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martedì 27 aprile 2021

mercoledì 1 aprile 2020

Ripensare il segno di pace

Devo ammettere che io ho sempre avuto qualche problema con il modo in cui viene concepito nella Messa lo scambio della pace. A mio avviso, specialmente negli ultimi decenni, questo gesto ha perduto il suo significato originario, divenendo quasi un segno di cortesia sociale. In questo tempo, in cui siamo chiamati al distanziamento sociale, forse ripensare a questo gesto non sarà poi tanto male. In effetti, prima che si sospendessero le messe, una delle restrizioni riguardava proprio quella dello scambio della pace. L’ultima domenica prima della sospensione delle Messe, sono andato ad adempiere al precetto festivo in una parrocchia vicino alla mia abitazione. C’era già pochissima gente, per la gran parte persone anziane, che spesso tossivano senza neanche coprire la bocca. Immagino, che scambiarci il segno della pace in quelle condizioni non era molto prudente sia per me ma anche per loro, perché abbiamo imparato a diffidare delle persone che possono essere apparentemente sane ma in realtà sono portatori del virus.  Ora, non dico che la liturgia debba essere regolata basandosi sul virus, ma credo che questa esperienza possa farci veramente riflettere se alcuni gesti introdotti di recente siano stati veramente recepita in modo giusto o no. Credo che uno dei simboli di questo sia senz’altro lo scambio della pace. Spesso questo gesto enfatizza una dimensione sociale della Messa a scapito di quella più spirituale. Ci sono persone che fanno il giro di tutta la Chiesa, che sembrano non aspettare altro. Prescindendo dal virus, credo questo sia veramente fuori luogo. Oggi, per via di questo evento tragico che stiamo vivendo, abbiamo ancora di più la consapevolezza di come certi atteggiamenti possono aiutare a diffondere malattie e affezioni varie. Direte che siamo oramai ossessionati da quello che stiamo vivendo, e certamente non sarebbe un’osservazione sbagliata. La congregazione per il culto divino approvato un poco di anni fa a regolare questo momento della Messa, ma come per molte altre cose, queste poi non arrivano veramente ai fedeli. Credo di non aver mai ascoltato un sacerdote avvertire i fedeli che non dovevano girare per tutta la chiesa per scambiare il segno di pace ma soltanto limitarsi alle persone a loro vicine. Io ho sempre prediletto il modo cinese di espletare questo momento liturgico, inchinandosi alle persone e al sacerdote senza contatto fisico. Questo limita le esagerazioni ed è ugualmente molto dignitoso.

venerdì 20 marzo 2020

Liturgia al tempo del coronavirus

Tutti possiamo seguire i tanti dibattiti e le tante polemiche che si succedono in questi giorni, il cui unico tema di discussione, e con ragione, è la pandemia di coronavirus che stiamo vivendo. Non si parla d’altro, la gente non vuole parlare o sentire altro. Ripeto, non ci sorprende una cisa del genere, visto che questo evento segnerà anche la nostra vita nel futuro, come una guerra o una calamità naturale. Arrriverà un momento in cui dovremmo per forza fare i conti con questi eventi e cercare di capire se ci insegnano qualcosa. Uno dei temi è quello della partecipazione impedita alla liturgia, per evitare assembramenti di persone e favorire la diffusione della malattia. Pensando poi che lo spettro demografico di coloro che frequentano la chiesa ai nostri tempi tende verso l’età più matura.
La Messa è l’atto più grande della nostra fede. Nella Mediator Dei, Pio XII sanciva: “Il dovere fondamentale dell'uomo è certamente quello di orientare verso Dio se stesso e la propria vita. «A Lui, difatti, dobbiamo principalmente unirci, e indefettibile principio, al quale deve anche costantemente rivolgersi la nostra scelta come ad ultimo fine, che perdiamo peccando anche per negligenza e che dobbiamo riconquistare per la fede credendo in Lui» (San Tommaso, Summa Theol., 2.a 2.æ, q. 81, a. 1). Ora, l'uomo si volge ordinatamente a Dio quando ne riconosce la suprema maestà e il supremo magistero, quando accetta con sottomissione le verità divinamente rivelate, quando ne osserva religiosamente le leggi, quando fa convergere verso di Lui tutta la sua attività, quando per dirla in breve presta, mediante le virtù della religione, il debito culto all'unico e vero Dio. Questo è un dovere che obbliga prima di tutto gli uomini singolarmente, ma è anche un dovere collettivo di tutta la comunità umana ordinata con reciproci vincoli sociali, perché anch'essa dipende dalla somma autorità di Dio. Si noti, poi, che questo è un particolare dovere degli uomini, in quanto Dio li ha elevati all'ordine soprannaturale. Così se consideriamo Dio come autore dell'antica Legge, lo vediamo proclamare anche precetti rituali e determinare accuratamente le norme che il popolo deve osservare nel rendergli il legittimo culto. Stabilì, quindi, vari sacrifici e designò varie cerimonie con le quali dovevano compiersi; e determinò chiaramente ciò che si riferiva all'Arca dell'Alleanza, al Tempio ed ai giorni festivi; designò la tribù sacerdotale e il sommo sacerdote, indicò e descrisse le vesti da usarsi dai sacri ministri e quanto altro mai aveva relazione col culto divino (cfr. Levitico). Questo culto, del resto, non era altro che l'ombra (Heb. 10, 1) di quello che il Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento avrebbe reso al Padre Celeste”. Insomma, la liturgia non è qualcosa di accessorio, ma un dovere preciso del cristiano. Certo, ci sono anche le esigenze di salvaguardare vite umane, non esporli a possibili pericoli. Ecco che trovare un equilibrio in questa situazione diviene estremamente difficile e penoso.
Mons. Giampaolo Crepaldi, in un documento recente, ha osservato: “Il bene comune è di natura morale e, come abbiamo detto sopra, questa crisi dovrebbe indurre alla riscoperta di questa dimensione, ma la morale non vive di vita propria, dato che è incapace di fondarsi ultimamente. Qui si pone il problema della relazione essenziale che la vita politica ha con la religione, quella che meglio garantisce anche la verità della vita politica. L’autorità politica indebolisce la lotta contro il male, come accade anche con l’epidemia in corso, quando equipara le Sante Messe alle iniziative ludiche, pensando che debbano essere sospese, magari anche prima di sospendere altre forme aggregative senz’altro meno importanti. Anche la Chiesa può sbagliare quando non fa valere, per lo stesso autentico e completo bene comune, l’esigenza pubblica delle Sante Messe e dell’apertura delle chiese. La Chiesa dà il suo contributo alla lotta contro l’epidemia nelle varie forme di assistenza, aiuto e solidarietà che essa sa realizzare, come ha sempre fatto in casi simili in passato. È il caso, però, di mantenere alta l’attenzione alla dimensione religiosa del suo apporto, affinché non sia considerata una semplice espressione della società civile. Per questo assume un valore particolare quanto affermato da Papa Francesco che ha pregato lo Spirito Santo di dare “ai pastori la capacità e il discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lascino da solo il santo popolo fedele di Dio. Che il popolo di Dio si senta accompagnato dai pastori e dal conforto della Parola di Dio, dei sacramenti e della preghiera”, naturalmente con il buon senso e la prudenza che la situazione richiede“. Ecco, in queste osservazioni del prelato mi sembra ci siano spunti da tenere presenti, in quanto quello che ci accade oggi non è che uno specchio di un cammino su cui la Chiesa si è oramai incamminata da decenni, in cui io soprannaturale è stato a bella posta “naturalizzato”, rendendo possibile concepire la santa Messa come un’attività tra le altre. E non dimentichiamo che anche lo stile di tante celebrazioni dei tempi nostri ci richiama a questo desiderio di quotidianeità liturgica, che rende agli occhi di tanti la liturgia un incontro fra gli altri, senza quel carattere soprannaturale che dovrebbe esserne al cuore. 

Come vivere la liturgia al tempo del coronavirus? Deus non alligatur sacramentis, ci dice la tradizione teologica cattolica, Dio può agire ed agisce anche al di fuori di una regolare vita sacramentale. Noto che in questi tempi, specialmente sui social, c’è un continuo organizzare la recita del rosario, la via crucis, novene....insomma tutte quelle forme di preghiera che tanti nella Chiesa stessa hanno vituperato perché appartenenti ad un passato che molti vivono quasi con vergogna, come se non ci dovesse più appartenere.

venerdì 6 marzo 2020

Le prove di canto prima della Messa

A volte non è semplice far partecipare le persone che attendono la Messa alle parti che a loro competono. Perché è importante ripetere, che non è necessario che il popolo canti tutto, questo non si trova in nessun documento, non è utile, pratico, non è probabilmente anche appropriato. I documenti del Concilio dicono chiaramente che ognuno deve partecipare suo modo, non tutti devono fare tutto, il partecipazionismo non è consono alla natura della liturgia cattolica.
Qual è il modo per far partecipare le persone al canto? Uno dei più pratici è fare una prova di canto con le persone prima della Messa. Ora, questo metodo ha certamente delle controindicazioni. E, la prima che viene alla mente è certamente riferita al fatto che molto spesso le persone arrivano a Messa non un minuto prima dell’inizio, ma 10 minuti dopo. Quindi, per alcuni potrebbe essere non pratico. Ma, se questa diviene una consuetudine, potrebbe forse cambiare le abitudini di qualcuno. Anche perché, lo dico ancora una volta, il cantare a Messa non è un obbligo, se qualcuno proprio non si sente di cantare lo si lasci in pace. Non bisogna far divenire l’esigenza di cantare un qualcosa che deve costringere persone che non sono educate a cantare in nessun contesto, quindi trovano difficile cambiare il proprio atteggiamento per un’ora a settimana. Poi, c’è da dire che il canto dei fedeli deve riguardare soltanto alcune parti del programma musicale della liturgia, deve esserci spazio per il coro, il solista in alcune parti, l’organo. Insomma, se non si pretende l’impossibile, riuscire a far partecipare le persone nei momenti allora appropriati è possibile, sempre limitatamente a coloro che vogliono cantare.
Quello che io vedo, e che spesso queste prove vengono fatte in modo sbagliato. Per alcuni, la prova significa far cantare al coro alcuni canti ma senza nessuna interazione con l’assemblea. L’assemblea semplicemente ascolta e certamente non si unirà mai al canto se non viene specificamente invitata. Io credo che la cosa più importante in questo caso, è creare un “rapporto“ con coloro che siedono sui banchi. Ho visto io stesso, che quando ci si rivolge direttamente a loro facendo capire che siamo veramente interessati alla loro partecipazione, sempre con educazione e gusto, qualcuno in più si fa coraggio e unisce la propria voce a quella del coro. Se non li si interpella direttamente, non ci sono santi, loro spontaneamente non si uniranno al canto. Specialmente nel nostro paese, le persone non sono educate a cantare in coro, sembra strano dirlo, ma certamente la nostra tradizione di cantare in coro e molto meno sviluppata rispetto al canto solistico. Nei paesi come l’America, Inghilterra, i paesi nordici, certamente c’è una tradizione corale molto più sviluppata. Quindi, è meno difficile coinvolgere le persone nel canto. Quindi, quando si fanno le prove prima della Messa, bisogna relazionarsi prima di tutto ai fedeli che sono presenti, bisogna fargli capire che quei 5 o 10 minuti sono dedicati proprio a loro per cercare di coinvolgerli nelle parti della Messa a loro appropriate.
Poi, come ho detto in precedenza, si deve essere realisti. Se si pensa che l’intero programma musicale possa essere sostenuto dal canto dell’assemblea, sì è veramente fuori dal mondo. Ripetendo gli stessi canti ogni domenica, si appiattisce la ricchezza delle liturgie particolari, si riduce tutto ad una vaga e astratta liturgia, che non serve certamente quell’assemblea che si crede di servire. Detto questo, bisogna ribadire che l’assemblea deve partecipare ad alcuni ritornelli, acclamazioni, risposte; non deve fare tutto. Con la scusa di coinvolgere l’assemblea, ho visto chiese dove gli stessi canti vengono ripetuti non da una Messa all’altra, ma addirittura nei decenni. Gli stessi identici canti cantati tutte le domeniche per 20 o 30 anni (parlo di questo perché posso testimoniarlo personalmente avendolo visto in una importante basilica romana). Non parlo naturalmente di quei canti che per la loro natura hanno una veste musicale più o meno univoca, prendiamo per esempio il padre nostro, solitamente offerto nella versione di tipo “gregoriana“. In questo caso è comprensibile. Ma ci sono chiese in cui una sola melodia per il salmo responsoriale viene praticamente adattata a tutti i salmi per tutto l’anno liturgico. Questo è un grave errore.

Insomma, si stabilisca una connessione con l’assemblea, cercando di coinvolgerli personalmente al canto, magari facendo ripetere certe cose quando si percepisce che la partecipazione non è stata poi così generosa, e soprattutto non pretendere l’impossibile. Se l’assemblea può unirsi in alcuni ritornelli o in alcune acclamazioni, già la loro partecipazione al canto è assicurata. Io ho l’esperienza in questo senso quando vivevo in Asia. Nelle Messe in cui avevo la responsabilità della musica liturgica, pretendevo che fossero cantate le antifone tratte dal messale per l’introito e la comunione, quindi ogni domenica i testi cambiavano. Allora, c’erano alcune versioni di queste antifone (o le componevo io) in lingua inglese, ed erano abbastanza semplici. Prima della Messa, le facevo cantare al coro per farle imparare all’assemblea. Non pretendevo che tutti cantassero, tanto questo non succede in ogni caso. Ma c’erano quelli che si univano volentieri al canto, e questo era anche un canto veramente liturgico perché si cantavano i testi della Messa. Come viene spesso detto non bisogna cantare durante la Messa, ma bisogna cantare la Messa. Certo, questo richiede un certo impegno da parte della Chiesa stessa e da parte dei musicisti che hanno l’incarico di fare queste cose. Ecco perché non si può affidare tutto al primo che sa suonare il giro di Do. Ma questo è stato già detto troppe volte.

lunedì 2 marzo 2020

Canti allegri e canti tristi

Ho un’esperienza che va molto indietro nel tempo per quanto riguarda il servizio liturgico e musicale nelle chiese, specialmente a Roma. Da quando ero adolescente, quindi molti anni fa, mi capitava di suonare, dirigere, cantare, comporre musica per moltissime chiese nella mia Roma. Io, per età, sono stato naturalmente attivo in questi anni del dopo concilio, quindi ne ho subito tutte le conseguenze. Una delle cose che mi ha sempre colpito, era la richiesta di fare dei canti “allegri“. Ora, questa richiesta, anche in tempi in cui magari ero meno preparato in questi argomenti, mi faceva sempre pensare. Perchè bisogna fare i canti allegri? Dopo, con un po’ con più di riflessione e di studio, ho capito che questa richiesta era soltanto il frutto di una cattiva comprensione del ruolo della musica nella liturgia. In effetti, bisognerebbe capire che non usiamo la musica nella liturgia come intrattenimento. Se fosse così, allora fare dei canti allegri sarebbe giusto. Ma sarebbe giusto solo per un certo tipo di intrattenimento, per esempio per il cabaret. Ma non possiamo ridurre la liturgia a cabaret. Ricordo alcuni decenni fa, dovevo suonare a un funerale in una bellissima chiesa del centro di Roma, e il celebrante, oggi prelato noto a livello internazionale, mi raccomandò di suonare delle cose allegre perché la gente era già triste di suo. Anche in quel tempo, in cui, ripeto, ero certamente meno formato, questa richiesta mi parve assurda, proprio perché capivo che in questo modo veniva tradito il compito specifico della musica nella liturgia.
La musica nella liturgia, non deve essere né triste, né allegra, ma austera. Questo, perché deve adeguarsi alla sacralità dell’azione che si va compiendo in quel momento. Quindi, quando si parla della musica liturgica e si dice che bisogna fare dei canti allegri, si sta solo cercando di fare dell’intrattenimento. Questo è un tradimento profondo dello spirito della liturgia stessa, perché ricordiamo che musica e liturgia sono intimamente connesse.
Il noto scrittore Camillo Langone, recensendo un mio volume sul canto liturgico nel 2013, ebbe a dire: “Santa Cecilia, prega per Aurelio Porfiri che essendo un musicista romano fedele a Santa Romana Chiesa vive e lavora a Macao. Nel “Canto dei secoli” (Marcianum Press) scrive ovviamente di musica sacra ma presenta criteri validi per giudicare la cattolicità di ogni altro linguaggio artistico, pittura e architettura comprese. La chiesa, dice Porfiri, dev’essere contenuto e non contenitore: ad esempio, l’organo è il suono della chiesa-contenuto (essendo intrinseco al sacro), la chitarra della chiesa-contenitore (essendo intrinseca alla musica profana e gettata nella liturgia dall’esterno). Ma la pagina che preferisco è la numero 80, laddove l’oggettività si fa anche soggettività, anche gusto. Porfiri è contrario a una musica liturgica che dia sempre e comunque una “rappresentazione della vita come gioia”. Anche a me, in chiesa, la musica gioiosa rende nervoso. Santa Cecilia, prega per noi poco amati amanti della musica liturgica austera, severa, perfino triste, noi che in chiesa cerchiamo ragione del dolore perché le ragioni del piacere si trovano dappertutto“. Ho sempre trovato questa ultima frase è molto bella, non tanto perché detta in riferimento al mio libro, ma perché penso che dica una profonda verità: ridurre la musica liturgica soltanto a espressione di una vaga idea di “”gioia”, è veramente tradirne lo scopo, e non comprendere l’uomo nella sua totalità, che è anche gioia, ma non solo. Oltretutto, come detto in precedenza, la musica nella liturgia non è espressione di alcune identità particolari, come quelle di coloro che partecipano; ma è sforzo di santificazione che guarda sempre allo splendore di Dio. Chi cerca l’intrattenimento nella liturgia, il divertimento, la musica per poter battere i piedi, ha completamente frainteso la funzione del rito liturgico nella nostra vita cristiana. Questo fraintendimento, purtroppo, non è un fenomeno isolato; anche al di fuori della musica, molti sacerdoti si comportano da intrattenitori, riempendo la Messa di discorsi che la stessa non richiederebbe. Molti sacerdoti dicono che le loro “monizioni“, servirebbero per rendere più chiaro lo svolgimento della liturgia ai fedeli. Ma, io mi chiedo, se dopo più di cinquant’anni devi ancora spiegare la liturgia ai fedeli, allora non è vero che la riforma liturgica ha reso la stessa più comprensibile. Se ci devi dire al momento del Padre nostro, che “stiamo per pregare il Padre nostro”, sembra che non sei convinto neanche tu di questa riforma liturgica, e non saresti il solo.

Insomma, non bisogna cadere nell’errore di far divenire la liturgia un intrattenimento, e quindi favorire una musica cosiddetta allegra, perché forse si passerà una buona ora in compagnia di alcuni amici cantando delle canzoni che si trovano piacevoli, perché in questo modo si sarà completamente mancato lo scopo ed il motivo per cui si era in quel luogo.