sine Dominica non possumus”. Senza la celebrazione dell’eucaristia non possiamo vivere, dissero i Martiri di Abitina facendosi uccidere piuttosto che rinunciare alla celebrazione dell’eucaristia.  Credo che la sospensione delle messe in Lombardia sia una grave decisione, sono sicura che sia stata presa per rispettare norme sanitarie, ma io personalmente credo che ci tenga in vita - anche fisicamente - più il corpo di Cristo che qualsiasi altra cura. ps. Probabilmente le chiese per le messe feriali sono i luoghi meno affollati che frequento. Quindi, anche in seguito ai commenti, puntualizzo che fino a che rimangono aperti la metro, i bar, i supermercati e tutti i luoghi di lavoro in Lombardia, non ha senso vietare le messe, che dovrebbero essere l'ultima cosa da proibire, essendo il paragone con la peste manzoniana, al momento, per fortuna davvero sproporzionato. Infine, per caso ho parlato con un medico di Pronto Soccorso, tra l'altro di une delle regioni a rischio, il quale mi ha confermato che la decisione di sospendere le messe in un'intera regione è a suo avviso emotiva e quanto meno opinabile secondo la scienza. Questo da un punto di vista medico. Del punto di vista di fede ho già detto”. 
Don Gabriele Bernardelli, parroco di Castiglione d’Adda, uno dei paesi colpiti, ha mandato questo messaggio ai suoi fedeli (ripreso da Andrea Zambrano per La Nuova Bussola Quotidiana): “Cari fratelli e sorelle, nessuno di noi, forse, avrebbe mai pensato di trovarsi nella situazione nella quale, invece, siamo venuti a trovarci. Il nostro animo è frastornato, l’emergenza sembrava così lontana. Invece è qui, in casa nostra. Anche questo fatto ci porta a considerare come nel mondo siamo ormai un’unica grande famiglia. Ora ci dobbiamo attenere alle indicazioni che le autorità preposte hanno stabilito, tra cui la cessazione della celebrazione della Santa Messa. E’ facile, in questa situazione, lasciarsi andare spiritualmente, diventando apatici nei confronti della preghiera, ritenuta inutile. Vi invito, invece, cari fratelli e sorelle, ad incrementare la preghiera, che sempre apre le situazioni a Dio. Ci rendiamo conto in congiunture come la presente, della nostra impotenza, perciò gridiamo a Dio la nostra sorpresa, la nostra sofferenza, il nostro timore.  Mi è venuto in mente, ieri, il brano che si legge il mercoledì delle Ceneri, tratto dal profeta Gioele, laddove si dice: “Tra il vestibolo e l’altare, piangano i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano: “Perdona, Signore, al tuo popolo”. Non ho vergogna a dirvi che ieri, dinanzi al tabernacolo e alla statua dell’Assunta, anch’io ho pianto. E vi chiedo di innalzare con me al Signore il grido della nostra preghiera. Pregare significa già sperare. Vi ricordo tutti nell’Eucaristia quotidiana e con me don Manuel, don Gino e don Abele. Quando sentirete suonare le campane della Messa, unitevi al sacerdote che offrirà il Sacrificio del Signore per tutti. Domani mattina, dopo la Messa che celebrerò alle 11.00, uscirò sul sagrato della parrocchiale benedicendo col Santissimo Sacramento tutta la parrocchia e tutto il paese. Ricordiamo soprattutto quanti sono stati contagiati dal virus e i loro familiari, affinché non si scoraggino, ma anche tutti gli operatori sanitari che si stanno spendendo per far fronte al contagio. Stiamo uniti nella preghiera. Il vostro parroco, don Gabriele”. Ecco, io ritengo che questa sia una posizione più equilibrata. Da un punto di vista di prudenza, io penso non sia del tutto errato evitare che ci siano assembramenti di persone quando non siamo ancora neanche sicuri di come questo virus si è introdotto nel nostro paese in modo così dirompente. Quindi, si può capire che ci siano delle misure di prudenza che poi sono quelle che sono state prese anche a Macao e a Hong Kong. Ma in questi posti, la celebrazione della Messa è stata garantita comunque attraverso i mezzi di comunicazione di massa. La Messa poi è efficace in se stessa, non richiede un pubblico. Questo è stato uno dei grandi errori dei decenni postconciliari, pensare che la Messa fosse valida se ci fosse stato qualcuno che assisteva, altrimenti non valeva la pena celebrarla. In realtà non è affatto così, la Messa ha un valore proprio a prescindere da chi è presente nel momento della celebrazione. Essa è efficace in quanto viene celebrata, non in quanto c’è qualcuno ad assistere.

Padre Enrico Zoffoli, che tante pagine dedicò proprio alla Messa, nel suo Perché la Messa diceva: “Altro evidente errore in cui si è tentato di far cadere gl’ignari è stato quello di credere che la “presenza reale” cessi al termine dell’”assemblea del popolo di Dio”. Il Signore - si argomenta - disse: “Prendete e mangiate...”, non: “conservate...”; per cui Egli resta “cibo” soltanto finché si celebra il convito e tutti sono raccolti intorno alla comune mensa. Ripetuti e recenti richiami del Magistero hanno troncato la questione, illuminando i fedeli nel senso della grande Tradizione. C’è solo da rilevare che l’invito di Gesù a “mangiare“ non esclude affatto l’antichissimo costume della Chiesa di “conservare“, per “mangiare“ anche quando non si celebra… È arbitrario supporre che, cessato il rito, si annulli quanto durante il medesimo si è ottenuto e resta indiscutibilmente valido e provvidenziale come il più desiderabile dei doni. In realtà, molti di quei che sostengono una fandonia del genere non credono nella transustanziazione, negano la realtà del Sacrificio eucaristico, riducono il rito alla “cena o riunione del popolo di Dio”… Troppo logico che il Signore - presente solo in senso mistico tra i fedeli convenuti - non lo sia più dal momento che i medesimi sciolgono l’adunanza per tornarsene a casa. Questa - almeno logicamente - dovrebbe essere la convinzione anche di quei che negano alla Messa ogni valore, se celebrata dal sacerdote senza alcuna partecipazione del popolo, quasi che il sacerdote, da solo, non bastasse a rappresentare il Cristo, unico mediatore tra noi e Dio”. Penso di non dover aggiungere molto alla chiarezza di Padre Zoffoli. Quello che resta da dire, è che la messa non ha bisogno di un pubblico, non funziona di più se ci sono 1 milione di persone piuttosto che una. Quello che vogliamo sperare è che in questo momento si celebrino ancora più Messe, perché il tempo richiama ad una penitenza e preghiera ancora più accorata. Se si devono evitare situazioni che possono essere pericolose per coloro che vi partecipano, non si privi il popolo di Dio dello strumento soprannnaturale più efficace per chiedere a Dio la sua misericordiosa intecessione.

domenica 23 febbraio 2020

L’anno liturgico e il carnevale in tempo di prova

Sappiamo bene come l’anno liturgico ha una sua pedagogia. Attraverso i vari momenti che scandiscono l’anno liturgico noi siamo accompagnati a meditare i misteri della nostra fede, a partecipare alla storia della salvezza. Ovviamente, l’anno liturgico con la sua fissità si interseca anche con gli avvenimenti mutevoli della storia. In questo momento, tutto il mondo ha la preoccupazione per l’epidemia causata dal coronavirus. Proprio in questi giorni, in Italia quest’epidemia è deflagrata. Siamo in tempo di carnevale, ma siamo anche molto vicini all’inizio della Quaresima. Certamente la preoccupazione per un fenomeno misterioso come quello della diffusione di virus, rende il carnevale molto più amaro, per coloro che approfittano di questo tempo per dare sfogo alla propria voglia di divertimento. Quindi, sarà bene meditare su questo momento dell’anno liturgico e su questo momento storico.
Dom Prosper Guéranger, nel suo Anno liturgico, parlando della domenica di Quinquagesima, che precede il mercoledì delle ceneri, diceva: “Se dunque siamo figli di Abramo, in questo tempo di Settuagesima dobbiamo considerarci dei viaggiatori sulla terra, desiderosi di vivere, nello spirito, in quell'unica nostra patria donde fummo esiliati, ma alla quale ci avvicineremo ogni giorno più, se, come Abramo, saremo fedeli a guadagnare le diverse tappe che il Signore c'indicherà. Egli vuole che usiamo di questo mondo come se non ne usassimo (1 Cor. 7, 31), perché non è quaggiù la nostra dimora permanente (Ebr. 13, 14); e dimenticare che la morte ci separerà da tutte le cose che passano, sarebbe la nostra più grande sventura. Come sono lontani dall'essere veri figli di Abramo quei cristiani, che oggi e nei due prossimi giorni, s'abbandonano all'intemperanza e ai divertimenti peccaminosi, col pretesto che sta per cominciare la santa Quaresima. L'ingenuità dei costumi dei nostri primi padri poteva più facilmente conciliare la gravità cristiana con gli addii ad una vita più dolce che la Quaresima stava per interrompere, alla stessa maniera che la gioia dei loro pasti testimoniava, nella solennità della Pasqua, la stretta osservanza delle prescrizioni della Chiesa. È sempre possibile conciliare le due cose. Ma spesso avviene che l'idea cristiana dell'austerità si imbatte con le seduzioni della natura corrotta, e così la prima intenzione d'una semplice familiare allegria finisce per svanire in un lontano ricordo”. Un certo rigorismo del dotto monaco benedettino, non deve ingannarci; è vero che pur nel divertimento, dobbiamo cercare di non abbandonare una certa misura. La Chiesa, nella sua grande saggezza, ha sempre compatito certe debolezze umane quando esse rimangono nell’alveo di ciò che è controllabile. Quando esse vanno fuori misura, divengono pericolose sia per chi le compie che per la società stessa. Ecco perché, anche nel campo della sessualità, la Chiesa ha sempre condannato certi comportamenti al di fuori dei suoi insegnamenti, ma alcuni li ha bonariamente tollerati (non giustificati, però) proprio perché ha sempre capito che per la natura corrotta dell’uomo è molto difficile evitarli. I peccati secondo natura, rimangono sempre peccati, ma hanno un ordine di gravità diverso rispetto ai peccati contro natura.
Quindi, il carnevale può essere anche un momento di rilassamento prima dei rigori e delle penitenze della Quaresima, per chi ancora le osserva. Ma certamente, non deve essere un tempo di sfogo selvaggio, di violenza gratuita, di immoralità dilagante. Stranamente, un momento difficile come quello causato dalla paura di un’epidemia, ci richiama alla fragilità della nostra vita, alla volatilità della nostra esistenza.
Un articolo di Salvador Aragonés su aleteia.org ci richiama al senso del carnevale per un cristiano: “Essendo una festa pagana, alcuni si chiedono se sia un bene o un male per un cristiano partecipare al Carnevale. In teoria non c'è niente di male a partecipare al Carnevale, anche se tutto dipende dal tono e dai contenuti della festa. Per ogni cristiano non è bene mangiare troppo, ubriacarsi o assumere droghe, perché danneggiano la salute del corpo e vanno quindi contro il quinto comandamento, che obbliga a prendersi cura del proprio corpo senza esporlo a lesioni come quelle provocate dall'abuso di alcool, droghe o mangiate. Ciò non vuol dire che non si debba partecipare alle feste, ma che in esse il cristiano deve dimostrare la propria sobrietà e la propria temperanza. Divertirsi è sempre gradito a Dio, ma non è pulito e sano il divertimento che danneggia il proprio corpo con degli eccessi”. E, aggiungo, non è certamente bene per il proprio spirito.

In un tempo di prova come questo, in tempo di tensione sociale dovuto appunto alle paure per una epidemia che si sta allargando, come quella del coronavirus, concedere un certo divertimento, per quello che è possibile in una condizione sanitaria del genere, è certamente un bene. Ma, non dobbiamo mai dimenticare qual è lo scopo ultimo della nostra esistenza. Certamente oggi la presenza di Dio è molto meno sentita nella nostra società, quindi hanno molto meno senso per molti i digiuni, le astinenze, le ceneri, le mortificazioni. Eppure, momenti come questo, ci richiamano alle cose essenziali, alle cose che spesso siamo portati a ricordare quanto purtroppo è troppo tardi.