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lunedì 24 febbraio 2020

La Messa non ha bisogno di pubblico

È inevitabile che in questi giorni si parli tantissimo dell’epidemia di coronavirus, che oramai sta dilagando anche in Italia. Naturalmente questa epidemia fa preoccupare tantissimo le persone, che si trovano di fronte a qualcosa che non possono vedere. Quindi, questo problema, non tocca soltanto l’aspetto sanitario, ma anche sociale, antropologico, psicologico, culturale e naturalmente religioso. Certamente, perché nelle regioni più colpite, si pone il problema di evitare assembramenti di persone persone per per prevenire il propagare del virus. Per questo, vengono cancellati eventi culturali, sportive, sociali, e anche in alcune regioni quelli religiosi, come per esempio la celebrazione della Messa. 
Il portavoce dell’arcivescovo di Milano, don Walter Magni, così comunica le decisioni dell’arcivescovo Mario Delpini, visto che la sua diocesi è tra le più colpite: “L’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, in ragione dell’ordinanza emanata dal presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, di concerto con il ministro della Salute, Roberto Speranza, dispone la sospensione delle Celebrazioni eucaristiche con concorso di popolo a partire dall’orario vespertino di domenica 23 febbraio e fino a data da definire a seguito dell’evolversi della situazione. Nella giornata di domani, lunedì 24 febbraio, verranno fornite ulteriori indicazioni in merito alle celebrazioni rituali”. L’arcivescovo stesso lascia questa preghiera nel sito della diocesi: “Invoco la benedizione di Dio per tutti: la benedizione di Dio non è una assicurazione sulla vita, non è una parola magica che mette al riparo dai problemi e dai pericoli. La benedizione di Dio è una dichiarazione di alleanza: Dio è alleato del bene, è alleato di chi fa il bene. Invoco la benedizione di Dio sugli uomini di scienza e sui ricercatori. La gente comune non sa molto di quello che succede, dei pericoli e dei rimedi di fronte al contagio. Il Signore è alleato degli uomini di scienza che cercano il rimedio per sconfiggere il virus e il contagio. In momenti come questi si deve confermare un giusto apprezzamento per i ricercatori e per gli uomini e le donne che si dedicano alla ricerca dei rimedi e alla cura dei malati. Si può essere indotti a decretare il fallimento della scienza e a suggerire il ricorso ad arti magiche e a fantasiosi talismani. La scienza non ha fallito: è limitata. Siano benedetti coloro che continuano a cercare con il desiderio di trovare rimedi, piuttosto che di ricavarne profitti. Certo si può anche imparare la lezione che sarebbe più saggio dedicarsi alla cura dei poveri e delle condizioni di vita dei poveri, piuttosto che a curare solo le malattie dei ricchi e di coloro che possono pagare. Che siano benedetti gli scienziati, i ricercatori e coloro che si dedicano alla cura dei malati e alla prevenzione delle malattie”. A parte la stilettata “pauperistica”, tutti ci auguriamo che gli scienzati possano trovare il rimedio a questa difficile situazione.
Costanza Miriano, così commentava con un post su Facebook domenica 23 febbraio: ““Sine Dominica non possumus”. Senza la celebrazione dell’eucaristia non possiamo vivere, dissero i Martiri di Abitina facendosi uccidere piuttosto che rinunciare alla celebrazione dell’eucaristia.  Credo che la sospensione delle messe in Lombardia sia una grave decisione, sono sicura che sia stata presa per rispettare norme sanitarie, ma io personalmente credo che ci tenga in vita - anche fisicamente - più il corpo di Cristo che qualsiasi altra cura. ps. Probabilmente le chiese per le messe feriali sono i luoghi meno affollati che frequento. Quindi, anche in seguito ai commenti, puntualizzo che fino a che rimangono aperti la metro, i bar, i supermercati e tutti i luoghi di lavoro in Lombardia, non ha senso vietare le messe, che dovrebbero essere l'ultima cosa da proibire, essendo il paragone con la peste manzoniana, al momento, per fortuna davvero sproporzionato. Infine, per caso ho parlato con un medico di Pronto Soccorso, tra l'altro di une delle regioni a rischio, il quale mi ha confermato che la decisione di sospendere le messe in un'intera regione è a suo avviso emotiva e quanto meno opinabile secondo la scienza. Questo da un punto di vista medico. Del punto di vista di fede ho già detto”. 
Don Gabriele Bernardelli, parroco di Castiglione d’Adda, uno dei paesi colpiti, ha mandato questo messaggio ai suoi fedeli (ripreso da Andrea Zambrano per La Nuova Bussola Quotidiana): “Cari fratelli e sorelle, nessuno di noi, forse, avrebbe mai pensato di trovarsi nella situazione nella quale, invece, siamo venuti a trovarci. Il nostro animo è frastornato, l’emergenza sembrava così lontana. Invece è qui, in casa nostra. Anche questo fatto ci porta a considerare come nel mondo siamo ormai un’unica grande famiglia. Ora ci dobbiamo attenere alle indicazioni che le autorità preposte hanno stabilito, tra cui la cessazione della celebrazione della Santa Messa. E’ facile, in questa situazione, lasciarsi andare spiritualmente, diventando apatici nei confronti della preghiera, ritenuta inutile. Vi invito, invece, cari fratelli e sorelle, ad incrementare la preghiera, che sempre apre le situazioni a Dio. Ci rendiamo conto in congiunture come la presente, della nostra impotenza, perciò gridiamo a Dio la nostra sorpresa, la nostra sofferenza, il nostro timore.  Mi è venuto in mente, ieri, il brano che si legge il mercoledì delle Ceneri, tratto dal profeta Gioele, laddove si dice: “Tra il vestibolo e l’altare, piangano i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano: “Perdona, Signore, al tuo popolo”. Non ho vergogna a dirvi che ieri, dinanzi al tabernacolo e alla statua dell’Assunta, anch’io ho pianto. E vi chiedo di innalzare con me al Signore il grido della nostra preghiera. Pregare significa già sperare. Vi ricordo tutti nell’Eucaristia quotidiana e con me don Manuel, don Gino e don Abele. Quando sentirete suonare le campane della Messa, unitevi al sacerdote che offrirà il Sacrificio del Signore per tutti. Domani mattina, dopo la Messa che celebrerò alle 11.00, uscirò sul sagrato della parrocchiale benedicendo col Santissimo Sacramento tutta la parrocchia e tutto il paese. Ricordiamo soprattutto quanti sono stati contagiati dal virus e i loro familiari, affinché non si scoraggino, ma anche tutti gli operatori sanitari che si stanno spendendo per far fronte al contagio. Stiamo uniti nella preghiera. Il vostro parroco, don Gabriele”. Ecco, io ritengo che questa sia una posizione più equilibrata. Da un punto di vista di prudenza, io penso non sia del tutto errato evitare che ci siano assembramenti di persone quando non siamo ancora neanche sicuri di come questo virus si è introdotto nel nostro paese in modo così dirompente. Quindi, si può capire che ci siano delle misure di prudenza che poi sono quelle che sono state prese anche a Macao e a Hong Kong. Ma in questi posti, la celebrazione della Messa è stata garantita comunque attraverso i mezzi di comunicazione di massa. La Messa poi è efficace in se stessa, non richiede un pubblico. Questo è stato uno dei grandi errori dei decenni postconciliari, pensare che la Messa fosse valida se ci fosse stato qualcuno che assisteva, altrimenti non valeva la pena celebrarla. In realtà non è affatto così, la Messa ha un valore proprio a prescindere da chi è presente nel momento della celebrazione. Essa è efficace in quanto viene celebrata, non in quanto c’è qualcuno ad assistere.

Padre Enrico Zoffoli, che tante pagine dedicò proprio alla Messa, nel suo Perché la Messa diceva: “Altro evidente errore in cui si è tentato di far cadere gl’ignari è stato quello di credere che la “presenza reale” cessi al termine dell’”assemblea del popolo di Dio”. Il Signore - si argomenta - disse: “Prendete e mangiate...”, non: “conservate...”; per cui Egli resta “cibo” soltanto finché si celebra il convito e tutti sono raccolti intorno alla comune mensa. Ripetuti e recenti richiami del Magistero hanno troncato la questione, illuminando i fedeli nel senso della grande Tradizione. C’è solo da rilevare che l’invito di Gesù a “mangiare“ non esclude affatto l’antichissimo costume della Chiesa di “conservare“, per “mangiare“ anche quando non si celebra… È arbitrario supporre che, cessato il rito, si annulli quanto durante il medesimo si è ottenuto e resta indiscutibilmente valido e provvidenziale come il più desiderabile dei doni. In realtà, molti di quei che sostengono una fandonia del genere non credono nella transustanziazione, negano la realtà del Sacrificio eucaristico, riducono il rito alla “cena o riunione del popolo di Dio”… Troppo logico che il Signore - presente solo in senso mistico tra i fedeli convenuti - non lo sia più dal momento che i medesimi sciolgono l’adunanza per tornarsene a casa. Questa - almeno logicamente - dovrebbe essere la convinzione anche di quei che negano alla Messa ogni valore, se celebrata dal sacerdote senza alcuna partecipazione del popolo, quasi che il sacerdote, da solo, non bastasse a rappresentare il Cristo, unico mediatore tra noi e Dio”. Penso di non dover aggiungere molto alla chiarezza di Padre Zoffoli. Quello che resta da dire, è che la messa non ha bisogno di un pubblico, non funziona di più se ci sono 1 milione di persone piuttosto che una. Quello che vogliamo sperare è che in questo momento si celebrino ancora più Messe, perché il tempo richiama ad una penitenza e preghiera ancora più accorata. Se si devono evitare situazioni che possono essere pericolose per coloro che vi partecipano, non si privi il popolo di Dio dello strumento soprannnaturale più efficace per chiedere a Dio la sua misericordiosa intecessione.

giovedì 20 febbraio 2020

Cantare comunque a Messa? Una obiezione

Abbiamo già incontrato il beato Giuseppe Allamano (1851-1926) che diceva: “La liturgia ben fatta ha operato conversioni; se mal fatta le impedisce“. In effetti, qui il quesito è: a Messa va bene tutto, basta che si canti? Vediamo che in molte chiese, non ci si cura della qualità di quello che si canta, basta che si canti qualcosa, basta che i fedeli siano “intrattenuti” con qualche tipo di musica, anche se essa è non adeguata all’azione liturgica. Allora, bisogna domandarsi se questo modo di ragionare faccia bene allo scopo dell’azione liturgica oppure no. La mia risposta, lo dico dall’inizio, e che e meglio delle Messe senza musica, piuttosto che liturgie dove la musica disturba. Qui ci riferiamo a Messe nella forma ordinaria del rito romano, nella forma straordinaria c’è certamente più attenzione a questo aspetto.
Se si partecipa alla liturgia per trovare quel senso di adorazione, quel senso del sacro, quell’essere alla presenza del Signore, certamente una musica non adeguata, cantata male, biascicata, trascinata senza nessun gusto, smielata, sentimentalistica, certamente non aiuta a raggiungere quello che è lo scopo fondamentale della liturgia, che come sappiamo è la gloria di Dio in primis e poi la santificazione dei fedeli. Si dovrebbe avere molta attenzione sulla qualità della musica della liturgia. Qui non ne faccio una questione di lingue vernacolari o latino, ne faccio proprio una questione di buon gusto. Alcune volte, i canti che vengono eseguiti, il modo in cui vengono eseguiti, fa veramente distogliere dall’acquisire quel senso di preghiera che si dovrebbe raggiungere, fa piuttosto pensare ad uscire di lì il prima possibile.
A volte mi capita di girare per varie chiese nella mia Roma, e devo dire che in alcune Messe si esce peggio di quello che si è entrati, tanto mediocre è la qualità del canto liturgico. Ricordiamo che il canto liturgico non è un accessorio della liturgia, ma parte integrante. Quindi, se il canto è scadente, incide anche sulla qualità della nostra partecipazione alla liturgia. Ho trovato recentemente una chiesa in cui la Messa viene detta senza nessun canto, tranne quello dell’alleluia; il sacerdote tiene omelie brevi e molto ortodosse e devo dire che questa situazione è di gran lunga preferibile a quella di gran parte delle Messe parrocchiali.
Il problema, è che oramai si è veramente perso lo standard. La gran parte dei sacerdoti, non ha idea di quello che è canto liturgico e di quello che non lo è. Alcuni vagheggiano un ammodernamento dei canti, come se quello che è stato fatto da cinquant’anni a questa parte, con la introduzione fattiva della musica leggera nella liturgia, non avesse già prodotto abbastanza danni. Io credo che sia l’ora di svegliarsi! Le chiese sono vuote, malgrado tutti i cantarelli che si sono diffusi nelle nostre liturgie. Tutto questo non è servito, e non poteva, visto che andava nella direzione contraria a quello che la liturgia esige. Lo scopo della liturgia è stato messo da parte, per una malintesa volontà di “coinvolgere i fedeli“. In realtà, tutto quello che è venuto da questi decenni, non ha fatto che distruggere nei fedeli stessi il senso della liturgia il senso del sacro, il senso dell’adorazione, del silenzio, dell’inginocchiarsi, della devozione. Quindi, quei pochi fedeli che ancora vanno a messa, sono quasi del tutto depauperati della capacità di comprendere cosa è liturgico e cosa non lo è.
Non si canta nella liturgia tanto per cantare. Il canto è un ministero specifico, che ha finalità specifiche, se queste non sono raggiunte per la bassa qualità del canto o della sua esecuzione, meglio il silenzio, meglio non distogliere i fedeli con delle musiche inadeguate o inadeguatamente eseguite.
Ricevendo un dottorato in musica nel 2015, Benedetto XVI faceva, tra l’altro, questa riflessione: “Certo, la musica occidentale supera di molto l’ambito religioso ed ecclesiale. E tuttavia essa trova comunque la sua origine più profonda nella liturgia nell’incontro con Dio. In Bach, per il quale la gloria di Dio rappresenta ultimamente il fine di tutta la musica, questo è del tutto evidente. La risposta grande e pura della musica occidentale si è sviluppata nell’incontro con quel Dio che, nella liturgia, si rende presente a noi in Cristo Gesù. Quella musica, per me, è una dimostrazione della verità del cristianesimo. Laddove si sviluppa una risposta così, è avvenuto un incontro con la verità, con il vero creatore del mondo. Per questo la grande musica sacra è una realtà di rango teologico e di significato permanente per la fede dell’intera cristianità, anche se non è affatto necessario che essa venga eseguita sempre e ovunque. D’altro canto è chiaro però anche che essa non può scomparire dalla liturgia e che la sua presenza può essere un modo del tutto speciale di partecipazione alla celebrazione sacra, al mistero della fede“. Invece oggi, quasi ci si vergogna di questa eredità, la si considera qualcosa da tenere nascosta, per fare spazio alle “esperienze nuove“. Peccato che queste esperienze siano spesso contrarie ai fini stessi della liturgia, non siano per nulla adeguate ad una partecipazione viva e piena alla stessa. Purtroppo, c’è stato un fraintendimento enorme in questo senso. La liturgia è stata abbandonata alle mode, la musica e stata data in mano a degli incompetenti, a persone che hanno forse artatamente fatto in modo che il livello della musica liturgica fosse basso in modo che le loro produzioni avrebbero comunque avuto un posto. Ho molte volte detto, che la lotta contro il professionalismo del musicista di chiesa, non è stata forse fatta in modo innocente. Infatti, un musicista formato, ha una mente molto più critica e quindi “pericolosa“ per coloro che non vogliono avere nessuno tra i piedi a rovinare i “giochi“. In questo modo, senza professionisti tra i piedi, tutto viene accettato. 
La Chiesa poi, ha rinunciato alla sua funzione educatrice. Ricordiamo, come diceva anche il Papa Benedetto XVI in precedenza, che non solo la Chiesa favoriva la produzione di grande musica per la liturgia, grande arte, grande pittura, grande architettura, ma in questo modo era la più grande promotrice della cultura occidentale in toto. Quindi, questa funzione che la Chiesa aveva in precedenza, oggi è stata completamente abbandonata. Si rincorrono mode, senza mai raggiungerle perché queste, per la loro evanescenza, corrono più veloci di noi.

Quindi, ribadisco, in una situazione di emergenza e transizione come quella in cui ci troviamo negli ultimi decenni, è meglio cercare di salvare il salvabile per quello che riguarda la propria anima. Se sia una vera sensibilità liturgica, se si cerca il sacro, se si vuole il senso dell’educazione, allora meglio limitare i danni, cercare liturgie dove non ci sia canto. Certamente, se si è fortunati, e si trova una Messa dove il canto viene ben curato e ben eseguito, si è a cavallo. Ma questa oggi è una vera rarità.

mercoledì 12 febbraio 2020

Sulla questione del volontariato musicale nella liturgia

Il mio post sulla questione del pagamento dei musicisti di Chiesa, è stato il più visto di tutti i post di questo blog, raggiungendo migliaia di visualizzazioni. Questo mi conferma che il tema trattato è senz’altro un tema che suscita l’interesse negli operatori del settore. Ho letto anche qualche commento sui social, anche se non li ho letti tutti. Purtroppo da parte di alcuni ci sono stati dei commenti scomposti, anche conditi di volgarità che dicono molto sulla persona, anche se purtroppo non contribuiscono nulla al dibattito. Altri, che comunque dissentivano dalla mia posizione, hanno argomentato il loro dissenso in modo civile ed educato, che è ovviamente da me altamente apprezzato. È venuta fuori la questione del volontariato, che un servizio di questo tipo deve essere volontario. Cerchiamo di mettere ordine.
Come qualcuno ha osservato, “servizio“ non è sinonimo di gratuito. Anche i medici svolgono un servizio, l’insegnante, tante categorie svolgono un servizio che però viene giustamente retribuito. Quindi, se pensiamo anche ad altre categorie che hanno a che fare con la Chiesa e il servizio liturgico, come per esempio quella dei sacristi, noi ci aspettiamo che gli stessi vengano retribuiti. C’è poi il discorso che coloro che si scandalizzano perchè si parla di retribuire i musicisti di Chiesa, sono per la maggior parte persone che non hanno studi o una preparazione al ruolo che svolgono nella liturgia (non parlo di diplomi, ma anche di semplici studi). Prendiamo per esempio una persona che si oppone al fatto che si debba pagare per un servizio svolto nella liturgia e immaginiamo che questa persona studi per diventare, che ne so, giornalista. Dopo anni di studi, di sacrifici, di investimenti suoi e della sua famiglia, se le proponessero di svolgere un servizio continuativo anche per un giornale cattolico, del tutto gratuitamente, come la prenderebbe? Perché qui è importante capire che il concetto è lo stesso, cioè che chi si è sacrificato per dotarsi di una preparazione specifica, va poi sostenuto in qualche modo dalla comunità che serve. A me questa sembra una cosa talmente logica, che non bisognerebbe neanche dirla. 
Poi, c’è proprio la questione del volontariato in se stesso. Facciamo chiarezza. Se un medico, decide di dedicare il suo tempo libero per andare a curare dei malati in Africa senza ricevere nessuna ricompensa, è una cosa molto bella, in quel caso si tratta di volontariato qualificato. Cioè, si tratta di un professionista che decide di impiegare il tempo al di fuori del suo lavoro regolare per svolgere quel tipo di servizio. Ma non è lo stesso per quello che riguarda la Chiesa, dove il volontariato è quasi sempre sinonimo di dilettantismo. Quindi, questo va poi incidere sulla qualità del servizio offerto. Sei un insegnante di organo del conservatorio, decide di suonare gratuitamente per la sua parrocchia, io non ho nessun problema. Si tratta di un professionista che decide di offrire gratuitamente un servizio ad una Chiesa che forse non ha i mezzi per poterlo pagare. Ma non stiamo parlando di questo, stiamo parlando di quelle persone che difendono il volontariato per difendere spesso una qualità scadente del servizio offerto, il che non va in favore né della comunità cristiana che si serve che ne della liturgia in cui si opera.

Qui non si tratta di offrire chissà quali stipendi, ma almeno di riconoscere un rimborso spese per quelle persone che si dedicano in modo costante ad offrire un certo servizio. A me faceva un po’ sorridere quando alcune persone, nei commenti, si scusavano del compenso che ricevevano per suonare ai matrimoni o ai funerali dicendo che era soltanto una cifra “simbolica“. A questo siamo arrivati grazie alla pressione del politicamente corretto. Simbolico non è, pure se uno riceve un euro, quello comunque è un compenso. È inutile cercare giustificazioni, visto che il compenso è comunque dovuto. Alcuni lo giustificavano dicendo che in quel caso erano i familiari a pagare, ma in realtà molti molte fonti di introito delle nostre chiese vengono comunque dai fedeli, quindi ogni cosa e in fondo pagata attraverso le donazioni dei cattolici. Io voglio ripetere, che come è giusto sostenere i sacerdoti, i custodi delle chiese, i sacrestani, quelli che portano i fiori per adornare gli altari, coloro che si occupano di mantenere in ordine l’impianto elettrico, quelli che ti vendono i libri liturgici e via dicendo, è giusto sostenere anche chi ha sacrificato anni della propria vita per ben prepararsi a questo compito. Perché non ci scandalizza se il sacerdote che celebra la Messa, riceve una somma di denaro chiamata “applicazione“? Perché non ci si scandalizza quando si sa che le suore che vendono le ostie che poi saranno consacrate ricevano comunque un pagamento per il loro lavoro? Perché non ci si scandalizza quando si sa che coloro che vendono le suppellettili liturgiche vengano pagati, a volte anche cifre molto alte? E così quelli che vendono gli abiti liturgici? Ma infatti non ci si dovrebbe scandalizzare, perché il pagare il lavoro altrui è del tutto giusto e del tutto in linea con la dottrina sociale della Chiesa e con il Vangelo. Purtroppo, per molti è assai semplice fare i buoni con i problemi degli altri, questo è un problema che non riguarda solo la Chiesa ma tutta la nostra società. Comunque, importante è cercare di mantenere sempre la barra dritta.

martedì 11 febbraio 2020

Tre motivi per cui i musicisti di Chiesa vanno pagati

Come molti di voi sapranno, recentemente mi sono trovato invischiato in una piccola polemica con la Santa casa di Loreto, per via di un mio articolo su La nuova bussola quotidiana, in cui contestavo il fatto che ai cantori professionisti di quella storica cappella musicale era stato chiesto di cantare in regime di volontariato. Questa polemica, ha avuto delle ripercussioni anche su altri organi di stampa. Fatalità, proprio in questi giorni, sta uscendo un mio libro che si chiama “Non ti pago!“. In questo libro, affronto proprio questo problema del trattamento economico dei musicisti di Chiesa. Al libro, voglio rimandare per tutti gli approfondimenti. Vi invito a leggerlo in modo da poter capire che dietro il mio ragionamento non c’è nessuna venalità ma soltanto un desiderio di giustizia. Qui, voglio riassumere tre motivi per cui è giusto pagare i musicisti che prestano servizio nella liturgia.
  1. Se si desidera la qualità, bisogna investire nella stessa. La qualità, richiede studio, applicazione, fatica; queste cose, vanno sostenute, vanno supportate, non vengono così gratuitamente. Un musicista studia continuamente nella sua vita, ma i regolari corsi di studio, per coloro che li affrontano, durano anche 10 anni. È giusto che, quando il musicista è in grado di mettere a disposizione della comunità cristiana i talenti ottenuti con così tanta fatica, la stessa comunità cristiana possa in qualche modo sostenerlo.
  2. Il codice di diritto canonico, dice che coloro che prestano un servizio per la la Chiesa cattolica, se questo servizio è continuativo, devono essere remunerati. Queste, sono nozioni basilari di dottrina sociale della Chiesa. Inoltre, ricordiamo che non corrispondere la giusta mercede all’operaio grida vendetta al cospetto di Dio. Questo non toglie che ci possa essere qualcuno che desidera svolgere dei servizi per la Chiesa come volontario. Le due cose non sono in contraddizione, ma il volontariato deve essere sempre qualificato. Facciamo un esempio: la persona che pulisce la Chiesa e lo fa senza voler essere compensata, deve senz’altro essere in grado di pulire bene. Un parroco non accetterebbe una volontaria che pulisce la Chiesa e che però lascia la chiesa più sporca di prima. Allora, perché dobbiamo accettare dei volontari che prestano un servizio liturgico senza saper cantare o senza saper suonare? Perché non si capisce che la mediocrità nella musica per la liturgia non colpisce soltanto coloro che la provocano ma anche coloro che la subiscono?
  3. Se si agisce secondo giustizia, allora il volontariato deve essere esteso anche a tutte le altre categorie che prestano servizio presso le nostre chiese. Quindi, anche i fiorai, i sacrestani, gli elettricisti, gli sacerdoti… Perché tutti questi non accettano anche di svolgere il loro servizio qualificato ma senza avere nessun compenso? Certamente perché è una cosa ingiusta, come voi sicuramente penserete. Ma ci sono persone che sono molto brave a fare le caritatevoli ma con i problemi degli altri. Quindi, i poveri musicisti, “che tanto si divertono”, devono fare tutto gratuitamente, mentre agli altri, come è giusto, si dà un qualche salario, la previdenza sociale, e tutte quelle cose che sono di diritto per un lavoratore. Alcuni possono dire che il musicista non presta un servizio così continuativo, ma questo non dipende dal musicista stesso, dipende spesso da sacerdoti che non lo vogliono impiegare. In realtà, in un tempo passato, il musicista prestava servizio quasi giornaliero, come succede per alcune cattedrali inglesi ancora oggi. Alcuni dicono: “quello che si è ricevuto gratuitamente, il talento, deve essere dato gratuitamente“; ma allora, se accettiamo questo questa frase, deve essere estesa a tutti gli altri. Anche coloro che hanno ricevuto la vocazione sacerdotale, il talento di saper coltivare bene i fiori, o di aggiustare dei componenti elettrici, dovrebbero offrire il loro servizio gratuitamente quando è per la Chiesa. Ma no, io non penso Dio chiedo questo, perché questo è il frutto di un cristianesimo spiritualistico, un cristianesimo che non tiene conto della realtà delle cose, della materialità delle cose che non è in contraddizione con lo spirito, in quanto noi siamo fatti di anima e corpo, non soltanto della prima.

lunedì 10 febbraio 2020

La bellezza della liturgia a servizio della evangelizzazione

Il beato Giuseppe Allamano (1851-1926) diceva: “La liturgia ben fatta ha operato conversioni; se mal fatta le impedisce“. Credo che questa frase sia profondamente veritiera e potrebbe essere applicata anche alla musica sacra; se essa è ben fatta favorisce la preghiera, quando è mal fatta la impedisce. Non si riflette mai abbastanza suo fatto che la bellezza della liturgia ha una importanza fondamentale, perché non è fine a se stessa. Dietro la bellezza c’è sempre la verità, di cui la bellezza è una porta.
Benedetto XVI, al punto 35 della Sacramentum Caritatis afferma: “Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor. Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione. In Gesù, come soleva dire san Bonaventura, contempliamo la bellezza e il fulgore delle origini. Tale attributo cui facciamo riferimento non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell'amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l'amore. Già nella creazione Dio si lascia intravedere nella bellezza e nell'armonia del cosmo (cfr Sap 13,5; Rm 1,19-20). Nell'Antico Testamento poi troviamo ampi segni del fulgore della potenza di Dio, che si manifesta con la sua gloria attraverso i prodigi operati in mezzo al popolo eletto (cfr Es 14; 16,10; 24,12-18; Nm 14,20-23). Nel Nuovo Testamento si compie definitivamente questa epifania di bellezza nella rivelazione di Dio in Gesù Cristo: Egli è la piena manifestazione della gloria divina. Nella glorificazione del Figlio risplende e si comunica la gloria del Padre (cfr Gv 1,14; 8,54; 12,28; 17,1). Tuttavia, questa bellezza non è una semplice armonia di forme; « il più bello tra i figli dell'uomo » (Sal 45 [44],3) è anche misteriosamente colui che « non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi » (Is 53,2). Gesù Cristo ci mostra come la verità dell'amore sa trasfigurare anche l'oscuro mistero della morte nella luce irradiante della risurrezione. Qui il fulgore della gloria di Dio supera ogni bellezza intramondana. La vera bellezza è l'amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale. La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. Il memoriale del sacrificio redentore porta in se stesso i tratti di quella bellezza di Gesù di cui Pietro, Giacomo e Giovanni ci hanno dato testimonianza, quando il Maestro, in cammino verso Gerusalemme, volle trasfigurarsi davanti a loro (cfr Mc 9,2). La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l'azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria”. Ma purtroppo queste parole del papa Benedetto XVI cadono nel vuoto.
La bellezza non è estetismo, come giustamente nota il Papa. E se la bellezza nella liturgia non converte, potete immaginare la bruttezza cosa possa fare. Ecco perché la cura della musica nella liturgia dovrebbe essere un compito fondamentale dei pastori, che invece oramai l’hanno abbandonata al controllo di gruppi che hanno un interesse ideologico nel pilotare tutto in una direzione sempre più lontana da quella che è la via maestra della Tradizione.

Tradizione che, vale la pena ripeterlo, non è il passato ma l’origine, è andare non indietro ma in profondità. Ecco perché nei secoli la Chiesa non ha risparmiato risorse per abbellire gli edifici di culto, per ornare la liturgia di suoni, profumi, immagini, che potessero aiutare i fedeli tutti a mettersi in cammino per la via pulchritudinis. Platone diceva che “il bello è lo splendore del vero”. Solo ritornando alla bellezza, al senso della forma anche sonora, possiamo sperare di poter accedere allo splendore del vero. Don Piero Cantoni (alleanzacattolica.org) ci dice: “Quando il bello viene disancorato dalla conoscenza della forma, come spesso accade nell’estetica moderna, si riduce alla dimensione sensibile e fenomenica perdendo di vista il proprio legame intrinseco e indissolubile con il vero e con il bene. Il disinteresse estetico diventa separazione dal vero e dal bene, e smarrimento dell’oggettività, inevitabile conseguenza dell’aver smarrito il senso dell’essere“. Quando la bellezza esce dalle chiese, fa fatica ad entrarci anche la verità.

sabato 8 febbraio 2020

Elogio delle campane di chiesa

Sarò impopolare con qualcuno, ma ritengo che bisognerebbe rivalutare l’importanza che aveva nella vita civica il suono delle campane delle chiese. Certamente in alcuni luoghi ancora questo suono è possibile ascoltarlo, ma sempre meno, viene sempre più considerato come un fastidio“, perché disturba la “tranquilla“ laica vita della nostra società. Pure, questo suono aveva una importanza veramente speciale nella vita delle nostre città, dei nostri villaggi, dei nostri paesi, perché scandiva le ore del giorno sempre sotto il segno di Dio. Era sempre la voce delle campane, che ci diceva quando si era fatta una certa ora della sera o era il momento di rivolgersi alla vergine Maria per l’Angelus. Era, insomma, un mettere tutte le nostre vite sotto il segno del divino.
Oggi, questo dà fastidio, perché di Dio non vogliamo sentir parlare, preferiamo pensare che non esista più, preferiamo pensi pensare che il coro delle campane, sia solo un retaggio del passato, qualcosa che possiamo ammirare ancora sopra i campanili, ma che non fa più parte del nostro modo di vivere. Certo, per alcuni è comodo pensarla in questo modo, anche se non si rendono conto di quanto abbiamo perso senza questo segnale che ci faceva volgere la mente sempre alle cose di lassù, e non solo alle nostre faccende terrene.
Forse per questo, per l’importanza che queste queste campane avevano nella nostra società, esse venivano benedette, venivano come battezzate.
Giuseppe Pettenuzzo (saveriani.it) così descrive l’importana delle campane: “Le campane suonano dentro di noi e, come una voce, ci parlano. Ogni campana ha un nome e un suono particolare, una tonalità che corrisponde a una nota musicale. Più campane possono anche accompagnare le melodie di una canzone. Da loro sentiamo se cantano a festa o se soffrono per la morte di una persona. Avvisano se è nato un bambino, se si celebra un battesimo o un matrimonio. Scandiscono le ore, alcune suonano addirittura ogni mezz’ora. È bello sentire la ripetizione dei rintocchi: dieci rintocchi, una pausa, un nuovo rintocco, sono le dieci e mezza. Sono una voce universale che viene dalle chiese, dalle torri cittadine, da edifici pubblici. Tutti comprendiamo il significato della loro voce. Indicano il tempo che fa: quando si avvicina un temporale pericoloso, in certi casi, ci dicono di tornare a casa, di non uscire, perché c’è pericolo. Addirittura si usano per prepararci a qualche avvenimento, come nei tempi di guerra. La mattina ci svegliano, la sera ci augurano la buona notte. Molte volte aspettiamo questo saluto per una preghiera e per alzarci o, la sera, per spegnere le luci e dormire. Ricordo il campanone, Pietro; la mediana, Santa Maria; la piccola, Giovanni; il campanello.. beh, questo era la voce della mamma. Tutti suoni di sicurezza e di compagnia”. Insomma, erano un segno della presenza di Dio nella vita di tutti i giorni. Esse hanno anche un significato mistico, una sorta di protezione dalle forze malefiche. Eppure oggi a molti danno fastidio, esse sono oggetto di denunce in quanto “disturbano il sonno di alcuni“. Oppure disturbano la loro coscienza.
Forse la voce di un poeta e sacerdote rosminiano come Clemente Rebora, nella sua “Campana di Lombardia”, ci aiuterà a mettere le cose in prospettiva:

“Campana di Lombardia,
voce tua, voce mia,
voce voce che va via
e non dài malinconia.
Io non so che cosa sia,
se tacendo o risonando
vien fiducia verso l'alto
di guarir l'intimo pianto,
se nel petto è melodia
che domanda e che risponde,
se in pannocchie di armonia
risplendendo si trasfonde
cuore a cuore, voce a voce 
Voce, voce che vai via
e non dài malinconia”.


Chissà, forse saremo salvati dalla poesia.

lunedì 3 febbraio 2020

San Biagio e il dono della voce

Il 3 febbraio la Chiesa ricorda la festa di San Biagio. Questa festa è importante anche per un motivo molto particolare, perché San Biagio è considerato il protettore per i problemi alla gola. Questo ci fa pensare all’importanza della nostra voce, al dono grande che abbiamo avendo la possibilità di poter comunicare con questo mezzo straordinario, un mezzo che non solo ci permette di poter parlare con chiunque, ma anche di poter cantare, cioè esprimere con ancora più efficacia quello che abbiamo dentro. La voce, è anche mezzo per lodare Dio, che è un qualcosa che non dovremmo mai dimenticare. Allora oggi, in mattinata, mi sono recato in una bella basilica romana e ho chiesto a un sacerdote che mi conosce da quando sono adolescente, di darmi una speciale benedizione alla gola, visto che essa è sede di tanti organi importanti, come per esempio la tiroide, delle cui patologie soffrono tantissime persone, se non sbaglio una su dieci nel nostro paese. Spero molti seguiranno il mio esempio.
Pietro Barbini su Zenit, ripreso su santiebeati.it, informa come segue: “Poco si conosce della vita di San Biagio, di cui oggi si festeggia la memoria liturgica. Notizie biografiche sul Santo si possono riscontrare nell’agiografia di Camillo Tutini, che raccolse numerose testimonianze tramandate oralmente. Si sa che fu medico e vescovo di Sebaste in Armenia e che il suo martirio è avvenuto durante le persecuzioni dei cristiani, intorno al 316, nel corso dei contrasti tra gli imperatori Costantino (Occidente) e Licino (Oriente). Catturato dai Romani fu picchiato e scorticato vivo con dei pettini di ferro, quelli che venivano usati per cardare la lana, ed infine decapitato per aver rifiutato di abiurare la propria fede in Cristo. Si tratta di un Santo conosciuto e venerato tanto in Occidente, quanto in Oriente. Il suo culto è molto diffuso sia nella Chiesa Cattolica che in quella Ortodossa. Nella sua città natale, dove svolse il suo ministero vescovile, si narra che operò numerosi miracoli, tra gli altri si ricorda quello per cui è conosciuto, ossia, la guarigione, avvenuta durante il periodo della sua prigionia, di un ragazzo da una lisca di pesce conficcata nella trachea. Tutt’oggi, infatti, il Santo lo si invoca per i “mali alla gola”. Inoltre San Biagio fa parte dei quattordici cosiddetti santi ausiliatori, ossia, quei santi invocati per la guarigione di mali particolari. Venerato in moltissime città e località italiane, delle quali, di molte, è anche il santo patrono, viene festeggiato il 3 febbraio in quasi tutta la penisola italica. È tradizione introdurre, nel mezzo della celebrazione liturgica, una speciale benedizione alle “gole” dei fedeli, impartita dal parroco incrociando due candele (anticamente si usava olio benedetto). Interessanti sono anche alcune tradizioni popolari tramandatesi nel tempo in occasione dei festeggiamenti del Santo. Chi usa, come a Milano, festeggiare in famiglia mangiando i resti dei panettoni avanzati appositamente a Natale, e chi prepara dei dolci tipici con forme particolari, che ricordano il santo, benedetti dal parroco e distribuiti poi ai fedeli. A Lanzara, una frazione della provincia di Salerno, per esempio, è tradizione mangiare la famosa “polpetta di San Biagio”. Nella città di Salemi, invece, si narra che nel 1542 il Santo salvò la popolazione da una grave carestia, causata da un’invasione di cavallette che distrusse i raccolti nelle campagne, intercedendo ed esaudendo le preghiere del popolo che invocava il suo aiuto (san Biagio, infatti, oltre che essere protettore dei “mali della gola” è anche protettore delle messi); da quel giorno a Salemi, ogni anno il 3 di febbraio, si festeggia il Santo preparando i cosiddetti “cavadduzzi”, letteralmente “cavallette”, per ricordare il miracolo, e i “caddureddi” (la cui forma rappresenta la “gola”), che sono dei piccoli pani preparati con acqua e farina, benedetti dal parroco e distribuiti poi ai fedeli. Dal 2008 inoltre, sempre a Salemi, viene organizzata, con la collaborazione di tutte le scuole e associazioni della città, una spettacolare rappresentazione del “miracolo delle cavallette” che si conclude con l’arrivo alla chiesa del Santo per deporre i doni e farsi benedire le “gole””.
A Roma, ci sono due chiese che ci offrono la memoria di questo santo, una è in via Giulia e si chiama San Biagio degli armeni o San Biagio della pagnotta, per il dono dei piccoli pani che vengono fatti nel giorno della festa del santo. Poi abbiamo la chiesa di San Biagio e Carlo ai Catinari, molto vicina al largo Argentina. In questa chiesa si conserva una reliquia di San Biagio, un osso, con cui viene data la benedizione nel giorno della festa del santo.

Dovremmo sempre molto riflettere sul dono della voce, pensare a cosa sarebbe se non potessimo parlare, se non potessimo comunicare. Quindi, almeno nel giorno della festa di San Biagio, dovremmo pensare a tutti coloro che per motivi vari non possono parlare, pregare per loro e per la pace nella loro esistenza. La voce è un fatto meccanico, fisiologico, attraverso il quale viene prodotto il suono; ma ricordiamo che l’elemento spirituale che ispira quello meccanico è sicuramente il più importante. Non importa che possiamo parlare, importa il perché dobbiamo parlare. Anche San Benedetto ci dice che la mente deve concordarsi con quello che la voce sta cantando; cerchiamo di non dimenticarlo mai.

giovedì 30 gennaio 2020

Perché mi piace entrare nelle chiese vuote

Lo ammetto: mi piace entrare nelle chiese vuote. Il silenzio, la solitudine, il raccoglimento che si respira in questi spazi, sento che mi parlano in modo tutto speciale. Mi sembra potermi richiamare a Giacomo Leopardi che diceva: “Ma sedendo e mirando, interminati Spazi di là da quella, e sovrumani Silenzi, e profondissima quiete Io nel pensier mi fingo; ove per poco Il cor non si spaura”. 
Le chiese vuote sono piene di presenze che si manifestano nel silenzio e sembra di essere convocati ad un incontro di cui sei l’ospite d’onore. Sembra che quelle superbe architetture, quelle statue, quegli organi muti siano lì solo per te, per accogliere i sospiri del tuo cuore e per asciugare le lacrime dei tuoi occhi. E io anche immagino le tante persone che sono lì passate, secoli prima, che hanno pregato nel banco in cui io le sto pensando. E mi sento stranamente unito a loro, come se misteriosamente potessimo darci la mano.