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lunedì 3 maggio 2021

mercoledì 22 aprile 2020

L’acqua che tutto spegne, ravvivava sempre più il fuoco

Ci piace a volte vivere nella menzogna, ci fa comodo, lo troviamo piacevole. Abbiamo già detto come sarà la verità a liberarci, ma per arrivare alla verità il cammino è lungo, lungo e difficile. A volte ci sono persone che non ci arrivano in una vita intera. E anche chi vuole arrivarci, per scalare la montagna deve passare tanti ostacoli, tante delusioni. E spesso, come i cavalieri ci insegnano, il nemico più grande non è di fronte a te, ma dentro di te. 
Una frase dal libro della Sapienza (16, 17) mi è sembrata sempre molto significativa: “l’acqua che tutto spegne, ravvivava sempre più il fuoco”. Io l’ho interpretata nel senso che le cose che più dovrebbero placarci, spesso le usiamo per aumentare il problema che devono risolvere. Dico subito che la mia è una interpretazione che esula dal contesto di quel capitolo, in cui questa frase ha un senso più positivo, ma questa mia forzatura interpretativa mi serve per esprimere qualcosa che penso importante. Facciamo l’esempio della religione. Essere religiosi dovrebbe essere considerata una cosa buona, noi pensiamo che avere un atteggiamento religioso nella vita è il bene più grande. Ma è sempre così? No, non sempre, perché da alcuni la religione è usata come schermo per nascondere disagi psicologici profondi. È bene che chi ha disagi di ogni tipo cerchi consolazione nella religione, ma non usandola per fornirsi di una maschera di fronte agli altri. Ci sono le religiosità patologiche, le persone che usano la religione come userebbero gli psicofarmaci. Ecco perché bisogna aiutare queste persone a cercare il volto autentico di Dio, non la caricatura che serve a farli stare apparentemente meglio.
Benedetto XVI, nell’udienza del 16 gennaio 2013 tra l’altro diceva: “Vorrei soffermarmi su questo “rivelare il volto di Dio”. A tale riguardo, san Giovanni, nel suo Vangelo, ci riporta un fatto significativo che abbiamo ascoltato ora. Avvicinandosi la Passione, Gesù rassicura i suoi discepoli invitandoli a non avere timore e ad avere fede; poi instaura un dialogo con loro nel quale parla di Dio Padre (cfr Gv 14,2-9). Ad un certo punto, l’apostolo Filippo chiede a Gesù: «Signore, mostraci il Padre e ci basta» (Gv 14,8). Filippo è molto pratico e concreto, dice anche quanto noi vogliamo dire: “vogliamo vedere, mostraci il Padre”, chiede di “vedere” il Padre, di vedere il suo volto. La risposta di Gesù è risposta non solo a Filippo, ma anche a noi e ci introduce nel cuore della fede cristologica; il Signore afferma: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). In questa espressione si racchiude sinteticamente la novità del Nuovo Testamento, quella novità che è apparsa nella grotta di Betlemme: Dio si può vedere, Dio ha manifestato il suo volto, è visibile in Gesù Cristo. In tutto l’Antico Testamento è ben presente il tema della “ricerca del volto di Dio”, il desiderio di conoscere questo volto, il desiderio di vedere Dio come è, tanto che il termine ebraico pānîm, che significa “volto”, vi ricorre ben 400 volte, e 100 di queste sono riferite a Dio: 100 volte ci si riferisce a Dio, si vuol vedere il volto di Dio. Eppure la religione ebraica proibisce del tutto le immagini, perché Dio non si può rappresentare, come invece facevano i popoli vicini con l’adorazione degli idoli; quindi, con questa proibizione di immagini, l'Antico Testamento sembra escludere totalmente il “vedere” dal culto e dalla pietà. Che cosa significa allora, per il pio israelita, tuttavia cercare il volto di Dio, nella consapevolezza che non può esserci alcuna immagine? La domanda è importante: da una parte si vuole dire che Dio non si può ridurre ad un oggetto, come un'immagine che si prende in mano, ma neppure si può mettere qualcosa al posto di Dio; dall’altra parte, però, si afferma che Dio ha un volto, cioè è un «Tu» che può entrare in relazione, che non è chiuso nel suo Cielo a guardare dall’alto l’umanità. Dio è certamente sopra ogni cosa, ma si rivolge a noi, ci ascolta, ci vede, parla, stringe alleanza, è capace di amare. La storia della salvezza è la storia di Dio con l'umanità, è la storia di questo rapporto di Dio che si rivela progressivamente all’uomo, che fa conoscere se stesso, il suo volto”. Ecco, spesso noi preferiamo sostituire a questo volto un simulacro, cerchiamo consolazione in certi aspetti della religione che ci fanno sentire bene, ma che non ci fanno in definitiva stare bene.
Da musicista, devo dire che questo accade nella musica, dove molte persone non seguono la musica per compiere un cammino interiore, ma solo per mascherare ben altri problemi. Quanti ce ne sono! Abbiamo la tendenza ad usare cose buone in un modo improprio, per nascondere altre cose contro cui abbiamo difficoltà a combattere. Essere sinceri con se stessi, abitare nella verità, è un percorso di tutta una vita, e ci può costare anche l’isolamento sociale, l’incomprensione nella nostra stessa famiglia. Ma abitare nella menzogna? Cosa si prova a vivere nella menzogna per tutta la vita? Alcuni non se ne rendono neanche conto.
Dobbiamo fare in modo che quell’acqua che tutto spegne non serva a ravvivare il fuoco, ma a dissetarci, a fare in modo che possiamo sentirci profondamente ristorati e con il coraggio di ricominciare sempre il cammino. Nei salmi ci si offre l’immagine della cerva che anela ai corsi d’acqua. Ecco, dobbiamo coltivare quel desiderio per l’acqua che disseta, non per quella che serve a ravvivare il fuoco.
Guardate che il cammino alla consapevolezza spirituale è doloroso, perché bisogna liberarsi di atteggiamenti interni ed esterni che abbiamo coltivato per tutta una vita. Se abbiamo sempre camminato male, poi ci costerà camminare correttamente, perché non lo abbiamo mai sperimentato. E quindi forse continueremo a zoppicare, ma lo faremo perseguendo quanto è bello, buono e vero. Diceva sant’Agostino che è meglio zoppicare sulla via giusta che correre su quella sbagliata. Bisogna cercare di intraprendere un cammino di verità su noi stessi, accettando le sofferenze che ne derivano, perché solo questo ci permetterà di riappropriarci del nostro essere più intimo.




lunedì 20 aprile 2020

La verità vi farà liberi

Viviamo in un mondo in cui mostrare una facciata di comodo è spesso l’unico modo di sopravvivere, a volte è anche necessario. Non sempre siamo nelle condizioni di poter dire esattamente quello che pensiamo, senza il timore che le nostre parole possano causare più danni di quelli che intendono risolvere. Eppure il rischio di comportamenti del genere è molto elevato, in quanto a volte cominciamo a vivere in una realtà quasi parallela, in una realtà di finzione che a noi sembra quasi reale. Quante persone vivono nella finzione, quante persone si costruiscono un mondo comodo protetti (o almeno così loro credono) da titoli accademici, prestigio mondano, autorità e potere. Eppure ci viene detto che “la verità vi farà liberi”. Siamo qui nel vangelo di Giovanni 8, 31-42: “Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?». Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenza di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro!». Gli risposero: «Il nostro padre è Abramo». Rispose Gesù: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo! Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l'ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero: «Noi non siamo nati da prostituzione, noi abbiamo un solo Padre, Dio!». Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato”. Il dialogo fra Gesù e i Giudei ci fa venire in mente che è vero quel detto che dice che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Essi preferiscono vivere nella loro realtà senza interrogarsi se le parole di quel Rabbi potessero avere qualche parvenza di verità.
Perché la verità è spesso scomoda, ci scuote, ci sposta dai nostri pregiudizi e dalle nostre assunzioni. La verità a volte non è simpatica, comoda, confortevole. Essa può abitare in persone che ci sembrano inadeguate. A volte essa è urtante, fastidiosa, respingente. Eppure non c’è cosa più alta della verità, senza la quale continuiamo ad abitare nelle tenebre.
Sant’Agostino, in La Trinità (8,2) afferma: “Comprendi dunque, se lo puoi, o anima tanto appesantita da un corpo soggetto alla corruzione e aggravata da pensieri terrestri molteplici e vari; comprendi, se lo puoi, che Dio è Verità. È scritto infatti che Dio è luce (1Gv 1,5), non la luce che vedono i nostri occhi, ma quella che vede il cuore, quando sente dire: è la Verità. Non cercare di sapere cos'è la verità, perché immediatamente si interporranno la caligine delle immagini corporee e le nubi dei fantasmi e turberanno la limpida chiarezza, che al primo istante ha brillato al tuo sguardo, quando ti ho detto: Verità. Resta, se puoi, nella chiarezza iniziale di questo rapido fulgore che ti abbaglia, quando si dice: Verità. Ma non puoi, tu ricadi in queste cose abituali e terrene. Qual è dunque, ti chiedo, il peso che ti fa ricadere, se non quello delle immondezze che ti hanno fatto contrarre il glutine della passione e gli sviamenti della tua peregrinazione?”. Ci dice il grande pensatore che non dobbiamo cercare di sapere cosa è la verità; ma cosa significa? Significa che la verità è un qualcosa che sentiamo, più che comprendiamo. Il peso della verità tutta intera è troppo oneroso per le nostre povere forze e quindi dobbiamo contentarci di partecipare ad essa ma senza la pretesa di possederla, come se la verità fosse sul cloud, riprendendo una metafora tecnologica. San Bonaventura da Bagnoregio ha detto: “È insito nell'anima l'odio della falsità; ma ogni odio nasce dall'amore, perciò è molto più radicato nell'anima l'amore della verità e specialmente di quella verità per la quale l'anima è stata fatta“. Ecco perché noi riconosciamo la verità istintivamente anche se non sempre siamo portati ad aderirvi spontaneamente, in quanto la verità, come detto sopra, costa e ci è spesso difficile da sopportare. Spesso aderire alla verità non ci fa vivere bene, ci causa di essere rigettati e respinti, ma senza verità siamo nella falsità e questo è quanto corrode la nostra anima nel modo più pericoloso. 
San Tommaso d’Aquino, riprendendo Aristotele, diceva che la verità è adaequatio rei et intellectus, l’adeguarsi dell’intelletto alla realtà della cosa. La verità quindi non è una creazione ma un abbandonarsi, un lasciarsi penetrare dal senso che già è lì presente. La verità è come la scultura nell’idea di Michelangelo, già presente in nuce nel marmo grezzo. Ma abbandonarsi alla verità è difficile, perché ci viene naturale fare resistenza, difenderci, cercare di sfuggirci. Preferiamo vivere nella schiavitù perché, come ho detto, la verità è difficile da sopportare. Essa porta fastidio, ci interroga continuamente, ci costringe a cambiare, a vedere dentro noi stessi. Ecco perché a volte coloro che riescono a portare vanti dei barlumi di verità sono strani, bizzarri, eccentrici. Essi per primi devono scontare il peso di quello che portano, spesso senza neanche saperlo. La verità non ê un pranzo di gala, ma una scalata su una montagna altissima, ma una scalata dopo la quale puoi veramente assaporare cieli e terre nuove.



lunedì 10 febbraio 2020

La bellezza della liturgia a servizio della evangelizzazione

Il beato Giuseppe Allamano (1851-1926) diceva: “La liturgia ben fatta ha operato conversioni; se mal fatta le impedisce“. Credo che questa frase sia profondamente veritiera e potrebbe essere applicata anche alla musica sacra; se essa è ben fatta favorisce la preghiera, quando è mal fatta la impedisce. Non si riflette mai abbastanza suo fatto che la bellezza della liturgia ha una importanza fondamentale, perché non è fine a se stessa. Dietro la bellezza c’è sempre la verità, di cui la bellezza è una porta.
Benedetto XVI, al punto 35 della Sacramentum Caritatis afferma: “Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor. Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione. In Gesù, come soleva dire san Bonaventura, contempliamo la bellezza e il fulgore delle origini. Tale attributo cui facciamo riferimento non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell'amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l'amore. Già nella creazione Dio si lascia intravedere nella bellezza e nell'armonia del cosmo (cfr Sap 13,5; Rm 1,19-20). Nell'Antico Testamento poi troviamo ampi segni del fulgore della potenza di Dio, che si manifesta con la sua gloria attraverso i prodigi operati in mezzo al popolo eletto (cfr Es 14; 16,10; 24,12-18; Nm 14,20-23). Nel Nuovo Testamento si compie definitivamente questa epifania di bellezza nella rivelazione di Dio in Gesù Cristo: Egli è la piena manifestazione della gloria divina. Nella glorificazione del Figlio risplende e si comunica la gloria del Padre (cfr Gv 1,14; 8,54; 12,28; 17,1). Tuttavia, questa bellezza non è una semplice armonia di forme; « il più bello tra i figli dell'uomo » (Sal 45 [44],3) è anche misteriosamente colui che « non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi » (Is 53,2). Gesù Cristo ci mostra come la verità dell'amore sa trasfigurare anche l'oscuro mistero della morte nella luce irradiante della risurrezione. Qui il fulgore della gloria di Dio supera ogni bellezza intramondana. La vera bellezza è l'amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale. La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. Il memoriale del sacrificio redentore porta in se stesso i tratti di quella bellezza di Gesù di cui Pietro, Giacomo e Giovanni ci hanno dato testimonianza, quando il Maestro, in cammino verso Gerusalemme, volle trasfigurarsi davanti a loro (cfr Mc 9,2). La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l'azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria”. Ma purtroppo queste parole del papa Benedetto XVI cadono nel vuoto.
La bellezza non è estetismo, come giustamente nota il Papa. E se la bellezza nella liturgia non converte, potete immaginare la bruttezza cosa possa fare. Ecco perché la cura della musica nella liturgia dovrebbe essere un compito fondamentale dei pastori, che invece oramai l’hanno abbandonata al controllo di gruppi che hanno un interesse ideologico nel pilotare tutto in una direzione sempre più lontana da quella che è la via maestra della Tradizione.

Tradizione che, vale la pena ripeterlo, non è il passato ma l’origine, è andare non indietro ma in profondità. Ecco perché nei secoli la Chiesa non ha risparmiato risorse per abbellire gli edifici di culto, per ornare la liturgia di suoni, profumi, immagini, che potessero aiutare i fedeli tutti a mettersi in cammino per la via pulchritudinis. Platone diceva che “il bello è lo splendore del vero”. Solo ritornando alla bellezza, al senso della forma anche sonora, possiamo sperare di poter accedere allo splendore del vero. Don Piero Cantoni (alleanzacattolica.org) ci dice: “Quando il bello viene disancorato dalla conoscenza della forma, come spesso accade nell’estetica moderna, si riduce alla dimensione sensibile e fenomenica perdendo di vista il proprio legame intrinseco e indissolubile con il vero e con il bene. Il disinteresse estetico diventa separazione dal vero e dal bene, e smarrimento dell’oggettività, inevitabile conseguenza dell’aver smarrito il senso dell’essere“. Quando la bellezza esce dalle chiese, fa fatica ad entrarci anche la verità.