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mercoledì 25 marzo 2020

Il cuore del respiro

In questi strani giorni di reclusione domestica, per via dell’epidemia di coronavirus, sento molto parlare dei sintomi dello stesso virus, fra i quali c’è quello della difficoltà a respirare. Questo, mi fa riflettere ancora di più sull’importanza del respiro non solo, ovviamente, per la nostra vita di tutti giorni, ma anche per il canto. Sappiamo bene come il canto ben fatto, il belcanto, si basa soprattutto su una buona respirazione, sul saper appoggiare il suono sulla colonna d’aria che sale. Questi concetti, che hanno forse una certa astrattezza quando li si incontra, sono non di meno fondamentali per una buona comprensione del fenomeno canoro.
Il didatta Antonio Juvarra, così afferma in un bel testo su questo argomento disponibile online (voceartistica.it): “Un esordio teatrale, ad effetto, vagamente marxiano, per introdurre il discorso sul ruolo della respirazione nel canto potrebbe essere: “Finora gli scienziati hanno cercato di capire la realtà materiale, esterna, visibile della respirazione e del canto, si tratta adesso di penetrarne il retroscena invisibile.” In effetti anche la respirazione e il canto, come succede con gli aspetti più profondi e significativi della vita, manifestano la natura bidimensionale, a due facce, esteriore ed interiore, della realtà, facce che non sempre coincidono e che non sempre necessariamente devono coincidere, ma di cui è importante comunque capire i rapporti come pure le sfasature”. Certo, è importante concepire la respirazione non solo come un fatto meccanico, ma anche come un fatto metafisico. Questo è un ostacolo per molti didatti contemporanei, fissati su “quello che funziona“, sulla scia di un certo pragmatismo di marca statunitense. Ma in effetti sappiamo come la respirazione, anche al di fuori del suo uso per il canto, viene usata per favorire le capacità introspettive delle persone, per esempio nella meditazione. Continua lo Juvarra nel testo citato: “Non si capisce neppure con quale arbitrio i sedicenti moderni continuatori di una tradizione belcantistica italiana, la quale esplicitamente riconosceva nel rapporto ‘fiato/parlato’ le due ali senza le quali il canto non può volare (e basti citare le parole del Farinelli ottocentesco, Pacchierotti, che affermava che “chi sa ben respirare e ben sillabare, sa ben cantare”) accettino e pubblicizzino soltanto la seconda parte di questo binomio e disinvoltamente buttino nel cestino la prima, a causa dell’uso semplicistico che essi fanno del concetto di semplicità. Con lo stesso criterio saremmo autorizzati a fondare una didattica pianistica basata sull’uso di due dita, invece che di due mani, una ‘two finger level playing’, solo perché più semplice della tradizionale tecnica a dieci dita…....Sbandierando acriticamente lo slogan della semplicità e della facilità, concepiti come assoluti, si dimentica insomma che l’approccio allo studio del canto dev’essere sì naturale, ma nel senso di partire dalla natura superficiale per arrivare alla natura profonda. La tecnica, la vera tecnica è semplicemente il mezzo per arrivare a questa profondità. Tutta la tradizione vocale è lì a testimoniare, con le sue strane espressioni come ‘appoggio’, ‘cantare sul fiato’, ‘colonna del fiato’, che il fenomeno della respirazione nel canto, pur rimanendo profondamente naturale, non ha niente a che fare con l’esperienza della respirazione utilizzata parlando. Illudersi che quest’ultima possa essere usata come modello definitivo di coordinazione muscolare per il canto è come illudersi che spingendo a trecento all’ora una macchina, questa possa ipso facto prendere il volo come un aeroplano….Si può dire in sintesi che un’operazione di questo tipo, che sulla base di un equivoco concetto di naturalezza, proponga come modello la respirazione parlata o riproponga una respirazione toracica, entrambe semplificate delle componenti diaframmatico-addominali concepite come complicazione superflua, non può che portarci al punto di partenza, quello da cui è partita l’esigenza, nella metà dell’Ottocento, di mettere in luce anche la dimensione della profondità e non solo dell’altezza”. Insomma, c’è un elemento profondo che si innesta su quello naturale, ed è questo che lo studio deve essere in grado di tirare fuori.
Enrico Stichelli (enricostinchelli.it) nel suo blog così afferma: “Pavarotti, ai suoi allievi, poneva il pugno sull’addome e poi li invitava a cantare: in pratica, per non soffocare, si veniva costretti a contrapporre la propria spinta muscolare a quella della mano di Lucianone: un bel training.Le cantanti antiche usavano i bustini, con i lacci ben stretti. Il baritono Valdengo mi raccontò del suo incontro con Beniamino Gigli che, vedendolo giovane ,magro e asciutto, disse:” Sicuramente non canti ancora bene, hai la pancia a pisciatoio (cioè concava, all’indentro). Quando sarai rotondo come me, allora canterai bene.” Gigli non intendeva “rotondo” per “grasso”, ben inteso: parlava ovviamente del muscolo, che inevitabilmente si forma appoggiando  e  sostenendo il suono per il canto lirico.  Maestri  indiscussi  di  canto  'sul  fiato'  sono  stati  Carlo Tagliabue, Tito Schipa, Piero Cappuccilli, Magda Olivero, Carlo Bergonzi. In genere, come  si  è  detto: tutti  i  grandi  cantanti”.
Non dimentichiamo che il concetto di “respirazione“, è importante anche nell’ambito dell’interpretazione musicale. Ogni pezzo di musica, che sia cantato o no, deve “sapere respirare“. Una interpretazione che non tiene conto della respirazione insita nella musica stessa, è un’interpretazione fallace, una interpretazione che certamente è fallimentare in partenza. Pensiamo all’apoteosi del concetto di interpretazione unito a quello di respirazione, che possiamo trovare nel canto gregoriano, dove gli esecutori non solo devono necessariamente trovare i punti di respirazione adeguati nel corso del brano interpretato, ma lo stesso è quasi sottratto ad alcuni parametri musicali per avvicinarsi alla naturalezza e mi verrebbe da dire “all’irregolarità” dellapulsazione naturale, che non è metronomica ma segue un ritmo dettato dall’incresparsi delle tensioni emotive. In un video su You Tube di qualche tempo fa erano state comparate alcune esecuzioni registrate un centinaio di anni fa con alcune versioni moderne. Un elemento che certamente risaltava era proprio quello di una maggiore libertà ritmica, una maggiore fluidità nell’interpretare il brano rispetto alla dittatura del metronomo che molti interpreti moderni subiscono. 

Insomma, anche una tragedia come la presente ci permette di riflettere sull’importanza della respirazione e di come essa sia al centro non solo dei nostri processi vitali, ma anche della nostra corretta ermeneutica dell’elemento musicale in chiave estetica e filosofica.

venerdì 6 marzo 2020

Le prove di canto prima della Messa

A volte non è semplice far partecipare le persone che attendono la Messa alle parti che a loro competono. Perché è importante ripetere, che non è necessario che il popolo canti tutto, questo non si trova in nessun documento, non è utile, pratico, non è probabilmente anche appropriato. I documenti del Concilio dicono chiaramente che ognuno deve partecipare suo modo, non tutti devono fare tutto, il partecipazionismo non è consono alla natura della liturgia cattolica.
Qual è il modo per far partecipare le persone al canto? Uno dei più pratici è fare una prova di canto con le persone prima della Messa. Ora, questo metodo ha certamente delle controindicazioni. E, la prima che viene alla mente è certamente riferita al fatto che molto spesso le persone arrivano a Messa non un minuto prima dell’inizio, ma 10 minuti dopo. Quindi, per alcuni potrebbe essere non pratico. Ma, se questa diviene una consuetudine, potrebbe forse cambiare le abitudini di qualcuno. Anche perché, lo dico ancora una volta, il cantare a Messa non è un obbligo, se qualcuno proprio non si sente di cantare lo si lasci in pace. Non bisogna far divenire l’esigenza di cantare un qualcosa che deve costringere persone che non sono educate a cantare in nessun contesto, quindi trovano difficile cambiare il proprio atteggiamento per un’ora a settimana. Poi, c’è da dire che il canto dei fedeli deve riguardare soltanto alcune parti del programma musicale della liturgia, deve esserci spazio per il coro, il solista in alcune parti, l’organo. Insomma, se non si pretende l’impossibile, riuscire a far partecipare le persone nei momenti allora appropriati è possibile, sempre limitatamente a coloro che vogliono cantare.
Quello che io vedo, e che spesso queste prove vengono fatte in modo sbagliato. Per alcuni, la prova significa far cantare al coro alcuni canti ma senza nessuna interazione con l’assemblea. L’assemblea semplicemente ascolta e certamente non si unirà mai al canto se non viene specificamente invitata. Io credo che la cosa più importante in questo caso, è creare un “rapporto“ con coloro che siedono sui banchi. Ho visto io stesso, che quando ci si rivolge direttamente a loro facendo capire che siamo veramente interessati alla loro partecipazione, sempre con educazione e gusto, qualcuno in più si fa coraggio e unisce la propria voce a quella del coro. Se non li si interpella direttamente, non ci sono santi, loro spontaneamente non si uniranno al canto. Specialmente nel nostro paese, le persone non sono educate a cantare in coro, sembra strano dirlo, ma certamente la nostra tradizione di cantare in coro e molto meno sviluppata rispetto al canto solistico. Nei paesi come l’America, Inghilterra, i paesi nordici, certamente c’è una tradizione corale molto più sviluppata. Quindi, è meno difficile coinvolgere le persone nel canto. Quindi, quando si fanno le prove prima della Messa, bisogna relazionarsi prima di tutto ai fedeli che sono presenti, bisogna fargli capire che quei 5 o 10 minuti sono dedicati proprio a loro per cercare di coinvolgerli nelle parti della Messa a loro appropriate.
Poi, come ho detto in precedenza, si deve essere realisti. Se si pensa che l’intero programma musicale possa essere sostenuto dal canto dell’assemblea, sì è veramente fuori dal mondo. Ripetendo gli stessi canti ogni domenica, si appiattisce la ricchezza delle liturgie particolari, si riduce tutto ad una vaga e astratta liturgia, che non serve certamente quell’assemblea che si crede di servire. Detto questo, bisogna ribadire che l’assemblea deve partecipare ad alcuni ritornelli, acclamazioni, risposte; non deve fare tutto. Con la scusa di coinvolgere l’assemblea, ho visto chiese dove gli stessi canti vengono ripetuti non da una Messa all’altra, ma addirittura nei decenni. Gli stessi identici canti cantati tutte le domeniche per 20 o 30 anni (parlo di questo perché posso testimoniarlo personalmente avendolo visto in una importante basilica romana). Non parlo naturalmente di quei canti che per la loro natura hanno una veste musicale più o meno univoca, prendiamo per esempio il padre nostro, solitamente offerto nella versione di tipo “gregoriana“. In questo caso è comprensibile. Ma ci sono chiese in cui una sola melodia per il salmo responsoriale viene praticamente adattata a tutti i salmi per tutto l’anno liturgico. Questo è un grave errore.

Insomma, si stabilisca una connessione con l’assemblea, cercando di coinvolgerli personalmente al canto, magari facendo ripetere certe cose quando si percepisce che la partecipazione non è stata poi così generosa, e soprattutto non pretendere l’impossibile. Se l’assemblea può unirsi in alcuni ritornelli o in alcune acclamazioni, già la loro partecipazione al canto è assicurata. Io ho l’esperienza in questo senso quando vivevo in Asia. Nelle Messe in cui avevo la responsabilità della musica liturgica, pretendevo che fossero cantate le antifone tratte dal messale per l’introito e la comunione, quindi ogni domenica i testi cambiavano. Allora, c’erano alcune versioni di queste antifone (o le componevo io) in lingua inglese, ed erano abbastanza semplici. Prima della Messa, le facevo cantare al coro per farle imparare all’assemblea. Non pretendevo che tutti cantassero, tanto questo non succede in ogni caso. Ma c’erano quelli che si univano volentieri al canto, e questo era anche un canto veramente liturgico perché si cantavano i testi della Messa. Come viene spesso detto non bisogna cantare durante la Messa, ma bisogna cantare la Messa. Certo, questo richiede un certo impegno da parte della Chiesa stessa e da parte dei musicisti che hanno l’incarico di fare queste cose. Ecco perché non si può affidare tutto al primo che sa suonare il giro di Do. Ma questo è stato già detto troppe volte.

venerdì 21 febbraio 2020

Canto e memoria

Oggi ho avuto il piacere di incontrare e pranzare con Marcel Peres, animatore dell’Ensemble Organum, specializzato nell’esecuzione di musica antica, incluso il canto gregoriano e il canto romano antico, in un modo diverso e più “etnomusicologico” rispetto alla tradizione solesmense. È stata una conversazione affascinante, che ha toccato molti temi, una conversazione che sicuramente mi darà il modo di approfondire alcuni argomenti musicologici che comunque già erano presenti nella mia mente, in quanto io seguo il lavoro di questo musicista da più di vent’anni. Uno dei temi che si è toccato è quello del rapporto con la memoria. Noi sappiamo che anticamente, non essendoci notazione musicale, quello che veniva eseguito, veniva eseguito seguendo la memoria. Quindi, questo concetto di esecuzione del canto gregoriano come se i cantori avessero di fronte uno spartito, nel senso moderno, è fuorviante.
Racconto sempre un episodio che è accaduto molti anni fa, mentre seguivo la Messa in una chiesa di campagna. Durante la messa, i fedeli avevano eseguito alcuni canti di quelli del dopo concilio, canti comuni nei repertori di molte parrocchie. Ma alla fine le donne, contadine, cantarono un O bella mia speranza, con un tipo di melodia che avevano un inflessione e un andamento veramente popolari, con quel ritmo che non è esattamente metrico, ma che ha una sua logica interna. Io immagino che l’esecuzione di quel canto, sia stata diversa per ogni volta che veniva cantato, diremmo oggi spontanea. Non credo che gli esecutori si riferissero a nessuna fonte scritta per la loro esecuzione, ma usavano questa melodia che probabilmente le loro madri cantavano prima di loro e la variavano una infinità di volte. Come mi diceva Peres, oggi siamo abituati che a una nota scritta corrisponde un suono, ma anticamente non c’era questo. Anche i greci, nel loro canto, applicavano delle regole, nomoi, a melodie che erano strutture melodiche che potevano essere variate ad libitum. Non esisteva la figura del compositore che aveva il diritto di essere capito nelle sue intenzioni quando si eseguiva la sua musica, questa figura verrà molto più tardi, già nel secondo millennio dell’era cristiana.
Un contributo di Giulia Pratelli su exagere.it dice: “Il rapporto tra musica e memoria è infatti molto stretto e si svolge non solo sul piano personale, ma anche su quello collettivo: la musica svolge una funzione importantissima anche per la memoria sociale, diventando una vera a propria fonte di informazioni storiche, un prezioso strumento per il ricordo e la ricostruzione di avvenimenti, usanze, sentimenti diffusi in particolari periodi del passato. (...) Da sempre, attraverso la musica sono stati riportati e tramandati numerosi eventi. Facendo un salto indietro nel tempo, potremmo ricordare la figura dei bardi, i cantori itineranti celtici, che, nel XV secolo, cantavano leggende ma anche grandi imprese, testimonianze di episodi realmente accaduti (molto spesso, sicuramente, ingigantendoli per renderli più accattivanti). Il loro compito fondamentale era infatti quello di raccontare cosa fosse accaduto in terre lontane al fine di informare e diffondere le notizie, anche a coloro che per motivi geografici non potevano venire autonomamente a conoscenza dell’accaduto. Anche in epoche molto più recenti le canzoni sono state utilizzate per raccontare avvenimenti, diffondere ideologie e pensieri politici, idee di rivolta, di ribellione, grazie anche al maggior coinvolgimento emotivo che deriva dall’unione tra le parole e la musica, dal canto corale. È ad esempio quello che è accaduto nella seconda metà del XIX secolo negli Stati Uniti d’America del Sud, con la nascita del blues. Senza avere in questa sede modo e tempo per approfondire gli aspetti musicali di questo importantissimo genere, possiamo brevemente ricordare quanto accadde intorno alla fine del XVIII secolo, quando ebbe inizio la deportazione degli schiavi, dalle colonie africane al territorio americano, affinché svolgessero lavori pesanti, spesso in condizioni disumane, degradanti. Fu proprio l’incontro tra la musica, in particolar modo il canto, e il sentimento di oppressione, di angoscia e di dolore a dare origine ad un nuovo genere musicale che avrebbe avuto nel tempo una fortuna incredibile. I canti blues, inizialmente accompagnati dal solo battito delle mani, nacquero proprio dalla consapevolezza degli schiavi africani di essere diventati neri americani, come grida di dolore, lamenti che denunciavano la fatica e la mortificazione determinate dalle condizioni di vita e di lavoro nei campi. La musica era un elemento essenziale della vita degli schiavi africani: caratterizzava i momenti di preghiera, di svago ma anche di lavoro. Fu naturale che in essa convergesse la necessità di raccontare la propria condizione svantaggiata ed esprimere con forza la disperazione che da essa derivava, lasciando sempre uno spazio per la speranza di un domani migliore, soprattutto dopo la conversione al cristianesimo che determinò l’incontro e la contaminazione tra la particolare sensibilità musicale degli schiavi neri e gli elementi biblici, dando origine alla nascita degli spiritual. Anche in seguito all’emancipazione degli schiavi dopo la vittoria degli Stati del Nord nel 1865, la condizione dei neri americani rimase critica e il blues mantenne la sua natura di canto di dolore e di speranza, utilizzato dai neri americani per esprimere e raccontare la condizione di svantaggio in cui continuavano a trovarsi, essendo vittime di discriminazione e dovendo lottare per l’affermazione dei propri diritti”. Ecco, proprio questo esempio del blues, del jazz, ci fa considerare nel modo appropriato il ruolo della memoria. Gli “spartiti” di jazz o blues, sono canovacci; sappiamo quanto sia importante il ruolo dell’improvvisazione. Gaetano Manara in Modelli e trame dell’improvvisazione musicale dice: “L’improvvisazione artistica è una prassi estetica di notevole interesse. Essa, infatti, vive la dimensione della spontaneità più di qualsiasi altra forma artistica. Se l’arte è in grado di farci comprendere qualcosa sull’uomo, non ovviamente dal punto di vista del pensiero matematico-scientifico, ma dal punto di vista di un modo di pensare diverso che è quello estetico, ecco che l’improvvisazione dirà ciò che dell’uomo aderisce di più al suo animo. A differenza di una qualsiasi operazione artistica la cui genesi può avere anche una notevole durata e non avviene sotto la pressione di un pubblico, l’improvvisazione vivendo nell’immediatezza, fa cadere tutti i filtri e i ripensamenti che si possono frapporre tra l’artista e le sua opera nel corso di un lungo periodo decisionale. L’improvvisazione ci parla della spontaneità dell’essere umano”. Ecco, è esattamente questa dimensione che abbiamo perduto, forse per sempre.


giovedì 20 febbraio 2020

Cantare comunque a Messa? Una obiezione

Abbiamo già incontrato il beato Giuseppe Allamano (1851-1926) che diceva: “La liturgia ben fatta ha operato conversioni; se mal fatta le impedisce“. In effetti, qui il quesito è: a Messa va bene tutto, basta che si canti? Vediamo che in molte chiese, non ci si cura della qualità di quello che si canta, basta che si canti qualcosa, basta che i fedeli siano “intrattenuti” con qualche tipo di musica, anche se essa è non adeguata all’azione liturgica. Allora, bisogna domandarsi se questo modo di ragionare faccia bene allo scopo dell’azione liturgica oppure no. La mia risposta, lo dico dall’inizio, e che e meglio delle Messe senza musica, piuttosto che liturgie dove la musica disturba. Qui ci riferiamo a Messe nella forma ordinaria del rito romano, nella forma straordinaria c’è certamente più attenzione a questo aspetto.
Se si partecipa alla liturgia per trovare quel senso di adorazione, quel senso del sacro, quell’essere alla presenza del Signore, certamente una musica non adeguata, cantata male, biascicata, trascinata senza nessun gusto, smielata, sentimentalistica, certamente non aiuta a raggiungere quello che è lo scopo fondamentale della liturgia, che come sappiamo è la gloria di Dio in primis e poi la santificazione dei fedeli. Si dovrebbe avere molta attenzione sulla qualità della musica della liturgia. Qui non ne faccio una questione di lingue vernacolari o latino, ne faccio proprio una questione di buon gusto. Alcune volte, i canti che vengono eseguiti, il modo in cui vengono eseguiti, fa veramente distogliere dall’acquisire quel senso di preghiera che si dovrebbe raggiungere, fa piuttosto pensare ad uscire di lì il prima possibile.
A volte mi capita di girare per varie chiese nella mia Roma, e devo dire che in alcune Messe si esce peggio di quello che si è entrati, tanto mediocre è la qualità del canto liturgico. Ricordiamo che il canto liturgico non è un accessorio della liturgia, ma parte integrante. Quindi, se il canto è scadente, incide anche sulla qualità della nostra partecipazione alla liturgia. Ho trovato recentemente una chiesa in cui la Messa viene detta senza nessun canto, tranne quello dell’alleluia; il sacerdote tiene omelie brevi e molto ortodosse e devo dire che questa situazione è di gran lunga preferibile a quella di gran parte delle Messe parrocchiali.
Il problema, è che oramai si è veramente perso lo standard. La gran parte dei sacerdoti, non ha idea di quello che è canto liturgico e di quello che non lo è. Alcuni vagheggiano un ammodernamento dei canti, come se quello che è stato fatto da cinquant’anni a questa parte, con la introduzione fattiva della musica leggera nella liturgia, non avesse già prodotto abbastanza danni. Io credo che sia l’ora di svegliarsi! Le chiese sono vuote, malgrado tutti i cantarelli che si sono diffusi nelle nostre liturgie. Tutto questo non è servito, e non poteva, visto che andava nella direzione contraria a quello che la liturgia esige. Lo scopo della liturgia è stato messo da parte, per una malintesa volontà di “coinvolgere i fedeli“. In realtà, tutto quello che è venuto da questi decenni, non ha fatto che distruggere nei fedeli stessi il senso della liturgia il senso del sacro, il senso dell’adorazione, del silenzio, dell’inginocchiarsi, della devozione. Quindi, quei pochi fedeli che ancora vanno a messa, sono quasi del tutto depauperati della capacità di comprendere cosa è liturgico e cosa non lo è.
Non si canta nella liturgia tanto per cantare. Il canto è un ministero specifico, che ha finalità specifiche, se queste non sono raggiunte per la bassa qualità del canto o della sua esecuzione, meglio il silenzio, meglio non distogliere i fedeli con delle musiche inadeguate o inadeguatamente eseguite.
Ricevendo un dottorato in musica nel 2015, Benedetto XVI faceva, tra l’altro, questa riflessione: “Certo, la musica occidentale supera di molto l’ambito religioso ed ecclesiale. E tuttavia essa trova comunque la sua origine più profonda nella liturgia nell’incontro con Dio. In Bach, per il quale la gloria di Dio rappresenta ultimamente il fine di tutta la musica, questo è del tutto evidente. La risposta grande e pura della musica occidentale si è sviluppata nell’incontro con quel Dio che, nella liturgia, si rende presente a noi in Cristo Gesù. Quella musica, per me, è una dimostrazione della verità del cristianesimo. Laddove si sviluppa una risposta così, è avvenuto un incontro con la verità, con il vero creatore del mondo. Per questo la grande musica sacra è una realtà di rango teologico e di significato permanente per la fede dell’intera cristianità, anche se non è affatto necessario che essa venga eseguita sempre e ovunque. D’altro canto è chiaro però anche che essa non può scomparire dalla liturgia e che la sua presenza può essere un modo del tutto speciale di partecipazione alla celebrazione sacra, al mistero della fede“. Invece oggi, quasi ci si vergogna di questa eredità, la si considera qualcosa da tenere nascosta, per fare spazio alle “esperienze nuove“. Peccato che queste esperienze siano spesso contrarie ai fini stessi della liturgia, non siano per nulla adeguate ad una partecipazione viva e piena alla stessa. Purtroppo, c’è stato un fraintendimento enorme in questo senso. La liturgia è stata abbandonata alle mode, la musica e stata data in mano a degli incompetenti, a persone che hanno forse artatamente fatto in modo che il livello della musica liturgica fosse basso in modo che le loro produzioni avrebbero comunque avuto un posto. Ho molte volte detto, che la lotta contro il professionalismo del musicista di chiesa, non è stata forse fatta in modo innocente. Infatti, un musicista formato, ha una mente molto più critica e quindi “pericolosa“ per coloro che non vogliono avere nessuno tra i piedi a rovinare i “giochi“. In questo modo, senza professionisti tra i piedi, tutto viene accettato. 
La Chiesa poi, ha rinunciato alla sua funzione educatrice. Ricordiamo, come diceva anche il Papa Benedetto XVI in precedenza, che non solo la Chiesa favoriva la produzione di grande musica per la liturgia, grande arte, grande pittura, grande architettura, ma in questo modo era la più grande promotrice della cultura occidentale in toto. Quindi, questa funzione che la Chiesa aveva in precedenza, oggi è stata completamente abbandonata. Si rincorrono mode, senza mai raggiungerle perché queste, per la loro evanescenza, corrono più veloci di noi.

Quindi, ribadisco, in una situazione di emergenza e transizione come quella in cui ci troviamo negli ultimi decenni, è meglio cercare di salvare il salvabile per quello che riguarda la propria anima. Se sia una vera sensibilità liturgica, se si cerca il sacro, se si vuole il senso dell’educazione, allora meglio limitare i danni, cercare liturgie dove non ci sia canto. Certamente, se si è fortunati, e si trova una Messa dove il canto viene ben curato e ben eseguito, si è a cavallo. Ma questa oggi è una vera rarità.

venerdì 14 febbraio 2020

Pio XII e la musica sacra come visione della maestà di Dio

Oggi, in occasione della visita in una bella chiesa romana, mi è capitato di sostare di fronte alla cappella dove fu battezzato l’ultimo Papa romano, Pio XII (1876-1958). Eugenio Pacelli era figlio della Roma più autentica, anche se verrà cresciuto negli ambienti nobiliari che erano consoni al rango della sua famiglia.
Pio XII fu un grande Papa anche per i suoi apporti nel campo liturgico, e anche in quello della musica liturgica, visto che era egli stesso appassionato violinista. Ricordiamo l’enciclica Musicae Sacrae Disciplina del 1955. Sarà utile commentare alcuni passaggi: “A nessuno certamente recherà meraviglia il fatto che la chiesa con tanta vigilanza s'interessi della musica sacra. Non si tratta, infatti, di dettare leggi di carattere estetico o tecnico nei riguardi della nobile disciplina della musica; è intenzione della chiesa, invece, che questa venga difesa da tutto ciò che potrebbe menomarne la dignità, essendo chiamata a prestare servizio in un campo di così grande importanza qual è quello del culto divino”. Ecco, sembra importante che il Pontefice ci ricordi come la cura che abbiamo per la musica sacra non è dovuta ad un vezzo estetico, ma perché essa è connessa con il culto divino, culmine e fonte della vita del cristiano.
“In ciò la musica sacra non ubbidisce a leggi e norme diverse da quelle che regolano ogni arte religiosa, anzi l'arte stessa in generale. Invero non ignoriamo che in questi ultimi anni alcuni artisti, con grave offesa della pietà cristiana, hanno osato introdurre nelle chiese opere prive di qualsiasi ispirazione religiosa e in pieno contrasto anche con le giuste regole dell'arte. Essi cercano di giustificare questo deplorevole modo di agire con argomenti speciosi, che pretendono far derivare dalla natura e dall'indole stessa dell'arte. Vanno, infatti, dicendo che l'ispirazione artistica è libera, che non è lecito sottoporla a leggi e norme estranee all'arte, siano queste morali o religiose, perché in tal modo si verrebbe a ledere gravemente la dignità dell'arte e a ostacolare con vincoli e legami il libero corso dell'azione dell'artista sotto il sacro influsso dell'estro”. Siamo ancora in tempi in cui si opponeva un certo modo di fare musica contemporanea con la musica anche contemporanea ma che sapeva adattarsi alle esigenze della liturgia. Oggi, non c’è neanche questa lotta, in quanto la diatriba è fra musica adatta alla liturgia e musica commerciale, quindi il piano della questione è tutt’altro.
“Con tali argomenti viene sollevata una questione senza dubbio grave e difficile, che riguarda qualsiasi manifestazione d'arte e ogni artista; questione che non può essere risolta con argomenti tratti dall'arte e dall'estetica, ma che invece dev'essere esaminata alla luce del supremo principio del fine ultimo, regola sacra e inviolabile di ogni uomo e di ogni azione umana. L'uomo, infatti, dice ordine al suo fine ultimo - che è Dio - in forza di una legge assoluta e necessaria fondata sulla infinita perfezione della natura divina, in maniera così piena e perfetta che neppure Dio potrebbe esimere qualcuno dall'osservarla. Con questa legge eterna ed immutabile viene stabilito che l'uomo e tutte le sue azioni devono manifestare, a lode e gloria del Creatore, l'infinita perfezione di Dio e imitarla per quanto è possibile. L'uomo, perciò, destinato per natura sua a raggiungere questo fine supremo, nel suo operare deve conformarsi al divino archetipo e orientare in questa direzione tutte le facoltà dell'animo e del corpo, ordinandole rettamente tra loro e debitamente piegandole verso il conseguimento del fine. Pertanto anche l'arte e le opere artistiche devono essere giudicate in base alla loro conformità con il fine ultimo dell'uomo; e l'arte certamente è da annoverarsi fra le più nobili manifestazioni dell'ingegno umano, perché riguarda il modo di esprimere con opere umane l'infinita bellezza di Dio, di cui essa è quasi il riverbero. Per la qual cosa, la nota espressione "l'arte per l'arte" - con cui, messo in disparte quel fine che è insito in ogni creatura, erroneamente si afferma che l'arte non ha altre leggi che quelle che promanano dalla sua natura - o non ha valore alcuno o reca grave offesa a Dio stesso, creatore e fine ultimo. La libertà poi dell'artista - che non è un istinto cieco nell'azione, regolato solo dall'arbitrio o da una certa sete di novità - per il fatto che è soggetta alla legge divina, in nessun modo viene coartata o soffocata, ma piuttosto nobilitata e perfezionata”.  Che belle e nobili parole! La libertà dell’artista non è quella di fare ciò che vuole, ma quella di adeguarsi alla ricerca della vera Bellezza, che è Dio. Non è una libertà suprema quella di poter cercare attraverso la musica Colui che ci ha liberato? La libertà assoluta è in fondo schiavitù, in quanto si poggia sul nulla e ci vincola alle nostre ansie e paure. 
“Ciò, se vale per ogni opera d'arte, è chiaro che deve applicarsi anche nei riguardi dell'arte sacra e religiosa. Anzi l'arte religiosa è ancor più vincolata a Dio e diretta a promuovere la sua lode e la sua gloria, perché non ha altro scopo che quello di aiutare potentemente i fedeli a innalzare piamente la loro mente a Dio, agendo per mezzo delle sue manifestazioni sui sensi della vista e dell'udito. Perciò l'artista senza fede o lontano da Dio con il suo animo e con la sua condotta, in nessuna maniera deve occuparsi di arte religiosa; egli, infatti, non possiede quell'occhio interiore che gli permette di scorgere quanto è richiesto dalla maestà di Dio e dal suo culto. Né si può sperare che le sue opere prive di afflato religioso - anche se rivelano la perizia e una certa abilità esteriore dell'autore - possano mai ispirare quella fede e quella pietà che si addicono alla maestà della casa di Dio; e quindi non saranno mai degne di essere ammesse nel tempio dalla chiesa, che è la custode e l'arbitra della vita religiosa”. La musica sacra, per elevare potentemente i fedeli a Dio, deve scrutare con l’occhio interiore dell’artista, come dice il Pontefice, la maestà di Dio. La musica sacra non è auto compiacimento della comunità, ma ha sempre lo sguardo allo Splendor Paternae Gloriae
“L’artista invece che ha fede profonda e tiene una condotta degna di un cristiano, agendo sotto l'impulso dell'amore di Dio e mettendo le sue doti a servizio della religione, per mezzo dei colori, delle linee e dell'armonia dei suoni farà ogni sforzo per esprimere la sua fede e la sua pietà con tanta perizia, eleganza e soavità, che questo sacro esercizio dell'arte costituirà per lui un atto di culto e di religione, e stimolerà grandemente il popolo a professare la fede e a coltivare la pietà. Tali artisti sono stati e saranno sempre tenuti in onore dalla chiesa; essa aprirà loro le porte dei templi, poiché si compiace del contributo non piccolo che essi con la loro arte e con la loro operosità danno per un più efficace svolgimento del suo ministero apostolico”. Qui il Papa non è stato profeta, anche perchè se fosse vivo oggi potrebbe vedere come la Chiesa ha in realtà chiuso le porte a molti artisti che lavorano nella direzione auggerita da Pio XII mentre sono spesso in onore gli artisti “lontani”, coloro che rappresentano i lati peggiori della contemporaneità.
“Queste leggi dell'arte religiosa vincolano con un legame ancora più stretto e più santo la musica sacra, poiché essa è più vicina al culto divino che le altre arti belle, come l'architettura, la pittura e la scultura; queste cercano di preparare una degna sede ai riti divini, quella invece occupa un posto di primaria importanza nello svolgimento stesso delle cerimonie e dei riti sacri. Per questo la chiesa deve con ogni diligenza provvedere a rimuovere dalla musica sacra, appunto perché questa è l'ancella della sacra liturgia, tutto ciò che disdice al culto divino o impedisce ai fedeli di innalzare la mente a Dio”. Qui possiamo veramente osservare come questa enciclica, che pur contiene concetti sempre validi, è in parte frutto di un tempo e di una mentalità ecclesiale che è stata completamente messa da parte in favore di un accomodamento alla modernità che sta dando i frutti che sono sotto l’occhio di tutti.
“E, infatti, in ciò consiste la dignità e l'eccelsa finalità della musica sacra, che cioè per mezzo delle sue bellissime armonie e della sua magnificenza apporta decoro e ornamento alle voci sia del sacerdote offerente sia del popolo cristiano che loda il sommo Dio eleva i cuori dei fedeli a Dio per una sua intrinseca virtù rende più vive e fervorose le preghiere liturgiche della comunità cristiana, perché Dio uno e trino da tutti possa essere lodato e invocato con più intensità ed efficacia. Per opera della musica sacra, dunque, viene accresciuto l'onore che la chiesa porge a Dio in unione con Cristo suo capo; e viene altresì aumentato il frutto che i fedeli, stimolati dai sacri concenti, percepiscono dalla sacra liturgia e sogliono manifestare con una condotta di vita degnamente cristiana, come dimostra l'esperienza quotidiana e confermano molte testimonianze di scrittori antichi e recenti”. Ecco, se non si ha come meta la gloria di Dio, si toglie anche il fondamento dell’edificazione dei fedeli.

Pio XII, è stato certamente un grandissimo Pontefice, e la sua opera liturgica dovrebbe essere certamente rivalutata. Fu infatti un Papa a cui si prestò attenzione anche durante il Concilio Vaticano secondo, anche se questo oggi sembra essere dimenticato. Richiamare l’importanza della dignità della liturgia, e l’importanza della dignità della musica sacra nel culto, è tema sempre attuale, e rileggere le parole di questo grande Pontefice non può che aiutarci nel cercare di uscire da una situazione che ormai si trascina da troppo tempo.

mercoledì 12 febbraio 2020

Sulla questione del volontariato musicale nella liturgia

Il mio post sulla questione del pagamento dei musicisti di Chiesa, è stato il più visto di tutti i post di questo blog, raggiungendo migliaia di visualizzazioni. Questo mi conferma che il tema trattato è senz’altro un tema che suscita l’interesse negli operatori del settore. Ho letto anche qualche commento sui social, anche se non li ho letti tutti. Purtroppo da parte di alcuni ci sono stati dei commenti scomposti, anche conditi di volgarità che dicono molto sulla persona, anche se purtroppo non contribuiscono nulla al dibattito. Altri, che comunque dissentivano dalla mia posizione, hanno argomentato il loro dissenso in modo civile ed educato, che è ovviamente da me altamente apprezzato. È venuta fuori la questione del volontariato, che un servizio di questo tipo deve essere volontario. Cerchiamo di mettere ordine.
Come qualcuno ha osservato, “servizio“ non è sinonimo di gratuito. Anche i medici svolgono un servizio, l’insegnante, tante categorie svolgono un servizio che però viene giustamente retribuito. Quindi, se pensiamo anche ad altre categorie che hanno a che fare con la Chiesa e il servizio liturgico, come per esempio quella dei sacristi, noi ci aspettiamo che gli stessi vengano retribuiti. C’è poi il discorso che coloro che si scandalizzano perchè si parla di retribuire i musicisti di Chiesa, sono per la maggior parte persone che non hanno studi o una preparazione al ruolo che svolgono nella liturgia (non parlo di diplomi, ma anche di semplici studi). Prendiamo per esempio una persona che si oppone al fatto che si debba pagare per un servizio svolto nella liturgia e immaginiamo che questa persona studi per diventare, che ne so, giornalista. Dopo anni di studi, di sacrifici, di investimenti suoi e della sua famiglia, se le proponessero di svolgere un servizio continuativo anche per un giornale cattolico, del tutto gratuitamente, come la prenderebbe? Perché qui è importante capire che il concetto è lo stesso, cioè che chi si è sacrificato per dotarsi di una preparazione specifica, va poi sostenuto in qualche modo dalla comunità che serve. A me questa sembra una cosa talmente logica, che non bisognerebbe neanche dirla. 
Poi, c’è proprio la questione del volontariato in se stesso. Facciamo chiarezza. Se un medico, decide di dedicare il suo tempo libero per andare a curare dei malati in Africa senza ricevere nessuna ricompensa, è una cosa molto bella, in quel caso si tratta di volontariato qualificato. Cioè, si tratta di un professionista che decide di impiegare il tempo al di fuori del suo lavoro regolare per svolgere quel tipo di servizio. Ma non è lo stesso per quello che riguarda la Chiesa, dove il volontariato è quasi sempre sinonimo di dilettantismo. Quindi, questo va poi incidere sulla qualità del servizio offerto. Sei un insegnante di organo del conservatorio, decide di suonare gratuitamente per la sua parrocchia, io non ho nessun problema. Si tratta di un professionista che decide di offrire gratuitamente un servizio ad una Chiesa che forse non ha i mezzi per poterlo pagare. Ma non stiamo parlando di questo, stiamo parlando di quelle persone che difendono il volontariato per difendere spesso una qualità scadente del servizio offerto, il che non va in favore né della comunità cristiana che si serve che ne della liturgia in cui si opera.

Qui non si tratta di offrire chissà quali stipendi, ma almeno di riconoscere un rimborso spese per quelle persone che si dedicano in modo costante ad offrire un certo servizio. A me faceva un po’ sorridere quando alcune persone, nei commenti, si scusavano del compenso che ricevevano per suonare ai matrimoni o ai funerali dicendo che era soltanto una cifra “simbolica“. A questo siamo arrivati grazie alla pressione del politicamente corretto. Simbolico non è, pure se uno riceve un euro, quello comunque è un compenso. È inutile cercare giustificazioni, visto che il compenso è comunque dovuto. Alcuni lo giustificavano dicendo che in quel caso erano i familiari a pagare, ma in realtà molti molte fonti di introito delle nostre chiese vengono comunque dai fedeli, quindi ogni cosa e in fondo pagata attraverso le donazioni dei cattolici. Io voglio ripetere, che come è giusto sostenere i sacerdoti, i custodi delle chiese, i sacrestani, quelli che portano i fiori per adornare gli altari, coloro che si occupano di mantenere in ordine l’impianto elettrico, quelli che ti vendono i libri liturgici e via dicendo, è giusto sostenere anche chi ha sacrificato anni della propria vita per ben prepararsi a questo compito. Perché non ci scandalizza se il sacerdote che celebra la Messa, riceve una somma di denaro chiamata “applicazione“? Perché non ci si scandalizza quando si sa che le suore che vendono le ostie che poi saranno consacrate ricevano comunque un pagamento per il loro lavoro? Perché non ci si scandalizza quando si sa che coloro che vendono le suppellettili liturgiche vengano pagati, a volte anche cifre molto alte? E così quelli che vendono gli abiti liturgici? Ma infatti non ci si dovrebbe scandalizzare, perché il pagare il lavoro altrui è del tutto giusto e del tutto in linea con la dottrina sociale della Chiesa e con il Vangelo. Purtroppo, per molti è assai semplice fare i buoni con i problemi degli altri, questo è un problema che non riguarda solo la Chiesa ma tutta la nostra società. Comunque, importante è cercare di mantenere sempre la barra dritta.

martedì 11 febbraio 2020

Tre motivi per cui i musicisti di Chiesa vanno pagati

Come molti di voi sapranno, recentemente mi sono trovato invischiato in una piccola polemica con la Santa casa di Loreto, per via di un mio articolo su La nuova bussola quotidiana, in cui contestavo il fatto che ai cantori professionisti di quella storica cappella musicale era stato chiesto di cantare in regime di volontariato. Questa polemica, ha avuto delle ripercussioni anche su altri organi di stampa. Fatalità, proprio in questi giorni, sta uscendo un mio libro che si chiama “Non ti pago!“. In questo libro, affronto proprio questo problema del trattamento economico dei musicisti di Chiesa. Al libro, voglio rimandare per tutti gli approfondimenti. Vi invito a leggerlo in modo da poter capire che dietro il mio ragionamento non c’è nessuna venalità ma soltanto un desiderio di giustizia. Qui, voglio riassumere tre motivi per cui è giusto pagare i musicisti che prestano servizio nella liturgia.
  1. Se si desidera la qualità, bisogna investire nella stessa. La qualità, richiede studio, applicazione, fatica; queste cose, vanno sostenute, vanno supportate, non vengono così gratuitamente. Un musicista studia continuamente nella sua vita, ma i regolari corsi di studio, per coloro che li affrontano, durano anche 10 anni. È giusto che, quando il musicista è in grado di mettere a disposizione della comunità cristiana i talenti ottenuti con così tanta fatica, la stessa comunità cristiana possa in qualche modo sostenerlo.
  2. Il codice di diritto canonico, dice che coloro che prestano un servizio per la la Chiesa cattolica, se questo servizio è continuativo, devono essere remunerati. Queste, sono nozioni basilari di dottrina sociale della Chiesa. Inoltre, ricordiamo che non corrispondere la giusta mercede all’operaio grida vendetta al cospetto di Dio. Questo non toglie che ci possa essere qualcuno che desidera svolgere dei servizi per la Chiesa come volontario. Le due cose non sono in contraddizione, ma il volontariato deve essere sempre qualificato. Facciamo un esempio: la persona che pulisce la Chiesa e lo fa senza voler essere compensata, deve senz’altro essere in grado di pulire bene. Un parroco non accetterebbe una volontaria che pulisce la Chiesa e che però lascia la chiesa più sporca di prima. Allora, perché dobbiamo accettare dei volontari che prestano un servizio liturgico senza saper cantare o senza saper suonare? Perché non si capisce che la mediocrità nella musica per la liturgia non colpisce soltanto coloro che la provocano ma anche coloro che la subiscono?
  3. Se si agisce secondo giustizia, allora il volontariato deve essere esteso anche a tutte le altre categorie che prestano servizio presso le nostre chiese. Quindi, anche i fiorai, i sacrestani, gli elettricisti, gli sacerdoti… Perché tutti questi non accettano anche di svolgere il loro servizio qualificato ma senza avere nessun compenso? Certamente perché è una cosa ingiusta, come voi sicuramente penserete. Ma ci sono persone che sono molto brave a fare le caritatevoli ma con i problemi degli altri. Quindi, i poveri musicisti, “che tanto si divertono”, devono fare tutto gratuitamente, mentre agli altri, come è giusto, si dà un qualche salario, la previdenza sociale, e tutte quelle cose che sono di diritto per un lavoratore. Alcuni possono dire che il musicista non presta un servizio così continuativo, ma questo non dipende dal musicista stesso, dipende spesso da sacerdoti che non lo vogliono impiegare. In realtà, in un tempo passato, il musicista prestava servizio quasi giornaliero, come succede per alcune cattedrali inglesi ancora oggi. Alcuni dicono: “quello che si è ricevuto gratuitamente, il talento, deve essere dato gratuitamente“; ma allora, se accettiamo questo questa frase, deve essere estesa a tutti gli altri. Anche coloro che hanno ricevuto la vocazione sacerdotale, il talento di saper coltivare bene i fiori, o di aggiustare dei componenti elettrici, dovrebbero offrire il loro servizio gratuitamente quando è per la Chiesa. Ma no, io non penso Dio chiedo questo, perché questo è il frutto di un cristianesimo spiritualistico, un cristianesimo che non tiene conto della realtà delle cose, della materialità delle cose che non è in contraddizione con lo spirito, in quanto noi siamo fatti di anima e corpo, non soltanto della prima.

domenica 9 febbraio 2020

Qualche riflessione sul salmo responsoriale

Come tutti sappiamo, nella forma ordinaria della messa, la nuova messa di Paolo VI, è stato introdotto, dopo la riforma liturgica successiva al Vaticano II, il salmo responsoriale. Questo prendeva effettivamente il posto del graduale, un canto interlezionale molto elaborato e che richiede grande perizia tecnica per l’esecuzione, quindi riservato al solista e al coro. Per favorire la partecipazione dell’assemblea si è ritornato ad una forma liturgica più semplice, visto che l’assemblea ha la possibilità di unirsi nel ritornello. Dal punto di vista letterario, si può anche essere d’accordo; ma bisogna stare attenti quando si fanno dei riferimenti all’aspetto musicale. In quanto, se è vero che il modello del salmo responsoriale somiglia a quello che ci viene descritto in alcuni testi dei Padri, vedi per esempio Sant’Agostino, noi non siamo sicuri di quale musica venisse applicata a quelle forme descritte dagli stessi Padri. Quindi, dal punto di vista musicale, il salmo responsoriale, è una “nuova forma“. Cioè dal tempo patristico, non abbiamo una evoluzione di questa specifica se non quella che sfocia nel canto virtuosistico del graduale. La dinamica solista-assemblea è un ritorno degli ultimi decenni.
Una cosa però mi sembra importante poterla notare: questo salmo, proprio perché ha decretato la rinuncia ad un repertorio comunque mirabile, come quello dei graduali gregoriani, dovrebbe essere cantato. In effetti, tutta la vicenda era proprio nel far partecipare in canto l’assemblea. Ma se si girano le nostre parrocchie, si noterà che per la maggior parte questi salmi vengono oramai recitati. A volte viene cantato soltanto il ritornello, in alcuni casi si canta tutto ma non sempre quello che viene cantato è adeguato. Ho potuto testimoniare, in più di un caso, l’applicazione della stessa melodia e della stessa formula salmo dica per tutti i salmi responsori ali dell’anno, cosa che per me è estremamente sbagliata. Proprio perché ogni salmo rappresenta un particolare sentimento religioso, dovrebbe avere una veste sua propria. Vero è che i graduali erano costruiti su formule che dunque si ripetevano tra un salmo è l’altro, ma esse erano costruite e tagliate sul testo con un arte ed una cura che non sono neanche paragonabili a quello a cui assistiamo oggi.
Ci sono vari modi per eseguire il salmo responsoriale, dalla cantillazione al salmo in musica, in cui le strofe sono non semplicemente declamate su un tono di recita con eventuali cadenze e intonazioni, ma sono musicate con melodie per esteso. Questo modo è molto più popolare nei paesi anglosassoni, ma non molto da noi. Qui da noi, come in fondo per tutto il resto, c’è un approccio minimalistico, si cerca di fare il meno possibile, anche perché le forze disponibili per la musica liturgica nelle parrocchie sono sempre di meno e di qualità sempre meno pregiata. Questo, non perché manchino bravi musicisti o bravi cantori, ma perché non c’è interesse da parte delle gerarchie ecclesiatiche nel coltivare coloro che potrebbero proporre dei repertori di musica liturgica appropriata.

Ecco allora che il salmo responsoriale, diviene la cartina di tornasole, per capire quella che è in fondo la crisi della musica per la liturgia. Basta vedere i ritornelli diffusi sui foglietti della Messa più diffusi e si capisce tutto. Naturalmente ci sono delle realtà in cui si dà ancora valore a questo momento liturgico, e lo si cura. Ma non mi sembra che siano ormai la maggioranza nelle nostre parrocchie. Quindi bisognerebbe riflettere ancora su questo momento della liturgia e cercare di capire come valorizzarlo e come farlo essere degno delle esperienze che provengono dalla nostra gloriosa tradizione.

giovedì 6 febbraio 2020

Il declino della musica sacra? Quattro ragioni per cui bisogna essere indulgenti con il clero...almeno ogni tanto

Quando parliamo del declino evidente della musica sacra, spesso ci riferiamo alle colpe del clero, alle colpe dei sacerdoti, dei vescovi, dei cardinali. In realtà, seppure è vero che loro, come responsabili della salvaguardia della dignità della liturgia, hanno senz’altro colpe, non si può negare che sono anche loro figli del clima che ha causato la presente situazione. Quindi cerchiamo di vedere almeno tre motivi per cui le loro colpe, che senz’altro esistono, spesso possono essere considerate come involontarie.
  1. È venuta a mancare, in modo drammatico, la formazione musicale nei seminari. Un tempo, in tutti i seminari c’erano dei cori di sacerdoti e di seminaristi che eseguivano composizioni della grande tradizione della Chiesa cattolica, o composizioni moderne che erano a quelle confacenti. Quindi, venendo a mancare questa esposizione nei seminari a questo tipo di repertori, prima di tutti al canto gregoriano, si è causato un impoverimento culturale spaventoso. Non è che è un tempo tutto era perfetto, ma c’era uno standard che si cercava di rispettare. Oggi, nei seminari, per la maggior parte, si viene educati al canto popolare religioso, ma non al canto liturgico. Purtroppo la mancata comprensione della differenza fra questi due generi, ha portato alla confusione enorme in cui ancora ci troviamo. Certo, ci possono essere delle realtà in cui le cose ancora vanno bene, ma sono senz’altro una netta minoranza.
  2. Viene inculcata fai sacerdoti, fin dal tempo in cui sono seminaristi, questa assurda opposizione fra il coro e l’assemblea. Credo che quasi tutti i direttori di coro, gli organisti, i cantori, si trovano a dover combattere con sacerdoti che sostengono che il coro non deve esserci perché sennò l’assemblea non partecipa. Questa qui è certamente una grande falsità, che può essere facilmente smentita, ed è contraria ai documenti del magistero. Ma non c’è niente da fare, questa idea completamente falsa, è stata instillata così bene che ora sembra quasi naturale. Ci sono fior di pubblicazioni che mostrano l’inconsistenza di questo, che cioè assemblea e coro possono e anzi devono coesistere. Ma non si può fare quasi nulla verso coloro che hanno posizioni fortemente ideologiche.
  3. Esiste poi, il problema dell’ubbidienza. Certamente i sacerdoti devono obbedire ai propri superiori, la maggior parte dei quali formati a questa mentalità postconciliare, che nulla ha a che vedere con il vero Concilio Vaticano secondo. Conosco tanti sacerdoti che vorrebbero fare le cose diversamente, che conoscono bene la realtà delle cose, ma che si trovano con le cosiddette mani legate. Da una parte io capisco questa loro situazione, dall’altra fa anche un po’ con rabbia. Ecco perché, il ruolo dei laici è sempre più importante, proprio per mantenere vigile l’attenzione su questo problema.
  4. Tempo fa, mi trovavo a conversare con un Arcivescovo. Mi lamentavo della mancanza di cultura musicale e liturgica dei sacerdoti. Lui mi disse che in fondo i sacerdoti sono anche loro figli di questa società, una società in cui l’unico Salmo con cui avevano avuto a che fare fino a poco tempo fa era il cantante, l’unica Madonna aveva nulla a che fare con la Beata Vergine Maria. I sacerdoti, non hanno più quella cultura umanistica, cosa oramai comune a tanti nella nostra società. Essi non sono più quel ceto intellettuale veramente di livello elevato, che si proponeva come non solo una guida spirituale ma anche come un élite intellettuale. Certamente ci sono eccezioni, ci sono ancora sacerdoti di grande cultura, ma questa non è più la regola come un tempo. Pure essi vengono dallo sfacelo causato dall’educazione della televisione, e anche in parte da quella “educazione” propinata dai mezzi di comunicazione di massa, come i social media. Certamente, si può imparare tanto anche dalla televisione e dai social media, molte persone trovano informazioni veramente importanti ed interessanti tramite Facebook, Twitter, LinkedIn, i blog… Ma c’è anche tanta spazzatura, quindi se non si sa distinguere si è vittima di una informazione indistinta e non verificata. Quindi, anche i sacerdoti sono sulla nostra stessa barca. Cerchiamo di tenerlo presente quando ci troviamo ad averci a che fare.

mercoledì 5 febbraio 2020

La decadenza delle Cappelle Musicali

Mi sono occupato per un articolo su La Nuova Bussola Quotidiana della vicenda della Cappella Musicale di Loreto, i cui cantori sono stati invitati a cantare gratuitamente e si sono tutti dimessi. La Delegazione Pontificia di Loreto non ha gradito il mio articolo, ne vedremo le conseguenze. In realtà io ho detto una verità che mi sembra appartenere alla dottrina dociale della Chiesa: chi presta un’opera qualificata deve essere pagato. Bisogna far ben capire cosa significa questo in questo contesto. Significa che il contributo professionale deve avere un riconoscimento che permette alla persona di poter continuare a svolgere il suo ruolo e avere i necessari mezzi di sussistenza. Non dimentichiamo che i sacerdoti che fanno parte dei capitolo basilicali, che hanno in carico la preghiera liturgica della loro chiesa, hanno uno stipendio. Perché nessuno eccepisce su questo mentre per i musicisti questo sembra essere fuori dal mondo?
Ma ricordiamo che un tempo le Cappelle Musicali avevano dei possedimenti, terreni, case, fabbricati, con cui venivano pagati i membri della Cappella stessa. Negli ultimi decenni questi possedimenti sono stati incamerati dai capitoli stessi, decurtando le poche Cappelle rimanenti dei necessari mezzi di sussistenza. I laici, secondo il Codice di Diritto Canonico, “hanno diritto ad una onesta rimunerazione adeguata alla loro condizione, per poter provvedere decorosamente, anche nel rispetto delle disposizioni del diritto civile, alle proprie necessità e a quelle della famiglia; hanno inoltre il diritto che in loro favore si provveda debitamente alla previdenza, alla sicurezza sociale e all'assistenza sanitaria”. Ma questo oggi, nella Chiesa, è meno di aria fritta.

lunedì 3 febbraio 2020

San Biagio e il dono della voce

Il 3 febbraio la Chiesa ricorda la festa di San Biagio. Questa festa è importante anche per un motivo molto particolare, perché San Biagio è considerato il protettore per i problemi alla gola. Questo ci fa pensare all’importanza della nostra voce, al dono grande che abbiamo avendo la possibilità di poter comunicare con questo mezzo straordinario, un mezzo che non solo ci permette di poter parlare con chiunque, ma anche di poter cantare, cioè esprimere con ancora più efficacia quello che abbiamo dentro. La voce, è anche mezzo per lodare Dio, che è un qualcosa che non dovremmo mai dimenticare. Allora oggi, in mattinata, mi sono recato in una bella basilica romana e ho chiesto a un sacerdote che mi conosce da quando sono adolescente, di darmi una speciale benedizione alla gola, visto che essa è sede di tanti organi importanti, come per esempio la tiroide, delle cui patologie soffrono tantissime persone, se non sbaglio una su dieci nel nostro paese. Spero molti seguiranno il mio esempio.
Pietro Barbini su Zenit, ripreso su santiebeati.it, informa come segue: “Poco si conosce della vita di San Biagio, di cui oggi si festeggia la memoria liturgica. Notizie biografiche sul Santo si possono riscontrare nell’agiografia di Camillo Tutini, che raccolse numerose testimonianze tramandate oralmente. Si sa che fu medico e vescovo di Sebaste in Armenia e che il suo martirio è avvenuto durante le persecuzioni dei cristiani, intorno al 316, nel corso dei contrasti tra gli imperatori Costantino (Occidente) e Licino (Oriente). Catturato dai Romani fu picchiato e scorticato vivo con dei pettini di ferro, quelli che venivano usati per cardare la lana, ed infine decapitato per aver rifiutato di abiurare la propria fede in Cristo. Si tratta di un Santo conosciuto e venerato tanto in Occidente, quanto in Oriente. Il suo culto è molto diffuso sia nella Chiesa Cattolica che in quella Ortodossa. Nella sua città natale, dove svolse il suo ministero vescovile, si narra che operò numerosi miracoli, tra gli altri si ricorda quello per cui è conosciuto, ossia, la guarigione, avvenuta durante il periodo della sua prigionia, di un ragazzo da una lisca di pesce conficcata nella trachea. Tutt’oggi, infatti, il Santo lo si invoca per i “mali alla gola”. Inoltre San Biagio fa parte dei quattordici cosiddetti santi ausiliatori, ossia, quei santi invocati per la guarigione di mali particolari. Venerato in moltissime città e località italiane, delle quali, di molte, è anche il santo patrono, viene festeggiato il 3 febbraio in quasi tutta la penisola italica. È tradizione introdurre, nel mezzo della celebrazione liturgica, una speciale benedizione alle “gole” dei fedeli, impartita dal parroco incrociando due candele (anticamente si usava olio benedetto). Interessanti sono anche alcune tradizioni popolari tramandatesi nel tempo in occasione dei festeggiamenti del Santo. Chi usa, come a Milano, festeggiare in famiglia mangiando i resti dei panettoni avanzati appositamente a Natale, e chi prepara dei dolci tipici con forme particolari, che ricordano il santo, benedetti dal parroco e distribuiti poi ai fedeli. A Lanzara, una frazione della provincia di Salerno, per esempio, è tradizione mangiare la famosa “polpetta di San Biagio”. Nella città di Salemi, invece, si narra che nel 1542 il Santo salvò la popolazione da una grave carestia, causata da un’invasione di cavallette che distrusse i raccolti nelle campagne, intercedendo ed esaudendo le preghiere del popolo che invocava il suo aiuto (san Biagio, infatti, oltre che essere protettore dei “mali della gola” è anche protettore delle messi); da quel giorno a Salemi, ogni anno il 3 di febbraio, si festeggia il Santo preparando i cosiddetti “cavadduzzi”, letteralmente “cavallette”, per ricordare il miracolo, e i “caddureddi” (la cui forma rappresenta la “gola”), che sono dei piccoli pani preparati con acqua e farina, benedetti dal parroco e distribuiti poi ai fedeli. Dal 2008 inoltre, sempre a Salemi, viene organizzata, con la collaborazione di tutte le scuole e associazioni della città, una spettacolare rappresentazione del “miracolo delle cavallette” che si conclude con l’arrivo alla chiesa del Santo per deporre i doni e farsi benedire le “gole””.
A Roma, ci sono due chiese che ci offrono la memoria di questo santo, una è in via Giulia e si chiama San Biagio degli armeni o San Biagio della pagnotta, per il dono dei piccoli pani che vengono fatti nel giorno della festa del santo. Poi abbiamo la chiesa di San Biagio e Carlo ai Catinari, molto vicina al largo Argentina. In questa chiesa si conserva una reliquia di San Biagio, un osso, con cui viene data la benedizione nel giorno della festa del santo.

Dovremmo sempre molto riflettere sul dono della voce, pensare a cosa sarebbe se non potessimo parlare, se non potessimo comunicare. Quindi, almeno nel giorno della festa di San Biagio, dovremmo pensare a tutti coloro che per motivi vari non possono parlare, pregare per loro e per la pace nella loro esistenza. La voce è un fatto meccanico, fisiologico, attraverso il quale viene prodotto il suono; ma ricordiamo che l’elemento spirituale che ispira quello meccanico è sicuramente il più importante. Non importa che possiamo parlare, importa il perché dobbiamo parlare. Anche San Benedetto ci dice che la mente deve concordarsi con quello che la voce sta cantando; cerchiamo di non dimenticarlo mai.

domenica 2 febbraio 2020

Pietro Aron e la musica come arte del bel cantare

Tra i teorici più importanti nel periodo rinascimentale possiamo contare Pietro Aron (o Aaron, 1489-1545), autore di numerosi trattati che porranno la base per la comprensione di alcuni fenomeni musicali e musicologici in evoluzione nel suo periodo. Nativo di Firenze, sembr pa che fu attivo a Roma sotto papa Leone X, non a caso della famiglia Medici che di Firenze era signora e padrona. Ma su questo suo soggiorno romano non concordano tutti i musicologi. Fu attivo in altre città italiane come Venezia, Rimini ed Imola, ed altre ancora. 
Nel suo Compendiolo di molti dubbi, segreti et sentenze intorno al Canto Fermo, et Figurato, da molti eccellenti et consumati Musici dichiarate. Raccolte dallo Eccellente et Scienziato Autore frate Pietro Aron del Ordine de Crosachieri et della Inclita città di Firenze. In memoria a eterna, erit Aron Et nomen eius numquam destruetur (stampato a Milano nel 1547), troviamo alcune interrssanti informazioni sulle pratiche musicali e liturgiche dell’epoca. Ad esempio, parlando del Graduale nella Messa, cioè di quei versetti salmici che venivano cantati dopo l’epistola, così afferma: “I graduali & tratti debbono essere intonati con la voce piana & humile. Graduale è detto perché significa i gradi delle virtuti”. Forse riferiva al fatto che, essendo questi brani di grande difficoltà esecutiva, vanno affrontati con una certa raffinatezza interpretativa piuttosto che forzando l’esecuzione; il far risalire il nome “Graduale” ai gradi della virtù è probabilmente un omaggio a quell’allegorismo medioevale che ancora aveva buon corso al tempo di Aron. In realtà il nome è riferito ai gradini dell’ambone su cui veniva eseguito (ma secondo altri riferisce all’ambone stesso). 
Ci parla poi della commistione modale, cioè di quando in una composizione (specie, ma non solo, polifonica) troviamo anche elementi formali provenienti da altri toni: “Il tuono conmisto è quello, quando è autentico o plagale, & che in essi si ritrovino speti di altri tropi o tuoni, differenti dalla propria forma o compositione“. Frederik A. Dambrink ha studiato questo fenomeno in Commixtio Tonorum. A Study on the Interchanging of Modes (1976). Ne parla amche Bernhard Meier nel suo studio fondamentale sulla modalità in ambito rinascimentale. Carlo Marenco in La composizione del mottetto rinascimentale fa anche riferimento a questo fenomeno: “Assai controverso e tutt’altro che facile nella sua lettura è, invece, il fenomeno della “modulazione” (la mutatio toni o la commixtio tonorum degli antichi) la quale, secondo le correnti teorie, si verifica quando i profili melodici e le note portanti di un modo diverso s’inseriscono nell’impianto di base di quello d’imposto”.
Ma mi sembrano importanti alcune delle cose che dice a riguardo del canto. Intanto ecco una bella definizione: “La musica è una arte, laquale dimostra il modo di rettamente cantare, & con soave voce pronontiare”. Cioè, la musica è essenzialmente canto. In effetti la musica nasce come arte vocale, sin dalla musica antica e soltanto dopo il rinascimento la musica strumentale acquisirà un’identità propria. Ricordiamo che all’inizio la musica era meramente vocale e in antichità gli strumenti solo raddopiavano le parti vocali. Essa consiste, secondo il nostro teorico, nel saper pronunziare con voce soave, cioè pro (avanti)+ nuncius (annunzio), una dizione chiara e ben enunciata. Aron ci dice anche come deve intendersi una voce perfetta: “Voce perfetta è quella che è soave, chiara, netta, alta & bassa. Voce imperfetta è rauca, dissonante, né alta, né bassa“. Anche qui, si chiede una voce che sia soave e chiara in tutta la sua estensione (alta e bassa) e non disomogenea. Riecheggia senz’altro la definizione che Isidoro di Siviglia ci aveva dato nelle sue Etimologie: “Perfecta autem vox est alta suavis et clara: alta, ut in sublimi sufficiat; clara, ut aures adimpleat; suavis, ut animos audientium blandiat. Si ex his aliquid defuerit, vox perfecta non est“. Quel chiara, significa che sia in grado di riempire le orecchie, voce piena.

Dice ancora Aron: “Canto è inflessione di voce, & il suono precede il canto“. Canto è una particolare attitudine della voce parlata, un modo particolare di pronunciare e il suono precede il canto. Cosa significa? Io penso significhi che esista una qualità assoluta in senso platonico del suono a cui dobbiamo tendere, il suono perfetto, ed esso precede l’atto stesso del cantare. Cioè il suono concepito viene prima ed è più importante del suono pronunciato, così come Boezio in fondo ci insegnava nella sua classificazione musicale che tanta importanza avrà nella riflessione medioevale e rinascimentale, come in epoca moderna.