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mercoledì 12 maggio 2021

lunedì 25 gennaio 2021

La bellezza fisica

 


Esiste nella nostra epoca un’idea per cui la bellezza fisica sia qualcosa di cui quasi vergognarsi, che essa non sia importante a scapito di una “bellezza interiore“. A parte che due cose non sono in contrasto, io credo che invece la bellezza fisica sia un dono che debba essere considerato come tale e apprezzato sia da chi lo possiede che da chi lo contempla. Tutta questa paura della bellezza esteriore io non la capisco. Un tempo essa veniva esibita, specie da parte delle donne nei confronti degli uomini. Era peggio? Non mi sembra. Ancora oggi dai barbieri ci sono calendari dove belle ragazze mettono in mostra le loro generose forme. Lasciando per un attimo perdere il dato morale, è comunque un modo per esaltare la bellezza dei corpi umani e la loro mutua attrazione.

In un discorso del 1958, anche Pio XII affermava: “La bellezza fisica dell’uomo, manifestata principalmente dal volto, è in se stessa un bene, quantunque subordinato ad altri beni superiori, e pertanto pregevole e desiderabile. Essa è, infatti, un’impronta della bellezza del Creatore, perfezione del composto umano, normale sintomo della sanità fisica. Quasi muto linguaggio dell’anima, da tutti intelligibile, la bellezza è ordinata a esprimere all’esterno i pregi interiori dello spirito, poiché, come insegna l’Angelico Dottore, il fine prossimo del corpo è l’anima ragionevole; perciò, in tanto esso può dirsi perfetto, in quanto possiede tutti i requisiti che lo rendono strumento atto dell’anima e delle sue operazioni (cf. STh I, q. 91, a. 3). (...) Ora, non vi è dubbio che il cristianesimo e la   sua morale non hanno mai condannato, come illecita in sé, la stima e la cura ordinata della bellezza fisica” (Pio XII, 1958 in Maurizio Faggioni, La maschera e il volto). Nella saggezza tradizionale della Chiesa la bellezza fisica non veniva demonizzata, ma veniva subordinata, come è logico per chi ha fede, alla bellezza dell’anima. Quindi essa non era negativa ma era soltanto da vedere in una prospettiva di fede. Quindi, la bellezza anche da una prospettiva cristiana è vista come un valore. È vero che a volte sleghiamo la bellezza dal suo fine soprannaturale, ma quello che qui ci importa è affermare come la bellezza fosse vista anche dalla Chiesa come un valore.

Del resto anche i teologi medioevali non rifuggivano dalla bellezza sensibile: “Et revera etiam corporales genas alicujus ita grata videas venustate refertas, ut ipsa exterior facies intuentium animos reficere possit, et de interiori quam innuit cibare gratia (E infatti tu vedi che le gote di una persona sono così piene di graziosa leggiadria che l’aspetto esteriore può ravvivare gli animi di coloro che le guardano e può cibarli della grazia interiore di cui esso è segno; Gilberto di Hoyland, Sermones in Canticum Salomonis 25, PL 184, col. 125 in U. Eco, Arte e bellezza nell’estetica medievale). Insomma, la stessa prospettiva di Pio XII. Pensare che il medioevo fosse anti estetico è una contraddizione: “Il pensare al Medioevo come all’epoca della negazione moralistica del bello sensibile indica, oltre che una superficiale conoscenza dei testi, una incomprensione fondamentale della mentalità medievale. Un esempio chiarificatore lo si ha proprio osservando l’atteggiamento manifestato di fronte alla bellezza dai mistici e dai rigoristi. I moralisti e gli asceti, sotto ogni latitudine, non sono certo individui che non avvertano l’attrattiva delle gioie terrene: sentono anzi tali sollecitazioni in misura più intensa di altri e proprio su questo contrasto tra la reattività al terrestre e la tensione al soprannaturale si fonda il dramma della disciplina ascetica. Quando poi tale disciplina abbia raggiunto il suo fine, allora il mistico e l’asceta trovano nella pace dei sensi ridotti a controllo la possibilità di guardare con occhio sereno le cose del mondo: e le possono valutare con una indulgenza che la febbre della lotta ascetica inibiva loro. Ora rigorismo e mistica medievale ci offrono numerosi esempi di questi due atteggiamenti psicologici, e con essi una serie di documenti interessantissimi sulla sensibilità estetica del tempo” (Umberto Eco, Arte e bellezza nell’estetica medievale). Insomma, l’attrattiva della bellezza è sempre stata viva.

Questa fobia della bellezza fisica è veramente una contraddizione, un qualcosa che dovrebbe farci pensare sullo stato di degrado e di declino della nostra civiltà. Alcuni, come vedremo in seguito, parlano anche di “malattia della bellezza“, qualcosa che dovrebbe fare accapponare la pelle soltanto a pronunciarla. La bellezza è qualcosa che va celebrata anche se è vero che alcuni la possono vivere in modo superficiale come del resto vale per altre qualità fisiche e morali. Ma senza di essa il mondo è enormemente più povero.
























lunedì 21 dicembre 2020

Il medioevo e la bellezza: Ugo di san Vittore, san Bonaventura e San Tommaso d’Aquino

 


Nel parlare di San Bernardo e dell’abate Suger, si è potuto costatare come il contrasto tra bellezza apparente e bellezza non apparente fosse particolarmente forte. Questo tema pervaderà il pensiero medioevale a venire. Diverse correnti teologiche e filosofiche si daranno battaglia, in nome di concezioni aristoteliche e platoniche che influenzeranno la filosofia medioevale in modo forte e profondo. Spesso si è sottovalutata l’enorme ricchezza della filosofia e della teologia medioevale in nome di un disprezzo per questi secoli troppo spesso poco conosciuti e poco considerati. La vogue anti-medioevale, spesso in chiave anti-cattolica, non ha smesso anche oggi di far sentire la sua voce, anche se sempre più fioca e stridente, vista la rivalutazione storiografica in atto. Il medioevo fu fecondo di pensatori straordinari, come già visto e come andiamo ancora a vedere.

Per avere un’idea di questo ci dobbiamo muovere di non molto, rispetto a Bernardo e Suger. Dobbiamo andare nei pressi di Parigi, a Boissise Le Roi. Qui avremmo trovato un’Abbazia con un destino importante per la storia della filosofia e teologia medioevale: l’Abbazia di san Vittore, centro irradiante di una corrente di pensiero influente e i cui esponenti verranno chiamati “vittorini”. L’Abbazia ospitava una comunità di canonici regolari, che cioè basavano la loro vita comune sulla regola di sant’Agostino. Alcuni nomi sono noti: Riccardo di san Vittore, Guglielmo di san Vittore, Ugo di san Vittore. Per gli scopi di questo scritto ci occupiamo di quest’ultimo. Ugo di san Vittore (1096-1141) fu pensatore originale e profondo (l’università degli Studi di Siena mette a disposizione online un Manuale di storia e filosofia medioevale da cui si è tratto alcune informazioni presenti in questo scritto. Il progetto è consultabile all’indirizzo www.unisi.it. Tra le opere consultare è da segnalare History of Aesthetics in tre volumi di Wladyslaw Tatarkiewicz, J. Harrel, Cyril Barret, D. Petsch. Questa opera è veramente importante per una prospettiva storica della visione estetica in diversi autori altrove difficilmente reperibile. Altra opera importante da me consultata è Arte e Bellezza nell’Estetica Medioevale, di Umberto Eco, pubblicata per le edizioni Bompiani, e già segnalata in precedenza). In lui troviamo un atteggiamento diverso rispetto a quello di san Bernardo nei riguardi della bellezza visibile. In Ugo c’è una considerazione più positiva rispetto al rigorismo cistercense. Ugo cerca di non mettere contro sapere profano e sapere sacro, ma cerca di armonizzarli in una forma per cui l’uno prepara all’altro. La sua opera maggiore è il Didascalicon, in cui affronta temi legati all’arte secondo la sua particolare prospettiva.

La bellezza visibile, per il nostro Ugo, prepara alla bellezza invisibile, quella spirituale che ovviamente il nostro apprezza sommamente. La bellezza visibile fa nascere in noi un admiratio delle cose contemplate, il che poi ci conduce alla delectatio delle stesse. In Ugo grande importanza viene dedicata all’immaginazione, l’apoteosi dei nostri sensi. L’immaginazione è ciò che cattura la bellezza. Secondo Ugo la bellezza invisibile è simplex et uniformis, mentre la bellezza visibile è multiplex et varia proportione conducta. Per Ugo la bellezza visibile si compone di quattro elementi: Situs (ordine o arrangiamento delle cose), Motus (movimento), Species (apparenza che viene catturata dalla vista) e Qualitas (qualità). È molto interessante questa concezione che deriva dal pensiero di Ugo di san Vittore: la bellezza materiale, quella visibile, quella “fatta” (cioè artistica nel vero senso della parola seconda la concezione medioevale che lega il termine “Ars” ad un fare), si esplicita nella complessità di un arrangiamento di diversi elementi. La bellezza invisibile, spirituale, in sé sussistente, si riduce all’essenzialità, alla ricerca di una unità fondamentale e fondante.  La bellezza che viene dallo spirito è una reductio ad unum, un filo rosso che è dietro tutte le cose, una costante che si annida nell’incostante. Il rapporto che consegue tra bellezza visibile e bellezza invisibile, grazie alle suggestioni del nostro pensatore, apre nuovi orizzonti di riflessioni. Fa pensare a come molte volte i fautori della bellezza visibile hanno cercato di aprirsi a quella bellezza invisibile che sola parla di assoluto. Quanti artefici del bello hanno cercato un criterio unificante, semplificatore, unificatore per far in modo che una voce  originaria si levasse dalle loro opere per riportarci al senso primo e primario. In questa prospettiva il pensiero del nostro mi sembra degno della massima attenzione.

Come già osservato, ci si trova in questo periodo nel bel mezzo di varie tendenze e movimenti teologici e filosofici, di cui si dirà ancora poco più in là.  Come osservato negli autori discussi in precedenza, una influenza non trascurabile è da attribuire al pensiero platonico filtrato da Sant’Agostino. Questa influenza si farà sentire anche nel pensiero portato avanti dai teologi appartenenti ad una congregazione che da non molto fa parlare di sè, quella francescana. Quindi vale la pena di parlare di uno dei massimi rappresentanti del pensiero francescano, Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274). Bagnoregio è un incantevole paesino nei pressi di Viterbo. Poco si sa dei parenti del nostro Bonaventura (che originariamente si chiamava Giovanni). Egli si unisce all’ordine francescano in un periodo che va dal 1238 al 1243. Studia all’università di Parigi sotto Alessandro di Hales. Fu Ministro Generale del suo ordine e successivamente Cardinale di santa Romana Chiesa. Sisto IV lo canonizzerà nel 1482 (notizie su san Bonaventura sono reperite in un articolo di da Paschal Robinson nel 1907 per Catholic Encyclopedia).

Secondo gli studiosi, possiamo racchiudere l’”estetica” di san Bonaventura in quattro idee fondamentali: il mondo è bello (ottimismo estetico), il mondo è bello nella sua interezza (integralismo estetico), la vera bellezza deve essere cercata in Dio (trascendentalismo estetico), la bellezza dell’anima è superiore alla bellezza del corpo. In Bonaventura troviamo anche una estetica della luce, ripresa da Sant’Agostino: “Quanto splendore ci sarà quando la luce del sole eterno illuminerà le anime glorificate…Una gioia straordinaria non può essere nascosta, se erompe in gaudio o in giubilo e canti per quanti verrà il regno dei cieli” (Sermones VI in Umberto Eco, op.cit. pag. 65). E Umberto Eco continua così: “Nel corpo dell’individuo rigenerato nella risurrezione della carne, la luce rifulgerà nelle sue quattro proprietà fondamentali: la claritas che illumina, l’impassibilità per cui nulla può corromperla, l’agilità, quia subito vadit, e la penetrabilità per la quale attraversa i corpi diafani senza corromperli. Trasfigurato nella gloria dei cieli, le proporzioni originarie risolte in pure rifulgenze, l’ideale dell’homo quadratus [“Nella teoria dell’homo quadratus il numero, principio dell’universo,  viene ad assumere significati simbolici, fondati su serie di corrispondenze numeriche che sono anche corrispondenze estetiche” (Umberto Eco, op. cit. pag. 47)] ritorna come ideale estetico anche nella mistica della luce” (Umberto Eco, op. cit. pag. 65). Come vediamo, spiritualità, cosmologia, filosofia ed estetica camminano a braccetto nella riflessione dei medioevali.

Ora la nostra riflessione estetico/estatica ci porta ad avvicinarci ad uno degli uomini chiave del pensiero teologico del medioevo e, detto con chiarezza, del pensiero teologico tout court. In tutta onestà dovrei dire “l’uomo chiave”, in quanto tanta teologia, anche nella sua veste ufficiale e magisteriale, si è identificata con l’insegnamento di questo frate domenicano, decisamente sovrappeso ma dotato di una intelligenza straordinaria. Sto parlando di san Tommaso d’ Aquino (1225-1274). Come si può notare, il nostro passerà a miglior vita nello stesso anno di san Bonaventura, quattro mesi prima: Tommaso in marzo (7), Bonaventura in luglio (16). Ma Tommaso avrà un’influenza sulla teologia a venire che sarà estremamente più importante di quella del francescano.

Ora, la riflessione sulla bellezza tomista si muove da alcuni presupposti derivanti da Platone, Plotino, lo Pseudo Dionigi e Sant’Agostino: c’è una bellezza per i sensi ma c’è anche una bellezza intellettuale; c’è una bellezza imperfetta che noi conosciamo tramite i sensi ma esiste anche una bellezza perfetta di natura soprannaturale; la bellezza imperfetta è un riflesso della bellezza perfetta; la bellezza differisce concettualmente, non in sé stessa, dal buono, perché tutte le cose buone sono belle e tutte le cose belle sono buone; la bellezza consiste di proporzione (consonantia) e luminosità (claritas). Come vediamo la bellezza trascendentale è sempre al centro della riflessione estetica del nostro, ma c’e’ un movimento più che sensibile verso la bellezza materiale e visibile. Anche presente l’influenza del suo grande predecessore tra i teologi domenicani: “San Tommaso si occupa della visione soggettiva del bello nel riprendere le nozioni estetiche propostegli da Alberto Magno” (Umberto Eco, Op. Cit. pag. 107). Quello che si definisce tomismo, è in effetti il coacervo di molte esperienze filosofiche, a partire dall’aristotelismo fino ad arrivare alla riflessione teologica in atto ai tempi della vita del santo senza dimenticare la filosofia araba.

Se chiedessimo al nostro una definizione della bellezza egli, generosamente, ce ne fornirebbe due: cio’ che da piacere nell’essere guardato (quae visa placent - “Il bello, invece, riguarda la facoltà conoscitiva; belle infatti sono dette quelle cose che viste destano piacere” Summa Theologiae, Pars Prima, Q 5, Art. 4). e ciò che da piacere nell’essere percepito (cuius ipsa apprehensio placet - “E’ perciò evidente che il bello aggiunge al bene una relazione con la facoltà conoscitiva: cosicché si chiama bene quello che e’ gradevole all’appetito; bello invece cio’ che e’ gradevole per la sua propria conoscenza” Summa Theologiae I, Pars Secunda, Q 27, Art. 1, 3). Sembrano definizioni che non vanno d’accordo. Da una parte ci si riferisce meramente alla vista, cioè a qualcosa che può essere visibile, dall’altra parte ci parla della percezione in generale. Ma Tommaso spiegherà che quando si riferisce alla vista, per lui il più perfetto dei sensi, nella sua terminologia è simbolo di tutti gli altri sensi. 

Per san Tommaso la bellezza deve possedere alcune caratteristiche: proporzione, splendore, forma, bellezza morale, utilità e consistenza. Proporzione perché i nostri sensi provano piacere nell’arrangiamento delle cose secondo un certo ordine. Trovo interessante fare una sorta di unione tra il pensiero tomista e le moderne scienze neurologiche che studiano i meccanismi per cui troviamo piacere nel vedere o ascoltare certe cose piuttosto che altre. In quello che noi definiamo proporzione, certi messaggi visivi od auditivi sono ripetuti e sistemati in modo che il nostro cervello trova piacevole decodificare. Quindi l’arrangiamento armonico di questi “patterns” produce quella sensazione gratificante che noi interpretiamo come “piacere estetico”. Splendore, perché noi troviamo piacere in colori vivaci: “Per la bellezza infatti si richiedono tre doti. In primo luogo integrità o perfezione: poiché le cose incomplete, proprio in quanto tali, sono deformi. Quindi (si richiede) debita proporzione o armonia (tra le parti). Finalmente chiarezza o splendore: difatti diciamo belle le cose dai colori nitidi e splendenti” (Summa Theologiae, Pars Prima, Q 39, Art. 8).  Nella forma, ogni cosa è connaturata alle altre cose. La bellezza morale, perché la bellezza visibile è riflesso di quella invisibile e quindi ne riflette l’essenziale bontà.  La cosa bella è bella perché serve lo scopo per cui è stata creata. Da ciò anche deriva che la sua bellezza risiede nella consistenza delle parti con il tutto, ogni cosa formando un elemento di un insieme in sé armonioso e coerente. Come vediamo Tommaso mette la sua riflessione teologica al servizio anche del visibile. In pochi decenni, questo esploderà in modo inaspettato.























giovedì 17 dicembre 2020

La bellezza in san Bernardo fra contemplazione e desiderio

 


Aver lasciato Sant’Agostino, non significa che lui lascerà noi. La sua ombra, la sua influenza e quella del pensiero platonico e neoplatonico saranno lunghe e persistenti, almeno per tutto il primo millennio dell’era cristiana. Non c’e’ dubbio, Sant’Agostino è uno dei pensatori chiave del cristianesimo e di tutta la filosofia occidentale. Nei secoli successivi alla scomparsa del grande santo, il suo pensiero verrà elaborato e rivissuto, la bilancia fra spirito e materia penderà drasticamente dalla parte dello spirito.

Per avere un esempio di questo ci dobbiamo spostare in Francia, in un villaggio chiamato Fontaines, vicino Digione. Questo villaggio oggi conta circa 9000 abitanti e non ha molti motivi per essere famoso eccetto uno: nel 1090, una nobile famiglia del suddetto villaggio darà alla luce un uomo che sarà destinato alla santità e sarà ricordato come una delle figure più luminose della teologia e spiritualità cristiane. Il suo nome è Bernardo di Chiaravalle. Egli sarà responsabile della fondazione di innumerevoli monasteri e, per i suoi straordinari meriti di apostolato in favore della sua congregazione, verrà ritenuto come una specie di fondatore dell’Ordine Cistercense di cui era membro. Morirà a Chiaravalle il 21 Agosto 1153 e sarà beatificato da Papa Alessandro III il 18 gennaio 1174, primo cistercense ad essere presente nel canone dei santi. Papa Pio VIII gli conferirà in seguito il titolo di “Dottore della Chiesa”.

Ma perché è importante considerare questo santo per lo scopo del nostro lavoro? In effetti, egli non lascerà nessun trattato di quella che in seguito verrà chiamata “estetica”. Quindi in quale modo egli entra nella nostra trattazione? Certo, se pure è vero che egli non scriverà direttamente di materie estetiche, è pure vero che i riferimenti che si trovano nel suo lavoro offrono materiale prezioso per la nostra riflessione. E di certo influenzeranno l’estetica cistercense e non solo. Come dicevamo, Bernardo si abbevererà del platonismo attraverso Sant’Agostino. Le sue idee che toccano temi estetici possono essere soprattutto trovate nel commento al Cantico dei Cantici, uno dei suoi capolavori (Sermones in Cantica Canticorum). 

Secondo Bernardo l’uomo può raggiungere la perfetta conoscenza, passando per varie fasi che egli chiama i quattro gradi dell’amore e i dodici gradi dell’umiltà.  Durante questo percorso l’anima incontra la bellezza. Come vediamo, la bellezza qui ha un valore meramente spirituale e in effetti l’uso che abbiamo fatto del termine “estetica” qui sembra di certo fuorviante. Non si tratta di un’estetica al servizio dei sensi corporei, ma di un’”estetica” spirituale, in cui il corpo ha un’importanza secondaria. In effetti il primo grado dell’amore è legato al corpo, l’amore di se stessi per sé. Il santo riconosce che si deve partire dalle cose corporee per poi elevarsi a quelle celesti. Il secondo grado è l’amore di Dio per sé, quindi si comincia ad avere un contatto con Dio ma ancora con il sé stessi al centro della riflessione. Il terzo grado è già pienamente spirituale, ed è l’amore di Dio per Dio, cioè amare Dio per quello che Lui è, non per quello che a noi serve. Il quarto grado, il più alto, è l’amore di sé per Dio. Cioè l’uomo ama se stesso non in sé, ma solo in Dio. Questo grado è il più alto, il più spirituale e mistico dei quattro. L’autore riferisce che probabilmente non saremo in grado di raggiungere l’ultimo grado in questa vita, ma solo nella vita futura. 

La bellezza, secondo san Bernardo, si incontra durante questo percorso che dalla materia va allo spirito. Quindi, la bellezza interiore è superiore alla bellezza esteriore. Anzi, la bellezza esteriore può anche essere “pericolosa” per via della sua sensualità. La bellezza spirituale è sempre da preferirsi alla bellezza materiale. Come detto, qui l’idea di bellezza è lontana dalle categorie estetiche a cui eravamo abituati con i greci e a cui sempre più ci abitueremo in seguito. Qui la bellezza è impalpabile, è interiore, è nascosta.  Nel sermone per la festa della Natività di san Giovanni Battista, il nostro santo dice: “Non vogliate, ve ne prego o dilettissimi, considerare quelle cose che si vedono e che sono temporali. Ma considerate maggiormente le cose eterne e che non si vedono: secondo la fede e non secondo la faccia giudicate”. La bellezza non è di questo mondo…

La bellezza spirituale è bella in modo assoluto, mentre la bellezza corporale è bella in modo relativo. Questo modo relativo può essere in comparazione con qualche altra cosa (ex comparatione), può essere bello rispetto qualche altra cosa (cum distictione), può essere parzialmente bello (ex parte). Quindi vediamo che la bellezza sensuale viene considerata sotto una duplice specie, positiva e negativa. Essa è riflesso di una bellezza più alta ma rappresenta anche un pericolo perché ci distoglie dalla vera bellezza, che è quella spirituale. L’arte soffrirà per secoli di questa duplice considerazione in seno alla chiesa cattolica, pur se, non bisogna dimenticare, essa sarà la patrona più munifica per gli artisti. 

Quali sono i quattro segni della cattiva arte? Essi sono rappresentati da quattro caratteristiche: essa è fatta per vanità (vanitas, superfluitas), per una dimostrazione di mera eleganza (curiositas),  come frutto di cupidigia (cupiditas) o per smania di esagerazione (turpis varietas). L’arte ornata comunque, ci dice Bernardo, non è da negare per se stessa, ma è inadeguata agli uomini che rinunciavano a tutto per Dio. Il target del nostro santo, non è da dimenticare, era il monaco. Bisogna stare attenti a quella arte che pur sembra innocua. Il nostro santo avrebbe detto che colorare i ritratti dei santi non li fa più santi (Ostenditur pulcherrima forma sancti vel sanctae alicujus, et eo creditur sanctior, quia coloratior).

Questa era “Deformis formositas ac formosa deformitas”: deforme bellezza e bellezza deformata. In seguito si dovrà meditare di più questo passaggio che ci dice molto sulla spiritualità del nostro santo.

Da questi principi nasce quella che oggi definiamo come architettura cistercense. Leggiamo nel sito dell’ordine cistercense: “In tutte le abbazie sorte nel corso dei secoli XII e XIII in tutta l’Europa gli elementi comuni non sono tanto l’ubicazione materiale legata a precise norme strutturali o stilistiche quanto una necessaria espressione formale della stessa esigenza di essenzialita’, della stessa tensione dinamica che da’ vita alla realta’ di fatto del monachesimo cistercense”. Questa essenzialità sarà la linea guida della architettura cistercense, questo scavare nel materiale per arrivare ad eliminare tutto ciò che non è necessario e salvare solo quello che è appena utile per salpare verso il mare dello spirituale. La chiesa cistercense è come il salvagente che è utile al monaco per rimanere a galla nel mare dello spirito.

E non si pensi che questo tipo di riforma ispirata ai principi di san Bernardo riguardasse soltanto l’architettura: anche il canto gregoriano farà le spese del bisogno di essenzialità cistercense. Tra il 1134 e il 1140 i cistercensi lavorano ad una riforma del canto liturgico volta a semplificare ciò che era percepito come superfluo, tagliando melismi e cercando di diminuire l’ampiezza melodica delle cantilene.  Tutto ciò era frutto dei principi di Bernardo stabiliti anche nel suo Sermones in Cantica Canticorum (PL 183, C. 1001): “Pulchrum interior speciosus est omni ornatu extrinseco”.

Nell’Apologia del nostro San Bernardo si trova un passaggio famoso in cui il nostro santo condanna le esagerazioni artistiche probabilmente ascrivibili all’ordine cluniacense: “Ma nel chiostro, sotto gli occhi dei fratelli che lì stanno leggendo, che profitto c’è in questi ridicoli  mostri, nella meravigliosa e deformata avvenenza, quel avvenente deformità?”. E da qui parte una descrizione degli animali mitologici che si trovavano nel chiostro di Cluny fatta con autentico acume letterario. Un acume che farà sospettare il nostro Umberto Eco: “Noi siamo consapevoli [attraverso questa descrizione] che san Bernardo era come molti altri mistici e teologi del tempo – Pier Damiani, l’Aquinate, i Vittorini, san Bonaventura -  nel sapere come emettere le condanne della poesia con tutto lo stile di un poeta. Infatti alcuni di questi poeti-teologi hanno prodotto lavori che sono tra i più significativi nella letteratura latina medioevale. C’è qualcosa in più in san Bernardo, comunque, un certo gusto nelle sue descrizioni della flora e fauna scolpite in abbazie e cattedrali; egli ha l’occhio inquisitorio di un voyeur mistico, denunciando oggetti che provocano il suo ardore e la sua gratificazione estetica. Quello che sta attaccando, lo affascina” (Umberto Eco, “The aesthetics of Thomas Aquinas”, p. 9). Ricordiamo che proprio Umberto Eco userà quel passaggio dell’Apologia e lo metterà sulle labbra del Monaco Jorge, proprio per mettere in guardia dalla bellezza esteriore.

Come commentare l’affermazione di Umberto Eco? Certo si percepisce che Bernardo è affascinato da ciò che descrive, ma e’ proprio per questo motivo che egli ritiene giusto mettere in guardia i suoi monaci. In effetti, egli descrive questa bellezza come “bellezza deforme”, cioè una bellezza che è pur sempre bellezza ma che perde la sua conformazione a Dio per avvincere i nostri sensi nelle sue spire. Se nell’intenzione di Umberto Eco c’è una sottile malizia credo che qui sia malriposta. Certamente il nostro santo è avvinto dalla bellezza di ciò che descrive ma non ne è vinto. Se non si fosse attratti dalla bellezza, non sarebbe bellezza. Questo non significa ogni bellezza sia buona, come detto precedentemente. Alcune tipi di bellezza sono fuorvianti, non conducono a Dio ma allontanano da lui. Noi li chiamiamo bellezza, con un termine unico, ma forse altri nomi sarebbero più adeguati.

Ma Bernardo non aveva fatto i conti con un altro monaco, un monaco che era di certo molto lontano dalle sue visioni estetiche. Il suo nome era Suger, abate di San Denis. Era conosciuto da Bernardo? Eccome! In effetti l’oggetto delle rimostranze del nostro santo era proprio questo monaco, che rappresentava il polo opposto da un punto di vista estetico. Egli non vedeva nulla di male nella materialità della visione artistica, anzi proprio gli piaceva.  Egli vedeva simbolismi nelle elaborate architetture di chiese e abbazie: “Io confesso che io consideravo che ogni cosa di valore deve servire innanzitutto per l’amministrazione della Santa Comunione. I calici dorati per ricevere il sangue di Gesù, pietre preziose e tutto ciò che è di valore nella creazione dovrebbe essere mostrato con grande onore e piena devozione. I nostri oppositori obbiettano che una mente pia un cuore puro e intenzioni fiduciose dovrebbero essere abbastanza per questo. E noi, anche, ammettiamo che queste dovrebbero essere le cose più importanti. Ma affermiamo che noi dovremmo dare onore con ornamenti esteriori fatti di vasi santi, con tutta la purezza interiore e con lo splendore esteriore” (De Administratione XXXIII).

In effetti, anche nella descrizione dell’altare della sua chiesa, il nostro Suger si distanzia enormemente dall’estetica cistercense. Queste due tendenze faranno il bello e il cattivo tempo, con una lunga e secolare vittoria di Suger sulla tendenza cistercense. Ma il meglio non è ancora arrivato.