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domenica 15 marzo 2020

Se ora avete più tempo a casa, ascoltate il canto gregoriano

Voglio dare un suggerimento a credenti e non credenti: ora che il coronavirus ci costringe alla quarantena e abbiamo più tempo in casa, ascoltate il canto gregoriano. Anche se non credete, vi farà bene, perché il canto gregoriano non è semplicemente musica, ma è una via spirituale a Dio. Io spero che i non credenti la percorrano tutta ma già iniziare sarà importante.
Un articolo di Pino Pignatta su fondazionegraziottin.org dice a proposito: “Lasciatela vagare nel vostro intimo come un’onda che s’infrange, muore e ritorna. Come una risacca musicale che vi accompagna senza sosta anche a occhi chiusi. Lasciate che sia un “mantra” capace di riempire il silenzio della mente. È una musica che non è triste né allegra, ma al tempo stesso può essere triste o allegra perché è “modale”, cioè prodotta da una concatenazione precisa di toni e semitoni (i più famosi sono il “maggiore” e il “minore”, ma ne esistono moltissimi altri) che conferiscono all’atmosfera generale un tono cupo, gioioso o malinconico. Non è una musica che ha in sé i germi di una guarigione, che nasce per essere lenitiva, come una solare sinfonia mozartiana, o una zampillante melodia di Schubert. Ma può essere benissimo tutto questo, un balsamo, un sollievo, perché è un colloquio intimo con Dio, una confessione a tu per tu, un trovarsi faccia a faccia. È una preghiera articolata in suoni. Un’orazione da cantare non in modo formale, ma con devozione: come diceva san Paolo, «con il cuore». Sotto l’apparente “fissità” della monodia (una musica a una o più voci nella quale abbiamo una sola melodia), in realtà si muove un universo spirituale interiore che ha qualcosa di magmatico. E che per la particolare articolazione delle voci, per il loro timbro, ci interroga e intanto ci lascia un oceano di pace interiore. Ecco la nostra nuova “provocazione”: il Canto gregoriano. Si fa per dire nuova, perché ci scaraventa, letteralmente, indietro di oltre 1.500 anni. Dopo la “trasgressione “ di Alban Berg, che con il suo violino per un “Angelo” ci ha spinto verso le asprezze dodecafoniche dell’atonalità, la scorsa puntata abbiamo fatto una pausa ristoratrice alle fonti cristalline della musica di Brahms, custode severo della forma, baluardo contro ogni dissoluzione dell’arte e argine a quegli esploratori di terre musicali che il gigante di Amburgo già vedeva muoversi intorno a sé, non senza qualche brivido “armonico” lungo la schiena. Ora immaginate di fare un salto ritroso nel tempo. Di essere immersi in un silenzio dove non ci sono ancora note codificate, un’epoca storica nella quale nessuna delle musiche – classiche o leggere, colte o popolari – alle quali siete abituati, fatte di strumenti che accompagnano le voci o di più musicisti che suonano insieme, era ancora stata “inventata”. Un’epoca senza sinfonie, senza orchestre, senza quartetti o quintetti, senza violini o clarinetti, senza canzoni. E ora provate a immaginare d’essere ospiti in un monastero di clausura intorno al IX secolo, cioè verso l’800 dopo Cristo. Bene: quella che vi proponiamo questa settimana nel documentario tratto da YouTube – un affascinante viaggio tra i monaci dell’Abbazia francese di Solesmes – è la sola musica, diciamo “ufficiale”, che avreste sentito vivendo allora. E il monastero, l’unico luogo in cui era possibile ascoltarla. Se pensate che la musica (intesa come la conosciamo noi da quando siamo nati) sia sempre esistita, vi domanderete perché. Semplice: dopo la caduta dell’impero romano, durante il 400 dopo Cristo, a poco a poco la Chiesa estende la propria influenza in tutta Europa; e per molto tempo – almeno cinque secoli, sino a quando compaiono in Francia i trovatori e i trovieri che diffondono i canti profani – la musica è soprattutto religiosa: è utilizzata esclusivamente per scopi liturgici, spirituali”. In effetti, la musica è nata come musica sacra e poi si è profanizzata. Ma all’inizio era un modo per parlare a Dio.
Enzo Crotti su musica-spirito.it ci parla del potere terapeutico del canto gregoriano: “Il canto accompagna da sempre la vita dell’uomo ed è utilizzato per molti importanti eventi della sua vita sociale, tra cui matrimoni e cerimonie religiose. Il Dott. Tomatis ha a lungo studiato l’importanza dell’ascolto e le funzioni dell’orecchio umano, evidenziando l’importanza terapeutica della musica. Tramite una delle sue esperienze, possiamo capire la grande utilità del canto per una comunità religiosa. Il canto gregoriano è un canto religioso tradizionalmente eseguito dalle comunità di monaci benedettini, ma dopo il Secondo Concilio Vaticano molti vescovi e abati sminuirono la sua importanza a favore di un canto più leggero e pop. In particolare Tomatis fu contattato da un monastero in cui l’abate aveva deciso che, le numerose ore dedicate alla pratica del canto gregoriano da parte dei monaci non erano necessarie. In breve tempo i monaci cominciarono a manifestare stanchezza e depressione a causa del rigoroso programma di lavoro e preghiera. Furono contattati medici che però non trovarono una soluzione, correlando i problemi alla dieta vegetariana dei monaci. Anche dopo aver variato la dieta i risultati non arrivarono, fino a quando non fu chiamato il Dott. Tomatis. Appena seppe che era stata interrotta la pratica del canto gregoriano, capì che questo poteva essere la causa del problema.  Senza il suo effetto terapeutico e rigenerativo, i monaci non avevano l’energia e la forza necessarie per sostenere la vita rigorosa che la comunità religiosa richiedeva. Una volta ristabilito il canto quotidiano, i problemi cessarono e il monastero tornò alla regolarità”. Vero o non vero, si può fare esperienza del fatto che il canto gregoriano ha veramente un potere rilassante, a parte il suo fondamentale scopo di essere preghiera.
Tempo fa ero in una comunità monastica e ho recitato un’ora liturgica con loro. Ad un certo punto hanno cantato l’inno in canto gregoriano, ed era così bello e spirituale che non potevo fare a meno di chiedermi: perché abbiamo perso tutto questo? Chi lo ha chiesto?

Ecco, ora che avete più tempo, andate su You Tube e date fondo alle centinaia di migliaia di video che vi troverete sul canto gregoriano. Non ve ne pentirete.

giovedì 27 febbraio 2020

Chiesa cattolica e civiltà musicale

Non molti riflettono sullo stretto legame che esiste fra la Chiesa cattolica e la nostra grande cultura occidentale. Dire “grande cultura occidentale”, non vuol dire disprezzare le culture degli altri paesi, anche molto lontani. No, solo chi sa apprezzare quello che ha può apprezzare anche quello che hanno gli altri. È una verità indiscutibile che la musica occidentale ha raggiunto livelli eccelsi grazie al patrocinio della Chiesa cattolica. La grande musica occidentale è nata grazie a generazioni di cantori, maestri di coro, organisti, compositori per la liturgia; dire questo, è soltanto dire una verità che è evidente a tutti. Certamente, è stato anche grande il contributo delle altre confessioni cristiane, pensiamo per esempio ai grandissimi compositori protestanti, primo fra tutti Johann Sebastian Bach. Ma ricordiamo che quest’ultimo, vertice assoluto della nostra cultura, fu anche molto influenzato da compositori provenienti dall’esperienze in ambito cattolico, come Giovanni Pierluigi da Palestrina e Antonio Vivaldi. Insomma, questo legame stretto che esiste fra la cultura occidentale e il cristianesimo in generale e più specificamente la Chiesa cattolica, oggi viene completamente dimenticato. Oggi, la Chiesa cattolica rincorre le mode, musicali e non. Sarebbe meglio non parlare dello stato della musica liturgica in tante cattedrali, non voglio neanche riferirmi alle parrocchie. C’è veramente da far pensare molto se si osserva a quale livello infimo siamo stati capaci di giungere. Questo stato di cose, naturalmente è stato coltivato anche da tanti mali concorrenti, come ho già spiegato nel mio libro “delle cinque piaghe del canto liturgico“. Una di queste piaghe, è il clericalismo. Anche papa Francesco ne parla molto, ma io sostengo che non può fare nulla contro questa piaga. Qual è il motivo? Prima di tutto, questa è una piaga endemica al sistema clericale. È inevitabile, essendo noi umani, che il sistema clericale adotti delle strategie per difendere la propria sopravvivenza. Questo è perfettamente comprensibile, e il risultato è appunto il clericalismo, che ha anche delle conseguenze nel campo della liturgia e della Musica Sacra. In Italia, queste conseguenze sono molto più forti, per via della ovvia vicinanza che noi abbiamo verso i centri di potere. Non che in passato, ai tempi del grande patrocinio della Chiesa verso la musica e le altre arti, non ci fosse il clericalismo. In quel caso però il livello culturale del clero in generale, specialmente dei vertici, consentiva che questo stretto controllo sulle cose ecclesiali portasse anche ad una promozione della grande cultura. Oggi, dobbiamo veramente riflettere su cosa rimane della civiltà cristiana, di cui la musica e le arti sono una parte è veramente importante.
Il pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira diceva: “È questa è la nostra finalità, il nostro grande ideale. Avanziamo verso la civiltà cattolica che potrà nascere dalle rovine del mondo moderno, come dalle rovine del mondo romano è nata la civiltà medioevale. Avanziamo verso la conquista di questo ideale, con il coraggio, la perseveranza, la decisione di affrontare e di vincere tutti gli ostacoli, con cui i crociati marciavano verso Gerusalemme”. Certamente è un bel pensiero, e ci piace pensare che uno scenario del genere sia presto possibile. Purtroppo, tutti i segnali vanno in senso contrario, vanno verso una dissoluzione non una ricomposizione. Forse, sarò anche pessimista. Ma a volte i pessimisti ci prendono, perché riescono ad intuire delle tendenze che avanzano inesorabili e che nessuno ha la capacità, o forse la voglia, di poter fermare.

venerdì 21 febbraio 2020

Canto e memoria

Oggi ho avuto il piacere di incontrare e pranzare con Marcel Peres, animatore dell’Ensemble Organum, specializzato nell’esecuzione di musica antica, incluso il canto gregoriano e il canto romano antico, in un modo diverso e più “etnomusicologico” rispetto alla tradizione solesmense. È stata una conversazione affascinante, che ha toccato molti temi, una conversazione che sicuramente mi darà il modo di approfondire alcuni argomenti musicologici che comunque già erano presenti nella mia mente, in quanto io seguo il lavoro di questo musicista da più di vent’anni. Uno dei temi che si è toccato è quello del rapporto con la memoria. Noi sappiamo che anticamente, non essendoci notazione musicale, quello che veniva eseguito, veniva eseguito seguendo la memoria. Quindi, questo concetto di esecuzione del canto gregoriano come se i cantori avessero di fronte uno spartito, nel senso moderno, è fuorviante.
Racconto sempre un episodio che è accaduto molti anni fa, mentre seguivo la Messa in una chiesa di campagna. Durante la messa, i fedeli avevano eseguito alcuni canti di quelli del dopo concilio, canti comuni nei repertori di molte parrocchie. Ma alla fine le donne, contadine, cantarono un O bella mia speranza, con un tipo di melodia che avevano un inflessione e un andamento veramente popolari, con quel ritmo che non è esattamente metrico, ma che ha una sua logica interna. Io immagino che l’esecuzione di quel canto, sia stata diversa per ogni volta che veniva cantato, diremmo oggi spontanea. Non credo che gli esecutori si riferissero a nessuna fonte scritta per la loro esecuzione, ma usavano questa melodia che probabilmente le loro madri cantavano prima di loro e la variavano una infinità di volte. Come mi diceva Peres, oggi siamo abituati che a una nota scritta corrisponde un suono, ma anticamente non c’era questo. Anche i greci, nel loro canto, applicavano delle regole, nomoi, a melodie che erano strutture melodiche che potevano essere variate ad libitum. Non esisteva la figura del compositore che aveva il diritto di essere capito nelle sue intenzioni quando si eseguiva la sua musica, questa figura verrà molto più tardi, già nel secondo millennio dell’era cristiana.
Un contributo di Giulia Pratelli su exagere.it dice: “Il rapporto tra musica e memoria è infatti molto stretto e si svolge non solo sul piano personale, ma anche su quello collettivo: la musica svolge una funzione importantissima anche per la memoria sociale, diventando una vera a propria fonte di informazioni storiche, un prezioso strumento per il ricordo e la ricostruzione di avvenimenti, usanze, sentimenti diffusi in particolari periodi del passato. (...) Da sempre, attraverso la musica sono stati riportati e tramandati numerosi eventi. Facendo un salto indietro nel tempo, potremmo ricordare la figura dei bardi, i cantori itineranti celtici, che, nel XV secolo, cantavano leggende ma anche grandi imprese, testimonianze di episodi realmente accaduti (molto spesso, sicuramente, ingigantendoli per renderli più accattivanti). Il loro compito fondamentale era infatti quello di raccontare cosa fosse accaduto in terre lontane al fine di informare e diffondere le notizie, anche a coloro che per motivi geografici non potevano venire autonomamente a conoscenza dell’accaduto. Anche in epoche molto più recenti le canzoni sono state utilizzate per raccontare avvenimenti, diffondere ideologie e pensieri politici, idee di rivolta, di ribellione, grazie anche al maggior coinvolgimento emotivo che deriva dall’unione tra le parole e la musica, dal canto corale. È ad esempio quello che è accaduto nella seconda metà del XIX secolo negli Stati Uniti d’America del Sud, con la nascita del blues. Senza avere in questa sede modo e tempo per approfondire gli aspetti musicali di questo importantissimo genere, possiamo brevemente ricordare quanto accadde intorno alla fine del XVIII secolo, quando ebbe inizio la deportazione degli schiavi, dalle colonie africane al territorio americano, affinché svolgessero lavori pesanti, spesso in condizioni disumane, degradanti. Fu proprio l’incontro tra la musica, in particolar modo il canto, e il sentimento di oppressione, di angoscia e di dolore a dare origine ad un nuovo genere musicale che avrebbe avuto nel tempo una fortuna incredibile. I canti blues, inizialmente accompagnati dal solo battito delle mani, nacquero proprio dalla consapevolezza degli schiavi africani di essere diventati neri americani, come grida di dolore, lamenti che denunciavano la fatica e la mortificazione determinate dalle condizioni di vita e di lavoro nei campi. La musica era un elemento essenziale della vita degli schiavi africani: caratterizzava i momenti di preghiera, di svago ma anche di lavoro. Fu naturale che in essa convergesse la necessità di raccontare la propria condizione svantaggiata ed esprimere con forza la disperazione che da essa derivava, lasciando sempre uno spazio per la speranza di un domani migliore, soprattutto dopo la conversione al cristianesimo che determinò l’incontro e la contaminazione tra la particolare sensibilità musicale degli schiavi neri e gli elementi biblici, dando origine alla nascita degli spiritual. Anche in seguito all’emancipazione degli schiavi dopo la vittoria degli Stati del Nord nel 1865, la condizione dei neri americani rimase critica e il blues mantenne la sua natura di canto di dolore e di speranza, utilizzato dai neri americani per esprimere e raccontare la condizione di svantaggio in cui continuavano a trovarsi, essendo vittime di discriminazione e dovendo lottare per l’affermazione dei propri diritti”. Ecco, proprio questo esempio del blues, del jazz, ci fa considerare nel modo appropriato il ruolo della memoria. Gli “spartiti” di jazz o blues, sono canovacci; sappiamo quanto sia importante il ruolo dell’improvvisazione. Gaetano Manara in Modelli e trame dell’improvvisazione musicale dice: “L’improvvisazione artistica è una prassi estetica di notevole interesse. Essa, infatti, vive la dimensione della spontaneità più di qualsiasi altra forma artistica. Se l’arte è in grado di farci comprendere qualcosa sull’uomo, non ovviamente dal punto di vista del pensiero matematico-scientifico, ma dal punto di vista di un modo di pensare diverso che è quello estetico, ecco che l’improvvisazione dirà ciò che dell’uomo aderisce di più al suo animo. A differenza di una qualsiasi operazione artistica la cui genesi può avere anche una notevole durata e non avviene sotto la pressione di un pubblico, l’improvvisazione vivendo nell’immediatezza, fa cadere tutti i filtri e i ripensamenti che si possono frapporre tra l’artista e le sua opera nel corso di un lungo periodo decisionale. L’improvvisazione ci parla della spontaneità dell’essere umano”. Ecco, è esattamente questa dimensione che abbiamo perduto, forse per sempre.


giovedì 20 febbraio 2020

Cantare comunque a Messa? Una obiezione

Abbiamo già incontrato il beato Giuseppe Allamano (1851-1926) che diceva: “La liturgia ben fatta ha operato conversioni; se mal fatta le impedisce“. In effetti, qui il quesito è: a Messa va bene tutto, basta che si canti? Vediamo che in molte chiese, non ci si cura della qualità di quello che si canta, basta che si canti qualcosa, basta che i fedeli siano “intrattenuti” con qualche tipo di musica, anche se essa è non adeguata all’azione liturgica. Allora, bisogna domandarsi se questo modo di ragionare faccia bene allo scopo dell’azione liturgica oppure no. La mia risposta, lo dico dall’inizio, e che e meglio delle Messe senza musica, piuttosto che liturgie dove la musica disturba. Qui ci riferiamo a Messe nella forma ordinaria del rito romano, nella forma straordinaria c’è certamente più attenzione a questo aspetto.
Se si partecipa alla liturgia per trovare quel senso di adorazione, quel senso del sacro, quell’essere alla presenza del Signore, certamente una musica non adeguata, cantata male, biascicata, trascinata senza nessun gusto, smielata, sentimentalistica, certamente non aiuta a raggiungere quello che è lo scopo fondamentale della liturgia, che come sappiamo è la gloria di Dio in primis e poi la santificazione dei fedeli. Si dovrebbe avere molta attenzione sulla qualità della musica della liturgia. Qui non ne faccio una questione di lingue vernacolari o latino, ne faccio proprio una questione di buon gusto. Alcune volte, i canti che vengono eseguiti, il modo in cui vengono eseguiti, fa veramente distogliere dall’acquisire quel senso di preghiera che si dovrebbe raggiungere, fa piuttosto pensare ad uscire di lì il prima possibile.
A volte mi capita di girare per varie chiese nella mia Roma, e devo dire che in alcune Messe si esce peggio di quello che si è entrati, tanto mediocre è la qualità del canto liturgico. Ricordiamo che il canto liturgico non è un accessorio della liturgia, ma parte integrante. Quindi, se il canto è scadente, incide anche sulla qualità della nostra partecipazione alla liturgia. Ho trovato recentemente una chiesa in cui la Messa viene detta senza nessun canto, tranne quello dell’alleluia; il sacerdote tiene omelie brevi e molto ortodosse e devo dire che questa situazione è di gran lunga preferibile a quella di gran parte delle Messe parrocchiali.
Il problema, è che oramai si è veramente perso lo standard. La gran parte dei sacerdoti, non ha idea di quello che è canto liturgico e di quello che non lo è. Alcuni vagheggiano un ammodernamento dei canti, come se quello che è stato fatto da cinquant’anni a questa parte, con la introduzione fattiva della musica leggera nella liturgia, non avesse già prodotto abbastanza danni. Io credo che sia l’ora di svegliarsi! Le chiese sono vuote, malgrado tutti i cantarelli che si sono diffusi nelle nostre liturgie. Tutto questo non è servito, e non poteva, visto che andava nella direzione contraria a quello che la liturgia esige. Lo scopo della liturgia è stato messo da parte, per una malintesa volontà di “coinvolgere i fedeli“. In realtà, tutto quello che è venuto da questi decenni, non ha fatto che distruggere nei fedeli stessi il senso della liturgia il senso del sacro, il senso dell’adorazione, del silenzio, dell’inginocchiarsi, della devozione. Quindi, quei pochi fedeli che ancora vanno a messa, sono quasi del tutto depauperati della capacità di comprendere cosa è liturgico e cosa non lo è.
Non si canta nella liturgia tanto per cantare. Il canto è un ministero specifico, che ha finalità specifiche, se queste non sono raggiunte per la bassa qualità del canto o della sua esecuzione, meglio il silenzio, meglio non distogliere i fedeli con delle musiche inadeguate o inadeguatamente eseguite.
Ricevendo un dottorato in musica nel 2015, Benedetto XVI faceva, tra l’altro, questa riflessione: “Certo, la musica occidentale supera di molto l’ambito religioso ed ecclesiale. E tuttavia essa trova comunque la sua origine più profonda nella liturgia nell’incontro con Dio. In Bach, per il quale la gloria di Dio rappresenta ultimamente il fine di tutta la musica, questo è del tutto evidente. La risposta grande e pura della musica occidentale si è sviluppata nell’incontro con quel Dio che, nella liturgia, si rende presente a noi in Cristo Gesù. Quella musica, per me, è una dimostrazione della verità del cristianesimo. Laddove si sviluppa una risposta così, è avvenuto un incontro con la verità, con il vero creatore del mondo. Per questo la grande musica sacra è una realtà di rango teologico e di significato permanente per la fede dell’intera cristianità, anche se non è affatto necessario che essa venga eseguita sempre e ovunque. D’altro canto è chiaro però anche che essa non può scomparire dalla liturgia e che la sua presenza può essere un modo del tutto speciale di partecipazione alla celebrazione sacra, al mistero della fede“. Invece oggi, quasi ci si vergogna di questa eredità, la si considera qualcosa da tenere nascosta, per fare spazio alle “esperienze nuove“. Peccato che queste esperienze siano spesso contrarie ai fini stessi della liturgia, non siano per nulla adeguate ad una partecipazione viva e piena alla stessa. Purtroppo, c’è stato un fraintendimento enorme in questo senso. La liturgia è stata abbandonata alle mode, la musica e stata data in mano a degli incompetenti, a persone che hanno forse artatamente fatto in modo che il livello della musica liturgica fosse basso in modo che le loro produzioni avrebbero comunque avuto un posto. Ho molte volte detto, che la lotta contro il professionalismo del musicista di chiesa, non è stata forse fatta in modo innocente. Infatti, un musicista formato, ha una mente molto più critica e quindi “pericolosa“ per coloro che non vogliono avere nessuno tra i piedi a rovinare i “giochi“. In questo modo, senza professionisti tra i piedi, tutto viene accettato. 
La Chiesa poi, ha rinunciato alla sua funzione educatrice. Ricordiamo, come diceva anche il Papa Benedetto XVI in precedenza, che non solo la Chiesa favoriva la produzione di grande musica per la liturgia, grande arte, grande pittura, grande architettura, ma in questo modo era la più grande promotrice della cultura occidentale in toto. Quindi, questa funzione che la Chiesa aveva in precedenza, oggi è stata completamente abbandonata. Si rincorrono mode, senza mai raggiungerle perché queste, per la loro evanescenza, corrono più veloci di noi.

Quindi, ribadisco, in una situazione di emergenza e transizione come quella in cui ci troviamo negli ultimi decenni, è meglio cercare di salvare il salvabile per quello che riguarda la propria anima. Se sia una vera sensibilità liturgica, se si cerca il sacro, se si vuole il senso dell’educazione, allora meglio limitare i danni, cercare liturgie dove non ci sia canto. Certamente, se si è fortunati, e si trova una Messa dove il canto viene ben curato e ben eseguito, si è a cavallo. Ma questa oggi è una vera rarità.

martedì 18 febbraio 2020

Quattro ragioni per riscoprire i Salmi nella liturgia


Forse molti non ci fanno caso, ma si deve sapere che il libro dei Salmi, questa collezione di poesia religiosa ebraica, è al cuore della liturgia cristiana e cattolica. Questo, non è naturalmente un fatto nuovo, ma è così fin dagli inizi della Chiesa, o quasi. E per questo, c’è certamente un motivo, perché i Salmi hanno un valore tutto speciale nel nostro immaginario religioso. Vorrei suggerire quattro motivi di riflessione per farci riscoprire i Salmi nelle nostre liturgie.
  1. I Salmi sono Parola di Dio. Certamente, abbiamo altri libri della Bibbia in cui Dio si parla, ma i salmi hanno un valore tutto speciale. In essi Dio ci consegna un modo con cui possiamo rivolgerci a Lui. Spesso, nelle nostre liturgie moderne, sembra che bisogna soltanto pretendere allegria, spensieratezza, gioia (o presunta tale); ma nei Salmi noi abbiamo tutto l’arco delle emozioni umane, dalla gioia all’angoscia. In essi Dio ci insegna che la vita non è solo gioia, come non è solo angoscia; essi ci parlano con tutto l’arco possibile delle emozioni umane, si rivolgono a quello che Paolo VI chiamava “l’uomo integrale”.
  2. I Salmi elevano le nostre miserie. È vero che i Salmi parlano di tutte le nostre emozioni, comprese le nostre miserie. Ma il linguaggio poetico con cui affrontano queste situazioni, le sublima, le eleva, le rende in un certo senso meno dolorose e più sopportabili. La poesia dei Salmi, è stata oggetto di tantissimi studi, perché essa non è semplicemente poesia fine a se stessa, ma parola che diviene così intensa da penetrare nell’animo di chi ascolta con efficacia maggiore. Nei Salmi le miserie umane sono tutte presente, ma c’è come una mano che le tiene quasi in alto, senza farle sprofondare e noi con loro.
  3. I Salmi ci insegnano a cantare. Non possiamo dimenticare che i Salmi erano cantati. Quando li leggiamo, possiamo vedere che nelle prime righe sono indicati di solito gli autori, gli strumenti con cui potevano venire eseguiti, e addirittura la melodia su cui venivano cantati. I Salmi devono essere cantati, perché il canto non è semplicemente un passatempo, un qualcosa di accessorio; ma è il modo con cui la nostra anima riesce veramente ad elevarsi dalla sua condizione terrena. Ecco perché la situazione del canto nella nostra liturgia ai giorni nostri non è semplicemente triste, ma si configura come una tragedia vera e propria. Questa povertà, questa miseria, ci priva di uno strumento fondamentale per poter dirigere la nostra preghiera nel modo più giusto ed efficace al Creatore. Bisogna riflettere proprio sui Salmi, per riscoprire l’importanza del canto nella liturgia, ma non ogni canto, ma quel canto che è dedicato alle cose di Dio e non è riciclato dalle cose terrene.
  4. I Salmi ci connettono con la Tradizione liturgica. La Chiesa, fin quasi dagli inizi, ha sempre favorito l’uso dei Salmi nella liturgia. Sappiamo che i Salmi furono sempre sulla bocca dei cristiani, fin dai tempi apostolici. Tertulliano, ci parla di questo, come altri autori. Ma quando la Chiesa ha potuto organizzare la propria liturgia in modo più organico, scelse versetti dai Salmi, per arricchire i vari momenti liturgici, come l’introito, il graduale, l’offertorio, la comunione e via dicendo. I Salmi sono un linguaggio liturgico da generazioni fino a connetterci ai nostri padri nella fede. Essi sono un tesoro della nostra Tradizione liturgica. La scomparsa, nella pratica, del canto dei testi contenuti nel messale per le varie antifone di introito e comunione, e per il canto d’offertorio, è veramente un segno della difficile situazione in cui ci troviamo a vivere.

venerdì 14 febbraio 2020

Pio XII e la musica sacra come visione della maestà di Dio

Oggi, in occasione della visita in una bella chiesa romana, mi è capitato di sostare di fronte alla cappella dove fu battezzato l’ultimo Papa romano, Pio XII (1876-1958). Eugenio Pacelli era figlio della Roma più autentica, anche se verrà cresciuto negli ambienti nobiliari che erano consoni al rango della sua famiglia.
Pio XII fu un grande Papa anche per i suoi apporti nel campo liturgico, e anche in quello della musica liturgica, visto che era egli stesso appassionato violinista. Ricordiamo l’enciclica Musicae Sacrae Disciplina del 1955. Sarà utile commentare alcuni passaggi: “A nessuno certamente recherà meraviglia il fatto che la chiesa con tanta vigilanza s'interessi della musica sacra. Non si tratta, infatti, di dettare leggi di carattere estetico o tecnico nei riguardi della nobile disciplina della musica; è intenzione della chiesa, invece, che questa venga difesa da tutto ciò che potrebbe menomarne la dignità, essendo chiamata a prestare servizio in un campo di così grande importanza qual è quello del culto divino”. Ecco, sembra importante che il Pontefice ci ricordi come la cura che abbiamo per la musica sacra non è dovuta ad un vezzo estetico, ma perché essa è connessa con il culto divino, culmine e fonte della vita del cristiano.
“In ciò la musica sacra non ubbidisce a leggi e norme diverse da quelle che regolano ogni arte religiosa, anzi l'arte stessa in generale. Invero non ignoriamo che in questi ultimi anni alcuni artisti, con grave offesa della pietà cristiana, hanno osato introdurre nelle chiese opere prive di qualsiasi ispirazione religiosa e in pieno contrasto anche con le giuste regole dell'arte. Essi cercano di giustificare questo deplorevole modo di agire con argomenti speciosi, che pretendono far derivare dalla natura e dall'indole stessa dell'arte. Vanno, infatti, dicendo che l'ispirazione artistica è libera, che non è lecito sottoporla a leggi e norme estranee all'arte, siano queste morali o religiose, perché in tal modo si verrebbe a ledere gravemente la dignità dell'arte e a ostacolare con vincoli e legami il libero corso dell'azione dell'artista sotto il sacro influsso dell'estro”. Siamo ancora in tempi in cui si opponeva un certo modo di fare musica contemporanea con la musica anche contemporanea ma che sapeva adattarsi alle esigenze della liturgia. Oggi, non c’è neanche questa lotta, in quanto la diatriba è fra musica adatta alla liturgia e musica commerciale, quindi il piano della questione è tutt’altro.
“Con tali argomenti viene sollevata una questione senza dubbio grave e difficile, che riguarda qualsiasi manifestazione d'arte e ogni artista; questione che non può essere risolta con argomenti tratti dall'arte e dall'estetica, ma che invece dev'essere esaminata alla luce del supremo principio del fine ultimo, regola sacra e inviolabile di ogni uomo e di ogni azione umana. L'uomo, infatti, dice ordine al suo fine ultimo - che è Dio - in forza di una legge assoluta e necessaria fondata sulla infinita perfezione della natura divina, in maniera così piena e perfetta che neppure Dio potrebbe esimere qualcuno dall'osservarla. Con questa legge eterna ed immutabile viene stabilito che l'uomo e tutte le sue azioni devono manifestare, a lode e gloria del Creatore, l'infinita perfezione di Dio e imitarla per quanto è possibile. L'uomo, perciò, destinato per natura sua a raggiungere questo fine supremo, nel suo operare deve conformarsi al divino archetipo e orientare in questa direzione tutte le facoltà dell'animo e del corpo, ordinandole rettamente tra loro e debitamente piegandole verso il conseguimento del fine. Pertanto anche l'arte e le opere artistiche devono essere giudicate in base alla loro conformità con il fine ultimo dell'uomo; e l'arte certamente è da annoverarsi fra le più nobili manifestazioni dell'ingegno umano, perché riguarda il modo di esprimere con opere umane l'infinita bellezza di Dio, di cui essa è quasi il riverbero. Per la qual cosa, la nota espressione "l'arte per l'arte" - con cui, messo in disparte quel fine che è insito in ogni creatura, erroneamente si afferma che l'arte non ha altre leggi che quelle che promanano dalla sua natura - o non ha valore alcuno o reca grave offesa a Dio stesso, creatore e fine ultimo. La libertà poi dell'artista - che non è un istinto cieco nell'azione, regolato solo dall'arbitrio o da una certa sete di novità - per il fatto che è soggetta alla legge divina, in nessun modo viene coartata o soffocata, ma piuttosto nobilitata e perfezionata”.  Che belle e nobili parole! La libertà dell’artista non è quella di fare ciò che vuole, ma quella di adeguarsi alla ricerca della vera Bellezza, che è Dio. Non è una libertà suprema quella di poter cercare attraverso la musica Colui che ci ha liberato? La libertà assoluta è in fondo schiavitù, in quanto si poggia sul nulla e ci vincola alle nostre ansie e paure. 
“Ciò, se vale per ogni opera d'arte, è chiaro che deve applicarsi anche nei riguardi dell'arte sacra e religiosa. Anzi l'arte religiosa è ancor più vincolata a Dio e diretta a promuovere la sua lode e la sua gloria, perché non ha altro scopo che quello di aiutare potentemente i fedeli a innalzare piamente la loro mente a Dio, agendo per mezzo delle sue manifestazioni sui sensi della vista e dell'udito. Perciò l'artista senza fede o lontano da Dio con il suo animo e con la sua condotta, in nessuna maniera deve occuparsi di arte religiosa; egli, infatti, non possiede quell'occhio interiore che gli permette di scorgere quanto è richiesto dalla maestà di Dio e dal suo culto. Né si può sperare che le sue opere prive di afflato religioso - anche se rivelano la perizia e una certa abilità esteriore dell'autore - possano mai ispirare quella fede e quella pietà che si addicono alla maestà della casa di Dio; e quindi non saranno mai degne di essere ammesse nel tempio dalla chiesa, che è la custode e l'arbitra della vita religiosa”. La musica sacra, per elevare potentemente i fedeli a Dio, deve scrutare con l’occhio interiore dell’artista, come dice il Pontefice, la maestà di Dio. La musica sacra non è auto compiacimento della comunità, ma ha sempre lo sguardo allo Splendor Paternae Gloriae
“L’artista invece che ha fede profonda e tiene una condotta degna di un cristiano, agendo sotto l'impulso dell'amore di Dio e mettendo le sue doti a servizio della religione, per mezzo dei colori, delle linee e dell'armonia dei suoni farà ogni sforzo per esprimere la sua fede e la sua pietà con tanta perizia, eleganza e soavità, che questo sacro esercizio dell'arte costituirà per lui un atto di culto e di religione, e stimolerà grandemente il popolo a professare la fede e a coltivare la pietà. Tali artisti sono stati e saranno sempre tenuti in onore dalla chiesa; essa aprirà loro le porte dei templi, poiché si compiace del contributo non piccolo che essi con la loro arte e con la loro operosità danno per un più efficace svolgimento del suo ministero apostolico”. Qui il Papa non è stato profeta, anche perchè se fosse vivo oggi potrebbe vedere come la Chiesa ha in realtà chiuso le porte a molti artisti che lavorano nella direzione auggerita da Pio XII mentre sono spesso in onore gli artisti “lontani”, coloro che rappresentano i lati peggiori della contemporaneità.
“Queste leggi dell'arte religiosa vincolano con un legame ancora più stretto e più santo la musica sacra, poiché essa è più vicina al culto divino che le altre arti belle, come l'architettura, la pittura e la scultura; queste cercano di preparare una degna sede ai riti divini, quella invece occupa un posto di primaria importanza nello svolgimento stesso delle cerimonie e dei riti sacri. Per questo la chiesa deve con ogni diligenza provvedere a rimuovere dalla musica sacra, appunto perché questa è l'ancella della sacra liturgia, tutto ciò che disdice al culto divino o impedisce ai fedeli di innalzare la mente a Dio”. Qui possiamo veramente osservare come questa enciclica, che pur contiene concetti sempre validi, è in parte frutto di un tempo e di una mentalità ecclesiale che è stata completamente messa da parte in favore di un accomodamento alla modernità che sta dando i frutti che sono sotto l’occhio di tutti.
“E, infatti, in ciò consiste la dignità e l'eccelsa finalità della musica sacra, che cioè per mezzo delle sue bellissime armonie e della sua magnificenza apporta decoro e ornamento alle voci sia del sacerdote offerente sia del popolo cristiano che loda il sommo Dio eleva i cuori dei fedeli a Dio per una sua intrinseca virtù rende più vive e fervorose le preghiere liturgiche della comunità cristiana, perché Dio uno e trino da tutti possa essere lodato e invocato con più intensità ed efficacia. Per opera della musica sacra, dunque, viene accresciuto l'onore che la chiesa porge a Dio in unione con Cristo suo capo; e viene altresì aumentato il frutto che i fedeli, stimolati dai sacri concenti, percepiscono dalla sacra liturgia e sogliono manifestare con una condotta di vita degnamente cristiana, come dimostra l'esperienza quotidiana e confermano molte testimonianze di scrittori antichi e recenti”. Ecco, se non si ha come meta la gloria di Dio, si toglie anche il fondamento dell’edificazione dei fedeli.

Pio XII, è stato certamente un grandissimo Pontefice, e la sua opera liturgica dovrebbe essere certamente rivalutata. Fu infatti un Papa a cui si prestò attenzione anche durante il Concilio Vaticano secondo, anche se questo oggi sembra essere dimenticato. Richiamare l’importanza della dignità della liturgia, e l’importanza della dignità della musica sacra nel culto, è tema sempre attuale, e rileggere le parole di questo grande Pontefice non può che aiutarci nel cercare di uscire da una situazione che ormai si trascina da troppo tempo.

mercoledì 12 febbraio 2020

Sulla questione del volontariato musicale nella liturgia

Il mio post sulla questione del pagamento dei musicisti di Chiesa, è stato il più visto di tutti i post di questo blog, raggiungendo migliaia di visualizzazioni. Questo mi conferma che il tema trattato è senz’altro un tema che suscita l’interesse negli operatori del settore. Ho letto anche qualche commento sui social, anche se non li ho letti tutti. Purtroppo da parte di alcuni ci sono stati dei commenti scomposti, anche conditi di volgarità che dicono molto sulla persona, anche se purtroppo non contribuiscono nulla al dibattito. Altri, che comunque dissentivano dalla mia posizione, hanno argomentato il loro dissenso in modo civile ed educato, che è ovviamente da me altamente apprezzato. È venuta fuori la questione del volontariato, che un servizio di questo tipo deve essere volontario. Cerchiamo di mettere ordine.
Come qualcuno ha osservato, “servizio“ non è sinonimo di gratuito. Anche i medici svolgono un servizio, l’insegnante, tante categorie svolgono un servizio che però viene giustamente retribuito. Quindi, se pensiamo anche ad altre categorie che hanno a che fare con la Chiesa e il servizio liturgico, come per esempio quella dei sacristi, noi ci aspettiamo che gli stessi vengano retribuiti. C’è poi il discorso che coloro che si scandalizzano perchè si parla di retribuire i musicisti di Chiesa, sono per la maggior parte persone che non hanno studi o una preparazione al ruolo che svolgono nella liturgia (non parlo di diplomi, ma anche di semplici studi). Prendiamo per esempio una persona che si oppone al fatto che si debba pagare per un servizio svolto nella liturgia e immaginiamo che questa persona studi per diventare, che ne so, giornalista. Dopo anni di studi, di sacrifici, di investimenti suoi e della sua famiglia, se le proponessero di svolgere un servizio continuativo anche per un giornale cattolico, del tutto gratuitamente, come la prenderebbe? Perché qui è importante capire che il concetto è lo stesso, cioè che chi si è sacrificato per dotarsi di una preparazione specifica, va poi sostenuto in qualche modo dalla comunità che serve. A me questa sembra una cosa talmente logica, che non bisognerebbe neanche dirla. 
Poi, c’è proprio la questione del volontariato in se stesso. Facciamo chiarezza. Se un medico, decide di dedicare il suo tempo libero per andare a curare dei malati in Africa senza ricevere nessuna ricompensa, è una cosa molto bella, in quel caso si tratta di volontariato qualificato. Cioè, si tratta di un professionista che decide di impiegare il tempo al di fuori del suo lavoro regolare per svolgere quel tipo di servizio. Ma non è lo stesso per quello che riguarda la Chiesa, dove il volontariato è quasi sempre sinonimo di dilettantismo. Quindi, questo va poi incidere sulla qualità del servizio offerto. Sei un insegnante di organo del conservatorio, decide di suonare gratuitamente per la sua parrocchia, io non ho nessun problema. Si tratta di un professionista che decide di offrire gratuitamente un servizio ad una Chiesa che forse non ha i mezzi per poterlo pagare. Ma non stiamo parlando di questo, stiamo parlando di quelle persone che difendono il volontariato per difendere spesso una qualità scadente del servizio offerto, il che non va in favore né della comunità cristiana che si serve che ne della liturgia in cui si opera.

Qui non si tratta di offrire chissà quali stipendi, ma almeno di riconoscere un rimborso spese per quelle persone che si dedicano in modo costante ad offrire un certo servizio. A me faceva un po’ sorridere quando alcune persone, nei commenti, si scusavano del compenso che ricevevano per suonare ai matrimoni o ai funerali dicendo che era soltanto una cifra “simbolica“. A questo siamo arrivati grazie alla pressione del politicamente corretto. Simbolico non è, pure se uno riceve un euro, quello comunque è un compenso. È inutile cercare giustificazioni, visto che il compenso è comunque dovuto. Alcuni lo giustificavano dicendo che in quel caso erano i familiari a pagare, ma in realtà molti molte fonti di introito delle nostre chiese vengono comunque dai fedeli, quindi ogni cosa e in fondo pagata attraverso le donazioni dei cattolici. Io voglio ripetere, che come è giusto sostenere i sacerdoti, i custodi delle chiese, i sacrestani, quelli che portano i fiori per adornare gli altari, coloro che si occupano di mantenere in ordine l’impianto elettrico, quelli che ti vendono i libri liturgici e via dicendo, è giusto sostenere anche chi ha sacrificato anni della propria vita per ben prepararsi a questo compito. Perché non ci scandalizza se il sacerdote che celebra la Messa, riceve una somma di denaro chiamata “applicazione“? Perché non ci si scandalizza quando si sa che le suore che vendono le ostie che poi saranno consacrate ricevano comunque un pagamento per il loro lavoro? Perché non ci si scandalizza quando si sa che coloro che vendono le suppellettili liturgiche vengano pagati, a volte anche cifre molto alte? E così quelli che vendono gli abiti liturgici? Ma infatti non ci si dovrebbe scandalizzare, perché il pagare il lavoro altrui è del tutto giusto e del tutto in linea con la dottrina sociale della Chiesa e con il Vangelo. Purtroppo, per molti è assai semplice fare i buoni con i problemi degli altri, questo è un problema che non riguarda solo la Chiesa ma tutta la nostra società. Comunque, importante è cercare di mantenere sempre la barra dritta.

martedì 11 febbraio 2020

Tre motivi per cui i musicisti di Chiesa vanno pagati

Come molti di voi sapranno, recentemente mi sono trovato invischiato in una piccola polemica con la Santa casa di Loreto, per via di un mio articolo su La nuova bussola quotidiana, in cui contestavo il fatto che ai cantori professionisti di quella storica cappella musicale era stato chiesto di cantare in regime di volontariato. Questa polemica, ha avuto delle ripercussioni anche su altri organi di stampa. Fatalità, proprio in questi giorni, sta uscendo un mio libro che si chiama “Non ti pago!“. In questo libro, affronto proprio questo problema del trattamento economico dei musicisti di Chiesa. Al libro, voglio rimandare per tutti gli approfondimenti. Vi invito a leggerlo in modo da poter capire che dietro il mio ragionamento non c’è nessuna venalità ma soltanto un desiderio di giustizia. Qui, voglio riassumere tre motivi per cui è giusto pagare i musicisti che prestano servizio nella liturgia.
  1. Se si desidera la qualità, bisogna investire nella stessa. La qualità, richiede studio, applicazione, fatica; queste cose, vanno sostenute, vanno supportate, non vengono così gratuitamente. Un musicista studia continuamente nella sua vita, ma i regolari corsi di studio, per coloro che li affrontano, durano anche 10 anni. È giusto che, quando il musicista è in grado di mettere a disposizione della comunità cristiana i talenti ottenuti con così tanta fatica, la stessa comunità cristiana possa in qualche modo sostenerlo.
  2. Il codice di diritto canonico, dice che coloro che prestano un servizio per la la Chiesa cattolica, se questo servizio è continuativo, devono essere remunerati. Queste, sono nozioni basilari di dottrina sociale della Chiesa. Inoltre, ricordiamo che non corrispondere la giusta mercede all’operaio grida vendetta al cospetto di Dio. Questo non toglie che ci possa essere qualcuno che desidera svolgere dei servizi per la Chiesa come volontario. Le due cose non sono in contraddizione, ma il volontariato deve essere sempre qualificato. Facciamo un esempio: la persona che pulisce la Chiesa e lo fa senza voler essere compensata, deve senz’altro essere in grado di pulire bene. Un parroco non accetterebbe una volontaria che pulisce la Chiesa e che però lascia la chiesa più sporca di prima. Allora, perché dobbiamo accettare dei volontari che prestano un servizio liturgico senza saper cantare o senza saper suonare? Perché non si capisce che la mediocrità nella musica per la liturgia non colpisce soltanto coloro che la provocano ma anche coloro che la subiscono?
  3. Se si agisce secondo giustizia, allora il volontariato deve essere esteso anche a tutte le altre categorie che prestano servizio presso le nostre chiese. Quindi, anche i fiorai, i sacrestani, gli elettricisti, gli sacerdoti… Perché tutti questi non accettano anche di svolgere il loro servizio qualificato ma senza avere nessun compenso? Certamente perché è una cosa ingiusta, come voi sicuramente penserete. Ma ci sono persone che sono molto brave a fare le caritatevoli ma con i problemi degli altri. Quindi, i poveri musicisti, “che tanto si divertono”, devono fare tutto gratuitamente, mentre agli altri, come è giusto, si dà un qualche salario, la previdenza sociale, e tutte quelle cose che sono di diritto per un lavoratore. Alcuni possono dire che il musicista non presta un servizio così continuativo, ma questo non dipende dal musicista stesso, dipende spesso da sacerdoti che non lo vogliono impiegare. In realtà, in un tempo passato, il musicista prestava servizio quasi giornaliero, come succede per alcune cattedrali inglesi ancora oggi. Alcuni dicono: “quello che si è ricevuto gratuitamente, il talento, deve essere dato gratuitamente“; ma allora, se accettiamo questo questa frase, deve essere estesa a tutti gli altri. Anche coloro che hanno ricevuto la vocazione sacerdotale, il talento di saper coltivare bene i fiori, o di aggiustare dei componenti elettrici, dovrebbero offrire il loro servizio gratuitamente quando è per la Chiesa. Ma no, io non penso Dio chiedo questo, perché questo è il frutto di un cristianesimo spiritualistico, un cristianesimo che non tiene conto della realtà delle cose, della materialità delle cose che non è in contraddizione con lo spirito, in quanto noi siamo fatti di anima e corpo, non soltanto della prima.

lunedì 10 febbraio 2020

La bellezza della liturgia a servizio della evangelizzazione

Il beato Giuseppe Allamano (1851-1926) diceva: “La liturgia ben fatta ha operato conversioni; se mal fatta le impedisce“. Credo che questa frase sia profondamente veritiera e potrebbe essere applicata anche alla musica sacra; se essa è ben fatta favorisce la preghiera, quando è mal fatta la impedisce. Non si riflette mai abbastanza suo fatto che la bellezza della liturgia ha una importanza fondamentale, perché non è fine a se stessa. Dietro la bellezza c’è sempre la verità, di cui la bellezza è una porta.
Benedetto XVI, al punto 35 della Sacramentum Caritatis afferma: “Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor. Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione. In Gesù, come soleva dire san Bonaventura, contempliamo la bellezza e il fulgore delle origini. Tale attributo cui facciamo riferimento non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell'amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l'amore. Già nella creazione Dio si lascia intravedere nella bellezza e nell'armonia del cosmo (cfr Sap 13,5; Rm 1,19-20). Nell'Antico Testamento poi troviamo ampi segni del fulgore della potenza di Dio, che si manifesta con la sua gloria attraverso i prodigi operati in mezzo al popolo eletto (cfr Es 14; 16,10; 24,12-18; Nm 14,20-23). Nel Nuovo Testamento si compie definitivamente questa epifania di bellezza nella rivelazione di Dio in Gesù Cristo: Egli è la piena manifestazione della gloria divina. Nella glorificazione del Figlio risplende e si comunica la gloria del Padre (cfr Gv 1,14; 8,54; 12,28; 17,1). Tuttavia, questa bellezza non è una semplice armonia di forme; « il più bello tra i figli dell'uomo » (Sal 45 [44],3) è anche misteriosamente colui che « non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi » (Is 53,2). Gesù Cristo ci mostra come la verità dell'amore sa trasfigurare anche l'oscuro mistero della morte nella luce irradiante della risurrezione. Qui il fulgore della gloria di Dio supera ogni bellezza intramondana. La vera bellezza è l'amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale. La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. Il memoriale del sacrificio redentore porta in se stesso i tratti di quella bellezza di Gesù di cui Pietro, Giacomo e Giovanni ci hanno dato testimonianza, quando il Maestro, in cammino verso Gerusalemme, volle trasfigurarsi davanti a loro (cfr Mc 9,2). La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l'azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria”. Ma purtroppo queste parole del papa Benedetto XVI cadono nel vuoto.
La bellezza non è estetismo, come giustamente nota il Papa. E se la bellezza nella liturgia non converte, potete immaginare la bruttezza cosa possa fare. Ecco perché la cura della musica nella liturgia dovrebbe essere un compito fondamentale dei pastori, che invece oramai l’hanno abbandonata al controllo di gruppi che hanno un interesse ideologico nel pilotare tutto in una direzione sempre più lontana da quella che è la via maestra della Tradizione.

Tradizione che, vale la pena ripeterlo, non è il passato ma l’origine, è andare non indietro ma in profondità. Ecco perché nei secoli la Chiesa non ha risparmiato risorse per abbellire gli edifici di culto, per ornare la liturgia di suoni, profumi, immagini, che potessero aiutare i fedeli tutti a mettersi in cammino per la via pulchritudinis. Platone diceva che “il bello è lo splendore del vero”. Solo ritornando alla bellezza, al senso della forma anche sonora, possiamo sperare di poter accedere allo splendore del vero. Don Piero Cantoni (alleanzacattolica.org) ci dice: “Quando il bello viene disancorato dalla conoscenza della forma, come spesso accade nell’estetica moderna, si riduce alla dimensione sensibile e fenomenica perdendo di vista il proprio legame intrinseco e indissolubile con il vero e con il bene. Il disinteresse estetico diventa separazione dal vero e dal bene, e smarrimento dell’oggettività, inevitabile conseguenza dell’aver smarrito il senso dell’essere“. Quando la bellezza esce dalle chiese, fa fatica ad entrarci anche la verità.

domenica 9 febbraio 2020

Qualche riflessione sul salmo responsoriale

Come tutti sappiamo, nella forma ordinaria della messa, la nuova messa di Paolo VI, è stato introdotto, dopo la riforma liturgica successiva al Vaticano II, il salmo responsoriale. Questo prendeva effettivamente il posto del graduale, un canto interlezionale molto elaborato e che richiede grande perizia tecnica per l’esecuzione, quindi riservato al solista e al coro. Per favorire la partecipazione dell’assemblea si è ritornato ad una forma liturgica più semplice, visto che l’assemblea ha la possibilità di unirsi nel ritornello. Dal punto di vista letterario, si può anche essere d’accordo; ma bisogna stare attenti quando si fanno dei riferimenti all’aspetto musicale. In quanto, se è vero che il modello del salmo responsoriale somiglia a quello che ci viene descritto in alcuni testi dei Padri, vedi per esempio Sant’Agostino, noi non siamo sicuri di quale musica venisse applicata a quelle forme descritte dagli stessi Padri. Quindi, dal punto di vista musicale, il salmo responsoriale, è una “nuova forma“. Cioè dal tempo patristico, non abbiamo una evoluzione di questa specifica se non quella che sfocia nel canto virtuosistico del graduale. La dinamica solista-assemblea è un ritorno degli ultimi decenni.
Una cosa però mi sembra importante poterla notare: questo salmo, proprio perché ha decretato la rinuncia ad un repertorio comunque mirabile, come quello dei graduali gregoriani, dovrebbe essere cantato. In effetti, tutta la vicenda era proprio nel far partecipare in canto l’assemblea. Ma se si girano le nostre parrocchie, si noterà che per la maggior parte questi salmi vengono oramai recitati. A volte viene cantato soltanto il ritornello, in alcuni casi si canta tutto ma non sempre quello che viene cantato è adeguato. Ho potuto testimoniare, in più di un caso, l’applicazione della stessa melodia e della stessa formula salmo dica per tutti i salmi responsori ali dell’anno, cosa che per me è estremamente sbagliata. Proprio perché ogni salmo rappresenta un particolare sentimento religioso, dovrebbe avere una veste sua propria. Vero è che i graduali erano costruiti su formule che dunque si ripetevano tra un salmo è l’altro, ma esse erano costruite e tagliate sul testo con un arte ed una cura che non sono neanche paragonabili a quello a cui assistiamo oggi.
Ci sono vari modi per eseguire il salmo responsoriale, dalla cantillazione al salmo in musica, in cui le strofe sono non semplicemente declamate su un tono di recita con eventuali cadenze e intonazioni, ma sono musicate con melodie per esteso. Questo modo è molto più popolare nei paesi anglosassoni, ma non molto da noi. Qui da noi, come in fondo per tutto il resto, c’è un approccio minimalistico, si cerca di fare il meno possibile, anche perché le forze disponibili per la musica liturgica nelle parrocchie sono sempre di meno e di qualità sempre meno pregiata. Questo, non perché manchino bravi musicisti o bravi cantori, ma perché non c’è interesse da parte delle gerarchie ecclesiatiche nel coltivare coloro che potrebbero proporre dei repertori di musica liturgica appropriata.

Ecco allora che il salmo responsoriale, diviene la cartina di tornasole, per capire quella che è in fondo la crisi della musica per la liturgia. Basta vedere i ritornelli diffusi sui foglietti della Messa più diffusi e si capisce tutto. Naturalmente ci sono delle realtà in cui si dà ancora valore a questo momento liturgico, e lo si cura. Ma non mi sembra che siano ormai la maggioranza nelle nostre parrocchie. Quindi bisognerebbe riflettere ancora su questo momento della liturgia e cercare di capire come valorizzarlo e come farlo essere degno delle esperienze che provengono dalla nostra gloriosa tradizione.

giovedì 6 febbraio 2020

Il declino della musica sacra? Quattro ragioni per cui bisogna essere indulgenti con il clero...almeno ogni tanto

Quando parliamo del declino evidente della musica sacra, spesso ci riferiamo alle colpe del clero, alle colpe dei sacerdoti, dei vescovi, dei cardinali. In realtà, seppure è vero che loro, come responsabili della salvaguardia della dignità della liturgia, hanno senz’altro colpe, non si può negare che sono anche loro figli del clima che ha causato la presente situazione. Quindi cerchiamo di vedere almeno tre motivi per cui le loro colpe, che senz’altro esistono, spesso possono essere considerate come involontarie.
  1. È venuta a mancare, in modo drammatico, la formazione musicale nei seminari. Un tempo, in tutti i seminari c’erano dei cori di sacerdoti e di seminaristi che eseguivano composizioni della grande tradizione della Chiesa cattolica, o composizioni moderne che erano a quelle confacenti. Quindi, venendo a mancare questa esposizione nei seminari a questo tipo di repertori, prima di tutti al canto gregoriano, si è causato un impoverimento culturale spaventoso. Non è che è un tempo tutto era perfetto, ma c’era uno standard che si cercava di rispettare. Oggi, nei seminari, per la maggior parte, si viene educati al canto popolare religioso, ma non al canto liturgico. Purtroppo la mancata comprensione della differenza fra questi due generi, ha portato alla confusione enorme in cui ancora ci troviamo. Certo, ci possono essere delle realtà in cui le cose ancora vanno bene, ma sono senz’altro una netta minoranza.
  2. Viene inculcata fai sacerdoti, fin dal tempo in cui sono seminaristi, questa assurda opposizione fra il coro e l’assemblea. Credo che quasi tutti i direttori di coro, gli organisti, i cantori, si trovano a dover combattere con sacerdoti che sostengono che il coro non deve esserci perché sennò l’assemblea non partecipa. Questa qui è certamente una grande falsità, che può essere facilmente smentita, ed è contraria ai documenti del magistero. Ma non c’è niente da fare, questa idea completamente falsa, è stata instillata così bene che ora sembra quasi naturale. Ci sono fior di pubblicazioni che mostrano l’inconsistenza di questo, che cioè assemblea e coro possono e anzi devono coesistere. Ma non si può fare quasi nulla verso coloro che hanno posizioni fortemente ideologiche.
  3. Esiste poi, il problema dell’ubbidienza. Certamente i sacerdoti devono obbedire ai propri superiori, la maggior parte dei quali formati a questa mentalità postconciliare, che nulla ha a che vedere con il vero Concilio Vaticano secondo. Conosco tanti sacerdoti che vorrebbero fare le cose diversamente, che conoscono bene la realtà delle cose, ma che si trovano con le cosiddette mani legate. Da una parte io capisco questa loro situazione, dall’altra fa anche un po’ con rabbia. Ecco perché, il ruolo dei laici è sempre più importante, proprio per mantenere vigile l’attenzione su questo problema.
  4. Tempo fa, mi trovavo a conversare con un Arcivescovo. Mi lamentavo della mancanza di cultura musicale e liturgica dei sacerdoti. Lui mi disse che in fondo i sacerdoti sono anche loro figli di questa società, una società in cui l’unico Salmo con cui avevano avuto a che fare fino a poco tempo fa era il cantante, l’unica Madonna aveva nulla a che fare con la Beata Vergine Maria. I sacerdoti, non hanno più quella cultura umanistica, cosa oramai comune a tanti nella nostra società. Essi non sono più quel ceto intellettuale veramente di livello elevato, che si proponeva come non solo una guida spirituale ma anche come un élite intellettuale. Certamente ci sono eccezioni, ci sono ancora sacerdoti di grande cultura, ma questa non è più la regola come un tempo. Pure essi vengono dallo sfacelo causato dall’educazione della televisione, e anche in parte da quella “educazione” propinata dai mezzi di comunicazione di massa, come i social media. Certamente, si può imparare tanto anche dalla televisione e dai social media, molte persone trovano informazioni veramente importanti ed interessanti tramite Facebook, Twitter, LinkedIn, i blog… Ma c’è anche tanta spazzatura, quindi se non si sa distinguere si è vittima di una informazione indistinta e non verificata. Quindi, anche i sacerdoti sono sulla nostra stessa barca. Cerchiamo di tenerlo presente quando ci troviamo ad averci a che fare.

mercoledì 5 febbraio 2020

La decadenza delle Cappelle Musicali

Mi sono occupato per un articolo su La Nuova Bussola Quotidiana della vicenda della Cappella Musicale di Loreto, i cui cantori sono stati invitati a cantare gratuitamente e si sono tutti dimessi. La Delegazione Pontificia di Loreto non ha gradito il mio articolo, ne vedremo le conseguenze. In realtà io ho detto una verità che mi sembra appartenere alla dottrina dociale della Chiesa: chi presta un’opera qualificata deve essere pagato. Bisogna far ben capire cosa significa questo in questo contesto. Significa che il contributo professionale deve avere un riconoscimento che permette alla persona di poter continuare a svolgere il suo ruolo e avere i necessari mezzi di sussistenza. Non dimentichiamo che i sacerdoti che fanno parte dei capitolo basilicali, che hanno in carico la preghiera liturgica della loro chiesa, hanno uno stipendio. Perché nessuno eccepisce su questo mentre per i musicisti questo sembra essere fuori dal mondo?
Ma ricordiamo che un tempo le Cappelle Musicali avevano dei possedimenti, terreni, case, fabbricati, con cui venivano pagati i membri della Cappella stessa. Negli ultimi decenni questi possedimenti sono stati incamerati dai capitoli stessi, decurtando le poche Cappelle rimanenti dei necessari mezzi di sussistenza. I laici, secondo il Codice di Diritto Canonico, “hanno diritto ad una onesta rimunerazione adeguata alla loro condizione, per poter provvedere decorosamente, anche nel rispetto delle disposizioni del diritto civile, alle proprie necessità e a quelle della famiglia; hanno inoltre il diritto che in loro favore si provveda debitamente alla previdenza, alla sicurezza sociale e all'assistenza sanitaria”. Ma questo oggi, nella Chiesa, è meno di aria fritta.

martedì 4 febbraio 2020

Dalla “buona morte” a “buoni per la morte”

Un tempo, si pregava per avere una “buona morte“. Cosa significava questo? Significava chiedere a Dio di poter finire i propri giorni su questa terra in grazia sua, cercando di essere il più possibile sollevati dal peso dei peccati. Certamente conosciamo bene la nostra natura fragile e incline al peccato; quindi il pregare per avere una buona morte è certamente una cosa molto utile e opportuna. Purtroppo, oggi l’attenzione si è spostata. Se ti capita di assistere a dei funerali, vedrete che molti sacerdoti non presentano ai parenti e amici del defunto o della defunta quelle che sono le caratteristiche della speranza cristiana, la speranza di poter confidare nella misericordia di Dio malgrado l’indegnità della persona morta, ma si cerca di fare in modo che quella persona venga vista per forza in una buona luce,  viene fatto “buono per la morte”. Anche persone che hanno avuto una vita molto complicata, ladri, truffatori, grassatori, vengono presentate come “simpatiche, sorridenti, sempre disponibili“, facendo spesso trasalire gli astanti. Ora, io non pretendo che il sacerdote dica “il vostro congiunto era un delinquente!”, però non è neanche mentire. Attenzione, non dovrebbe essere sul fatto che il defunto fosse simpatico o meno, ma sul fatto che come battezzato può e deve confidare nella misericordia di Dio, lasciando stare quelle che sono state le sue mancanze durante il suo pellegrinaggio terreno. Forse, proprio per questa attenzione spostata sulle “virtù“ del defunto, ha un senso il fatto che quando la messa finisce si applaude al passaggio della bara. Ma si applaude che cosa? Che merito ha quella persona? Di essere morta? Non mi sembra un grande merito per cui si debba essere lodati ed applauditi. Purtroppo, da questa ora estrema nessuno può sfuggire.
Certo, per chi è Cristiano, questo momento significa il passaggio dalla vita terrena alla vita eterna. Questo passaggio ha varie modalità, e sarà Dio ovviamente ad accettare presso di sé immediatamente coloro che avranno perseverato nei suoi insegnamenti durante la vita terrena mentre riserverà un periodo di espiazione nel Purgatorio a coloro che hanno zoppicato più che camminare, mentre condannerà all’inferno coloro che lo hanno rifiutato senza appello. Ma ricordiamo sempre, che è cosa buona invocare “la buona morte“, anche se sappiamo che nella nostra vita ci sono molte cose che ci fanno vergognare, ci fanno pensare alle nostre mancanze nei confronti del Padre celeste.
Un tempo con la morte si aveva una consuetudine maggiore, oggi si tende a nasconderla anche nella terminologia. Non su muore, si scompare, si viene a mancare, si viene tolti all’affetto dei cari...papa Francesco dice in riferimento al chiamare la morte sorella: “È un’espressione che a me non dice molto. Certo, fa parte della mia cultura, Francesco è geniale, ma non chiamerei “sorella” la morte. Mi piace pensare alla morte come all’atto di giustizia finale. La morte è così da un lato il salario del peccato, ma dall’altro apre la porta alla redenzione. Convivere con la morte non fa parte della mia cultura, ma ognuno di noi ha la propria”. E da noi, questa consuetudine con il fatto che la vita ha un termine, formava l’immaginario di tutti. Pensiamo anche alle belle liturgie con i canti per i defunti, il Requiem, il Dies irae, il Libera me. Quanto la musica deve anche a queste liturgie, quanti capolavori sono stati scritti per questa occasione.

Un tempo si facevano pii esercizi per la buona morte, per prepararsi a quel momento. Ho trovato questa preghiera di san Pompilio Maria Pirrotti (1710-1766), reperita sul sito di Alleanza Cattolica, che può essere ancora utile: “M’incammino, Signore, verso la mia eternità, circondato da grandi spirituali nemici. Temo e tremo specialmente per il momento della morte, dal quale essa dipenderà, per la guerra atroce che avesse a muovermi il demonio, sapendo restargli poco tempo per la mia eterna rovina. Desidero quindi, o Signore, prepararmici fin da ora, offrendovi oggi stesso per il mio estremo momento quelle proteste di fede e di amore verso di voi, che sono tanto atte a reprimere e rendere vane tutte le arti insidiose e maligne del nemico e che io intendo opporgli in quel punto di così gravi conseguenze, qualora egli ardisse anche solo di attentare con i suoi inganni alla tranquillità e pace dello spirito mio. Io N.N., in presenza della santissima Trinità, della beatissima Vergine Maria, del mio santo Angelo Custode e di tutta la corte celeste, protesto di voler vivere e morire sotto l’insegna della santa Croce. Credo fermamente tutto quello che crede e professa la Santa Madre Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Intendo di voler morire in questa santa Fede, nella quale morirono tutti i santi Martiri, Confessori, Vergini di Cristo e tutti quelli che hanno salvato l’anima loro. Se il demonio mi tentasse di disperazione per la moltitudine e gravità dei miei peccati, io fin da ora protesto di sperare fermamente nella misericordia infinita di Dio, che non si farà vincere dalle mie colpe, e nel Sangue prezioso di Gesù, che le ha lavate. Se il demonio mi assalisse con tentazioni di presunzione per quel poco di bene, che con l’aiuto di Dio avessi potuto fare, confesso fin da ora di meritare invece mille inferni per i miei peccati e mi affido alla infinita bontà di Dio, per la cui grazia unicamente io sono quello che sono. Infine se il demonio mi suggerisse essere eccessivi i dolori, con i quali il Signore mi affliggesse negli ultimi momenti della mia vita, io protesto fin da ora che tutto sarebbe un nulla per i castighi meritati in tutta la mia vita, e ringrazio Iddio che mi darebbe con questi dolori occasione di scontare in questa vita ciò, che nell’altra dovrei scontare nel purgatorio. Nelle amarezze dell’anima mia ripenso tutti gli anni miei: vedo le mie iniquità, le confesso e le detesto. Confuso e dolente mi rivolgo al mio Dio, al mio Creatore e Redentore. Deh, perdonami, o Signore, per la moltitudine delle tue misericordie; perdona al servo tuo, che hai ricomprato col tuo Sangue prezioso. Dio mio, a te ricorro, te invoco, in te confido, all’infinita tua pietà commetto ogni ragione della mia vita. Troppo ho peccato: non entrare in giudizio col servo tuo, che si rende vinto e si confessa reo. Non posso da me recarti soddisfazione delle molte offese: non ho di che pagarti e infinito è il mio debito. Ma il Figlio tuo ha sparso il suo Sangue per me e maggiore della mia iniquità è la tua misericordia. O Gesù, sii il mio Salvatore! Nell’ora del tremendo passo poni in fuga il nemico dell’anima mia: fammi superare ogni difficoltà, Tu, che fai solo grandi meraviglie. Signore, per la moltitudine delle tue misericordie entrerò nella tua casa. Affidato alla tua pietà, nelle tue mani rimetto il mio spirito! Che la Vergine Maria e l’Angelo mio Custode accompagnino l’anima mia nella celeste patria. Così sia”. Insomma, gioiamo della vita, ma prepariamoci a partire.

domenica 2 febbraio 2020

Pietro Aron e la musica come arte del bel cantare

Tra i teorici più importanti nel periodo rinascimentale possiamo contare Pietro Aron (o Aaron, 1489-1545), autore di numerosi trattati che porranno la base per la comprensione di alcuni fenomeni musicali e musicologici in evoluzione nel suo periodo. Nativo di Firenze, sembr pa che fu attivo a Roma sotto papa Leone X, non a caso della famiglia Medici che di Firenze era signora e padrona. Ma su questo suo soggiorno romano non concordano tutti i musicologi. Fu attivo in altre città italiane come Venezia, Rimini ed Imola, ed altre ancora. 
Nel suo Compendiolo di molti dubbi, segreti et sentenze intorno al Canto Fermo, et Figurato, da molti eccellenti et consumati Musici dichiarate. Raccolte dallo Eccellente et Scienziato Autore frate Pietro Aron del Ordine de Crosachieri et della Inclita città di Firenze. In memoria a eterna, erit Aron Et nomen eius numquam destruetur (stampato a Milano nel 1547), troviamo alcune interrssanti informazioni sulle pratiche musicali e liturgiche dell’epoca. Ad esempio, parlando del Graduale nella Messa, cioè di quei versetti salmici che venivano cantati dopo l’epistola, così afferma: “I graduali & tratti debbono essere intonati con la voce piana & humile. Graduale è detto perché significa i gradi delle virtuti”. Forse riferiva al fatto che, essendo questi brani di grande difficoltà esecutiva, vanno affrontati con una certa raffinatezza interpretativa piuttosto che forzando l’esecuzione; il far risalire il nome “Graduale” ai gradi della virtù è probabilmente un omaggio a quell’allegorismo medioevale che ancora aveva buon corso al tempo di Aron. In realtà il nome è riferito ai gradini dell’ambone su cui veniva eseguito (ma secondo altri riferisce all’ambone stesso). 
Ci parla poi della commistione modale, cioè di quando in una composizione (specie, ma non solo, polifonica) troviamo anche elementi formali provenienti da altri toni: “Il tuono conmisto è quello, quando è autentico o plagale, & che in essi si ritrovino speti di altri tropi o tuoni, differenti dalla propria forma o compositione“. Frederik A. Dambrink ha studiato questo fenomeno in Commixtio Tonorum. A Study on the Interchanging of Modes (1976). Ne parla amche Bernhard Meier nel suo studio fondamentale sulla modalità in ambito rinascimentale. Carlo Marenco in La composizione del mottetto rinascimentale fa anche riferimento a questo fenomeno: “Assai controverso e tutt’altro che facile nella sua lettura è, invece, il fenomeno della “modulazione” (la mutatio toni o la commixtio tonorum degli antichi) la quale, secondo le correnti teorie, si verifica quando i profili melodici e le note portanti di un modo diverso s’inseriscono nell’impianto di base di quello d’imposto”.
Ma mi sembrano importanti alcune delle cose che dice a riguardo del canto. Intanto ecco una bella definizione: “La musica è una arte, laquale dimostra il modo di rettamente cantare, & con soave voce pronontiare”. Cioè, la musica è essenzialmente canto. In effetti la musica nasce come arte vocale, sin dalla musica antica e soltanto dopo il rinascimento la musica strumentale acquisirà un’identità propria. Ricordiamo che all’inizio la musica era meramente vocale e in antichità gli strumenti solo raddopiavano le parti vocali. Essa consiste, secondo il nostro teorico, nel saper pronunziare con voce soave, cioè pro (avanti)+ nuncius (annunzio), una dizione chiara e ben enunciata. Aron ci dice anche come deve intendersi una voce perfetta: “Voce perfetta è quella che è soave, chiara, netta, alta & bassa. Voce imperfetta è rauca, dissonante, né alta, né bassa“. Anche qui, si chiede una voce che sia soave e chiara in tutta la sua estensione (alta e bassa) e non disomogenea. Riecheggia senz’altro la definizione che Isidoro di Siviglia ci aveva dato nelle sue Etimologie: “Perfecta autem vox est alta suavis et clara: alta, ut in sublimi sufficiat; clara, ut aures adimpleat; suavis, ut animos audientium blandiat. Si ex his aliquid defuerit, vox perfecta non est“. Quel chiara, significa che sia in grado di riempire le orecchie, voce piena.

Dice ancora Aron: “Canto è inflessione di voce, & il suono precede il canto“. Canto è una particolare attitudine della voce parlata, un modo particolare di pronunciare e il suono precede il canto. Cosa significa? Io penso significhi che esista una qualità assoluta in senso platonico del suono a cui dobbiamo tendere, il suono perfetto, ed esso precede l’atto stesso del cantare. Cioè il suono concepito viene prima ed è più importante del suono pronunciato, così come Boezio in fondo ci insegnava nella sua classificazione musicale che tanta importanza avrà nella riflessione medioevale e rinascimentale, come in epoca moderna.