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venerdì 17 aprile 2020

Alleluia, non allegro ma solenne

Nel tempo in cui non possiamo partecipare alla Messa, ci viene da riflettere sulle cose che ci mancano, sulle cose a cui non possiamo attendere personalmente. Una di queste, tra tante nella Messa, è l’acclamazione al vangelo. Io ho spesso riflettuto su questo momento, dicendo anche cose che possono essere giudicate come impopolari ma che per me sono profondamente vere. Una di queste riguarda il carattere che viene dato a questo momento liturgico in tante parrocchie, l’allegria, la festa, quasi il danzante. Ma in realtà queste sono mondanizzazioni di questo momento liturgico, il cui carattere corrisponderebbe al grave e solenne, che non vuol dire non gioioso. La gioia cristiana non è sfacciata, non è la gioia mondana. Gesù dice che ci lascia la pace, ci da la sua pace, che non è il pacifismo ma la riconciliazione di anime e cuori nella pace celeste. 
Se guardiamo al canto gregoriano, ci accorgiamo come gli alleluia siano gravi e solenni, ma nel contempo gioiosi. Non si ricerca una gioia puramente umana, ma tutto viene sempre trasfigurato in senso spirituale. Voglio riprendere un bel commento che lo scrittore Camillo Langone fece nel 2013 in occasione dell’uscita di un mio libro sulla liturgia su Il Foglio: “Santa Cecilia, prega per Aurelio Porfiri che essendo un musicista romano fedele a Santa Romana Chiesa vive e lavora a Macao. Nel “Canto dei secoli” (Marcianum Press) scrive ovviamente di musica sacra ma presenta criteri validi per giudicare la cattolicità di ogni altro linguaggio artistico, pittura e architettura comprese. La chiesa, dice Porfiri, dev’essere contenuto e non contenitore: ad esempio, l’organo è il suono della chiesa-contenuto (essendo intrinseco al sacro), la chitarra della chiesa-contenitore (essendo intrinseca alla musica profana e gettata nella liturgia dall’esterno). Ma la pagina che preferisco è la numero 80, laddove l’oggettività si fa anche soggettività, anche gusto. Porfiri è contrario a una musica liturgica che dia sempre e comunque una “rappresentazione della vita come gioia”. Anche a me, in chiesa, la musica gioiosa rende nervoso. Santa Cecilia, prega per noi poco amati amanti della musica liturgica austera, severa, perfino triste, noi che in chiesa cerchiamo ragione del dolore perché le ragioni del piacere si trovano dappertutto”. Da ottimo scrittore qual è Langone, ha saputo sintetizzare n poche righe quello che noi dovremmo aver capito. Visto che il canto gregoriano è il modello della musica liturgica, come ribadito anche da papa Francesco, ascoltiamo i tanti alleluia, per esempio Alleluia-Iustus, o Alleluia-Pascha nostrum e cerchiamo di capire che la gioia a cui si cerca di arrivare è quella dello spirito, non quella soltanto dettata dai fremiti del corpo. 
Il papa Francesco, in una delle sue messe a santa Marta nel 2018 spiegava la gioia cristiana, e così la sua omelia veniva riportata: “«La gioia non è vivere di risata in risata, no, non è quello» ha messo in guardia il Pontefice. E «la gioia — ha aggiunto — non è essere divertente, no, non è quello, è un’altra cosa». Perché «la gioia cristiana è la pace, la pace che c’è nelle radici, la pace del cuore, la pace che soltanto Dio ci può dare: questa è la gioia cristiana». Il Papa ha fatto presente che «non è facile custodire questa gioia». E «l’apostolo Pietro dice che è la fede che la custodisce: io credo che Dio mi ha rigenerato, credo che mi darà quel premio». Proprio «questa è la fede e con questa fede si custodisce la gioia, si custodisce la consolazione». Dunque «la gioia, la consolazione, ma soltanto è la fede a custodirla»“. La gioia cristiana non è divertimento, frenesia di movimento e di battiti di mani. Ho già dedicato un altro articolo a questi alleluia che spesso ci ritroviamo in chiesa, da quello detto “delle lampadine” ad altri. Abbiamo proprio deviato dalla retta spiritualità cristiana applicata alla liturgia. Parlando nella quarta domenica di quaresima del 2007, nel suo Angelus Benedetto XVI diceva: “Oggi la liturgia ci invita a rallegrarci perché si avvicina la Pasqua, il giorno della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Ma dove si trova la sorgente della gioia cristiana se non nell’Eucaristia, che Cristo ci ha lasciato come Cibo spirituale, mentre siamo pellegrini su questa terra? L’Eucaristia alimenta nei credenti di ogni epoca quella letizia profonda, che fa tutt’uno con l’amore e con la pace, e che ha origine dalla comunione con Dio e con i fratelli“. Quindi la vera letizia non è stare bene con noi stessi, festeggiare con gli amici con canti insulsi, ma radicarsi nella liturgia stessa, provando quella gioia che ci eleva alle bellezze della letizia celeste. Nel suo Discorso 337 per l’edificazione di una chiesa, Sant’Agostino che ha dedicato anche stupende al giubilo (jubilus) nel canto, dice: “Pertanto, come questo edificio visibile è stato costruito per radunarci materialmente, così quell'edificio, che siamo noi stessi, è costruito per Dio che vi abiterà spiritualmente. Dice l'Apostolo: Santo è infatti il tempio di Dio che siete voi. A quel modo che costruiamo questo con ammassi di pietre, edificheremo quello mediante atteggiamenti di vita che vi corrispondano adeguatamente. Questo si dedica ora, nel corso di questa nostra visita, quello sarà dedicato alla fine del tempo con la venuta del Signore, quando questo nostro, corruttibile, si vestirà di incorruttibilità, e questo nostro, mortale, si vestirà di immortalità: conformerà infatti il corpo della nostra umiliazione al suo corpo glorioso. Considerate infatti il senso che vuole esprimere nel Salmo della dedicazione: Hai mutato il mio lamento in festa per me; hai lacerato la mia veste di sacco, mi hai rivestito di un abito di gioia: perché la mia gioia sia per te un canto, ed io non sia ferito. Infatti, mentre veniamo edificati, la nostra miseria rivolge a lui i suoi gemiti; ma quando saremo dedicati, la nostra gloria sarà un canto per lui: in realtà la costruzione comporta fatica, la dedicazione apporta letizia. Finché si cavano le pietre dai monti e gli alberi dai boschi, si dà loro forma, si sgrossano, si combinano insieme, è fatica e preoccupazione; ma quando si celebra la dedicazione dell'edificio compiutamente realizzato, al posto delle fatiche e delle preoccupazioni, c'è gioia e sicurezza. Così pure quanto alla costruzione spirituale: chi l'inabita, Dio, non sarà presente per qualche tempo, ma per l'eternità. Mentre gli uomini sono allontanati da una vita di infedeltà e portati alla fede, mentre viene reciso e portato via tutto ciò che in essi è l'opposto del bene e perversione, mentre si fanno connessure appropriate, senza attrito e con devozione, quante tentazioni non si temono, quante tribolazioni non si tollerano? Però, al sopraggiungere del giorno della dedicazione del tempio dell'eternità, quando ci si dirà: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo, quale mai sarà l'esultanza, quale la perfetta sicurezza? Sarà il canto della gloria, la debolezza non si sentirà ferita. Quando ci si rivelerà colui che ci ha amato e ha dato se stesso per noi, quando colui che si mostrò agli uomini in quel che si fece nella Madre, si manifesterà loro Dio Creatore secondo quel che era nel Padre, quando egli, eternamente presente nella sua casa, all'entrarvi la troverà perfetta, adorna, costituita nell'unità, nella veste dell'immortalità, colmerà di sé tutte le cose e in tutte risplenderà, così che Dio sia tutto in tutti“.
La gioia che ricerchiamo è la gioia che viene da Dio, non quella puramente umana che se può essere gradevole al di fuori del Tempio, all’interno suona vuota e stonata.



domenica 15 marzo 2020

Se ora avete più tempo a casa, ascoltate il canto gregoriano

Voglio dare un suggerimento a credenti e non credenti: ora che il coronavirus ci costringe alla quarantena e abbiamo più tempo in casa, ascoltate il canto gregoriano. Anche se non credete, vi farà bene, perché il canto gregoriano non è semplicemente musica, ma è una via spirituale a Dio. Io spero che i non credenti la percorrano tutta ma già iniziare sarà importante.
Un articolo di Pino Pignatta su fondazionegraziottin.org dice a proposito: “Lasciatela vagare nel vostro intimo come un’onda che s’infrange, muore e ritorna. Come una risacca musicale che vi accompagna senza sosta anche a occhi chiusi. Lasciate che sia un “mantra” capace di riempire il silenzio della mente. È una musica che non è triste né allegra, ma al tempo stesso può essere triste o allegra perché è “modale”, cioè prodotta da una concatenazione precisa di toni e semitoni (i più famosi sono il “maggiore” e il “minore”, ma ne esistono moltissimi altri) che conferiscono all’atmosfera generale un tono cupo, gioioso o malinconico. Non è una musica che ha in sé i germi di una guarigione, che nasce per essere lenitiva, come una solare sinfonia mozartiana, o una zampillante melodia di Schubert. Ma può essere benissimo tutto questo, un balsamo, un sollievo, perché è un colloquio intimo con Dio, una confessione a tu per tu, un trovarsi faccia a faccia. È una preghiera articolata in suoni. Un’orazione da cantare non in modo formale, ma con devozione: come diceva san Paolo, «con il cuore». Sotto l’apparente “fissità” della monodia (una musica a una o più voci nella quale abbiamo una sola melodia), in realtà si muove un universo spirituale interiore che ha qualcosa di magmatico. E che per la particolare articolazione delle voci, per il loro timbro, ci interroga e intanto ci lascia un oceano di pace interiore. Ecco la nostra nuova “provocazione”: il Canto gregoriano. Si fa per dire nuova, perché ci scaraventa, letteralmente, indietro di oltre 1.500 anni. Dopo la “trasgressione “ di Alban Berg, che con il suo violino per un “Angelo” ci ha spinto verso le asprezze dodecafoniche dell’atonalità, la scorsa puntata abbiamo fatto una pausa ristoratrice alle fonti cristalline della musica di Brahms, custode severo della forma, baluardo contro ogni dissoluzione dell’arte e argine a quegli esploratori di terre musicali che il gigante di Amburgo già vedeva muoversi intorno a sé, non senza qualche brivido “armonico” lungo la schiena. Ora immaginate di fare un salto ritroso nel tempo. Di essere immersi in un silenzio dove non ci sono ancora note codificate, un’epoca storica nella quale nessuna delle musiche – classiche o leggere, colte o popolari – alle quali siete abituati, fatte di strumenti che accompagnano le voci o di più musicisti che suonano insieme, era ancora stata “inventata”. Un’epoca senza sinfonie, senza orchestre, senza quartetti o quintetti, senza violini o clarinetti, senza canzoni. E ora provate a immaginare d’essere ospiti in un monastero di clausura intorno al IX secolo, cioè verso l’800 dopo Cristo. Bene: quella che vi proponiamo questa settimana nel documentario tratto da YouTube – un affascinante viaggio tra i monaci dell’Abbazia francese di Solesmes – è la sola musica, diciamo “ufficiale”, che avreste sentito vivendo allora. E il monastero, l’unico luogo in cui era possibile ascoltarla. Se pensate che la musica (intesa come la conosciamo noi da quando siamo nati) sia sempre esistita, vi domanderete perché. Semplice: dopo la caduta dell’impero romano, durante il 400 dopo Cristo, a poco a poco la Chiesa estende la propria influenza in tutta Europa; e per molto tempo – almeno cinque secoli, sino a quando compaiono in Francia i trovatori e i trovieri che diffondono i canti profani – la musica è soprattutto religiosa: è utilizzata esclusivamente per scopi liturgici, spirituali”. In effetti, la musica è nata come musica sacra e poi si è profanizzata. Ma all’inizio era un modo per parlare a Dio.
Enzo Crotti su musica-spirito.it ci parla del potere terapeutico del canto gregoriano: “Il canto accompagna da sempre la vita dell’uomo ed è utilizzato per molti importanti eventi della sua vita sociale, tra cui matrimoni e cerimonie religiose. Il Dott. Tomatis ha a lungo studiato l’importanza dell’ascolto e le funzioni dell’orecchio umano, evidenziando l’importanza terapeutica della musica. Tramite una delle sue esperienze, possiamo capire la grande utilità del canto per una comunità religiosa. Il canto gregoriano è un canto religioso tradizionalmente eseguito dalle comunità di monaci benedettini, ma dopo il Secondo Concilio Vaticano molti vescovi e abati sminuirono la sua importanza a favore di un canto più leggero e pop. In particolare Tomatis fu contattato da un monastero in cui l’abate aveva deciso che, le numerose ore dedicate alla pratica del canto gregoriano da parte dei monaci non erano necessarie. In breve tempo i monaci cominciarono a manifestare stanchezza e depressione a causa del rigoroso programma di lavoro e preghiera. Furono contattati medici che però non trovarono una soluzione, correlando i problemi alla dieta vegetariana dei monaci. Anche dopo aver variato la dieta i risultati non arrivarono, fino a quando non fu chiamato il Dott. Tomatis. Appena seppe che era stata interrotta la pratica del canto gregoriano, capì che questo poteva essere la causa del problema.  Senza il suo effetto terapeutico e rigenerativo, i monaci non avevano l’energia e la forza necessarie per sostenere la vita rigorosa che la comunità religiosa richiedeva. Una volta ristabilito il canto quotidiano, i problemi cessarono e il monastero tornò alla regolarità”. Vero o non vero, si può fare esperienza del fatto che il canto gregoriano ha veramente un potere rilassante, a parte il suo fondamentale scopo di essere preghiera.
Tempo fa ero in una comunità monastica e ho recitato un’ora liturgica con loro. Ad un certo punto hanno cantato l’inno in canto gregoriano, ed era così bello e spirituale che non potevo fare a meno di chiedermi: perché abbiamo perso tutto questo? Chi lo ha chiesto?

Ecco, ora che avete più tempo, andate su You Tube e date fondo alle centinaia di migliaia di video che vi troverete sul canto gregoriano. Non ve ne pentirete.

venerdì 6 marzo 2020

Le prove di canto prima della Messa

A volte non è semplice far partecipare le persone che attendono la Messa alle parti che a loro competono. Perché è importante ripetere, che non è necessario che il popolo canti tutto, questo non si trova in nessun documento, non è utile, pratico, non è probabilmente anche appropriato. I documenti del Concilio dicono chiaramente che ognuno deve partecipare suo modo, non tutti devono fare tutto, il partecipazionismo non è consono alla natura della liturgia cattolica.
Qual è il modo per far partecipare le persone al canto? Uno dei più pratici è fare una prova di canto con le persone prima della Messa. Ora, questo metodo ha certamente delle controindicazioni. E, la prima che viene alla mente è certamente riferita al fatto che molto spesso le persone arrivano a Messa non un minuto prima dell’inizio, ma 10 minuti dopo. Quindi, per alcuni potrebbe essere non pratico. Ma, se questa diviene una consuetudine, potrebbe forse cambiare le abitudini di qualcuno. Anche perché, lo dico ancora una volta, il cantare a Messa non è un obbligo, se qualcuno proprio non si sente di cantare lo si lasci in pace. Non bisogna far divenire l’esigenza di cantare un qualcosa che deve costringere persone che non sono educate a cantare in nessun contesto, quindi trovano difficile cambiare il proprio atteggiamento per un’ora a settimana. Poi, c’è da dire che il canto dei fedeli deve riguardare soltanto alcune parti del programma musicale della liturgia, deve esserci spazio per il coro, il solista in alcune parti, l’organo. Insomma, se non si pretende l’impossibile, riuscire a far partecipare le persone nei momenti allora appropriati è possibile, sempre limitatamente a coloro che vogliono cantare.
Quello che io vedo, e che spesso queste prove vengono fatte in modo sbagliato. Per alcuni, la prova significa far cantare al coro alcuni canti ma senza nessuna interazione con l’assemblea. L’assemblea semplicemente ascolta e certamente non si unirà mai al canto se non viene specificamente invitata. Io credo che la cosa più importante in questo caso, è creare un “rapporto“ con coloro che siedono sui banchi. Ho visto io stesso, che quando ci si rivolge direttamente a loro facendo capire che siamo veramente interessati alla loro partecipazione, sempre con educazione e gusto, qualcuno in più si fa coraggio e unisce la propria voce a quella del coro. Se non li si interpella direttamente, non ci sono santi, loro spontaneamente non si uniranno al canto. Specialmente nel nostro paese, le persone non sono educate a cantare in coro, sembra strano dirlo, ma certamente la nostra tradizione di cantare in coro e molto meno sviluppata rispetto al canto solistico. Nei paesi come l’America, Inghilterra, i paesi nordici, certamente c’è una tradizione corale molto più sviluppata. Quindi, è meno difficile coinvolgere le persone nel canto. Quindi, quando si fanno le prove prima della Messa, bisogna relazionarsi prima di tutto ai fedeli che sono presenti, bisogna fargli capire che quei 5 o 10 minuti sono dedicati proprio a loro per cercare di coinvolgerli nelle parti della Messa a loro appropriate.
Poi, come ho detto in precedenza, si deve essere realisti. Se si pensa che l’intero programma musicale possa essere sostenuto dal canto dell’assemblea, sì è veramente fuori dal mondo. Ripetendo gli stessi canti ogni domenica, si appiattisce la ricchezza delle liturgie particolari, si riduce tutto ad una vaga e astratta liturgia, che non serve certamente quell’assemblea che si crede di servire. Detto questo, bisogna ribadire che l’assemblea deve partecipare ad alcuni ritornelli, acclamazioni, risposte; non deve fare tutto. Con la scusa di coinvolgere l’assemblea, ho visto chiese dove gli stessi canti vengono ripetuti non da una Messa all’altra, ma addirittura nei decenni. Gli stessi identici canti cantati tutte le domeniche per 20 o 30 anni (parlo di questo perché posso testimoniarlo personalmente avendolo visto in una importante basilica romana). Non parlo naturalmente di quei canti che per la loro natura hanno una veste musicale più o meno univoca, prendiamo per esempio il padre nostro, solitamente offerto nella versione di tipo “gregoriana“. In questo caso è comprensibile. Ma ci sono chiese in cui una sola melodia per il salmo responsoriale viene praticamente adattata a tutti i salmi per tutto l’anno liturgico. Questo è un grave errore.

Insomma, si stabilisca una connessione con l’assemblea, cercando di coinvolgerli personalmente al canto, magari facendo ripetere certe cose quando si percepisce che la partecipazione non è stata poi così generosa, e soprattutto non pretendere l’impossibile. Se l’assemblea può unirsi in alcuni ritornelli o in alcune acclamazioni, già la loro partecipazione al canto è assicurata. Io ho l’esperienza in questo senso quando vivevo in Asia. Nelle Messe in cui avevo la responsabilità della musica liturgica, pretendevo che fossero cantate le antifone tratte dal messale per l’introito e la comunione, quindi ogni domenica i testi cambiavano. Allora, c’erano alcune versioni di queste antifone (o le componevo io) in lingua inglese, ed erano abbastanza semplici. Prima della Messa, le facevo cantare al coro per farle imparare all’assemblea. Non pretendevo che tutti cantassero, tanto questo non succede in ogni caso. Ma c’erano quelli che si univano volentieri al canto, e questo era anche un canto veramente liturgico perché si cantavano i testi della Messa. Come viene spesso detto non bisogna cantare durante la Messa, ma bisogna cantare la Messa. Certo, questo richiede un certo impegno da parte della Chiesa stessa e da parte dei musicisti che hanno l’incarico di fare queste cose. Ecco perché non si può affidare tutto al primo che sa suonare il giro di Do. Ma questo è stato già detto troppe volte.

giovedì 5 marzo 2020

Ave Regina Coelorum, il saluto a Maria nel tempo di Quaresima

Nel campo della musica liturgica, ci sono delle consuetudini che vengono tramandate perché si ritengono molto utili ed efficaci per aumentare una partecipazione consapevole alla liturgia stessa. Per esempio, il fatto di usare certi specifici canti in certi tempi liturgici vuole fare in modo che, attraverso il richiamo di una certa musica è un certo testo, si rafforzi nel fedele la percezione generale riguardo l’anno liturgico. Un esempio è quello delle antifone mariane. Nel tempo di Quaresima, solitamente alla fine della Messa, c’è l’uso di cantare Ave Regina Coelorum. Questa antifona nella forma straordinaria viene eseguita alla Compieta, dalla Purificazione fino alla Settimana Santa. Cosa sappiamo degli origini di questa antifona? Ci sono state varie teorie, come che essa fosse addirittura risalente al IV secolo, forse perché si trovano concetti che possono essere fatti risalire a quel tempo. Altri pensano che sia molto più recente, dodicesimo o tredicesimo secolo (Henry, H. (1907). Ave Regina. In The Catholic Encyclopedia. New York: Robert Appleton Company. Retrieved March 5, 2020 from New Advent: http://www.newadvent.org/cathen/02149b.htm). In un articolo dell’agenzia Fides del 20/2/2007 (firmato J.M.) viene detto: “Le origini di questa preghiera sono misteriose ed il suo autore è sconosciuto. Si pensa che risalga probabilmente al XII secolo, alcuni dicono che avrebbero potuto comporla San Bernardo o Ermanno Contractus. Più anticamente, era ciò che veniva chiamata “antifona di processione”. Viene menzionata nel libro di Sant’Albano. Il versetto “Dignare me laudare” è particolarmente antico. Viene comparato all’Akathistos, un inno orientale. La preghiera è in genere divisa in due strofe e può terminare con un “Oremus””.
Il testo tradotto in italiano dice: “Ave, Regina dei cieli, ave, Signora degli Angeli; salve, o radice, salve, o porta da cui sorse la luce per il mondo. Gioisci, vergine gloriosa, splendida sopra tutti; salve, o sommamente degna, e supplica Cristo per noi”. Nell’articolo citato dell’agenzia Fides così viene spiegato: “Ciò che si dice di Maria nell’Ave Regina è sempre in relazione con Cristo, che è il Re del mondo nella fede cattolica. Teologicamente, l’espressione «radice feconda» ricorda che Maria è la radice di Jesse, il padre del re Davide. Si dice anche che Maria sia la porta del cielo perché nella teologia cristiana, il Sacro Cuore di Gesù ed il Cuore Immacolato di Maria sono come le porte del paradiso. La frase «per te la luce si è alzata sul mondo» si riferisce alla nascita di Gesù, che è la luce del mondo per coloro che credono in Lui. La preghiera fa riferimento alle qualità mediatrici della Vergine Maria, che viene religiosamente chiamata “Mediatrix”, poiché può implorare per l’umanità presso Dio. Infine, il versetto «Rallegrati, Vergine gloriosa», ricorda il «Gaude et laetare, Virgo Maria» del Regina Coeli“.Maria, è regina e signora degli angeli, per il suo ruolo del tutto speciale nella redenzione. Nel formulario per le Messe per la Vergine Maria in tempo di Avvento, al Prefazio viene detto: “Tu hai stabilito in Maria di Nazaret   il culmine della storia del popolo eletto e l'inizio della Chiesa, per manifestare a tutte le genti che la salvezza viene da Israele e da quella stirpe prescelta scaturisce la tua nuova famiglia. È figlia di Adamo per la nascita colei che nella sua innocenza riparò la colpa di Eva; è discendente di Abramo per la fede colei che credendo divenne madre; è pianta della radice di lesse la Vergine dal cui grembo è germogliato il fiore Cristo Gesù salvatore del mondo”. In un trattato del cremonese Giovanni Battista Guarini del 1609 chiamato Della gierarchia, overo del sacro regno di Maria Vergine Madre d’Iddio e Reina del cielo, viene detto “Esaia profeta disse, che la verga e il fiore, Christo e MARIA VERGINE, dovevano nascere dalla medesima radice per mostrare, che la grandezza dell’uno e dell’altra doveva sorgere e nascere dall’istessa radice e dalla medesima causa dell’humiltà”. Vittorio Messori, nel suo Ipotesi su Maria, giustamente dice: “Con le incursioni cui si procede in questi capitoli, vorrei mostrare ciò che ho sperimentato: senza la radice di carne che è il corpo di quella Donna, tutto il mistero dell’Incarnazione finisce col perdere l’indispensabile materialità per farsi evanescente spiritualismo, moralismo sermoneggiante o, peggio, pericolosa ideologia”. Inoltre, nell’antifona di cui stiamo parlando, la Beata Vergine Maria viene definita come la porta “da cui sorse la luce del mondo”. Ricordiamo che nell’inno del IX secolo Ave Maris Stella, la Vergine Maria è definita felix coeli porta, felice porta del cielo. Cioè,  se mettiamo insieme i due concetti, essa è porta con cui andiamo al cielo e porta con cui il cielo va sulla terra.
Nella seconda parte del breve testo, viene chiesto a Maria di rallegrarsi, perché essa fu prescelta in modo del tutto speciale da Dio. E proprio per questa sua elezione speciale la invochiamo perché essa possa supplicare Cristo per noi. Tra la prima e la seconda parte del testo, si nota una cesura, la salutazione a Maria nella prima parte si affida alla teologia presentandola con i concetti che abbiamo esposto in precedenza, ma nella seconda parte si affida più alle esaltazioni quasi estetica ed estatica delle virtù della Beata Vergine. Padre Donald H. Calloway, nel suo libro Under The Mantle, così dice della Beata Vergine: “Mary is the perfect spouse of God. Once again, if you or I could create our own  spouse, we would create a spouse without any flaws or imperfections — one good and  virtuous and worthy of praise. As a man, I would create a masterpiece of feminine  beauty. She would be the woman of my dreams. Angels would bow down in her  presence, and everyone would be subject to her, sing songs about her, and praise her  loveliness and unique beauty. All darkness and demons would flee at her presence, and  the very fragrance of her person would make grown men cry. My lady would be the  best!”. Ecco, questa è la perfezione con cui noi pensiamo Dio ha immaginato Colei che sarebbe stata la madre di suo Figlio, Maria, la Vergine Maria.

Noi ci riferiamo a due melodie per quanto riguarda questa antifona, una elaborata e ricca di melismi e quella popolare. In quella elaborata, nel sesto modo, notiamo come gli “Ave“ vengano declamati quasi a sé stanti. È una melodia bella e nobile, piena di grande solennità e fascino. Nella melodia semplice, di probabile origine ottocentesca, nello stesso modo e sillabica, notiamo nella prima parte uno schema ABAC. Nella seconda parte la tessitura si sposta più nella quinta superiore al Fa finalis, piuttosto che nella regione del Tritus plagale (pur rimanendo in questo modo) con una particolare enfasi sulla frase finale, quasi che in quel momento il popolo orante potesse raccogliere tutte le proprie forze per invocare l’intercessione della Madre verso Nostro Signore.

martedì 3 marzo 2020

Andrò all’altare di Dio

Ci sono forse poche questioni controverse e dibattute come quella dell’altare e del suo orientamento liturgico. Libri, saggi, dibattiti, hanno posto in luce come sulla questione dell’altare e dell’orientamento dello stesso si sono spese milioni di parole. Se osserviamo quanto viene detto sull’altare nell’Ordinamento Generale del Messale Romano troviamo quanto segue (296-308, sottolineature mie): “L’altare, sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce, è anche la mensa del Signore, alla quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare quando è convocato per la Messa; l’altare è il centro dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia. La celebrazione dell’Eucaristia, nel luogo sacro, si deve compiere sopra un altare; fuori del luogo sacro, invece, si può compiere anche sopra un tavolo adatto, purché vi siano sempre una tovaglia e il corporale, la croce e i candelabri. Conviene che in ogni chiesa ci sia l’altare fisso, che significa più chiaramente e permanentemente Gesù Cristo, pietra viva (1Pt 2,4; cf. Ef 2,20); negli altri luoghi, destinati alle celebrazioni sacre, l’altare può essere mobile. L’altare si dice fisso se è costruito in modo da aderire al pavimento e non poter quindi venir rimosso; si dice invece mobile se lo si può trasportare. L’altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo: la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile. L’altare sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione dei fedeli. Normalmente sia fisso e dedicato. L’altare, sia fisso che mobile, sia dedicato secondo il rito descritto nel Pontificale Romano; tuttavia l’altare mobile può essere solamente benedetto. Secondo un uso e un simbolismo tradizionali nella Chiesa, la mensa dell’altare fisso sia di pietra, e più precisamente di pietra naturale. Tuttavia, a giudizio della Conferenza Episcopale, si può adoperare anche un’altra materia degna, solida e ben lavorata. Gli stipiti però e la base per sostenere la mensa possono essere di qualsiasi materiale, purché conveniente e solido. L’altare mobile può essere costruito con qualsiasi materiale di un certo pregio e solido, confacente all’uso liturgico, secondo lo stile e gli usi locali delle diverse regioni. Si mantenga l’uso di deporre sotto l’altare da dedicare le reliquie dei Santi, anche se non martiri. Però si curi di verificare l’autenticità di tali reliquie. Nelle nuove chiese si costruisca un solo altare che significhi alla comunità dei fedeli l’unico Cristo e l’unica Eucaristia della Chiesa. Nelle chiese già costruite, quando il vecchio altare è collocato in modo da rendere difficile la partecipazione del popolo e non può essere rimosso senza danneggiare il valore artistico, si costruisca un altro altare fisso, realizzato con arte e debitamente dedicato. Soltanto sopra questo altare si compiano le sacre celebrazioni. Il vecchio altare non venga ornato con particolare cura per non sottrarre l’attenzione dei fedeli dal nuovo altare. Per rispetto verso la celebrazione del memoriale del Signore e verso il convito nel quale vengono presentati il Corpo e il Sangue di Cristo, si distenda sopra l’altare sul quale si celebra almeno una tovaglia di colore bianco, che sia adatta alla struttura dell’altare per la forma, la misura e l’ornamento. Nell’ornare l’altare si agisca con moderazione. Nel tempo d’Avvento l’altare sia ornato di fiori con quella misura che conviene alla natura di questo tempo, evitando di anticipare la gioia piena della Natività del Signore. Nel tempo di Quaresima è proibito ornare l’altare con fiori. Fanno eccezione tuttavia la domenica Laetare (IV di Quaresima), le solennità e le feste. L’ornamento dei fiori sia sempre misurato e, piuttosto che sopra la mensa dell’altare, si disponga attorno ad esso. Infatti sopra la mensa dell’altare possono disporsi solo le cose richieste per la celebrazione della Messa: l’Evangeliario dall’inizio della celebrazione fino alla proclamazione del Vangelo; il calice con la patena, la pisside, se è necessaria, il corporale, il purificatoio, la palla e il Messale, siano disposti sulla mensa solo dal momento della presentazione dei doni fino alla purificazione dei vasi. Si collochi pure in modo discreto ciò che può essere necessario per amplificare la voce del sacerdote. I candelabri, richiesti per le singole azioni liturgiche, in segno di venerazione e di celebrazione festiva (Cf. n. 117), siano collocati o sopra l’altare, oppure accanto ad esso, tenuta presente la struttura sia dell’altare che del presbiterio, in modo da formare un tutto armonico; e non impediscano ai fedeli di vedere comodamente ciò che si compie o viene collocato sull’altare. Inoltre vi sia sopra l’altare, o accanto ad esso, una croce, con l’immagine di Cristo crocifisso, ben visibile allo sguardo del popolo radunato. Conviene che questa croce rimanga vicino all’altare anche al di fuori delle celebrazioni liturgiche, per ricordare alla mente dei fedeli la salvifica Passione del Signore”. Ci sarebbero veramente tantissime cose da dire su queste disposizioni, che implementano una certa visione della riforma liturgica non completamente prevista dalla costituzione conciliare. Una delle questioni è appunto proprio quella dell’orientamento dell’altare. Comunque, viene anche qui ribadito l’importanza del ruolo dell’altare. Nella Enciclopedia delle Religioni diretta da Mircea Eliade, in un articolo scritto da Carl-Martin Edsman (1911-2010) viene detto sull’altare che, sia nel latino che nel greco, il significato si riferisce ad un “luogo elevato” e la derivazione di questa parola sarebbe, in latino, dal verbo adolere, con il significato di “adorare, luogo per il fuoco, focolare per il sacrificio”. Nell’antico Egitto, prosegue l’autore, c’era una distinzione fra altari mobili e altari fissi, ma soltanto questi ultimi erano considerati oggetti sacri.
San Paolo, in 1Cor 10, 19-23 dice: “Che cosa dunque intendo dire? Che la carne immolata agli idoli è qualche cosa? O che un idolo è qualche cosa? No, ma dico che i sacrifici dei pagani sono fatti a demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni. O vogliamo provocare la gelosia del Signore? Siamo forse più forti di lui? "Tutto è lecito!". Ma non tutto è utile! "Tutto è lecito!". Ma non tutto edifica”. Come vediamo, c’è in Paolo questa forte distinzione fra i sacrifici pagani e il nuovo sacrificio nel nome di Cristo. Una distinzione, che non intende denigrare tanto quanto compiuto in epoca pagana, ma mostrare che Cristo portava a compimento tutte le promesse e rivelava la verità valida per tutti.
E l’idea di altare, come abbiamo visto in precedenza, c’è questo senso di “luogo che sta in alto“ e “luogo del sacrificio“. Spesso accade, anche nei nostri canti liturgici degli ultimi decenni, che si fa riferimento all’altare come il luogo attorno a cui ci si raduna. Ma in questo senso dobbiamo stare attenti, perché sembra quasi che il centro dell’attenzione sia sull’assemblea, non tanto sul luogo del sacrificio. “Al tuo santo altar, mi appresso o Signor, mia gioia e mio amor”; in questo caso, in questo canto è che va già molto indietro nel tempo, l’enfasi rimane sempre sull’altare che rimane un riferimento, dove il fedele si affretta. Ma in molti canti che fanno riferimento al radunarsi intorno alla mensa e mettono l’enfasi sui fedeli piuttosto che sul sacrificio, si tradisce non solo la funzione dell’altare ma anche quella della liturgia che, come dobbiamo sempre ricordare, non è quella di far radunare un certo numero di persone ma quella di dare gloria a Dio e successivamente e in conseguenza di edificare i fedeli. Non possiamo edificarci su noi stessi, Dovremmo sempre pensare a questo quando pensiamo non sono il nostro ruolo nella liturgia, ma anche al ruolo dei vari elementi liturgici, come per esempio l’altare di cui stiamo parlando. Quindi, questa enfasi sull’assemblea è del tutto fuori luogo.
Ma se l’altare è luogo privilegiato, non dimentichiamo che l’altare più sublime è la croce. Ben lo spiega dom Prosper Guéranger commentando la festa di Cristo Re: “Meglio che nelle altre preghiere del santo sacrificio, nel Prefazio è proposta alla fede e alla pietà dei credenti l'esatta nozione teologica della regalità di Cristo. Come Figlio unico del Padre, al quale è coeterno e consostanziale, il Verbo incarnato comunica alla sua santa umanità, in virtù dell'unione ipostatica, la doppia unzione divina del Sacerdozio e della Regalità. In virtù del sacrificio redentore sull'altare della Croce, come per la nascita eterna, egli sottomette al suo indistruttibile imperio tutte le creature in un regno di Verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore, di pace" (P. de la Brière, Études, t. 186, p. 358)”. 
In una intervista a Lorenzo Bertocchi su La Nuova Bussola Quotidiana, don Nicola Bux fa questa osservazione: “Benedetto XVI aveva proposto e attuato, laddove il sacerdote non potesse celebrare rivolto fisicamente ad Oriente, di mettere la Croce sull’altare “verso il popolo” in modo che celebrante e fedeli avessero il punto verso cui orientarsi entrambi. La Croce e soprattutto il Tabernacolo, stanno ad indicare la Presenza del Signore crocifisso e risorto, che è quanto di più sacro ci sia e che rende la liturgia 'sacra', come recita la Costituzione liturgica. In poche parole, la “riforma della riforma”, secondo quella che mi sembra sia stata la mens di Benedetto XVI, postula la rinascita del sacro nei cuori. Laddove nei singoli rinasce il senso del sacro ecco che lì comincia e si attua la “riforma della riforma”. Invece, verrebbe da aggiungere, si è data sì enfasi sull’altare, ma non come luogo del sacrificio, ma come mensa, facendo in modo che la nozione di “sacrificio”, conoscesse una sorta di oblio. 
Don Enrico Finotti dice cose molto profonde sul tema dell’altare: “E’ normale che venga individuata l’origine dell’altare cristiano nella mensa del cenacolo, sulla quale nostro Signore istituì il Sacrificio eucaristico e il Convivio sacro del suo Corpo e del suo Sangue. Veramente la mensa dell’ultima cena è il referente originario e originante dell’unico e definitivo Sacrificio del Nuovo Testamento. Da qui parte quell’oblazione pura che dall’oriente all’occidente è offerta fra le genti e in ogni luogo (Ml 1, 11). Occorre tuttavia approfondire e non fermarsi ad una facile visione superficiale, che potrebbe svuotare quel Sacrificio della sua profonda sostanza per fissarsi nella debole espressione di un ordinario convito umanitario ed usuale. In realtà, quando la famiglia ebraica si riuniva per la cena pasquale si relazionava in modo intimo e indissolubile con l’altare del tempio di Gerusalemme, sul quale in antecedenza veniva immolato l’agnello, che portato sulla mensa domestica consentiva la celebrazione della Pasqua. Senza quella vittima sacrificata sull’ara del tempio e trasferita poi sulla mensa delle case, la cena pasquale perdeva la sua identità. La relazione all’immolazione dell’agnello nel tempio era tanto necessaria che, per celebrare la Pasqua, si doveva alloggiare a Gerusalemme o nelle vicinanze. Non era, infatti, possibile stare fuori Gerusalemme, ossia lontani dal tempio, perché dal tempio veniva l’agnello immolato e ad esso rimandava. La cena pasquale ebraica era dunque una cena sacrificale, un banchetto mediante il quale si partecipava della vittima sacrificale. Ed ecco che mensa ed ara si trovano intimamente unite, geneticamente e indissolubilmente interiori l’una all’altra. Tolta l’ara è compromessa totalmente la natura di quella specifica mensa imbandita per la cena pasquale. Nel cenacolo però il Signore opera la novità e crea la realtà di quello che fino ad ora era figurato nelle antiche profezie e nel sacrificio dell’agnello.  Egli immola incruentamente se stesso nel contesto ancora visibile del segno profetico dell’agnello, che come ombra sta ormai per scomparire e cedere il posto alla realtà, Cristo Gesù, col suo Corpo e il suo Sangue  immolati nelle specie sacramentali del pane e del vino. E’ evidente che, nel mentre lo sguardo del Signore si ritrae ormai dalla figura dell’agnello che passa e dall’ara del tempio su cui fu immolato, si fissa con divina preveggenza e immedesimazione mistica sull’ara della Croce, che lo attende sul Calvario. Egli, infatti, anticipa sacramentalmente sulla mensa della cena e nella forma del convito il sacrificio cruento che avrebbe offerto di li a poco sull’altare della Croce. La Croce, quindi entra nel cenacolo si pianta sulla sua mensa e, mentre l’antica ara del tempio si ritira, avendo assolto la sua funzione profetica, si erge ormai sovrana quale sostanza interiore di ciò che si compie nell’ultima cena e che si ripeterà per tutti i secoli fino alla fine del mondo per comando del Signore: Fate questo in memoria di me. Mensa, Ara e Croce, ecco i tre simboli interiori e indissolubili del mistero grande che si compie nell’istante consacratorio quando il Signore, pronunziando le parole divine - Questo è il mio Corpo… Questo è il mio Sangue…-, istituisce il Sacrificio perenne, senza più tramonto. Le tre figure di riferimento – mensa, ara e croce – prima ancora di trovare espressione fisica nell’altare cristiano sono presenti nella sostanza stessa dell’atto sacrificale di Cristo e costituiscono, ancor prima di trovare la loro traduzione materiale nella liturgia, la forma interiore dell’atto sacrificale del Signore. Nel Cenacolo è visibile solo la Mensa, l’Ara del tempio è richiamata dall’agnello immolato, la Croce ancora non si vede, ma tutto è presente e unitario nella mente divina e nel cuore amante del Salvatore”. Queste belle e profonde parole dell’insigne liturgista, ci fanno intravedere la profondità del mistero dell’altare in relazione con la croce e con la sua funzione di mensa. Qui non ho toccato la questione dell’orientamento liturgico, che meriterebbe una trattazione separata. Comunque, mi sembra che in questo articolo è chiaro come la teologia dell’altare dovrebbe essere separata da una certa visione comunitarista e centrata sull’assemblea piuttosto che sul mistero che viene celebrato.



lunedì 2 marzo 2020

Canti allegri e canti tristi

Ho un’esperienza che va molto indietro nel tempo per quanto riguarda il servizio liturgico e musicale nelle chiese, specialmente a Roma. Da quando ero adolescente, quindi molti anni fa, mi capitava di suonare, dirigere, cantare, comporre musica per moltissime chiese nella mia Roma. Io, per età, sono stato naturalmente attivo in questi anni del dopo concilio, quindi ne ho subito tutte le conseguenze. Una delle cose che mi ha sempre colpito, era la richiesta di fare dei canti “allegri“. Ora, questa richiesta, anche in tempi in cui magari ero meno preparato in questi argomenti, mi faceva sempre pensare. Perchè bisogna fare i canti allegri? Dopo, con un po’ con più di riflessione e di studio, ho capito che questa richiesta era soltanto il frutto di una cattiva comprensione del ruolo della musica nella liturgia. In effetti, bisognerebbe capire che non usiamo la musica nella liturgia come intrattenimento. Se fosse così, allora fare dei canti allegri sarebbe giusto. Ma sarebbe giusto solo per un certo tipo di intrattenimento, per esempio per il cabaret. Ma non possiamo ridurre la liturgia a cabaret. Ricordo alcuni decenni fa, dovevo suonare a un funerale in una bellissima chiesa del centro di Roma, e il celebrante, oggi prelato noto a livello internazionale, mi raccomandò di suonare delle cose allegre perché la gente era già triste di suo. Anche in quel tempo, in cui, ripeto, ero certamente meno formato, questa richiesta mi parve assurda, proprio perché capivo che in questo modo veniva tradito il compito specifico della musica nella liturgia.
La musica nella liturgia, non deve essere né triste, né allegra, ma austera. Questo, perché deve adeguarsi alla sacralità dell’azione che si va compiendo in quel momento. Quindi, quando si parla della musica liturgica e si dice che bisogna fare dei canti allegri, si sta solo cercando di fare dell’intrattenimento. Questo è un tradimento profondo dello spirito della liturgia stessa, perché ricordiamo che musica e liturgia sono intimamente connesse.
Il noto scrittore Camillo Langone, recensendo un mio volume sul canto liturgico nel 2013, ebbe a dire: “Santa Cecilia, prega per Aurelio Porfiri che essendo un musicista romano fedele a Santa Romana Chiesa vive e lavora a Macao. Nel “Canto dei secoli” (Marcianum Press) scrive ovviamente di musica sacra ma presenta criteri validi per giudicare la cattolicità di ogni altro linguaggio artistico, pittura e architettura comprese. La chiesa, dice Porfiri, dev’essere contenuto e non contenitore: ad esempio, l’organo è il suono della chiesa-contenuto (essendo intrinseco al sacro), la chitarra della chiesa-contenitore (essendo intrinseca alla musica profana e gettata nella liturgia dall’esterno). Ma la pagina che preferisco è la numero 80, laddove l’oggettività si fa anche soggettività, anche gusto. Porfiri è contrario a una musica liturgica che dia sempre e comunque una “rappresentazione della vita come gioia”. Anche a me, in chiesa, la musica gioiosa rende nervoso. Santa Cecilia, prega per noi poco amati amanti della musica liturgica austera, severa, perfino triste, noi che in chiesa cerchiamo ragione del dolore perché le ragioni del piacere si trovano dappertutto“. Ho sempre trovato questa ultima frase è molto bella, non tanto perché detta in riferimento al mio libro, ma perché penso che dica una profonda verità: ridurre la musica liturgica soltanto a espressione di una vaga idea di “”gioia”, è veramente tradirne lo scopo, e non comprendere l’uomo nella sua totalità, che è anche gioia, ma non solo. Oltretutto, come detto in precedenza, la musica nella liturgia non è espressione di alcune identità particolari, come quelle di coloro che partecipano; ma è sforzo di santificazione che guarda sempre allo splendore di Dio. Chi cerca l’intrattenimento nella liturgia, il divertimento, la musica per poter battere i piedi, ha completamente frainteso la funzione del rito liturgico nella nostra vita cristiana. Questo fraintendimento, purtroppo, non è un fenomeno isolato; anche al di fuori della musica, molti sacerdoti si comportano da intrattenitori, riempendo la Messa di discorsi che la stessa non richiederebbe. Molti sacerdoti dicono che le loro “monizioni“, servirebbero per rendere più chiaro lo svolgimento della liturgia ai fedeli. Ma, io mi chiedo, se dopo più di cinquant’anni devi ancora spiegare la liturgia ai fedeli, allora non è vero che la riforma liturgica ha reso la stessa più comprensibile. Se ci devi dire al momento del Padre nostro, che “stiamo per pregare il Padre nostro”, sembra che non sei convinto neanche tu di questa riforma liturgica, e non saresti il solo.

Insomma, non bisogna cadere nell’errore di far divenire la liturgia un intrattenimento, e quindi favorire una musica cosiddetta allegra, perché forse si passerà una buona ora in compagnia di alcuni amici cantando delle canzoni che si trovano piacevoli, perché in questo modo si sarà completamente mancato lo scopo ed il motivo per cui si era in quel luogo.

domenica 1 marzo 2020

Sul suono dell’Organo in Quaresima

Giunti in tempo di Quaresima, si pone per alcuni la questione del suono dell’organo. Questa, è una questione che in fondo dovrebbe essere ponderata, prima di prendere decisioni che vanno contro la prassi e la tradizione della Chiesa. Nella Musicam Sacram viene detto: “Nelle Messe cantate o lette si può usare l’organo, o altro strumento legittimamente permesso per accompagnare il canto della «schola cantorum» e dei fedeli; gli stessi strumenti musicali, soli, possono suonarsi all’inizio, prima che il sacerdote si rechi all’altare, all'offertorio, alla comunione e al termine della Messa. La stessa norma vale, fatte le debite applicazioni, anche per le altre azioni sacre. Il suono, da solo, di questi stessi strumenti musicali non è consentito in Avvento, in Quaresima, durante il Triduo sacro, nelle messe e negli uffici dei defunti. È indispensabile che gli organisti e gli altri musicisti, oltre a possedere un’adeguata perizia nell’usare il loro strumento, conoscano e penetrino intimamente lo spirito della sacra liturgia in modo che, anche dovendo improvvisare, assicurino il decoro della sacra celebrazione, secondo la vera natura delle sue varie parti, e favoriscano la partecipazione dei fedeli”.  Quindi, in Quaresima non si può suonare l’organo come strumento solistico, ma esso,può solo sostenere il canto. Nell’Ordinamento Generale del Messale Romano si osserva: “L’organo e gli altri strumenti musicali legittimamente ammessi siano collocati in luogo adatto, in modo da poter essere di appoggio sia alla schola sia al popolo che canta e, se vengono suonati da soli, possano essere facilmente ascoltati da tutti. È conveniente che l’organo venga benedetto prima di esser destinato all’uso liturgico, secondo il rito descritto nel Rituale Romano. In tempo d’Avvento l’organo e altri strumenti musicali siano usati con quella moderazione che conviene alla natura di questo tempo, evitando di anticipare la gioia piena della Natività del Signore. In tempo di Quaresima è permesso il suono dell’organo e di altri strumenti musicali soltanto per sostenere il canto. Fanno eccezione tuttavia la domenica Laetare (IV di Quaresima), le solennità e le feste”. Insomma, anche qui viene ribadita la regola che l’organo, come strumento solista, a parte alcune eccezioni, non può essere suonato in Quaresima.
In un interessante articolo di Gian Vito Tannoia su psallite.net, L’Organo in Quaresima, vengono dati alcuni suggerimenti per l’uso di questo strumento in questo tempo: “Evitare la monocromìa liturgico-musicale significa, per l'organista, graduare sapientemente i registri e la fonica (nel rispetto delle forme liturgiche dei canti che si accompagnano), pur tenendo conto delle solennità/feste che possono coincidere con il periodo quaresimale (S. Giuseppe, Annunciazione, ecc.). Si tratta di “pensare” a ritroso e camminare verso le “sonorità pasquali”, in crescendo, sino al culmine della Veglia di Pasqua”. Questa idea del cammino verso la Pasqua, anche da un punto di vista musicale, è importante. La Pasqua è il culmine dell’anno liturgico, quindi una sana pedagogia di preparazione che tenga conto del ruolo della musica nella liturgia, è certamente una buona idea.
Il fatto che la Chiesa suggerisca di non suonare come strumento solista l’organo in Quaresima, va inteso come una grande valorizzazione del ruolo di questo strumento, non certamente come una sorta di diminuzione. Infatti, possiamo vedere in questo un certo parallelo, anche se è molto alla larga, rispetto a quello che fu fatto dagli ebrei al momento della caduta del Tempio di Gerusalemme. Nel Tempio di Gerusalemme, la musica era sfarzosa, festosa, eseguita da tanti strumenti e cantori. Ma caduto il Tempio, la musica si mutò in quella semplice ed essenziale eseguita nelle sinagoghe. Questa musica, come suggeriva lo studioso Enrico Fubini, è il segno di un’assenza, segno di un dolore per la perdita del cuore, del centro del loro culto, il tempio. La Quaresima, che sfocia nella Pasqua, è non di meno via dolorosa; è tempo favorevole in cui noi ci poniamo di fronte al mistero del dolore, del sacrificio, della passione. Ecco che il tono gioioso che il suono dell’organo può aggiungere, in questo momento viene messo da parte proprio per favorire la comprensione di questo senso di assenza, di mancanza. Il fatto di concedere l’uso dell’organo solo per accompagnare il canto, è in realtà una disposizione pratica. L’organo, in questo momento, viene quasi “messo da parte” proprio per significare quella maggiore austerità che ci guida verso la contemplazione della passione, morte e risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. 
In un articolo chiamato L’ambiente liturgico in tempo di Quaresima, in liturgiaculmenetfons.it, a cura della redazione, parlando dell’uso dei fiori viene detto: “Anche l’assenza dei fiori costituisce un segno tipico della Quaresima. Sono permesse tuttavia piante verdi. Questa norma non è formalismo, ma uno strumento educativo, affinché i fedeli siano richiamati visivamente all’austerità del cuore, della mente e della vita in vista di una purificazione dello spirito, mediante la penitenza e la conversione. L’assenza dei fiori richiama il deserto biblico, che riporta l’uomo all’essenzialità delle cose, richiama l’attenzione a ciò che ha valore e dispone alla verifica dei fondamenti stessi dell’esistenza umana e cristiana. Occorre naturalmente condurre i fedeli dal segno al suo significato e continuamente educarli alla lettura spirituale del linguaggio simbolico previsto dalla liturgia, in vista della applicazione nella vita del messaggio che nei segni è offerto. E’ questo il compito della catechesi liturgica, che ripropone oggi l’antica mistagogia dei Padri: attraverso i riti e le preci avviene l’iniziazione al mistero. E’ tuttavia necessario che l’austerità quaresimale sia un segno vero, motivato ed incisivo. Affinché sia vero, occorre che sia realizzato con determinazione e buon gusto. Perché sia incisivo, bisogna curare una reale assenza di fiori, che non ammette eccezioni in occasione di funerali, matrimoni o altre evenienze. I fiori che vengono portati in queste circostanze devono essere tolti dopo la celebrazione e trasferiti fuori dell’ambito della chiesa. Anzi sarà opportuno che i parroci spieghino per tempo ai fedeli il senso del segno dell’austerità quaresimale, li invitino alla sobrietà e li orientino a devolvere il denaro in opere di carità. E’ tuttavia conveniente che una sobria presenza di fiori metta in evidenza la croce penitenziale nella seconda domenica di Quaresima, per dar espressione alla luce della risurrezione, che già risplende nella gloria della trasfigurazione”. Come spiega bene questo articolo, i simboli, che siano essi visivi o auditivi, hanno una grande importanza per una efficace pedagogia liturgica. I simboli non sono qualcosa di accessorio, ma sono il modo in cui l’uomo comprende, in cui è messo in grado di immergersi in una ragnatela di significati che altrimenti potrebbero sfuggirgli.


giovedì 20 febbraio 2020

Cantare comunque a Messa? Una obiezione

Abbiamo già incontrato il beato Giuseppe Allamano (1851-1926) che diceva: “La liturgia ben fatta ha operato conversioni; se mal fatta le impedisce“. In effetti, qui il quesito è: a Messa va bene tutto, basta che si canti? Vediamo che in molte chiese, non ci si cura della qualità di quello che si canta, basta che si canti qualcosa, basta che i fedeli siano “intrattenuti” con qualche tipo di musica, anche se essa è non adeguata all’azione liturgica. Allora, bisogna domandarsi se questo modo di ragionare faccia bene allo scopo dell’azione liturgica oppure no. La mia risposta, lo dico dall’inizio, e che e meglio delle Messe senza musica, piuttosto che liturgie dove la musica disturba. Qui ci riferiamo a Messe nella forma ordinaria del rito romano, nella forma straordinaria c’è certamente più attenzione a questo aspetto.
Se si partecipa alla liturgia per trovare quel senso di adorazione, quel senso del sacro, quell’essere alla presenza del Signore, certamente una musica non adeguata, cantata male, biascicata, trascinata senza nessun gusto, smielata, sentimentalistica, certamente non aiuta a raggiungere quello che è lo scopo fondamentale della liturgia, che come sappiamo è la gloria di Dio in primis e poi la santificazione dei fedeli. Si dovrebbe avere molta attenzione sulla qualità della musica della liturgia. Qui non ne faccio una questione di lingue vernacolari o latino, ne faccio proprio una questione di buon gusto. Alcune volte, i canti che vengono eseguiti, il modo in cui vengono eseguiti, fa veramente distogliere dall’acquisire quel senso di preghiera che si dovrebbe raggiungere, fa piuttosto pensare ad uscire di lì il prima possibile.
A volte mi capita di girare per varie chiese nella mia Roma, e devo dire che in alcune Messe si esce peggio di quello che si è entrati, tanto mediocre è la qualità del canto liturgico. Ricordiamo che il canto liturgico non è un accessorio della liturgia, ma parte integrante. Quindi, se il canto è scadente, incide anche sulla qualità della nostra partecipazione alla liturgia. Ho trovato recentemente una chiesa in cui la Messa viene detta senza nessun canto, tranne quello dell’alleluia; il sacerdote tiene omelie brevi e molto ortodosse e devo dire che questa situazione è di gran lunga preferibile a quella di gran parte delle Messe parrocchiali.
Il problema, è che oramai si è veramente perso lo standard. La gran parte dei sacerdoti, non ha idea di quello che è canto liturgico e di quello che non lo è. Alcuni vagheggiano un ammodernamento dei canti, come se quello che è stato fatto da cinquant’anni a questa parte, con la introduzione fattiva della musica leggera nella liturgia, non avesse già prodotto abbastanza danni. Io credo che sia l’ora di svegliarsi! Le chiese sono vuote, malgrado tutti i cantarelli che si sono diffusi nelle nostre liturgie. Tutto questo non è servito, e non poteva, visto che andava nella direzione contraria a quello che la liturgia esige. Lo scopo della liturgia è stato messo da parte, per una malintesa volontà di “coinvolgere i fedeli“. In realtà, tutto quello che è venuto da questi decenni, non ha fatto che distruggere nei fedeli stessi il senso della liturgia il senso del sacro, il senso dell’adorazione, del silenzio, dell’inginocchiarsi, della devozione. Quindi, quei pochi fedeli che ancora vanno a messa, sono quasi del tutto depauperati della capacità di comprendere cosa è liturgico e cosa non lo è.
Non si canta nella liturgia tanto per cantare. Il canto è un ministero specifico, che ha finalità specifiche, se queste non sono raggiunte per la bassa qualità del canto o della sua esecuzione, meglio il silenzio, meglio non distogliere i fedeli con delle musiche inadeguate o inadeguatamente eseguite.
Ricevendo un dottorato in musica nel 2015, Benedetto XVI faceva, tra l’altro, questa riflessione: “Certo, la musica occidentale supera di molto l’ambito religioso ed ecclesiale. E tuttavia essa trova comunque la sua origine più profonda nella liturgia nell’incontro con Dio. In Bach, per il quale la gloria di Dio rappresenta ultimamente il fine di tutta la musica, questo è del tutto evidente. La risposta grande e pura della musica occidentale si è sviluppata nell’incontro con quel Dio che, nella liturgia, si rende presente a noi in Cristo Gesù. Quella musica, per me, è una dimostrazione della verità del cristianesimo. Laddove si sviluppa una risposta così, è avvenuto un incontro con la verità, con il vero creatore del mondo. Per questo la grande musica sacra è una realtà di rango teologico e di significato permanente per la fede dell’intera cristianità, anche se non è affatto necessario che essa venga eseguita sempre e ovunque. D’altro canto è chiaro però anche che essa non può scomparire dalla liturgia e che la sua presenza può essere un modo del tutto speciale di partecipazione alla celebrazione sacra, al mistero della fede“. Invece oggi, quasi ci si vergogna di questa eredità, la si considera qualcosa da tenere nascosta, per fare spazio alle “esperienze nuove“. Peccato che queste esperienze siano spesso contrarie ai fini stessi della liturgia, non siano per nulla adeguate ad una partecipazione viva e piena alla stessa. Purtroppo, c’è stato un fraintendimento enorme in questo senso. La liturgia è stata abbandonata alle mode, la musica e stata data in mano a degli incompetenti, a persone che hanno forse artatamente fatto in modo che il livello della musica liturgica fosse basso in modo che le loro produzioni avrebbero comunque avuto un posto. Ho molte volte detto, che la lotta contro il professionalismo del musicista di chiesa, non è stata forse fatta in modo innocente. Infatti, un musicista formato, ha una mente molto più critica e quindi “pericolosa“ per coloro che non vogliono avere nessuno tra i piedi a rovinare i “giochi“. In questo modo, senza professionisti tra i piedi, tutto viene accettato. 
La Chiesa poi, ha rinunciato alla sua funzione educatrice. Ricordiamo, come diceva anche il Papa Benedetto XVI in precedenza, che non solo la Chiesa favoriva la produzione di grande musica per la liturgia, grande arte, grande pittura, grande architettura, ma in questo modo era la più grande promotrice della cultura occidentale in toto. Quindi, questa funzione che la Chiesa aveva in precedenza, oggi è stata completamente abbandonata. Si rincorrono mode, senza mai raggiungerle perché queste, per la loro evanescenza, corrono più veloci di noi.

Quindi, ribadisco, in una situazione di emergenza e transizione come quella in cui ci troviamo negli ultimi decenni, è meglio cercare di salvare il salvabile per quello che riguarda la propria anima. Se sia una vera sensibilità liturgica, se si cerca il sacro, se si vuole il senso dell’educazione, allora meglio limitare i danni, cercare liturgie dove non ci sia canto. Certamente, se si è fortunati, e si trova una Messa dove il canto viene ben curato e ben eseguito, si è a cavallo. Ma questa oggi è una vera rarità.

martedì 18 febbraio 2020

Quattro ragioni per riscoprire i Salmi nella liturgia


Forse molti non ci fanno caso, ma si deve sapere che il libro dei Salmi, questa collezione di poesia religiosa ebraica, è al cuore della liturgia cristiana e cattolica. Questo, non è naturalmente un fatto nuovo, ma è così fin dagli inizi della Chiesa, o quasi. E per questo, c’è certamente un motivo, perché i Salmi hanno un valore tutto speciale nel nostro immaginario religioso. Vorrei suggerire quattro motivi di riflessione per farci riscoprire i Salmi nelle nostre liturgie.
  1. I Salmi sono Parola di Dio. Certamente, abbiamo altri libri della Bibbia in cui Dio si parla, ma i salmi hanno un valore tutto speciale. In essi Dio ci consegna un modo con cui possiamo rivolgerci a Lui. Spesso, nelle nostre liturgie moderne, sembra che bisogna soltanto pretendere allegria, spensieratezza, gioia (o presunta tale); ma nei Salmi noi abbiamo tutto l’arco delle emozioni umane, dalla gioia all’angoscia. In essi Dio ci insegna che la vita non è solo gioia, come non è solo angoscia; essi ci parlano con tutto l’arco possibile delle emozioni umane, si rivolgono a quello che Paolo VI chiamava “l’uomo integrale”.
  2. I Salmi elevano le nostre miserie. È vero che i Salmi parlano di tutte le nostre emozioni, comprese le nostre miserie. Ma il linguaggio poetico con cui affrontano queste situazioni, le sublima, le eleva, le rende in un certo senso meno dolorose e più sopportabili. La poesia dei Salmi, è stata oggetto di tantissimi studi, perché essa non è semplicemente poesia fine a se stessa, ma parola che diviene così intensa da penetrare nell’animo di chi ascolta con efficacia maggiore. Nei Salmi le miserie umane sono tutte presente, ma c’è come una mano che le tiene quasi in alto, senza farle sprofondare e noi con loro.
  3. I Salmi ci insegnano a cantare. Non possiamo dimenticare che i Salmi erano cantati. Quando li leggiamo, possiamo vedere che nelle prime righe sono indicati di solito gli autori, gli strumenti con cui potevano venire eseguiti, e addirittura la melodia su cui venivano cantati. I Salmi devono essere cantati, perché il canto non è semplicemente un passatempo, un qualcosa di accessorio; ma è il modo con cui la nostra anima riesce veramente ad elevarsi dalla sua condizione terrena. Ecco perché la situazione del canto nella nostra liturgia ai giorni nostri non è semplicemente triste, ma si configura come una tragedia vera e propria. Questa povertà, questa miseria, ci priva di uno strumento fondamentale per poter dirigere la nostra preghiera nel modo più giusto ed efficace al Creatore. Bisogna riflettere proprio sui Salmi, per riscoprire l’importanza del canto nella liturgia, ma non ogni canto, ma quel canto che è dedicato alle cose di Dio e non è riciclato dalle cose terrene.
  4. I Salmi ci connettono con la Tradizione liturgica. La Chiesa, fin quasi dagli inizi, ha sempre favorito l’uso dei Salmi nella liturgia. Sappiamo che i Salmi furono sempre sulla bocca dei cristiani, fin dai tempi apostolici. Tertulliano, ci parla di questo, come altri autori. Ma quando la Chiesa ha potuto organizzare la propria liturgia in modo più organico, scelse versetti dai Salmi, per arricchire i vari momenti liturgici, come l’introito, il graduale, l’offertorio, la comunione e via dicendo. I Salmi sono un linguaggio liturgico da generazioni fino a connetterci ai nostri padri nella fede. Essi sono un tesoro della nostra Tradizione liturgica. La scomparsa, nella pratica, del canto dei testi contenuti nel messale per le varie antifone di introito e comunione, e per il canto d’offertorio, è veramente un segno della difficile situazione in cui ci troviamo a vivere.

venerdì 14 febbraio 2020

Pio XII e la musica sacra come visione della maestà di Dio

Oggi, in occasione della visita in una bella chiesa romana, mi è capitato di sostare di fronte alla cappella dove fu battezzato l’ultimo Papa romano, Pio XII (1876-1958). Eugenio Pacelli era figlio della Roma più autentica, anche se verrà cresciuto negli ambienti nobiliari che erano consoni al rango della sua famiglia.
Pio XII fu un grande Papa anche per i suoi apporti nel campo liturgico, e anche in quello della musica liturgica, visto che era egli stesso appassionato violinista. Ricordiamo l’enciclica Musicae Sacrae Disciplina del 1955. Sarà utile commentare alcuni passaggi: “A nessuno certamente recherà meraviglia il fatto che la chiesa con tanta vigilanza s'interessi della musica sacra. Non si tratta, infatti, di dettare leggi di carattere estetico o tecnico nei riguardi della nobile disciplina della musica; è intenzione della chiesa, invece, che questa venga difesa da tutto ciò che potrebbe menomarne la dignità, essendo chiamata a prestare servizio in un campo di così grande importanza qual è quello del culto divino”. Ecco, sembra importante che il Pontefice ci ricordi come la cura che abbiamo per la musica sacra non è dovuta ad un vezzo estetico, ma perché essa è connessa con il culto divino, culmine e fonte della vita del cristiano.
“In ciò la musica sacra non ubbidisce a leggi e norme diverse da quelle che regolano ogni arte religiosa, anzi l'arte stessa in generale. Invero non ignoriamo che in questi ultimi anni alcuni artisti, con grave offesa della pietà cristiana, hanno osato introdurre nelle chiese opere prive di qualsiasi ispirazione religiosa e in pieno contrasto anche con le giuste regole dell'arte. Essi cercano di giustificare questo deplorevole modo di agire con argomenti speciosi, che pretendono far derivare dalla natura e dall'indole stessa dell'arte. Vanno, infatti, dicendo che l'ispirazione artistica è libera, che non è lecito sottoporla a leggi e norme estranee all'arte, siano queste morali o religiose, perché in tal modo si verrebbe a ledere gravemente la dignità dell'arte e a ostacolare con vincoli e legami il libero corso dell'azione dell'artista sotto il sacro influsso dell'estro”. Siamo ancora in tempi in cui si opponeva un certo modo di fare musica contemporanea con la musica anche contemporanea ma che sapeva adattarsi alle esigenze della liturgia. Oggi, non c’è neanche questa lotta, in quanto la diatriba è fra musica adatta alla liturgia e musica commerciale, quindi il piano della questione è tutt’altro.
“Con tali argomenti viene sollevata una questione senza dubbio grave e difficile, che riguarda qualsiasi manifestazione d'arte e ogni artista; questione che non può essere risolta con argomenti tratti dall'arte e dall'estetica, ma che invece dev'essere esaminata alla luce del supremo principio del fine ultimo, regola sacra e inviolabile di ogni uomo e di ogni azione umana. L'uomo, infatti, dice ordine al suo fine ultimo - che è Dio - in forza di una legge assoluta e necessaria fondata sulla infinita perfezione della natura divina, in maniera così piena e perfetta che neppure Dio potrebbe esimere qualcuno dall'osservarla. Con questa legge eterna ed immutabile viene stabilito che l'uomo e tutte le sue azioni devono manifestare, a lode e gloria del Creatore, l'infinita perfezione di Dio e imitarla per quanto è possibile. L'uomo, perciò, destinato per natura sua a raggiungere questo fine supremo, nel suo operare deve conformarsi al divino archetipo e orientare in questa direzione tutte le facoltà dell'animo e del corpo, ordinandole rettamente tra loro e debitamente piegandole verso il conseguimento del fine. Pertanto anche l'arte e le opere artistiche devono essere giudicate in base alla loro conformità con il fine ultimo dell'uomo; e l'arte certamente è da annoverarsi fra le più nobili manifestazioni dell'ingegno umano, perché riguarda il modo di esprimere con opere umane l'infinita bellezza di Dio, di cui essa è quasi il riverbero. Per la qual cosa, la nota espressione "l'arte per l'arte" - con cui, messo in disparte quel fine che è insito in ogni creatura, erroneamente si afferma che l'arte non ha altre leggi che quelle che promanano dalla sua natura - o non ha valore alcuno o reca grave offesa a Dio stesso, creatore e fine ultimo. La libertà poi dell'artista - che non è un istinto cieco nell'azione, regolato solo dall'arbitrio o da una certa sete di novità - per il fatto che è soggetta alla legge divina, in nessun modo viene coartata o soffocata, ma piuttosto nobilitata e perfezionata”.  Che belle e nobili parole! La libertà dell’artista non è quella di fare ciò che vuole, ma quella di adeguarsi alla ricerca della vera Bellezza, che è Dio. Non è una libertà suprema quella di poter cercare attraverso la musica Colui che ci ha liberato? La libertà assoluta è in fondo schiavitù, in quanto si poggia sul nulla e ci vincola alle nostre ansie e paure. 
“Ciò, se vale per ogni opera d'arte, è chiaro che deve applicarsi anche nei riguardi dell'arte sacra e religiosa. Anzi l'arte religiosa è ancor più vincolata a Dio e diretta a promuovere la sua lode e la sua gloria, perché non ha altro scopo che quello di aiutare potentemente i fedeli a innalzare piamente la loro mente a Dio, agendo per mezzo delle sue manifestazioni sui sensi della vista e dell'udito. Perciò l'artista senza fede o lontano da Dio con il suo animo e con la sua condotta, in nessuna maniera deve occuparsi di arte religiosa; egli, infatti, non possiede quell'occhio interiore che gli permette di scorgere quanto è richiesto dalla maestà di Dio e dal suo culto. Né si può sperare che le sue opere prive di afflato religioso - anche se rivelano la perizia e una certa abilità esteriore dell'autore - possano mai ispirare quella fede e quella pietà che si addicono alla maestà della casa di Dio; e quindi non saranno mai degne di essere ammesse nel tempio dalla chiesa, che è la custode e l'arbitra della vita religiosa”. La musica sacra, per elevare potentemente i fedeli a Dio, deve scrutare con l’occhio interiore dell’artista, come dice il Pontefice, la maestà di Dio. La musica sacra non è auto compiacimento della comunità, ma ha sempre lo sguardo allo Splendor Paternae Gloriae
“L’artista invece che ha fede profonda e tiene una condotta degna di un cristiano, agendo sotto l'impulso dell'amore di Dio e mettendo le sue doti a servizio della religione, per mezzo dei colori, delle linee e dell'armonia dei suoni farà ogni sforzo per esprimere la sua fede e la sua pietà con tanta perizia, eleganza e soavità, che questo sacro esercizio dell'arte costituirà per lui un atto di culto e di religione, e stimolerà grandemente il popolo a professare la fede e a coltivare la pietà. Tali artisti sono stati e saranno sempre tenuti in onore dalla chiesa; essa aprirà loro le porte dei templi, poiché si compiace del contributo non piccolo che essi con la loro arte e con la loro operosità danno per un più efficace svolgimento del suo ministero apostolico”. Qui il Papa non è stato profeta, anche perchè se fosse vivo oggi potrebbe vedere come la Chiesa ha in realtà chiuso le porte a molti artisti che lavorano nella direzione auggerita da Pio XII mentre sono spesso in onore gli artisti “lontani”, coloro che rappresentano i lati peggiori della contemporaneità.
“Queste leggi dell'arte religiosa vincolano con un legame ancora più stretto e più santo la musica sacra, poiché essa è più vicina al culto divino che le altre arti belle, come l'architettura, la pittura e la scultura; queste cercano di preparare una degna sede ai riti divini, quella invece occupa un posto di primaria importanza nello svolgimento stesso delle cerimonie e dei riti sacri. Per questo la chiesa deve con ogni diligenza provvedere a rimuovere dalla musica sacra, appunto perché questa è l'ancella della sacra liturgia, tutto ciò che disdice al culto divino o impedisce ai fedeli di innalzare la mente a Dio”. Qui possiamo veramente osservare come questa enciclica, che pur contiene concetti sempre validi, è in parte frutto di un tempo e di una mentalità ecclesiale che è stata completamente messa da parte in favore di un accomodamento alla modernità che sta dando i frutti che sono sotto l’occhio di tutti.
“E, infatti, in ciò consiste la dignità e l'eccelsa finalità della musica sacra, che cioè per mezzo delle sue bellissime armonie e della sua magnificenza apporta decoro e ornamento alle voci sia del sacerdote offerente sia del popolo cristiano che loda il sommo Dio eleva i cuori dei fedeli a Dio per una sua intrinseca virtù rende più vive e fervorose le preghiere liturgiche della comunità cristiana, perché Dio uno e trino da tutti possa essere lodato e invocato con più intensità ed efficacia. Per opera della musica sacra, dunque, viene accresciuto l'onore che la chiesa porge a Dio in unione con Cristo suo capo; e viene altresì aumentato il frutto che i fedeli, stimolati dai sacri concenti, percepiscono dalla sacra liturgia e sogliono manifestare con una condotta di vita degnamente cristiana, come dimostra l'esperienza quotidiana e confermano molte testimonianze di scrittori antichi e recenti”. Ecco, se non si ha come meta la gloria di Dio, si toglie anche il fondamento dell’edificazione dei fedeli.

Pio XII, è stato certamente un grandissimo Pontefice, e la sua opera liturgica dovrebbe essere certamente rivalutata. Fu infatti un Papa a cui si prestò attenzione anche durante il Concilio Vaticano secondo, anche se questo oggi sembra essere dimenticato. Richiamare l’importanza della dignità della liturgia, e l’importanza della dignità della musica sacra nel culto, è tema sempre attuale, e rileggere le parole di questo grande Pontefice non può che aiutarci nel cercare di uscire da una situazione che ormai si trascina da troppo tempo.

mercoledì 12 febbraio 2020

Sulla questione del volontariato musicale nella liturgia

Il mio post sulla questione del pagamento dei musicisti di Chiesa, è stato il più visto di tutti i post di questo blog, raggiungendo migliaia di visualizzazioni. Questo mi conferma che il tema trattato è senz’altro un tema che suscita l’interesse negli operatori del settore. Ho letto anche qualche commento sui social, anche se non li ho letti tutti. Purtroppo da parte di alcuni ci sono stati dei commenti scomposti, anche conditi di volgarità che dicono molto sulla persona, anche se purtroppo non contribuiscono nulla al dibattito. Altri, che comunque dissentivano dalla mia posizione, hanno argomentato il loro dissenso in modo civile ed educato, che è ovviamente da me altamente apprezzato. È venuta fuori la questione del volontariato, che un servizio di questo tipo deve essere volontario. Cerchiamo di mettere ordine.
Come qualcuno ha osservato, “servizio“ non è sinonimo di gratuito. Anche i medici svolgono un servizio, l’insegnante, tante categorie svolgono un servizio che però viene giustamente retribuito. Quindi, se pensiamo anche ad altre categorie che hanno a che fare con la Chiesa e il servizio liturgico, come per esempio quella dei sacristi, noi ci aspettiamo che gli stessi vengano retribuiti. C’è poi il discorso che coloro che si scandalizzano perchè si parla di retribuire i musicisti di Chiesa, sono per la maggior parte persone che non hanno studi o una preparazione al ruolo che svolgono nella liturgia (non parlo di diplomi, ma anche di semplici studi). Prendiamo per esempio una persona che si oppone al fatto che si debba pagare per un servizio svolto nella liturgia e immaginiamo che questa persona studi per diventare, che ne so, giornalista. Dopo anni di studi, di sacrifici, di investimenti suoi e della sua famiglia, se le proponessero di svolgere un servizio continuativo anche per un giornale cattolico, del tutto gratuitamente, come la prenderebbe? Perché qui è importante capire che il concetto è lo stesso, cioè che chi si è sacrificato per dotarsi di una preparazione specifica, va poi sostenuto in qualche modo dalla comunità che serve. A me questa sembra una cosa talmente logica, che non bisognerebbe neanche dirla. 
Poi, c’è proprio la questione del volontariato in se stesso. Facciamo chiarezza. Se un medico, decide di dedicare il suo tempo libero per andare a curare dei malati in Africa senza ricevere nessuna ricompensa, è una cosa molto bella, in quel caso si tratta di volontariato qualificato. Cioè, si tratta di un professionista che decide di impiegare il tempo al di fuori del suo lavoro regolare per svolgere quel tipo di servizio. Ma non è lo stesso per quello che riguarda la Chiesa, dove il volontariato è quasi sempre sinonimo di dilettantismo. Quindi, questo va poi incidere sulla qualità del servizio offerto. Sei un insegnante di organo del conservatorio, decide di suonare gratuitamente per la sua parrocchia, io non ho nessun problema. Si tratta di un professionista che decide di offrire gratuitamente un servizio ad una Chiesa che forse non ha i mezzi per poterlo pagare. Ma non stiamo parlando di questo, stiamo parlando di quelle persone che difendono il volontariato per difendere spesso una qualità scadente del servizio offerto, il che non va in favore né della comunità cristiana che si serve che ne della liturgia in cui si opera.

Qui non si tratta di offrire chissà quali stipendi, ma almeno di riconoscere un rimborso spese per quelle persone che si dedicano in modo costante ad offrire un certo servizio. A me faceva un po’ sorridere quando alcune persone, nei commenti, si scusavano del compenso che ricevevano per suonare ai matrimoni o ai funerali dicendo che era soltanto una cifra “simbolica“. A questo siamo arrivati grazie alla pressione del politicamente corretto. Simbolico non è, pure se uno riceve un euro, quello comunque è un compenso. È inutile cercare giustificazioni, visto che il compenso è comunque dovuto. Alcuni lo giustificavano dicendo che in quel caso erano i familiari a pagare, ma in realtà molti molte fonti di introito delle nostre chiese vengono comunque dai fedeli, quindi ogni cosa e in fondo pagata attraverso le donazioni dei cattolici. Io voglio ripetere, che come è giusto sostenere i sacerdoti, i custodi delle chiese, i sacrestani, quelli che portano i fiori per adornare gli altari, coloro che si occupano di mantenere in ordine l’impianto elettrico, quelli che ti vendono i libri liturgici e via dicendo, è giusto sostenere anche chi ha sacrificato anni della propria vita per ben prepararsi a questo compito. Perché non ci scandalizza se il sacerdote che celebra la Messa, riceve una somma di denaro chiamata “applicazione“? Perché non ci si scandalizza quando si sa che le suore che vendono le ostie che poi saranno consacrate ricevano comunque un pagamento per il loro lavoro? Perché non ci si scandalizza quando si sa che coloro che vendono le suppellettili liturgiche vengano pagati, a volte anche cifre molto alte? E così quelli che vendono gli abiti liturgici? Ma infatti non ci si dovrebbe scandalizzare, perché il pagare il lavoro altrui è del tutto giusto e del tutto in linea con la dottrina sociale della Chiesa e con il Vangelo. Purtroppo, per molti è assai semplice fare i buoni con i problemi degli altri, questo è un problema che non riguarda solo la Chiesa ma tutta la nostra società. Comunque, importante è cercare di mantenere sempre la barra dritta.