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giovedì 16 aprile 2020

I cori al tempo del coronavirus

Ho a che fare con i cori e con la musica corale da quasi quarant’anni, quindi un tempo abbastanza grande per poter dire che l’attività corale ha riguardato la maggior parte della mia esistenza. Quindi ora mi viene da riflettere sulla situazione che si verrà a creare per via della pandemia che stiamo vivendo, una situazione che ci sorprende tutti, ci amareggia, ci spaventa, ma anche ci fa interrogare sul modo in cui sarà possibile ricominciare una volta che l’incubo sarà finito.
Infatti il nuovo inizio non sarà semplice, ora che siamo terrorizzati dal fatto di essere troppo vicini a qualcuno, di potere essere investiti dai famosi droplets ed essere magari infettati da qualcuno che non mostra nessun sintomo. Perché in realtà ora vediamo tutti quanti come potenziali pericoli, e noi siamo anche potenziali pericoli per gli altri. Certamente il cantare in coro, dal punto di vista di una potenziale diffusione, non è un’attività delle più sicure, in quanto richiede vicinanza fra le persone, si emettono suoni che portano anche emissioni dei famosi droplets, delle goccioline. Quando si è in un coro di 40,50 persone, come poter essere sicuri che tutti quanti sono esenti da questo virus? Poi pensiamo che, grazie a Dio da un certo punto di vista, in molti dei nostri cori ci sono parecchie persone anziane. Come proteggerli da qualcuno che involontariamente e senza nessun sintomo potrebbe essere portatore di questo coronavirus che per un anziano, come ormai sappiamo benissimo, è molto più pericoloso?
Sembrano domande assurde, e lo sono se pensiamo soltanto a quello che eravamo due mesi fa. Eppure questo evento cataclismatico, ha sconvolto tutta la nostra vita e minaccia di sconvolgere anche il nostro futuro. Non possiamo non pensare a come proteggerci finché questo virus non sarà definitivamente sconfitto, cosa che tutti ci auguriamo. Perché certamente, non vogliamo rinunciare alle nostre attività corali, che sono tanto importanti per molti di noi, non solo dal punto di vista della lode a Dio, ma anche per la socializzazione. Come ho già detto molte altre volte, i cori sono delle piccole società, dove si incontrano amici, si incontrano futuri partner per la vita, si incontrano persone importanti che diventano dei punti fermi della nostra esistenza. Certamente non vogliamo rinunciare a tutto questo, ma dobbiamo capire come poter affrontare il blocco psicologico che ci è stato creato in questi mesi in cui siamo stati terrorizzati con l’idea che la vicinanza può essere potenzialmente pericolosa non solo con estranei, ma anche all’interno della nostra stessa casa.
Ho visto alcuni tentare, grazie alle esperienze e alle possibilità offerte dalla tecnologia, la strada del coro virtuale. È certamente qualcosa su cui si potrà riflettere, un tipo di attività che apre delle possibilità molto interessanti in una prospettiva futura, futuro in cui le tecnologie saranno sempre più presenti nella nostra vita quotidiana. Ma queste nuove possibilità non devono poter impedirci la prossimità con gli altri, incontrare le persone, cantare uno vicino all’altro. Anche se non lo vogliamo ammettere, in tutti gli ambiti della nostra vita noi abbiamo bisogno degli altri, abbiamo bisogno di confrontarci con gli altri, di ridere con gli altri, di cantare con gli altri, di parlare con gli altri. Noi siamo animali sociali, e l’attività corale non sfugge a questa legge. Quindi, bisogna pensare a come poter continuare a fare quello che in tante parti del mondo si è sempre fatto, cantando tutti insieme e facendo esperienza della bellezza della musica corale, senza che questo trauma che ci è capitato possa bloccarci e le paure possano costituire un grave ostacolo.
Bisogna ritornare ad incontrarsi, bisogna cercare una via per poter essere quello che siamo sempre stati. L’importanza di certe cose si capisce soltanto quando queste cose vengono a mancare, come spesso si dice. Ecco, ora è proprio il tempo di capire quanto era bello poter incontrare i nostri amici del coro, cantare con loro, poter incontrarsi la domenica a Messa oppure per un concerto o un’esibizione da qualche parte. Tutto questo ora ci è completamente negato, e non possiamo nascondere che ci manca, lo vogliamo indietro. Non possiamo darla vinta al coronavirus, non possiamo permettere che il 2020 un virus possa dettare il modo in cui l’intera umanità deve vivere. Certo, consideriamo questa una interruzione temporanea, un momento in cui siamo stati presi di sorpresa e non abbiamo reagito adeguatamente. Eppure, bisognerà cercare di capire come ripartire, anche nell’ambito della musica corale, che riguarda milioni di persone, non lo dimentichiamo. Quindi, prendendo tutte le precauzioni del caso, bisognerà cercare di mettersi alle spalle questo tempo orribile. La paura è una cattiva maestra. Ma se ci verrà imposto l’uso delle mascherine, per motivi di sicurezza, questo sarà un altro ostacolo per poter riprendere le nostre attività corali perché certamente cantare con le mascherine non è la stessa cosa. Dobbiamo veramente pensare a come poter mantenere il nostro coro senza mettere in pericolo noi e gli altri. Non è semplice in questo momento, anzi è estremamente complesso visto che siamo preda di notizie allarmanti che ci arrivano ogni minuto da tutti i mezzi di comunicazione.
Non ci facciamo incatenare la paura, noi siamo più grandi della paura, e il nobile scopo di preservare l’attività Corale per lodare Dio ma anche per farci crescere, deve portarci a trovare soluzioni creative ed efficaci, soluzioni che possono essere implementate con sicurezza e in modo che nessuno si senta minacciato da potenziali pericoli provenienti da persone incolpevoli. Non sarà semplice all’inizio, anzi sarà molto complesso, perché veniamo da un tempo di prova veramente duro, un tempo in cui la nostra psiche è stata sottoposta ad una pressione quasi intollerabile. Ma ce la faremo, sono sicuro che ce la faremo, per il rispetto che dobbiamo noi e a coloro che ci circondano, ce la dobbiamo fare. 




mercoledì 1 aprile 2020

Ripensare il segno di pace

Devo ammettere che io ho sempre avuto qualche problema con il modo in cui viene concepito nella Messa lo scambio della pace. A mio avviso, specialmente negli ultimi decenni, questo gesto ha perduto il suo significato originario, divenendo quasi un segno di cortesia sociale. In questo tempo, in cui siamo chiamati al distanziamento sociale, forse ripensare a questo gesto non sarà poi tanto male. In effetti, prima che si sospendessero le messe, una delle restrizioni riguardava proprio quella dello scambio della pace. L’ultima domenica prima della sospensione delle Messe, sono andato ad adempiere al precetto festivo in una parrocchia vicino alla mia abitazione. C’era già pochissima gente, per la gran parte persone anziane, che spesso tossivano senza neanche coprire la bocca. Immagino, che scambiarci il segno della pace in quelle condizioni non era molto prudente sia per me ma anche per loro, perché abbiamo imparato a diffidare delle persone che possono essere apparentemente sane ma in realtà sono portatori del virus.  Ora, non dico che la liturgia debba essere regolata basandosi sul virus, ma credo che questa esperienza possa farci veramente riflettere se alcuni gesti introdotti di recente siano stati veramente recepita in modo giusto o no. Credo che uno dei simboli di questo sia senz’altro lo scambio della pace. Spesso questo gesto enfatizza una dimensione sociale della Messa a scapito di quella più spirituale. Ci sono persone che fanno il giro di tutta la Chiesa, che sembrano non aspettare altro. Prescindendo dal virus, credo questo sia veramente fuori luogo. Oggi, per via di questo evento tragico che stiamo vivendo, abbiamo ancora di più la consapevolezza di come certi atteggiamenti possono aiutare a diffondere malattie e affezioni varie. Direte che siamo oramai ossessionati da quello che stiamo vivendo, e certamente non sarebbe un’osservazione sbagliata. La congregazione per il culto divino approvato un poco di anni fa a regolare questo momento della Messa, ma come per molte altre cose, queste poi non arrivano veramente ai fedeli. Credo di non aver mai ascoltato un sacerdote avvertire i fedeli che non dovevano girare per tutta la chiesa per scambiare il segno di pace ma soltanto limitarsi alle persone a loro vicine. Io ho sempre prediletto il modo cinese di espletare questo momento liturgico, inchinandosi alle persone e al sacerdote senza contatto fisico. Questo limita le esagerazioni ed è ugualmente molto dignitoso.

giovedì 26 marzo 2020

Le altre malattie (podcast)

Le altre malattie

Come tutti sappiamo, in questi giorni c’è un tema unico che straborda da ogni parte: l’epidemia di coronavirus. Questo è anche comprensibile, considerando i gravi disagi che sta portando nella vita di tutti noi. Questa epidemia, non ha soltanto un impatto sanitario, ma ne ha anche uno importante dal punto di vista economico e uno anche dal punto di vista spirituale. Il modo in cui noi oggi possiamo vivere la nostra vita spirituale e liturgica è profondamente diverso rispetto a qualche settimana fa. Ma di questo parleremo in un’altra occasione.
Quello che mi sembra importante notare, è che il coronavirus ha praticamente messo tra parentesi ogni altro disturbo, potenzialmente anche molto più grave e molto più letale. Pensateci, se qualcuno improvvisamente si ammala di un’altra malattia che non ha nulla a che fare con questo virus, ci sono difficoltà enormi per potere andare negli ospedali, i medici di famiglia sono virtualmente inaccessibili se non per telefono o per e-mail, moltissimi studi privati hanno chiuso o hanno sospeso gli appuntamenti. Quindi, mi chiedo, cosa accade a coloro che nel frattempo si ammalano di altre malattie che necessitano cure urgenti?
Sembra un problema con cui non ci si vuole confrontare al momento, visto che siamo nel pieno di una emergenza sanitaria, ma in realtà se ci pensate bene la percentuale di persone che sviluppa sintomi non relativi all’infezione da coronavirus ma ad altre centinaia di possibili malattie non è certamente piccola, probabilmente è anche maggioritaria rispetto a coloro che si infettano con il coronavirus. Eppure queste persone si trovano quasi sempre delle porte chiuse e, come si dice in gergo popolare, “non sanno dove sbattere la testa”.
Tutti affermano che questa epidemia cambierà il mondo, e anche io sono convinto di questo. Certamente questa emergenza ha messo in piena luce tutti i limiti del nostro sistema sanitario, tutte le grandi deficienze che stanno oggi pesando in modo sconvolgente sulla vita di tante persone. Ricordo come nel passato, in molte zone della mia Roma, ci fossero tanti ospedali spesso fondati e tenuti da religiosi o religiose. Io vivo al centro, e solo intorno a me in tempi recenti sono stati praticamente chiusi o adibiti ad altro uso almeno due importanti ospedali, originariamente nati come opere della Chiesa cattolica. Si dà molta enfasi al fatto di assistere i bisognosi, ma non dobbiamo dimenticarci che la Chiesa questo lo ha fatto sempre, non fissandosi su certe categorie soltanto, ma assistendo tutti coloro che avevano veramente bisogno.
Questa emergenza, ha messo in luce delle carenze importanti, come quella che io ho esposto all’inizio: cosa si deve fare se ci si ammala di qualche altra malattia proprio in questo periodo? Questo lo dico perché è capitato a me di avere una emergenza sanitaria proprio nei giorni in cui si decideva la chiusura di tutto, e ho dovuto penare enormemente e spendere notevoli somme di denaro per avere un po’ di assistenza da un medico che sono riuscito a trovare privatamente. Purtroppo, il problema che avevo doveva essere gestito da un medico, in quanto implicava una cura a base di medicinali che non mi potevo auto prescrivere. 

Io credo questa è un’occasione per riflettere sulla tenuta del nostro servizio sanitario, ma è anche un’occasione per la Chiesa cattolica per riflettere sulla propria vocazione “sanitaria“. Non che la Chiesa sia una ONG, ma attraverso il servizio a coloro che soffrono, tutti coloro che soffrono quale che sia la loro provenienza geografica, essa ha sempre mostrato il volto misericordioso di Gesù. Oggi tante strutture sanitarie ecclesiastiche sono in gravissimi guai finanziari, anche per la cattiva gestione economica in seno alle congregazioni stesse. Poi, molti ospedali cattolici, sono cattolici soltanto di nome ma non di fatto, in quanto in essi si svolgono a volte pratiche o vengono dati consigli medici che apertamente oppongono la morale cattolica. Insomma, una sana riconsiderazione del proprio ruolo a servizio di coloro che soffrono potrebbe essere uno dei frutti più significativi di questo periodo così grave che stiamo vivendo.

mercoledì 25 marzo 2020

Il cuore del respiro

In questi strani giorni di reclusione domestica, per via dell’epidemia di coronavirus, sento molto parlare dei sintomi dello stesso virus, fra i quali c’è quello della difficoltà a respirare. Questo, mi fa riflettere ancora di più sull’importanza del respiro non solo, ovviamente, per la nostra vita di tutti giorni, ma anche per il canto. Sappiamo bene come il canto ben fatto, il belcanto, si basa soprattutto su una buona respirazione, sul saper appoggiare il suono sulla colonna d’aria che sale. Questi concetti, che hanno forse una certa astrattezza quando li si incontra, sono non di meno fondamentali per una buona comprensione del fenomeno canoro.
Il didatta Antonio Juvarra, così afferma in un bel testo su questo argomento disponibile online (voceartistica.it): “Un esordio teatrale, ad effetto, vagamente marxiano, per introdurre il discorso sul ruolo della respirazione nel canto potrebbe essere: “Finora gli scienziati hanno cercato di capire la realtà materiale, esterna, visibile della respirazione e del canto, si tratta adesso di penetrarne il retroscena invisibile.” In effetti anche la respirazione e il canto, come succede con gli aspetti più profondi e significativi della vita, manifestano la natura bidimensionale, a due facce, esteriore ed interiore, della realtà, facce che non sempre coincidono e che non sempre necessariamente devono coincidere, ma di cui è importante comunque capire i rapporti come pure le sfasature”. Certo, è importante concepire la respirazione non solo come un fatto meccanico, ma anche come un fatto metafisico. Questo è un ostacolo per molti didatti contemporanei, fissati su “quello che funziona“, sulla scia di un certo pragmatismo di marca statunitense. Ma in effetti sappiamo come la respirazione, anche al di fuori del suo uso per il canto, viene usata per favorire le capacità introspettive delle persone, per esempio nella meditazione. Continua lo Juvarra nel testo citato: “Non si capisce neppure con quale arbitrio i sedicenti moderni continuatori di una tradizione belcantistica italiana, la quale esplicitamente riconosceva nel rapporto ‘fiato/parlato’ le due ali senza le quali il canto non può volare (e basti citare le parole del Farinelli ottocentesco, Pacchierotti, che affermava che “chi sa ben respirare e ben sillabare, sa ben cantare”) accettino e pubblicizzino soltanto la seconda parte di questo binomio e disinvoltamente buttino nel cestino la prima, a causa dell’uso semplicistico che essi fanno del concetto di semplicità. Con lo stesso criterio saremmo autorizzati a fondare una didattica pianistica basata sull’uso di due dita, invece che di due mani, una ‘two finger level playing’, solo perché più semplice della tradizionale tecnica a dieci dita…....Sbandierando acriticamente lo slogan della semplicità e della facilità, concepiti come assoluti, si dimentica insomma che l’approccio allo studio del canto dev’essere sì naturale, ma nel senso di partire dalla natura superficiale per arrivare alla natura profonda. La tecnica, la vera tecnica è semplicemente il mezzo per arrivare a questa profondità. Tutta la tradizione vocale è lì a testimoniare, con le sue strane espressioni come ‘appoggio’, ‘cantare sul fiato’, ‘colonna del fiato’, che il fenomeno della respirazione nel canto, pur rimanendo profondamente naturale, non ha niente a che fare con l’esperienza della respirazione utilizzata parlando. Illudersi che quest’ultima possa essere usata come modello definitivo di coordinazione muscolare per il canto è come illudersi che spingendo a trecento all’ora una macchina, questa possa ipso facto prendere il volo come un aeroplano….Si può dire in sintesi che un’operazione di questo tipo, che sulla base di un equivoco concetto di naturalezza, proponga come modello la respirazione parlata o riproponga una respirazione toracica, entrambe semplificate delle componenti diaframmatico-addominali concepite come complicazione superflua, non può che portarci al punto di partenza, quello da cui è partita l’esigenza, nella metà dell’Ottocento, di mettere in luce anche la dimensione della profondità e non solo dell’altezza”. Insomma, c’è un elemento profondo che si innesta su quello naturale, ed è questo che lo studio deve essere in grado di tirare fuori.
Enrico Stichelli (enricostinchelli.it) nel suo blog così afferma: “Pavarotti, ai suoi allievi, poneva il pugno sull’addome e poi li invitava a cantare: in pratica, per non soffocare, si veniva costretti a contrapporre la propria spinta muscolare a quella della mano di Lucianone: un bel training.Le cantanti antiche usavano i bustini, con i lacci ben stretti. Il baritono Valdengo mi raccontò del suo incontro con Beniamino Gigli che, vedendolo giovane ,magro e asciutto, disse:” Sicuramente non canti ancora bene, hai la pancia a pisciatoio (cioè concava, all’indentro). Quando sarai rotondo come me, allora canterai bene.” Gigli non intendeva “rotondo” per “grasso”, ben inteso: parlava ovviamente del muscolo, che inevitabilmente si forma appoggiando  e  sostenendo il suono per il canto lirico.  Maestri  indiscussi  di  canto  'sul  fiato'  sono  stati  Carlo Tagliabue, Tito Schipa, Piero Cappuccilli, Magda Olivero, Carlo Bergonzi. In genere, come  si  è  detto: tutti  i  grandi  cantanti”.
Non dimentichiamo che il concetto di “respirazione“, è importante anche nell’ambito dell’interpretazione musicale. Ogni pezzo di musica, che sia cantato o no, deve “sapere respirare“. Una interpretazione che non tiene conto della respirazione insita nella musica stessa, è un’interpretazione fallace, una interpretazione che certamente è fallimentare in partenza. Pensiamo all’apoteosi del concetto di interpretazione unito a quello di respirazione, che possiamo trovare nel canto gregoriano, dove gli esecutori non solo devono necessariamente trovare i punti di respirazione adeguati nel corso del brano interpretato, ma lo stesso è quasi sottratto ad alcuni parametri musicali per avvicinarsi alla naturalezza e mi verrebbe da dire “all’irregolarità” dellapulsazione naturale, che non è metronomica ma segue un ritmo dettato dall’incresparsi delle tensioni emotive. In un video su You Tube di qualche tempo fa erano state comparate alcune esecuzioni registrate un centinaio di anni fa con alcune versioni moderne. Un elemento che certamente risaltava era proprio quello di una maggiore libertà ritmica, una maggiore fluidità nell’interpretare il brano rispetto alla dittatura del metronomo che molti interpreti moderni subiscono. 

Insomma, anche una tragedia come la presente ci permette di riflettere sull’importanza della respirazione e di come essa sia al centro non solo dei nostri processi vitali, ma anche della nostra corretta ermeneutica dell’elemento musicale in chiave estetica e filosofica.

venerdì 20 marzo 2020

Liturgia al tempo del coronavirus

Tutti possiamo seguire i tanti dibattiti e le tante polemiche che si succedono in questi giorni, il cui unico tema di discussione, e con ragione, è la pandemia di coronavirus che stiamo vivendo. Non si parla d’altro, la gente non vuole parlare o sentire altro. Ripeto, non ci sorprende una cisa del genere, visto che questo evento segnerà anche la nostra vita nel futuro, come una guerra o una calamità naturale. Arrriverà un momento in cui dovremmo per forza fare i conti con questi eventi e cercare di capire se ci insegnano qualcosa. Uno dei temi è quello della partecipazione impedita alla liturgia, per evitare assembramenti di persone e favorire la diffusione della malattia. Pensando poi che lo spettro demografico di coloro che frequentano la chiesa ai nostri tempi tende verso l’età più matura.
La Messa è l’atto più grande della nostra fede. Nella Mediator Dei, Pio XII sanciva: “Il dovere fondamentale dell'uomo è certamente quello di orientare verso Dio se stesso e la propria vita. «A Lui, difatti, dobbiamo principalmente unirci, e indefettibile principio, al quale deve anche costantemente rivolgersi la nostra scelta come ad ultimo fine, che perdiamo peccando anche per negligenza e che dobbiamo riconquistare per la fede credendo in Lui» (San Tommaso, Summa Theol., 2.a 2.æ, q. 81, a. 1). Ora, l'uomo si volge ordinatamente a Dio quando ne riconosce la suprema maestà e il supremo magistero, quando accetta con sottomissione le verità divinamente rivelate, quando ne osserva religiosamente le leggi, quando fa convergere verso di Lui tutta la sua attività, quando per dirla in breve presta, mediante le virtù della religione, il debito culto all'unico e vero Dio. Questo è un dovere che obbliga prima di tutto gli uomini singolarmente, ma è anche un dovere collettivo di tutta la comunità umana ordinata con reciproci vincoli sociali, perché anch'essa dipende dalla somma autorità di Dio. Si noti, poi, che questo è un particolare dovere degli uomini, in quanto Dio li ha elevati all'ordine soprannaturale. Così se consideriamo Dio come autore dell'antica Legge, lo vediamo proclamare anche precetti rituali e determinare accuratamente le norme che il popolo deve osservare nel rendergli il legittimo culto. Stabilì, quindi, vari sacrifici e designò varie cerimonie con le quali dovevano compiersi; e determinò chiaramente ciò che si riferiva all'Arca dell'Alleanza, al Tempio ed ai giorni festivi; designò la tribù sacerdotale e il sommo sacerdote, indicò e descrisse le vesti da usarsi dai sacri ministri e quanto altro mai aveva relazione col culto divino (cfr. Levitico). Questo culto, del resto, non era altro che l'ombra (Heb. 10, 1) di quello che il Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento avrebbe reso al Padre Celeste”. Insomma, la liturgia non è qualcosa di accessorio, ma un dovere preciso del cristiano. Certo, ci sono anche le esigenze di salvaguardare vite umane, non esporli a possibili pericoli. Ecco che trovare un equilibrio in questa situazione diviene estremamente difficile e penoso.
Mons. Giampaolo Crepaldi, in un documento recente, ha osservato: “Il bene comune è di natura morale e, come abbiamo detto sopra, questa crisi dovrebbe indurre alla riscoperta di questa dimensione, ma la morale non vive di vita propria, dato che è incapace di fondarsi ultimamente. Qui si pone il problema della relazione essenziale che la vita politica ha con la religione, quella che meglio garantisce anche la verità della vita politica. L’autorità politica indebolisce la lotta contro il male, come accade anche con l’epidemia in corso, quando equipara le Sante Messe alle iniziative ludiche, pensando che debbano essere sospese, magari anche prima di sospendere altre forme aggregative senz’altro meno importanti. Anche la Chiesa può sbagliare quando non fa valere, per lo stesso autentico e completo bene comune, l’esigenza pubblica delle Sante Messe e dell’apertura delle chiese. La Chiesa dà il suo contributo alla lotta contro l’epidemia nelle varie forme di assistenza, aiuto e solidarietà che essa sa realizzare, come ha sempre fatto in casi simili in passato. È il caso, però, di mantenere alta l’attenzione alla dimensione religiosa del suo apporto, affinché non sia considerata una semplice espressione della società civile. Per questo assume un valore particolare quanto affermato da Papa Francesco che ha pregato lo Spirito Santo di dare “ai pastori la capacità e il discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lascino da solo il santo popolo fedele di Dio. Che il popolo di Dio si senta accompagnato dai pastori e dal conforto della Parola di Dio, dei sacramenti e della preghiera”, naturalmente con il buon senso e la prudenza che la situazione richiede“. Ecco, in queste osservazioni del prelato mi sembra ci siano spunti da tenere presenti, in quanto quello che ci accade oggi non è che uno specchio di un cammino su cui la Chiesa si è oramai incamminata da decenni, in cui io soprannaturale è stato a bella posta “naturalizzato”, rendendo possibile concepire la santa Messa come un’attività tra le altre. E non dimentichiamo che anche lo stile di tante celebrazioni dei tempi nostri ci richiama a questo desiderio di quotidianeità liturgica, che rende agli occhi di tanti la liturgia un incontro fra gli altri, senza quel carattere soprannaturale che dovrebbe esserne al cuore. 

Come vivere la liturgia al tempo del coronavirus? Deus non alligatur sacramentis, ci dice la tradizione teologica cattolica, Dio può agire ed agisce anche al di fuori di una regolare vita sacramentale. Noto che in questi tempi, specialmente sui social, c’è un continuo organizzare la recita del rosario, la via crucis, novene....insomma tutte quelle forme di preghiera che tanti nella Chiesa stessa hanno vituperato perché appartenenti ad un passato che molti vivono quasi con vergogna, come se non ci dovesse più appartenere.

domenica 15 marzo 2020

Se ora avete più tempo a casa, ascoltate il canto gregoriano

Voglio dare un suggerimento a credenti e non credenti: ora che il coronavirus ci costringe alla quarantena e abbiamo più tempo in casa, ascoltate il canto gregoriano. Anche se non credete, vi farà bene, perché il canto gregoriano non è semplicemente musica, ma è una via spirituale a Dio. Io spero che i non credenti la percorrano tutta ma già iniziare sarà importante.
Un articolo di Pino Pignatta su fondazionegraziottin.org dice a proposito: “Lasciatela vagare nel vostro intimo come un’onda che s’infrange, muore e ritorna. Come una risacca musicale che vi accompagna senza sosta anche a occhi chiusi. Lasciate che sia un “mantra” capace di riempire il silenzio della mente. È una musica che non è triste né allegra, ma al tempo stesso può essere triste o allegra perché è “modale”, cioè prodotta da una concatenazione precisa di toni e semitoni (i più famosi sono il “maggiore” e il “minore”, ma ne esistono moltissimi altri) che conferiscono all’atmosfera generale un tono cupo, gioioso o malinconico. Non è una musica che ha in sé i germi di una guarigione, che nasce per essere lenitiva, come una solare sinfonia mozartiana, o una zampillante melodia di Schubert. Ma può essere benissimo tutto questo, un balsamo, un sollievo, perché è un colloquio intimo con Dio, una confessione a tu per tu, un trovarsi faccia a faccia. È una preghiera articolata in suoni. Un’orazione da cantare non in modo formale, ma con devozione: come diceva san Paolo, «con il cuore». Sotto l’apparente “fissità” della monodia (una musica a una o più voci nella quale abbiamo una sola melodia), in realtà si muove un universo spirituale interiore che ha qualcosa di magmatico. E che per la particolare articolazione delle voci, per il loro timbro, ci interroga e intanto ci lascia un oceano di pace interiore. Ecco la nostra nuova “provocazione”: il Canto gregoriano. Si fa per dire nuova, perché ci scaraventa, letteralmente, indietro di oltre 1.500 anni. Dopo la “trasgressione “ di Alban Berg, che con il suo violino per un “Angelo” ci ha spinto verso le asprezze dodecafoniche dell’atonalità, la scorsa puntata abbiamo fatto una pausa ristoratrice alle fonti cristalline della musica di Brahms, custode severo della forma, baluardo contro ogni dissoluzione dell’arte e argine a quegli esploratori di terre musicali che il gigante di Amburgo già vedeva muoversi intorno a sé, non senza qualche brivido “armonico” lungo la schiena. Ora immaginate di fare un salto ritroso nel tempo. Di essere immersi in un silenzio dove non ci sono ancora note codificate, un’epoca storica nella quale nessuna delle musiche – classiche o leggere, colte o popolari – alle quali siete abituati, fatte di strumenti che accompagnano le voci o di più musicisti che suonano insieme, era ancora stata “inventata”. Un’epoca senza sinfonie, senza orchestre, senza quartetti o quintetti, senza violini o clarinetti, senza canzoni. E ora provate a immaginare d’essere ospiti in un monastero di clausura intorno al IX secolo, cioè verso l’800 dopo Cristo. Bene: quella che vi proponiamo questa settimana nel documentario tratto da YouTube – un affascinante viaggio tra i monaci dell’Abbazia francese di Solesmes – è la sola musica, diciamo “ufficiale”, che avreste sentito vivendo allora. E il monastero, l’unico luogo in cui era possibile ascoltarla. Se pensate che la musica (intesa come la conosciamo noi da quando siamo nati) sia sempre esistita, vi domanderete perché. Semplice: dopo la caduta dell’impero romano, durante il 400 dopo Cristo, a poco a poco la Chiesa estende la propria influenza in tutta Europa; e per molto tempo – almeno cinque secoli, sino a quando compaiono in Francia i trovatori e i trovieri che diffondono i canti profani – la musica è soprattutto religiosa: è utilizzata esclusivamente per scopi liturgici, spirituali”. In effetti, la musica è nata come musica sacra e poi si è profanizzata. Ma all’inizio era un modo per parlare a Dio.
Enzo Crotti su musica-spirito.it ci parla del potere terapeutico del canto gregoriano: “Il canto accompagna da sempre la vita dell’uomo ed è utilizzato per molti importanti eventi della sua vita sociale, tra cui matrimoni e cerimonie religiose. Il Dott. Tomatis ha a lungo studiato l’importanza dell’ascolto e le funzioni dell’orecchio umano, evidenziando l’importanza terapeutica della musica. Tramite una delle sue esperienze, possiamo capire la grande utilità del canto per una comunità religiosa. Il canto gregoriano è un canto religioso tradizionalmente eseguito dalle comunità di monaci benedettini, ma dopo il Secondo Concilio Vaticano molti vescovi e abati sminuirono la sua importanza a favore di un canto più leggero e pop. In particolare Tomatis fu contattato da un monastero in cui l’abate aveva deciso che, le numerose ore dedicate alla pratica del canto gregoriano da parte dei monaci non erano necessarie. In breve tempo i monaci cominciarono a manifestare stanchezza e depressione a causa del rigoroso programma di lavoro e preghiera. Furono contattati medici che però non trovarono una soluzione, correlando i problemi alla dieta vegetariana dei monaci. Anche dopo aver variato la dieta i risultati non arrivarono, fino a quando non fu chiamato il Dott. Tomatis. Appena seppe che era stata interrotta la pratica del canto gregoriano, capì che questo poteva essere la causa del problema.  Senza il suo effetto terapeutico e rigenerativo, i monaci non avevano l’energia e la forza necessarie per sostenere la vita rigorosa che la comunità religiosa richiedeva. Una volta ristabilito il canto quotidiano, i problemi cessarono e il monastero tornò alla regolarità”. Vero o non vero, si può fare esperienza del fatto che il canto gregoriano ha veramente un potere rilassante, a parte il suo fondamentale scopo di essere preghiera.
Tempo fa ero in una comunità monastica e ho recitato un’ora liturgica con loro. Ad un certo punto hanno cantato l’inno in canto gregoriano, ed era così bello e spirituale che non potevo fare a meno di chiedermi: perché abbiamo perso tutto questo? Chi lo ha chiesto?

Ecco, ora che avete più tempo, andate su You Tube e date fondo alle centinaia di migliaia di video che vi troverete sul canto gregoriano. Non ve ne pentirete.

giovedì 12 marzo 2020

Quello che non abbiamo più

Per chi vive in Italia, in questi giorni di marzo, sono giorni surreali. L’epidemia di coronavirus ci costringe a starcene chiusi dentro casa, con misure sempre più restrittive giustificate dal legittimo desiderio di contenere un contagio che in certi momenti sembra inarrestabile. Proprio questa privazione di libertà nel muoversi ci fa ripensare a tutte le cose che normalmente siamo in grado di fare e che ora non possiamo fare, ci fa pensare a quello che non abbiamo più. Certo, come individui questo lo proviamo anche grazie ad una malattia, ma questo che abbiamo oggi è oramai un sentimento collettivo, un’ansia sociale, una emozione condivisa.
A me personalmente manca di poter andare al supermercato, aggirarmi tra i banconi e poter fare le mie scelte mischiandomi con gli altri clienti. Mi manca di poter guardare le vetrine dei negozi, mi manca di poter salutare qualcuno che incontro per la strada, mi manca di poter fermarmi a chiacchierare con qualche negoziante, che magari mi conosce da bambino. Mi manca di poter prendere un autobus affollato, mi manca di poter camminare senza senso per la mia Roma, mi manca di poter osservare in un angolo la varia umanità che mi passa di fronte e non aver paura di loro. Mi manca il rigoglio della frutta fresca nei banchi dei negozi, i vari tipi di pizza dai fornai, i troppi libri che vorrei ma che non posso leggere nelle librerie. Mi manca di poter andare in ospedale se non mi sento bene, di poter mischiarmi ad altre persone che come me vanno lì con tanta speranza sperando di essere curate e guarite. Mi manca di poter entrare nelle chiese, di avere i miei dialoghi segreti che non vengono disturbati dai turisti che entrano ed escono, ma anche di poter osservare la storia della nostra fede così gloriosa e splendente. Mi mancano le basiliche, richiese grandi, ma anche quelle piccole, dove mi sento più riparato, dove mi rifugio quando voglio che il mio rapporto con Gesù sia più discreto, senza troppi occhi che ci osservano.
Mi mancano le liturgie curate, con la consapevolezza che quello che si celebra è la cosa più preziosa che abbiamo, mi mancano i canti adatti, le parole giuste, i testi stabiliti; ma questa, purtroppo, non è una mancanza recente.
Mi mancano le campane, i fiori sugli altari, le edicole mariane lungo le strade, davanti cui fermarmi anche per pochi secondi e ricordarmi alla Madonna insieme alla mia famiglia e a tutti quelli che mi sento di ricordare. 

Mi mancano i profumi della vita vera che si svolge al di fuori del mio palazzo, l’umanità che soffre e gioisce, che parla di cose inessenziali come se fossero essenziali, e questa a volte è la nostra salvezza. Mi mancano i pranzi con gli amici, le chiacchiere su questo e quello, i ristoranti che conoscono e che mi sanno servire. Mi mancano le targhe commemorative nelle strade che leggo e rileggo, perché in esse c’è anche la mia memoria in quanto parte di una comunità.  Mi manca di poter viaggiare, di vedere altri luoghi e vivere altre vite. Chissà, forse è questo il lato positivo di questo altrimenti maledetto virus, quello di farci sentire fortunati per quello che abbiamo e che speriamo di riavere presto, quando tutto questo sarà finito. Nel frattempo alcuni non ce l’avranno fatta, alcuni saranno stati idioti mettendo in pericolo altre persone per la loro idiozia, altri avranno perso tanto, forse troppo. Ma la vita ricomincerà, ci sarà un momento in cui tutto questo sarà alle spalle e la vita sembrerà la solita, quella vita per cui ci sembrano scontate tutte quelle cose che adesso ci appaiono così preziose.

lunedì 9 marzo 2020

Un canto per il nostro tempo: Parce Domine

Immagino che tutti noi che stiamo vivendo questo tempo in preda all’epidemia di coronavirus, ricorderemo questi giorni e le ansie che li accompagnano. Questa memoria non ci abbandonerà mai, perché per molti di noi è la prima volta che ci troviamo in una situazione del genere. Ci sono dei canti che possono rispondere a quanto stiamo vivendo? Certamente ce ne sono molti, ma uno che mi viene in mente è Parce Domine, un’antifona gregoriana a cui spesso vengono accompagnati alcuni versi in forma metrica. La melodia austera del canto gregoriano ci accompagna nel nostro esprimere la nostra supplica a Dio, l’invocazione di ascoltare il suo popolo. Dice infatti: “Perdona, Signore, perdona il Tuo popolo, non rimanere in eterno adirato con noi”. Questa invocazione ci fa capire qual è il tono che questo canto dà alla nostra preghiera. Nella prima strofa viene detto: “Plachiamo l'ira vendicatrice, piangiamo di fronte al Giudice; chiamiamolo con voce supplicante prostrati diciamo tutti insieme: Perdona, Signore...”. Queste parole sembrano lontane dal cattolicesimo buonista a cui siamo stati abituati negli ultimi decenni. Certamente parlare di “ira vendicatrice“ può sembrarci duro, ma in realtà l’enfasi è tutta sui nostri peccati, è l’uomo che immagina Dio essere adirato con noi per la nostra continua infedeltà. Quindi il testo parla certamente di Dio ma per parlare di noi. Nel libro di Nahum (1, 1-8) si dice: “Un Dio geloso e vendicatore è il Signore, vendicatore è il Signore, pieno di sdegno.  Il Signore si vendica degli avversari  e serba rancore verso i nemici.  Il Signore è lento all'ira, ma grande in potenza e nulla lascia impunito. Nell'uragano e nella tempesta è il suo cammino e le nubi sono la polvere dei suoi passi. Minaccia il mare e il mare si secca, prosciuga tutti i ruscelli. Basàn e il Carmelo inaridiscono, anche il fiore del Libano languisce. Davanti a lui tremano i monti, omdeggiano i colli; si leva la terra davanti a lui, il mondo e tutti i suoi abitanti. Davanti al suo sdegno chi può resistere e affrontare il furore della sua ira? La sua collera si spande come il fuoco e alla sua presenza le rupi si spezzano. Buono è il Signore, un asilo sicuro nel giorno dell'angoscia: conosce quelli che confidano in lui quando l'inondazione avanza. Stermina chi insorge contro di lui e i suoi nemici insegue nelle tenebre”. Giustamente un’immagine molto diversa rispetto quella cui siamo abituati. E pure non c’è contraddizione fra il Dio misericordioso e il Dio giusto. Se capissimo questo avremmo capito veramente tantissimo.
Nella seconda strofa di Parce Domine viene detto: “Con le nostre colpe abbiamo offeso la Tua clemenza. Tu che perdoni, effondi su di noi la Tua indulgenza”. Dio è lì per perdonarci, anche se le nostre colpe hanno tentato la sua pazienza. Certamente siamo fortunati nel sapere che la misericordia di Dio è infinita proprio perché infinita è anche la sua giustizia. Ma dobbiamo cercare di capire nell’evolversi della nostra storia, in cosa dobbiamo emendarci per non attirare ancora il duro castigo di Dio.
Nella terza strofa si dice: “Concedici un tempo propizio. Dona di lavare con le lacrime il nostro cuore immolato, perché a Tua carità è sempre viva”. E il tempo propizio che viviamo è proprio quello della Quaresima, una Quaresima che quest’anno è così strana per via dell’epidemia di coronavirus, che ci costringe a rinunciare anche alle Messe. Insomma, quest’anno oltre alle privazioni del normale digiuno, abbiamo una privazione anche di senso diverso. Come detto, negli anni a venire, ripenseremo tutto quello che sta accadendo in questi giorni e forse saremo in grado di dare un senso molto più profondo a questi avvenimenti.
Nella quarta strofa si dice: “Ascolta, o buon Creatore, le nostre suppliche e i pianti che si effondono in questo sacro quaresimale digiuno”. E proprio di suppliche e pianti dobbiamo parlare, di angosce e ansie, di paura per il nostro futuro. Ecco, non c’è che la supplica e l’invocazione per cercare di attirare l’attenzione di Dio sulla nostra presente miseria.
Nell’ultima strofa viene detto: “Tu che leggi i cuori sai quanto è debole la nostra forza, a noi che ci rivolgiamo a Te mostra la Tua misericordia”. Ecco, è molto bella questa strofa, perché afferma come Dio che legge i cuori sa quanto è debole la nostra forza. Soltanto riconoscendo che viviamo nel peccato, riconoscendo la nostra fragilità, possiamo pensare di ottenere qualcosa. L’orgoglio, l’arroganza, non ci aiuteranno nelle presenti difficoltà.
La bella melodia nel primo modo, semplice ma solenne, sembra proprio reiterare questa invocazione ripetendosi quasi dalla prima alla seconda semifrase. Una frase ascensionale sulle parole “ne in aeternum” sembra quasi adombrare questa necessità che ha l’uomo per la misericordia del suo Creatore.
Sul sito dell’unione catechisti (unionecatechisti.it) trovo questa bella meditazione che prende spunto dalla nostra antifona: “La Sacra Scrittura è piena di fatti comprovanti che Iddio gradisce i piccoli mezzi di penitenza e sovente perdona molti peccati per modesti atti di mortificazione o di preghiera, come avvenne per esempio agli Ebrei nel deserto infestati dai serpenti velenosi e salvati al solo guardare il serpente di bronzo eretto a forma di Croce da Mosè per ordine di Dio stesso in mezzo all'accampamento. Era quello un simbolo del Divin Crocifisso. Sappiamo che basta una parola di vivo pentimento uscita da un cuore amante e penitente per ottenere, un generoso perdono e per sentirsi ripetere come alla Maddalena: « Molto ti è stato perdonato perché molto hai amato ». Ora non ci stupiremo se, ai giorni nostri, così pieni di serie preoccupazioni, ci si invita alla recita della Divozione a Gesù Crocifisso, ricordandoci una solenne promessa che trascriviamo dagli scritti di Fra Leopoldo Musso: « La divozione a Gesù Crocifisso fermerà i flagelli ». I peccati del mondo sono vero richiamo di nuovi castighi che la bontà misericordiosa di Dio vorrebbe risparmiarci se noi ci convenissimo « ad vera penitenza ». Preghiamo quindi il Santo Crocifisso, nostro albero di vita, e supplichiamolo di fermare la giusta collera. Parce Domine - ripetiamo ogni giorno recitando la nostra cara Divozione - noi Ti adoriamo Crocifisso e Ti benediciamo, promettendoTi il nostro amore, ma Tu risparmiaci i giusti colpi della Tua divina vendetta. Parce Domine - diciamo con santa insistenza - le Tue Piaghe sacratissime sono il nostro rifugio, la nostra speranza, l'unica sorgente delle Tue misericordie. Parce Domine … noi ci uniamo a Maria SS. Tua Madre tenerissima, a tutti gli Angeli e ai Beati del Cielo per cantarti l'inno della nostra adorazione e per dirTi che siamo ritornati all'ovile col desiderio di non allontanarci mai più. Ascolta e accetta le nostre lacrime! Parce Domine … per la Piaga della Tua mano destra assisti la Tua Chiesa e il Tuo Vicario, affinché la loro voce sia ascoltata dagli uomini di buona volontà e sia fatta strada alla giustizia e alla carità. Fa, o Signore, che tutti i Tuoi figli camminino nella via dei Tuoi santi precetti. Parce Domine … per quel sangue che uscì in tanta copia dalla Tua mano sinistra siano riscattati tutti i poveri peccatori e i moribondi, specialmente quelli più lontani da Te che rifiutano la Tua grazia. Guarda, o Gesù, sono milioni di anime che, in molte lingue, ripetono con noi questa preghiera e fra essi vi sono dei giovani a Te tanto cari … vi sono dei sofferenti … dei penitenti volontari … Parce Domine … la ferita del Tuo piede destro ti sia dolce richiamo alla Tua infinita bontà e per tale sorgente di carità benedici il Tuo Clero e i Tuoi Religiosi, affinché il giardino della Tua Chiesa sia sempre più arricchito di numerosi fiori di santità. Parce Domine … siamo ancora noi, che fissando il nostro sguardo alla Piaga del Tuo piede sinistro ti scongiuriamo di avere clemenza per quei che ci precedettero all'eternità « col segno della Fede » e che in vita furono più devoti delle Tue sacratissime Piaghe. Abbi pietà in modo particolare di coloro che morirono sui campi di battaglia. Parce Domine … il Tuo cuore, oceano di ogni misericordia, è ancora la sola fiducia nostra e dei nostri cari e quindi in Esso chiudiamo tutte le persone che si raccomandano alle nostre preghiere”.

Facciamo nostra, con fiducia, questa accorata preghiera.

domenica 8 marzo 2020

Teniamoci cari gli anziani

In questi giorni in cui combattiamo con l’epidemia di coronavirus, si sente spesso dire che i decessi procurati da questo virus riguardano per la stragrande maggioranza gli anziani. A volte, non sempre, questo viene detto con una sorta di sollievo, come dire “tocca a loro che tanto sono vicini comunque al commiato, risparmia le persone più giovani“. Ora, capisco che alcuni sotto pressione non riflettano bene sulle conseguenze di quello che dicono, ma io credo che questa mentalità sia veramente scorretta.
Dobbiamo lottare anche per fare in modo che gli anziani possano scampare questo pericolo ed essere tristi per i loro decessi come se riguardasse un giovane. Gli anziani, sono la nostra memoria. Gli anziani sono il collegamento fra noi e la generazione precedente, sono l’anello di una catena che rischia di assottigliarsi sempre più. Essi sono da tenere in grandissima considerazione, perché una società solo giovane rischia tutte le derive di quella malattia straordinaria che chiamiamo “gioventù”.
In una visita ad una casa di anziani Benedetto XVI diceva nel 2012: “Nella Bibbia, la longevità è considerata una benedizione di Dio; oggi questa benedizione si è diffusa e deve essere vista come un dono da apprezzare e valorizzare. Eppure spesso la società, dominata dalla logica dell'efficienza e del profitto, non lo accoglie come tale; anzi, spesso lo respinge, considerando gli anziani come non produttivi, inutili. Tante volte si sente la sofferenza di chi è emarginato, vive lontano dalla propria casa o è nella solitudine. Penso che si dovrebbe operare con maggiore impegno, iniziando dalle famiglie e dalle istituzioni pubbliche, per fare in modo che gli anziani possano rimanere nelle proprie case. La sapienza di vita di cui siamo portatori è una grande ricchezza. La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune. Chi fa spazio agli anziani fa spazio alla vita! Chi accoglie gli anziani accoglie la vita!”. Penso che queste belle parole di papa Benedetto XVI possano bastare per comprendere come un cattolico deve considerare l’anziano, come portatore di un grande arricchimento per la società tutta.
Pensiamo per esempio all’importanza dei nonni. Io purtroppo non ho più i miei nonni già da qualche anno, ma la loro memoria, per quelli che ho potuto conoscere, rimane sempre nel mio cuore. La loro dedizione a me e alla nostra famiglia è qualcosa che rimane dentro come un insegnamento da portare avanti per le generazioni future. Io posso osservare anche i ragazzi un poco difficili, con problemi, per cui spesso l’unico rapporto solido che riescono a costruire è con i propri nonni. Quando i nonni se ne vanno, non se ne vanno solo le nostre memorie, ma anche le memorie dei nostri genitori, sembra veramente una doppia perdita.
Papa Francesco, durante un’udienza generale nel 2015 affermava: “Noi possiamo ringraziare il Signore per i benefici ricevuti, e riempire il vuoto dell’ingratitudine che lo circonda. Possiamo intercedere per le attese delle nuove generazioni e dare dignità alla memoria e ai sacrifici di quelle passate. Noi possiamo ricordare ai giovani ambiziosi che una vita senza amore è una vita arida. Possiamo dire ai giovani paurosi che l’angoscia del futuro può essere vinta. Possiamo insegnare ai giovani troppo innamorati di sé stessi che c’è più gioia nel dare che nel ricevere. I nonni e le nonne formano la “corale” permanente di un grande santuario spirituale, dove la preghiera di supplica e il canto di lode sostengono la comunità che lavora e lotta nel campo della vita. La preghiera, infine, purifica incessantemente il cuore. La lode e la supplica a Dio prevengono l’indurimento del cuore nel risentimento e nell’egoismo. Com’è brutto il cinismo di un anziano che ha perso il senso della sua testimonianza, disprezza i giovani e non comunica una sapienza di vita! Invece com’è bello l’incoraggiamento che l’anziano riesce a trasmettere al giovane in cerca del senso della fede e della vita! E’ veramente la missione dei nonni, la vocazione degli anziani. Le parole dei nonni hanno qualcosa di speciale, per i giovani. E loro lo sanno. Le parole che la mia nonna mi consegnò per iscritto il giorno della mia ordinazione sacerdotale, le porto ancora con me, sempre nel breviario e le leggo spesso e mi fa bene. Come vorrei una Chiesa che sfida la cultura dello scarto con la gioia traboccante di un nuovo abbraccio tra i giovani e gli anziani! E questo è quello che oggi chiedo al Signore, questo abbraccio!”. Spesso sentiamo di anziani maltrattati, trattati come scarti, ma questo fa parte di una società che oramai coltiva una cultura dell’inumanità.

Ecco, quando sento parlare dei decessi per coronavirus e si sente dire che “per fortuna riguardano solo le fasce delle persone anziane“, mi fa un po’ male, perché se Dio vuole un giorno anziano lo sarò anche io, e veramente non vorrei essere trattato come un qualcosa di cui si può tutto sommato fare a meno. Certamente, ho detto in precedenza, capisco che la pressione di questi giorni possa far dire cose che sembrano consolatorie mai realtà sono soltanto terribili. Ho sentito altre persone fare riferimento a questo fatto, al fatto di sentirsi sollevati perché i decessi riguardano soltanto gli anziani e non le persone nelle fasce più giovani. Ma in questa lotta contro questo virus maledetto, siamo tutti insieme, se perdiamo i giovani perdiamo la forza e la speranza per il futuro, se perdiamo gli anziani stiamo perdendo la memoria di quello che siamo, ricchezze che vengono dall’esperienza, la saggezza che viene dall’aver vissuto già tanto. Noi non possiamo permetterci di perdere nulla di questo in modo così traumatico e drammatico. La natura ha i suoi ritmi che un morbo così improvviso sta sconvolgendo. Spero questo coronavirus sarà presto un brutto ricordo e mi auguro di poter vedere nel parco giochi vicino alla mia abitazione tante persone anziane che giocano e raccontano storie ai loro nipoti.

sabato 29 febbraio 2020

Federico Borromeo e l’epidemia di peste nel nord Italia

Purtroppo, sappiamo come virus e batteri, sono sempre intorno a noi, sono delle compagnie non gradevoli ma con cui conviviamo praticamente quotidianamente. Alcuni di questi sono certamente innoqui, mentre altri ci fanno molto spaventare e molto riflettere. Prendiamo ad esempio l’ultima epidemia, quella che stiamo vivendo adesso, quella dovuta al famoso covid-19, chiamato più fare familiarmente come “coronavirus“. Il modo in cui questa epidemia è stata affrontata, specie dalla stampa, la fa sembrare quasi un ritorno della peste che uccise più di 1 milione di persone nella Milano del XVII secolo, quella peste che è stata raccontata magistralmente da Alessandro Manzoni ne “I promessi sposi“. In questo romanzo, sono presenti molti temi, come quello dell’amore, della provvidenza, della brama di possesso, ma certamente anche il tema legato alla descrizione di circostanze storiche, come quella dell’epidemia della peste, è un elemento importante che ha decretato a questo romanzo il successo che tuttora detiene. In effetti, proprio la stampa ci ha informato che la gente è tornata a leggere molto questo romanzo in questi giorni, insieme a “La peste”, di Albert Camus.
Naturalmente, questa circostanza straordinaria, a portato a galla anche le tensioni che esistono nell’ambito ecclesiale, non poche polemiche ci sono state per la gestione di questa emergenza da parte di alcune diocesi, come il discorso della sospensione o meno delle Messe e la sua opportunità. Certo sono temi delicati, che hanno molte sfaccettature che è difficile affrontare in poche righe. Allora, proprio riprendendo dal romanzo di Manzoni, mi piace qui portare in primo piano la figura del vescovo Federico Borromeo e la descrizione che ne fa il romanzo proprio quando affronta il tema della peste. Federico, come lo chiama il romanziere, diede esempio di grandi doti pratiche e spirituali: “Trovo che il cardinal Federigo, appena si riseppero i primi casi di mal contagioso, prescrisse, con lettera pastorale a’ parrochi, tra le altre cose, che ammonissero più e più volte i popoli dell’importanza e dell’obbligo stretto di rivelare ogni simile accidente, e di consegnar le robe infette o sospette: e anche questa può essere contata tra le sue lodevoli singolarità.”.  Poi, parla di una richiesta fatta al Borromeo: “Insieme con quella risoluzione, i decurioni ne avevan presa un’altra: di chiedere al cardinale arcivescovo, che si facesse una processione solenne, portando per la città il corpo di san Carlo. Il buon prelato rifiutò, per molte ragioni. Gli dispiaceva quella fiducia in un mezzo arbitrario, e temeva che, se l’effetto non avesse corrisposto, come pure temeva, la fiducia si cambiasse in iscandolo. Temeva di più, che, se pur c’era di questi untori, la processione fosse un’occasion troppo comoda al delitto: se non ce n’era, il radunarsi tanta gente non poteva che spander sempre più il contagio: pericolo ben più reale2. Chè il sospetto sopito dell’unzioni s’era intanto ridestato, più generale e più furioso di prima”. Insomma, anche il buon vescovo doveva far conto con le contingenze pratiche, e non aumentare il pericolo che il contagio potesse diffondersi. Eppure non potè molto nel frenare la psicosi, che al tempo era probabilmente ben giustificata: “Nè tali cose accadevan soltanto in città: la frenesia s’era propagata come il contagio. Il viandante che fosse incontrato da de’ contadini, fuor della strada maestra, o che in quella si dondolasse a guardar in qua e in là, o si buttasse giù per riposarsi; lo sconosciuto a cui si trovasse qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel vestito, erano untori: al primo avviso di chi si fosse, al grido d’un ragazzo, si sonava a martello, s’accorreva; gl’infelici eran tempestati di pietre, o, presi, venivan menati, a furia di popolo, in prigione. Così il Ripamonti medesimo. E la prigione, fino a un certo tempo, era un porto di salvamento“. Così i decurioni tornarono all’assalto: “Ma i decurioni, non disanimati dal rifiuto del savio prelato, andavan replicando le loro istanze, che il voto pubblico secondava rumorosamente. Federigo resistette ancor qualche tempo, cercò di convincerli; questo è quello che potè il senno d’un uomo, contro la forza de’ tempi, e l’insistenza di molti. In quello stato d’opinioni, con l’idea del pericolo, confusa com’era allora, contrastata, ben lontana dall’evidenza che ci si trova ora, non è difficile a capire come le sue buone ragioni potessero, anche nella sua mente, esser soggiogate dalle cattive degli altri. Se poi, nel ceder che fece, avesse o non avesse parte un po’ di debolezza della volontà, sono misteri del cuore umano. Certo, se in alcun caso par che si possa dare in tutto l’errore all’intelletto, e scusarne la coscienza, è quando si tratti di que’ pochi (e questo fu ben del numero), nella vita intera de’ quali apparisca un ubbidir risoluto alla coscienza, senza riguardo a interessi temporali di nessun genere. Al replicar dell’istanze, cedette egli dunque, acconsentì che si facesse la processione, acconsentì di più al desiderio, alla premura generale, che la cassa dov’eran rinchiuse le reliquie di san Carlo, rimanesse dopo esposta, per otto giorni, sull’altar maggiore del duomo. Non trovo che il tribunale della sanità, nè altri, facessero rimostranza nè opposizione di sorte alcuna. Soltanto, il tribunale suddetto ordinò alcune precauzioni che, senza riparare al pericolo, ne indicavano il timore. Prescrisse più strette regole per l’entrata delle persone in città; e, per assicurarne l’esecuzione, fece star chiuse le porte: come pure, affine d’escludere, per quanto fosse possibile, dalla radunanza gli infetti e i sospetti, fece inchiodar gli usci delle case sequestrate: le quali, per quanto può valere, in un fatto di questa sorte, la semplice affermazione d’uno scrittore, e d’uno scrittore di quel tempo, eran circa cinquecento”. Insomma, il vescovo dovette cedere alle insistenze del suo gregge perché si facesse questa professione, per impetrare tramite l’intercessione di San Carlo, la cessazione della peste.
Ed ecco la descrizione della processione: “Tre giorni furono spesi in preparativi: l’undici di giugno, ch’era il giorno stabilito, la processione uscì, sull’alba, dal duomo. Andava dinanzi una lunga schiera di popolo, donne la più parte, coperte il volto d’ampi zendali, molte scalze, e vestite di sacco. Venivan poi l’arti, precedute da’ loro gonfaloni, le confraternite, in abiti vari di forme e di colori; poi le fraterie, poi il clero secolare, ognuno con l’insegne del grado, e con una candela o un torcetto in mano. Nel mezzo, tra il chiarore di più fitti lumi, tra un rumor più alto di canti, sotto un ricco baldacchino, s’avanzava la cassa, portata da quattro canonici, parati in gran pompa, che si cambiavano ogni tanto. Dai cristalli traspariva il venerato cadavere, vestito di splendidi abiti pontificali, e mitrato il teschio; e nelle forme mutilate e scomposte, si poteva ancora distinguere qualche vestigio dell’antico sembiante, quale lo rappresentano l’immagini, quale alcuni si ricordavan d’averlo visto e onorato in vita. Dietro la spoglia del morto pastore (dice il Ripamonti, da cui principalmente prendiamo questa descrizione), e vicino a lui, come di meriti e di sangue e di dignità, così ora anche di persona, veniva l’arcivescovo Federigo. Seguiva l’altra parte del clero; poi i magistrati, con gli abiti di maggior cerimonia; poi i nobili, quali vestiti sfarzosamente, come a dimostrazione solenne di del clero; poi i magistrati, con gli abiti di maggior cerimonia; poi i nobili, quali vestiti sfarzosamente, come a dimostrazione solenne di culto, quali, in segno di penitenza, abbrunati, o scalzi e incappati, con la buffa sul viso; tutti con torcetti. Finalmente una coda d’altro popolo misto. Tutta la strada era parata a festa; i ricchi avevan cavate fuori le suppellettili più preziose; le facciate delle case povere erano state ornate da de’ vicini benestanti, o a pubbliche spese; dove in luogo di parati, dove sopra i parati, c’eran de’ rami fronzuti; da ogni parte pendevano quadri, iscrizioni, imprese; su’ davanzali delle finestre stavano in mostra vasi, anticaglie, rarità diverse; per tutto lumi. A molte di quelle finestre, infermi sequestrati guardavan la processione, e l’accompagnavano con le loro preci. L’altre strade, mute, deserte; se non che alcuni, pur dalle finestre, tendevan l’orecchio al ronzìo vagabondo; altri, e tra questi si videro fin delle monache, eran saliti sui tetti, se di lì potessero veder da lontano quella cassa, il corteggio, qualche cosa. La processione passò per tutti i quartieri della città: a ognuno di que’ crocicchi, o piazzette, dove le strade principali sboccan ne’ borghi, e che allora serbavano l’antico nome di carrobi, ora rimasto a uno solo, si faceva una fermata, posando la cassa accanto alla croce che in ognuno era stata eretta da san Carlo, nella peste antecedente, e delle quali alcune sono tuttavia in piedi: di maniera che si tornò in duomo un pezzo dopo il mezzogiorno. Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima. Ma, oh forze mirabili e dolorose d’un pregiudizio generale! non già al trovarsi insieme tante persone, e per tanto tempo, non all’infinita moltiplicazione de’ contatti fortuiti, attribuivano i più quell’effetto; l’attribuivano alla facilità che gli untori ci avessero trovata d’eseguire in grande il loro empio disegno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col loro unguento quanti più avevan potuto. Ma siccome questo non pareva un mezzo bastante, nè appropriato a una mortalità così vasta, e così diffusa in ogni classe di persone; siccome, a quel che pare, non era stato possibile all’occhio così attento, e pur così travedente, del sospetto, di scorgere untumi, macchie di nessuna sorte, su’ muri, nè altrove; così si ricorse, per la spiegazion del fatto, a quell’altro ritrovato, già vecchio, e ricevuto allora nella scienza comune d’Europa, delle polveri venefiche e malefiche; si disse che polveri tali, sparse lungo la strada, e specialmente ai luoghi delle fermate, si fossero attaccate agli strascichi de’ vestiti, e tanto più ai piedi, che in gran numero erano quel giorno andati in giro scalzi. “Vide pertanto,” dice uno scrittore contemporaneo, “l’istesso giorno della processione, la pietà cozzar con l’empietà, la perfidia con la sincerità, la perdita con l’acquisto.” Ed era in vece il povero senno umano che cozzava co’ fantasmi creati da sè”. 

Insomma, la lunga descrizione che ho riportato del Manzoni, descrizione comunque estremamente godibile dal punto di vista letterario, ci offre un quadro di come religiosità, superstizione, psicosi, speranze, paure, spesso si mischino e formino un groviglio che è veramente difficile dipanare. Aveva ragione il vescovo Federico non voler fare la processione? Aveva ragione il popolo ad insistere per la stessa?  Certamente Borromeo fu comunque di grande esempio: “Federigo dava a tutti, com’era da aspettarsi da lui, incitamento ed esempio. Mortagli intorno quasi tutta la famiglia arcivescovile, e facendogli istanza parenti, alti magistrati, principi circonvicini, che s’allontanasse dal pericolo, ritirandosi in qualche villa, rigettò un tal consiglio, e resistette all’istanze, con quell’animo, con cui scriveva ai parrochi: “siate disposti ad abbandonar questa vita mortale, piuttosto che questa famiglia, questa figliolanza nostra: andate con amore incontro alla peste, come a un premio, come a una vita, quando ci sia da guadagnare un’anima a Cristo.” Non trascurò quelle cautele che non gl'impedissero di fare il suo dovere (sulla qual cosa diede anche istruzioni e regole al clero); e insieme non curò il pericolo, nè parve che se n’avvedesse, quando, per far del bene, bisognava passar per quello. Senza parlare degli ecclesiastici, coi quali era sempre per lodare e regolare il loro zelo, per eccitare chiunque di loro andasse freddo nel lavoro, per mandarli ai posti dove altri eran morti, volle che fosse aperto l’adito a chiunque avesse bisogno di lui. Visitava i lazzeretti, per dar consolazione agl’infermi, e per animare i serventi; scorreva la città, portando soccorsi ai poveri sequestrati nelle case, fermandosi agli usci, sotto le finestre, ad ascoltare i loro lamenti, a dare in cambio parole di consolazione e di coraggio. Si cacciò in somma e visse nel mezzo della pestilenza, maravigliato anche lui alla fine, d’esserne uscito illeso”. Una descrizione certo di altri tempi, ma una descrizione che ci mostra anche alcune dinamiche psicologiche, che non è difficile vedere in atto anche ai giorni nostri.

venerdì 28 febbraio 2020

Castigo di Dio fra misericordia e giustizia

In questi giorni di epidemia di coronavirus, tengono banco le parole del Cardinale Angelo Scola sul castigo divino dietro il coronavirus. Questo tema tenne banco già qualche anno fa e il padre domenicano Giovanni Cavalcoli fu allontanato da Radio Maria proprio per alcune dichiarazioni in cui sosteneva che Dio può in alcune situazioni castigare per ottenere un bene maggiore. Il Cardinale Scola ha detto, rispondendo alla domanda se sia cristiano pensare che dietro il coronavirus ci siano dei castighi divini, che “è una visione scorretta. Dio vuole il nostro bene, ci ama e ci è vicino. Il rapporto con lui è da persona a persona, è un rapporto di libertà. Certo, conosce e prevede gli avvenimenti ma non li determina. Quando gli chiedono se le diciotto persone morte sotto il crollo della torre di Siloe abbiano particolari colpe Gesù smonta la questione: “No, io vi dico, non erano più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme”. Per i cristiani Dio comunica attraverso le circostanze e i rapporti. Anche da questa circostanza potrà emergere un bene per noi. Fra i tanti insegnamenti la necessità di imparare a stare nella paura portandola a un livello razionale”. Ma, a me sembra, che la spiegazione del cardinale è comunque non molto efficace; se Dio è così buono come lui afferma, e come noi ovviamente pensiamo, perché se prevede e conosce gli avvenimenti funesti non fa nulla per impedirli? Quindi, anche in questo caso, dobbiamo pensare che l’immagine di Dio che ne viene fuori non è molto positiva. Certamente, Dio rispetta la libertà dell’uomo; ma esiste anche il rispetto per la libertà della natura?
In Proverbi 20, 24 viene detto: “Dal Signore sono diretti i passi dell'uomo e come può l'uomo comprender la propria via?”. E la Bibbia sui castighi di Dio dice molto, come ben argomenta un articolo che invito a leggere su Korazym e di cui offro un estratto: “L’Antico Testamento, che mi risulta essendo ancora parte integrante della dottrina cristiana, è pieno di racconti di castighi divini. A volte hanno il significato di vere e proprie punizioni inflitte a causa di una irreversibile malvagità umana e altre volte il Signore attraverso severi castighi cerca di correggere le cattive inclinazioni dei suoi figli. Anche nel Nuovo Testamento – e negli stessi Vangeli – il concetto di castigo divino è presente, pur legato ai concetti di misericordia e di giustizia, come tre facce della stessa realtà divina. Quindi, il castigo divino non è certamente “una visione scorretta”, come provano a farci credere certi prelati e teologi cattolici del “politicamente corretto”, che speso è figlio della menzogna e dell’ipocrisia, del bigottismo e della falsità. Certamente, quando il Signore castiga non intende distruggere le sue creature, ma vuole convincere i suoi figli a convertirsi alla verità, alla carità e alla giustizia. Il castigo divino fa parte integrante della misericordia e della giustizia divina. Parlare di castigo e di punizioni di Dio non è affatto “scorretto”, non è una “aberrazione religiosa”, non è “pulviscolo integralista”, non denota una “spiritualità pagana, anticristiana e indifferente alle disgrazie” da tante persone patite, anche a causa di eventi catastrofici ed epidemie. Solo riconoscendo la divina facoltà di castigare, nel corso e oltre la vita terrena, è possibile riconoscere, senza ipocrisia, in verità, la misericordia e la giustizia di Dio. Il castigo divino, lungo dall’essere una negazione della divina misericordia, ne è l’effetto ontologicamente inscritto nella universale giustizia di Dio”.
Senza puoi dimenticare, che il castigo, la punizione, è il segno più alto del rispetto della libertà dell’uomo. Se non ci fosse giustizia per coloro che scelgono di comportarsi in modo non conforme agli insegnamenti di Dio, vorrebbe dire che Dio non rispetta fino in fondo la loro libertà di scegliere quale strada prendere, sia pure essa quella del peccato. Quindi, il castigo è una logica conseguenza del rispetto che Dio ha per la libertà dell’uomo.
E che cosa dire dell’inferno? Se Dio è così buono, perché esiste l’inferno? L’inferno esiste proprio perché Dio è buono, proprio perché Egli rispetta la libertà di ciascuno di prendere la via desiderata. Certamente si può dire che alcuni peccano per debolezza e non per volontà di disubbidire a Dio. Certo, questo è verissimo, e proprio perché Dio è giusto in modo assoluto, sa leggere nel cuore di chi pecca per debolezza personale e di chi invece lo fa per ribellione verso di Lui. Divo Barsotti, in una meditazione del 1972, diceva: “La giustizia dunque di Dio è la sua stessa misericordia. Egli non può essere giusto, Egli può essere buono, longanime perché nulla può essere sottratto al suo dominio: giusto giudice, Egli eserciterà la sua giustizia in una bontà senza confine, in un amore che non conosce misura. È quello che diceva del resto anche uno dei nostri grandi mistici medioevali, il beato Suso: «Alla giustizia divina che è infinita non risponde se non una misericordia infinita». Perché ci deve mandare all’inferno Nostro Signore? Certo, se tu ci vuoi andare ci vai, ma perché dovrebbe mandartici Lui? Tanto, anche mandandoti all’inferno, non ottiene nulla da te: mica ottiene un risarcimento per il nostro peccato! L’unico risarcimento che può ottenere per il nostro peccato è il suo Sangue divino, è il suo amore infinito; solo questo amore risponde all’abisso della colpa. L’abisso della colpa è colmato soltanto da Dio: non dall’atto umano, non dalla pena dell’uomo. E proprio perché la pena dell’uomo non può soddisfare la giustizia divina, questa pena sarà eterna. Cioè, non perché l’eternità della pena soddisfi, ma perché non potendo soddisfare, l’uomo rimane nella pena, il debitore rimane insolvibile. Allora, dal momento che ci scapita l’uomo e ci scapita Dio, perché Dio dovrebbe mandarmi all’inferno. Apriamo la nostra anima ad accogliere il dono della misericordia infinita! Accogliamo questa misericordia infinita che sola risponde alle esigenze della sua divina giustizia, della sua Santità”. 

Soltanto una giustizia infinita dà ragione di una misericordia infinita. Allora, tornando alla questione del coronavirus, cosa possiamo dire? Certamente Dio è vicino all’uomo che soffre, e non voglio certo dire che Lui abbia mandato questa afflizione, non conosco i suoi piani che sono imperscrutabili. Quello che mi sembra di poter dire, è che se Dio ha permesso che questo accadesse, è certamente per richiamarci a qualcosa di più alto, di più grande, qualcosa che, malgrado le sofferenze, possa farci riflettere sul modo in cui portiamo avanti la nostra esistenza terrena.

mercoledì 26 febbraio 2020

Il vescovo di Saluzzo e la mortificazione come mistica della croce

Entrando nel tempo di Quaresima, siamo portati a riflettere sulle nostre tante mancanze e sulle prove che stiamo vivendo in questo tempo storico, come quella dell’incipiente epidemia dovuta al covid-19. Per questo motivo, per non affogare nella quotidianità, mi volgo al 1859, alla lettera pastorale per la Quaresima dell’allora vescovo di Saluzzo, Giovanni Antonio Gianotti (1764-1863). Nel sito della diocesi di Saluzzo troviamo queste note biografiche sul presule: “Ricevette l’ordinazione episcopale il 26 maggio 1833 dall’arcivescovo di Torino mons. Franzoni, assistito dai conconsacranti: il vescovo di Ivrea mons. Chiaravalle e di Susa mons. Cirie Per il suo zelo e la sua dottrina fu preposto alla Regia Università di Sassari, e ancor più diede prova di generosa dedizione agli ammalati e diseredati durante il colera del 1835. Per motivi di salute mons. Gianotti, nel 1836, dovette rinunciare alla diocesi di Sassari, dove spese il meglio di se stesso. Rientrato nella città natale, poté ristabilirsi. Nuovamente su proposta del Re, il Papa, il 19 giugno 1837 lo nominò vescovo di Saluzzo, dove fece il suo ingresso il 6 agosto 1837. Un vasto campo di apostolato si apriva a mons. Gianotti che tanta esperienza aveva acquisito negli anni precedenti. La diocesi di Saluzzo lo accolse con esultanza, desiderosa di seguire i suoi indirizzi pastorali. Il 28 maggio 1840 indisse la prima visita pastorale con un programma ben definito. Il 9 giugno dello stesso anno, indirizzò ai cittadini saluzzesi un particolare invito a sostenere la scuola cattolica, per la quale invitava: “i Fratelli delle scuole della dottrina cristiana” ad aprire, con il contributo dei cittadini, una scuola d’ispirazione cristiana, così motivandola: “per l’educazione della gioventù povera dall’età di trenta mesi ai quattordici o quindici anni”. Diffuse e promosse la conoscenza delle iniziative civili, come la applicazione del sistema metrico decimale, le scuole serali e domenicali. Nel 1848 sostenne apertamente la costituzione albertina e fu tenace assertore della validità del metodo elettorale, invitando i fedeli ad andare a votare, perché venissero eletti alle cariche pubbliche uomini capaci e onesti. Il 3 novembre del 1841, inaugurò solennemente l’anno scolastico, aperto sei mesi prima dai: “Fratelli delle Scuole Cristiane”. Nel frattempo i missionari di San Vincenzo avevano fatto richiesta al vescovo di stabilirsi nel territorio della parrocchia di Scarnafigi. Mons. Gianotti, in data 20 maggio 1843, scriveva ai sacerdoti della missione di San Vincenzo de’ Paoli: “… Non solamente acconsentiamo colla più viva soddisfazione dell’animo nostro che la congregazione dei Sacerdoti della Missione venga a stabilirsi nella parrocchia di Scarnafigi, ma n’affrettiamo coi più fervidi voti il momento avventurato, pronti ad abbracciare i pii e zelanti sacerdoti della medesima quali più cari e abili cooperatori del nostro ministero, nella cultura del clero e nella santificazione dell’anima…”. L’anno seguente, il 19 marzo, benedisse solennemente la prima pietra della chiesa, che fu terminata nel 1847 insieme alla grande casa dove i sacerdoti vi si stabilirono nello stesso anno. Il vescovo credette opportuno di avvalersi di questo complesso anche per il clero della diocesi e per gli aspiranti al sacerdozio. Pertanto pregò i sacerdoti della Missione di aprire una scuola di teologia morale per i neo-sacerdoti”. Insomma, un vescovo molto attivo per il suo gregge.
Nella sua lettera pastorale per la Quaresima del 1859 ci dice: “Non vi spaventate al nome di mortificazione; ché io non intendo  già, che vi armiate la destra di flagelli, o di ciliziii lembi, ma di  parlarvene con quella prudente discrezione, la quale, mentre nulla  toglie alla severità della legge, è pur conforme alla soavità del giogo di Cristo.  Convien pur dirlo, che alla sola sapienza celeste ed alla grazia di Gesù Cristo è dato di vedere bello, e sentir buono ciò che naturalmente fa orrore ai sensi, e tale si è della mortificazione evangelica. L‘uomo animale e terrestre non ne può comprendere la bellezza, né gustarne la soavità: eppure pell’uomo cristiano, e spirituale è la sorgente d’ogni bene, poiché all’impero della ragione  illuminata dalla fede ella assoggetta tutte le disordinate inclinazioni  della corretta natura, ed è per questo che dai Ss. Padri viene appellata freno delle passioni, odio di noi stessi, mistica croce, morte  volontaria. É il freno delle passioni perché ne trattiene l’impeto, ed il furore: è un odio di noi stessi perché esercita una severa giustizia sopra di noi peccatori: è una mistica croce, perché su d’essa dobbiamo appendere la nostra carne colle sue concupiscenze, e coi Vizii, che fomentano la sua ribellione alle leggi dello spirito: è finalmente una morte volontaria, perché fa morire in noi gli sregolati desiderii, che si oppongono al voler santo d’Iddio”. Mortificazione… Come questa parola ci sembra oggi così lontana dal nostro panorama spirituale e culturale. Sembra che essa non corrisponda alle dignità dell’uomo moderno, un uomo che ha solo diritti ma non doveri. Ecco che questa lettera pastorale che ci giunge da secoli scorsi, ci fa capire che invece proprio nella capacità di mortificare la propria carne è il segreto della vittoria finale. Ci dice il vescovo che la mortificazione è come una mistica croce, dove noi mettiamo la nostra carne in modo da meritargli la ricompensa tanto desiderata. All’inizio, esso ci dice che naturalmente noi non dobbiamo desiderare la mortificazione come se essa fosse un piacere, come qualcosa di cui rallegrarsi, ma come qualcosa di necessario per raffrenare le nostre passioni e i nostri vizi. Come siamo immersi nel nostre passioni nei nostri vizi? Certamente, parlando per me stesso, non posso che constatare la mia totale indegnità di Cristiano. Il vescovo prosegue: “La sola mortificazione può smorzare questo fuoco,  e indebolire l’indomita concupiscenza, privandola del pascolo di  quei piaceri, che appetisce, e macerando la carne, in cui ha sede,  vita e forza”. Queste parole oggi sembrano fuori tempo, non più adeguate per l’uomo moderno. In realtà, pure se naturalmente esse corrispondono a una spiritualità di secoli passati, possono ancora dirci tanto oggi. In effetti, sappiamo benissimo che spesso il peccato è come un fuoco, come qualcosa che ci brucia perché noi, invece di spegnerlo, continuiamo ad alimentarlo.

Ma per ottenere frutti dalla mortificazione, ci avverte il vescovo, non basta il pentimento interiore: “Che se con quelle parole Iddio vuole il cuore intendeste, che da  voi esige soltanto l’interna mortificazione e non l’esterna, togliete, io vi dirò, la corteccia ad un albero, e state certi, che ne dissaccherà ben presto il midollo; in simil guisa togliete al cristiano la esterna mortificazione del corpo, e vedrete che perderà ben presto l’interiore del cuore, giacché l’esterna non solo conserva l’interno,  ma la produce”. Che grande saggezza nelle parole del vescovo. Gli atti esterni di mortificazione, ci aiutano a ricomporre anche l’interno squilibrio del nostro animo, in preda a passioni, vizi, turpitudini. Io diffido moltissimo quei cattolici che pretendono di essere “buone persone“. Per me, il punto di partenza per la vera conversione, è ammettere la propria indegnità, il proprio essere peccatore. Tempo fa, quando fu chiesto a papa Francesco di definirsi, egli disse: “sono un peccatore“. Ecco, mi è piaciuto molto questa risposta, perché penso sia profondamente vera. Certo la grazia di Dio sempre ci attende come acqua zampillante, ma non può bere chi non sa di aver sete.