Riflessioni su Musica, Chiesa cattolica e temi che stanno a cuore a coloro che stanno dalla parte sbagliata della storia.
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domenica 6 giugno 2021
L’opinione. L’ermeneutica del Concilio Vaticano II
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Aurelio Porfiri è compositore, direttore di coro, scrittore, commentatore ed educatore. Vive a Roma.
sabato 7 marzo 2020
Polifonia e canto dell’assemblea
Quando si pongono delle questioni come fossero contrapposizioni, si rischia di non riuscire mai a trovare una soluzione. Questo è certamente quello che è accaduto, devo dire specialmente da parte di molti liturgisti, quando si è voluto mettere il repertorio polifonico tradizionale della Chiesa cattolica contro il canto dell’assemblea. Cioè, veniva (e viene) detto, che le grandi composizioni polifoniche del passato ma anche del presente, così come il canto gregoriano (che polifonico non è) impedirebbero la partecipazione dell’assemblea. Tutto questo viene invocato “in nome del Concilio”.
Eppure lo stesso Concilio, nella costituzione Sacrosanctum Concilium, dice qualcosa di molto diverso: “La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d'inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell'arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura, sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all'azione liturgica, sia dando alla preghiera un'espressione più soave e favorendo l'unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri. La Chiesa poi approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, purché dotate delle qualità necessarie. Perciò il sacro Concilio, conservando le norme e le prescrizioni della disciplina e della tradizione ecclesiastica e considerando il fine della musica sacra, che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli, stabilisce quanto segue. L'azione liturgica riveste una forma più nobile quando i divini uffici sono celebrati solennemente con il canto, con i sacri ministri e la partecipazione attiva del popolo. Quanto all'uso della lingua, si osservi l'art. 36; per la messa l'art. 54; per i sacramenti l'art. 63; per l'ufficio divino l'art. 101. Si conservi e si incrementi con grande cura il patrimonio della musica sacra. Si promuovano con impegno le « scholae cantorum » in specie presso le chiese cattedrali. I vescovi e gli altri pastori d'anime curino diligentemente che in ogni azione sacra celebrata con il canto tutta l'assemblea dei fedeli possa partecipare attivamente, a norma degli articoli 28 e 30. Si curi molto la formazione e la pratica musicale nei seminari, nei noviziati dei religiosi e delle religiose e negli studentati, come pure negli altri istituti e scuole cattoliche. Per raggiungere questa formazione si abbia cura di preparare i maestri destinati all'insegnamento della musica sacra. Si raccomanda, inoltre, dove è possibile, l'erezione di istituti superiori di musica sacra. Ai musicisti, ai cantori e in primo luogo ai fanciulli si dia anche una vera formazione liturgica. La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell'azione liturgica, a norma dell'art. 30”. Sarò io, ma me sembra che questi documenti dicano tutt’altro. A proposito del canto gregoriano viene anche detto: “Si conduca a termine l'edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un'edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di S. Pio X. Conviene inoltre che si prepari un'edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese più piccole”. Cioè si chiede di curare ancora di più i libri liturgici che riguardano il canto gregoriano.
Ovviamente, quando si ha un approccio ideologico, è molto difficile ragionare su qualunque cosa. Per alcuni liturgisti, sembra che il vero scopo non sia la partecipazione del popolo, ma eliminare tutta quella grande tradizione musicale e artistica della Chiesa cattolica, per dei motivi che è veramente difficile comprendere (o forse no) da fastidio. In realtà, il loro è un concetto sbagliato di partecipazione. La partecipazione, come ci insegna la buona pedagogia della liturgia, è anche interna. Cioè, anche ascoltare è partecipare, come chiunque dotato di ragione può comprendere. L’ascolto di un brano liturgico appropriato, anche se eseguito dal coro, ci aiuta ad elevarci al mistero divino. In fondo, quando le persone vanno a un concerto, anche se non stanno suonando quelle composizioni, partecipano con il loro ascolto. Quindi, l’accusa che viene spesso lanciata ai cori, che la liturgia “non è un concerto”, è veramente fuori luogo. Fuori luogo, perché anche in un concerto si partecipa, ognuno a modo suo. Ma, naturalmente, come detto in precedenza, quando c’è un approccio ideologico non si può ragionare. In realtà, in alcuni casi è anche possibile unire la partecipazione dell’assemblea con il canto del coro. Penso per esempio all’esperienza delle messe alternate, quando ci sono delle messe gregoriane in cui si alterna il canto del popolo e la polifonia. Ma anche in quel caso c’è un problema per alcuni liturgisti, perché sono in latino, l’esecrabile latino. Allora, immaginiamo un direttore di coro veramente di buona volontà, che cerca di accontentare l’incontentabile parroco. Allora eseguirà una messa in italiano dove ad alcune parti polifoniche si alterna l’assemblea; ma anche in quel caso non va bene! Perché “il coro non deve esibirsi, deve solo cantare con l’assemblea“ (cioè rinnegare se stesso). Insomma, non ne va mai bene una. E non di rado capita che questi sacerdoti sono poi quelli che infarciscono la liturgia di discorsi di tutti tipi e di tutte le fogge. Il coro non si deve esibire, ma per loro si può fare una ben consolidata eccezione! Insomma, qui non si tratta di essere a favore o contro il Concilio, si tratta di essere a favore o contro delle persone che agiscono solo guidate da una malsana ideologia.
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Aurelio Porfiri è compositore, direttore di coro, scrittore, commentatore ed educatore. Vive a Roma.
giovedì 20 febbraio 2020
Cantare comunque a Messa? Una obiezione
Abbiamo già incontrato il beato Giuseppe Allamano (1851-1926) che diceva: “La liturgia ben fatta ha operato conversioni; se mal fatta le impedisce“. In effetti, qui il quesito è: a Messa va bene tutto, basta che si canti? Vediamo che in molte chiese, non ci si cura della qualità di quello che si canta, basta che si canti qualcosa, basta che i fedeli siano “intrattenuti” con qualche tipo di musica, anche se essa è non adeguata all’azione liturgica. Allora, bisogna domandarsi se questo modo di ragionare faccia bene allo scopo dell’azione liturgica oppure no. La mia risposta, lo dico dall’inizio, e che e meglio delle Messe senza musica, piuttosto che liturgie dove la musica disturba. Qui ci riferiamo a Messe nella forma ordinaria del rito romano, nella forma straordinaria c’è certamente più attenzione a questo aspetto.
Se si partecipa alla liturgia per trovare quel senso di adorazione, quel senso del sacro, quell’essere alla presenza del Signore, certamente una musica non adeguata, cantata male, biascicata, trascinata senza nessun gusto, smielata, sentimentalistica, certamente non aiuta a raggiungere quello che è lo scopo fondamentale della liturgia, che come sappiamo è la gloria di Dio in primis e poi la santificazione dei fedeli. Si dovrebbe avere molta attenzione sulla qualità della musica della liturgia. Qui non ne faccio una questione di lingue vernacolari o latino, ne faccio proprio una questione di buon gusto. Alcune volte, i canti che vengono eseguiti, il modo in cui vengono eseguiti, fa veramente distogliere dall’acquisire quel senso di preghiera che si dovrebbe raggiungere, fa piuttosto pensare ad uscire di lì il prima possibile.
A volte mi capita di girare per varie chiese nella mia Roma, e devo dire che in alcune Messe si esce peggio di quello che si è entrati, tanto mediocre è la qualità del canto liturgico. Ricordiamo che il canto liturgico non è un accessorio della liturgia, ma parte integrante. Quindi, se il canto è scadente, incide anche sulla qualità della nostra partecipazione alla liturgia. Ho trovato recentemente una chiesa in cui la Messa viene detta senza nessun canto, tranne quello dell’alleluia; il sacerdote tiene omelie brevi e molto ortodosse e devo dire che questa situazione è di gran lunga preferibile a quella di gran parte delle Messe parrocchiali.
Il problema, è che oramai si è veramente perso lo standard. La gran parte dei sacerdoti, non ha idea di quello che è canto liturgico e di quello che non lo è. Alcuni vagheggiano un ammodernamento dei canti, come se quello che è stato fatto da cinquant’anni a questa parte, con la introduzione fattiva della musica leggera nella liturgia, non avesse già prodotto abbastanza danni. Io credo che sia l’ora di svegliarsi! Le chiese sono vuote, malgrado tutti i cantarelli che si sono diffusi nelle nostre liturgie. Tutto questo non è servito, e non poteva, visto che andava nella direzione contraria a quello che la liturgia esige. Lo scopo della liturgia è stato messo da parte, per una malintesa volontà di “coinvolgere i fedeli“. In realtà, tutto quello che è venuto da questi decenni, non ha fatto che distruggere nei fedeli stessi il senso della liturgia il senso del sacro, il senso dell’adorazione, del silenzio, dell’inginocchiarsi, della devozione. Quindi, quei pochi fedeli che ancora vanno a messa, sono quasi del tutto depauperati della capacità di comprendere cosa è liturgico e cosa non lo è.
Non si canta nella liturgia tanto per cantare. Il canto è un ministero specifico, che ha finalità specifiche, se queste non sono raggiunte per la bassa qualità del canto o della sua esecuzione, meglio il silenzio, meglio non distogliere i fedeli con delle musiche inadeguate o inadeguatamente eseguite.
Ricevendo un dottorato in musica nel 2015, Benedetto XVI faceva, tra l’altro, questa riflessione: “Certo, la musica occidentale supera di molto l’ambito religioso ed ecclesiale. E tuttavia essa trova comunque la sua origine più profonda nella liturgia nell’incontro con Dio. In Bach, per il quale la gloria di Dio rappresenta ultimamente il fine di tutta la musica, questo è del tutto evidente. La risposta grande e pura della musica occidentale si è sviluppata nell’incontro con quel Dio che, nella liturgia, si rende presente a noi in Cristo Gesù. Quella musica, per me, è una dimostrazione della verità del cristianesimo. Laddove si sviluppa una risposta così, è avvenuto un incontro con la verità, con il vero creatore del mondo. Per questo la grande musica sacra è una realtà di rango teologico e di significato permanente per la fede dell’intera cristianità, anche se non è affatto necessario che essa venga eseguita sempre e ovunque. D’altro canto è chiaro però anche che essa non può scomparire dalla liturgia e che la sua presenza può essere un modo del tutto speciale di partecipazione alla celebrazione sacra, al mistero della fede“. Invece oggi, quasi ci si vergogna di questa eredità, la si considera qualcosa da tenere nascosta, per fare spazio alle “esperienze nuove“. Peccato che queste esperienze siano spesso contrarie ai fini stessi della liturgia, non siano per nulla adeguate ad una partecipazione viva e piena alla stessa. Purtroppo, c’è stato un fraintendimento enorme in questo senso. La liturgia è stata abbandonata alle mode, la musica e stata data in mano a degli incompetenti, a persone che hanno forse artatamente fatto in modo che il livello della musica liturgica fosse basso in modo che le loro produzioni avrebbero comunque avuto un posto. Ho molte volte detto, che la lotta contro il professionalismo del musicista di chiesa, non è stata forse fatta in modo innocente. Infatti, un musicista formato, ha una mente molto più critica e quindi “pericolosa“ per coloro che non vogliono avere nessuno tra i piedi a rovinare i “giochi“. In questo modo, senza professionisti tra i piedi, tutto viene accettato.
La Chiesa poi, ha rinunciato alla sua funzione educatrice. Ricordiamo, come diceva anche il Papa Benedetto XVI in precedenza, che non solo la Chiesa favoriva la produzione di grande musica per la liturgia, grande arte, grande pittura, grande architettura, ma in questo modo era la più grande promotrice della cultura occidentale in toto. Quindi, questa funzione che la Chiesa aveva in precedenza, oggi è stata completamente abbandonata. Si rincorrono mode, senza mai raggiungerle perché queste, per la loro evanescenza, corrono più veloci di noi.
Quindi, ribadisco, in una situazione di emergenza e transizione come quella in cui ci troviamo negli ultimi decenni, è meglio cercare di salvare il salvabile per quello che riguarda la propria anima. Se sia una vera sensibilità liturgica, se si cerca il sacro, se si vuole il senso dell’educazione, allora meglio limitare i danni, cercare liturgie dove non ci sia canto. Certamente, se si è fortunati, e si trova una Messa dove il canto viene ben curato e ben eseguito, si è a cavallo. Ma questa oggi è una vera rarità.
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lunedì 17 febbraio 2020
Il cardinal Burke, le due Chiese e il significato della tolleranza
I fatti, probabilmente già li conoscete. Riassumo: al cardinale Raymond Leo Burke è stato impedito di celebrare della messa in rito antico durante una sua visita in Puglia. Andrea Zambrano su La Nuova Bussola Quotidiana informa: “È un segnale inquietante quello che ci offrono le cronache brindisine di queste ore e che riguarda il cardinal Leo Burke, che è stato gentilmente messo alla porta con quel fare così sordido e umiliante di cui solo il clericalismo dominante è capace. «Il cardinale conservatore non è gradito dai sacerdoti», titolava ieri il Quotidiano di Puglia. Catenaccio: Annullata la messa fissata in Cattedrale dell’alto prelato americano. I parroci avrebbero espresso imbarazzo dopo la posizione contro Papa Francesco. Per inciso: quale sarebbe la posizione contro Papa Francesco espressa da Burke? Ormai non sa più come dirlo neanche lui, tra la commozione e il tremore, che tutto quello che fa, dice e offre per la Chiesa è proprio in ossequio e rispetto prima di tutto al Papa, perché la verità comporta anche il dire le cose chiaramente. Ma per certi scrivani di provincia, imbeccati a scrivere castronerie da solerti preti del dialogo, questi concetti sono arabo. Dunque, che cosa c’è di vero nella tesi dell’articolo? Molto, ma non tutto. Alcune informazioni non sono state dette, forse perché il giornalista si è affidato soltanto ad un’unica fonte, sicuramente di curia, che lo ha “armato”. Sicuramente è vero che Burke non era gradito in diocesi di Brindisi, precisamente ad Ostuni dove ieri avrebbe dovuto celebrare una Messa in forma straordinaria nella concattedrale cittadina. Ma non da tutto il consiglio presbiterale, bensì a quei, al massimo due o tre, sacerdoti che sono sempre in grado, partendo da una posizione di minoranza, di accendere il cerino e far divampare l’incendio”. È proprio così, e questo lo sappiamo dai tempi del Concilio, come dall’analisi acuta del Professor Roberto de Mattei.
Nel suo libro sul Concilio, egli fa notare come nell’assise ecumenica in realtà il confronto non fu fra una schiacciante maggioranza a favore delle riforme e una minoranza tradizionalista, ma fra due minoranze che si contendevano il favore della vera maggioranza che era in fondo sballottata fra i due schieramenti. E così è oggi per noi. Il fronte progressista, se andiamo a vedere nei suoi attori principali, è minoritario come quello tradizionalista, ma molto più abile nel manipolare l’opinione pubblica e nell’uso dei mezzi di comunicazione. Se vediamo questo caso pugliese, sembra che il cardinale americano sia stato respinto da un fronte compatto di sacerdoti, ma in realtà sembra che non sia stata questa la situazione. Poi, pensate a una situazione inversa, pensate se un cardinale giudicato progressista, come per esempio il cardinale Walter Kasper, fosse respinto in qualche diocesi, pensate la grancassa dei media come avrebbe colpevolizzato i tradizionalisti, accusandoli di intolleranza, di faziosità, di violenza...
Come dice Aldo Maria Valli nel suo libro appena uscito, “Le due Chiese”, oggi nella Chiesa ci sono due anime anime, che sembrano inconciliabili. È una situazione di divisione, alcuni dicono di scisma di fatto. Certamente il libro di Valli, che prende le mosse dal sinodo sull’Amazzonia, ci offre tanti motivi per riflettere. Dobbiamo cercare di comprendere che viviamo in un tempo di transizione veramente complesso, anche perché non siamo sicuri questa transizione a che cosa ci porterà.
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venerdì 14 febbraio 2020
Pio XII e la musica sacra come visione della maestà di Dio
Oggi, in occasione della visita in una bella chiesa romana, mi è capitato di sostare di fronte alla cappella dove fu battezzato l’ultimo Papa romano, Pio XII (1876-1958). Eugenio Pacelli era figlio della Roma più autentica, anche se verrà cresciuto negli ambienti nobiliari che erano consoni al rango della sua famiglia.
Pio XII fu un grande Papa anche per i suoi apporti nel campo liturgico, e anche in quello della musica liturgica, visto che era egli stesso appassionato violinista. Ricordiamo l’enciclica Musicae Sacrae Disciplina del 1955. Sarà utile commentare alcuni passaggi: “A nessuno certamente recherà meraviglia il fatto che la chiesa con tanta vigilanza s'interessi della musica sacra. Non si tratta, infatti, di dettare leggi di carattere estetico o tecnico nei riguardi della nobile disciplina della musica; è intenzione della chiesa, invece, che questa venga difesa da tutto ciò che potrebbe menomarne la dignità, essendo chiamata a prestare servizio in un campo di così grande importanza qual è quello del culto divino”. Ecco, sembra importante che il Pontefice ci ricordi come la cura che abbiamo per la musica sacra non è dovuta ad un vezzo estetico, ma perché essa è connessa con il culto divino, culmine e fonte della vita del cristiano.
“In ciò la musica sacra non ubbidisce a leggi e norme diverse da quelle che regolano ogni arte religiosa, anzi l'arte stessa in generale. Invero non ignoriamo che in questi ultimi anni alcuni artisti, con grave offesa della pietà cristiana, hanno osato introdurre nelle chiese opere prive di qualsiasi ispirazione religiosa e in pieno contrasto anche con le giuste regole dell'arte. Essi cercano di giustificare questo deplorevole modo di agire con argomenti speciosi, che pretendono far derivare dalla natura e dall'indole stessa dell'arte. Vanno, infatti, dicendo che l'ispirazione artistica è libera, che non è lecito sottoporla a leggi e norme estranee all'arte, siano queste morali o religiose, perché in tal modo si verrebbe a ledere gravemente la dignità dell'arte e a ostacolare con vincoli e legami il libero corso dell'azione dell'artista sotto il sacro influsso dell'estro”. Siamo ancora in tempi in cui si opponeva un certo modo di fare musica contemporanea con la musica anche contemporanea ma che sapeva adattarsi alle esigenze della liturgia. Oggi, non c’è neanche questa lotta, in quanto la diatriba è fra musica adatta alla liturgia e musica commerciale, quindi il piano della questione è tutt’altro.
“Con tali argomenti viene sollevata una questione senza dubbio grave e difficile, che riguarda qualsiasi manifestazione d'arte e ogni artista; questione che non può essere risolta con argomenti tratti dall'arte e dall'estetica, ma che invece dev'essere esaminata alla luce del supremo principio del fine ultimo, regola sacra e inviolabile di ogni uomo e di ogni azione umana. L'uomo, infatti, dice ordine al suo fine ultimo - che è Dio - in forza di una legge assoluta e necessaria fondata sulla infinita perfezione della natura divina, in maniera così piena e perfetta che neppure Dio potrebbe esimere qualcuno dall'osservarla. Con questa legge eterna ed immutabile viene stabilito che l'uomo e tutte le sue azioni devono manifestare, a lode e gloria del Creatore, l'infinita perfezione di Dio e imitarla per quanto è possibile. L'uomo, perciò, destinato per natura sua a raggiungere questo fine supremo, nel suo operare deve conformarsi al divino archetipo e orientare in questa direzione tutte le facoltà dell'animo e del corpo, ordinandole rettamente tra loro e debitamente piegandole verso il conseguimento del fine. Pertanto anche l'arte e le opere artistiche devono essere giudicate in base alla loro conformità con il fine ultimo dell'uomo; e l'arte certamente è da annoverarsi fra le più nobili manifestazioni dell'ingegno umano, perché riguarda il modo di esprimere con opere umane l'infinita bellezza di Dio, di cui essa è quasi il riverbero. Per la qual cosa, la nota espressione "l'arte per l'arte" - con cui, messo in disparte quel fine che è insito in ogni creatura, erroneamente si afferma che l'arte non ha altre leggi che quelle che promanano dalla sua natura - o non ha valore alcuno o reca grave offesa a Dio stesso, creatore e fine ultimo. La libertà poi dell'artista - che non è un istinto cieco nell'azione, regolato solo dall'arbitrio o da una certa sete di novità - per il fatto che è soggetta alla legge divina, in nessun modo viene coartata o soffocata, ma piuttosto nobilitata e perfezionata”. Che belle e nobili parole! La libertà dell’artista non è quella di fare ciò che vuole, ma quella di adeguarsi alla ricerca della vera Bellezza, che è Dio. Non è una libertà suprema quella di poter cercare attraverso la musica Colui che ci ha liberato? La libertà assoluta è in fondo schiavitù, in quanto si poggia sul nulla e ci vincola alle nostre ansie e paure.
“Ciò, se vale per ogni opera d'arte, è chiaro che deve applicarsi anche nei riguardi dell'arte sacra e religiosa. Anzi l'arte religiosa è ancor più vincolata a Dio e diretta a promuovere la sua lode e la sua gloria, perché non ha altro scopo che quello di aiutare potentemente i fedeli a innalzare piamente la loro mente a Dio, agendo per mezzo delle sue manifestazioni sui sensi della vista e dell'udito. Perciò l'artista senza fede o lontano da Dio con il suo animo e con la sua condotta, in nessuna maniera deve occuparsi di arte religiosa; egli, infatti, non possiede quell'occhio interiore che gli permette di scorgere quanto è richiesto dalla maestà di Dio e dal suo culto. Né si può sperare che le sue opere prive di afflato religioso - anche se rivelano la perizia e una certa abilità esteriore dell'autore - possano mai ispirare quella fede e quella pietà che si addicono alla maestà della casa di Dio; e quindi non saranno mai degne di essere ammesse nel tempio dalla chiesa, che è la custode e l'arbitra della vita religiosa”. La musica sacra, per elevare potentemente i fedeli a Dio, deve scrutare con l’occhio interiore dell’artista, come dice il Pontefice, la maestà di Dio. La musica sacra non è auto compiacimento della comunità, ma ha sempre lo sguardo allo Splendor Paternae Gloriae.
“L’artista invece che ha fede profonda e tiene una condotta degna di un cristiano, agendo sotto l'impulso dell'amore di Dio e mettendo le sue doti a servizio della religione, per mezzo dei colori, delle linee e dell'armonia dei suoni farà ogni sforzo per esprimere la sua fede e la sua pietà con tanta perizia, eleganza e soavità, che questo sacro esercizio dell'arte costituirà per lui un atto di culto e di religione, e stimolerà grandemente il popolo a professare la fede e a coltivare la pietà. Tali artisti sono stati e saranno sempre tenuti in onore dalla chiesa; essa aprirà loro le porte dei templi, poiché si compiace del contributo non piccolo che essi con la loro arte e con la loro operosità danno per un più efficace svolgimento del suo ministero apostolico”. Qui il Papa non è stato profeta, anche perchè se fosse vivo oggi potrebbe vedere come la Chiesa ha in realtà chiuso le porte a molti artisti che lavorano nella direzione auggerita da Pio XII mentre sono spesso in onore gli artisti “lontani”, coloro che rappresentano i lati peggiori della contemporaneità.
“Queste leggi dell'arte religiosa vincolano con un legame ancora più stretto e più santo la musica sacra, poiché essa è più vicina al culto divino che le altre arti belle, come l'architettura, la pittura e la scultura; queste cercano di preparare una degna sede ai riti divini, quella invece occupa un posto di primaria importanza nello svolgimento stesso delle cerimonie e dei riti sacri. Per questo la chiesa deve con ogni diligenza provvedere a rimuovere dalla musica sacra, appunto perché questa è l'ancella della sacra liturgia, tutto ciò che disdice al culto divino o impedisce ai fedeli di innalzare la mente a Dio”. Qui possiamo veramente osservare come questa enciclica, che pur contiene concetti sempre validi, è in parte frutto di un tempo e di una mentalità ecclesiale che è stata completamente messa da parte in favore di un accomodamento alla modernità che sta dando i frutti che sono sotto l’occhio di tutti.
“E, infatti, in ciò consiste la dignità e l'eccelsa finalità della musica sacra, che cioè per mezzo delle sue bellissime armonie e della sua magnificenza apporta decoro e ornamento alle voci sia del sacerdote offerente sia del popolo cristiano che loda il sommo Dio eleva i cuori dei fedeli a Dio per una sua intrinseca virtù rende più vive e fervorose le preghiere liturgiche della comunità cristiana, perché Dio uno e trino da tutti possa essere lodato e invocato con più intensità ed efficacia. Per opera della musica sacra, dunque, viene accresciuto l'onore che la chiesa porge a Dio in unione con Cristo suo capo; e viene altresì aumentato il frutto che i fedeli, stimolati dai sacri concenti, percepiscono dalla sacra liturgia e sogliono manifestare con una condotta di vita degnamente cristiana, come dimostra l'esperienza quotidiana e confermano molte testimonianze di scrittori antichi e recenti”. Ecco, se non si ha come meta la gloria di Dio, si toglie anche il fondamento dell’edificazione dei fedeli.
Pio XII, è stato certamente un grandissimo Pontefice, e la sua opera liturgica dovrebbe essere certamente rivalutata. Fu infatti un Papa a cui si prestò attenzione anche durante il Concilio Vaticano secondo, anche se questo oggi sembra essere dimenticato. Richiamare l’importanza della dignità della liturgia, e l’importanza della dignità della musica sacra nel culto, è tema sempre attuale, e rileggere le parole di questo grande Pontefice non può che aiutarci nel cercare di uscire da una situazione che ormai si trascina da troppo tempo.
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mercoledì 12 febbraio 2020
Sulla questione del volontariato musicale nella liturgia
Il mio post sulla questione del pagamento dei musicisti di Chiesa, è stato il più visto di tutti i post di questo blog, raggiungendo migliaia di visualizzazioni. Questo mi conferma che il tema trattato è senz’altro un tema che suscita l’interesse negli operatori del settore. Ho letto anche qualche commento sui social, anche se non li ho letti tutti. Purtroppo da parte di alcuni ci sono stati dei commenti scomposti, anche conditi di volgarità che dicono molto sulla persona, anche se purtroppo non contribuiscono nulla al dibattito. Altri, che comunque dissentivano dalla mia posizione, hanno argomentato il loro dissenso in modo civile ed educato, che è ovviamente da me altamente apprezzato. È venuta fuori la questione del volontariato, che un servizio di questo tipo deve essere volontario. Cerchiamo di mettere ordine.
Come qualcuno ha osservato, “servizio“ non è sinonimo di gratuito. Anche i medici svolgono un servizio, l’insegnante, tante categorie svolgono un servizio che però viene giustamente retribuito. Quindi, se pensiamo anche ad altre categorie che hanno a che fare con la Chiesa e il servizio liturgico, come per esempio quella dei sacristi, noi ci aspettiamo che gli stessi vengano retribuiti. C’è poi il discorso che coloro che si scandalizzano perchè si parla di retribuire i musicisti di Chiesa, sono per la maggior parte persone che non hanno studi o una preparazione al ruolo che svolgono nella liturgia (non parlo di diplomi, ma anche di semplici studi). Prendiamo per esempio una persona che si oppone al fatto che si debba pagare per un servizio svolto nella liturgia e immaginiamo che questa persona studi per diventare, che ne so, giornalista. Dopo anni di studi, di sacrifici, di investimenti suoi e della sua famiglia, se le proponessero di svolgere un servizio continuativo anche per un giornale cattolico, del tutto gratuitamente, come la prenderebbe? Perché qui è importante capire che il concetto è lo stesso, cioè che chi si è sacrificato per dotarsi di una preparazione specifica, va poi sostenuto in qualche modo dalla comunità che serve. A me questa sembra una cosa talmente logica, che non bisognerebbe neanche dirla.
Poi, c’è proprio la questione del volontariato in se stesso. Facciamo chiarezza. Se un medico, decide di dedicare il suo tempo libero per andare a curare dei malati in Africa senza ricevere nessuna ricompensa, è una cosa molto bella, in quel caso si tratta di volontariato qualificato. Cioè, si tratta di un professionista che decide di impiegare il tempo al di fuori del suo lavoro regolare per svolgere quel tipo di servizio. Ma non è lo stesso per quello che riguarda la Chiesa, dove il volontariato è quasi sempre sinonimo di dilettantismo. Quindi, questo va poi incidere sulla qualità del servizio offerto. Sei un insegnante di organo del conservatorio, decide di suonare gratuitamente per la sua parrocchia, io non ho nessun problema. Si tratta di un professionista che decide di offrire gratuitamente un servizio ad una Chiesa che forse non ha i mezzi per poterlo pagare. Ma non stiamo parlando di questo, stiamo parlando di quelle persone che difendono il volontariato per difendere spesso una qualità scadente del servizio offerto, il che non va in favore né della comunità cristiana che si serve che ne della liturgia in cui si opera.
Qui non si tratta di offrire chissà quali stipendi, ma almeno di riconoscere un rimborso spese per quelle persone che si dedicano in modo costante ad offrire un certo servizio. A me faceva un po’ sorridere quando alcune persone, nei commenti, si scusavano del compenso che ricevevano per suonare ai matrimoni o ai funerali dicendo che era soltanto una cifra “simbolica“. A questo siamo arrivati grazie alla pressione del politicamente corretto. Simbolico non è, pure se uno riceve un euro, quello comunque è un compenso. È inutile cercare giustificazioni, visto che il compenso è comunque dovuto. Alcuni lo giustificavano dicendo che in quel caso erano i familiari a pagare, ma in realtà molti molte fonti di introito delle nostre chiese vengono comunque dai fedeli, quindi ogni cosa e in fondo pagata attraverso le donazioni dei cattolici. Io voglio ripetere, che come è giusto sostenere i sacerdoti, i custodi delle chiese, i sacrestani, quelli che portano i fiori per adornare gli altari, coloro che si occupano di mantenere in ordine l’impianto elettrico, quelli che ti vendono i libri liturgici e via dicendo, è giusto sostenere anche chi ha sacrificato anni della propria vita per ben prepararsi a questo compito. Perché non ci scandalizza se il sacerdote che celebra la Messa, riceve una somma di denaro chiamata “applicazione“? Perché non ci si scandalizza quando si sa che le suore che vendono le ostie che poi saranno consacrate ricevano comunque un pagamento per il loro lavoro? Perché non ci si scandalizza quando si sa che coloro che vendono le suppellettili liturgiche vengano pagati, a volte anche cifre molto alte? E così quelli che vendono gli abiti liturgici? Ma infatti non ci si dovrebbe scandalizzare, perché il pagare il lavoro altrui è del tutto giusto e del tutto in linea con la dottrina sociale della Chiesa e con il Vangelo. Purtroppo, per molti è assai semplice fare i buoni con i problemi degli altri, questo è un problema che non riguarda solo la Chiesa ma tutta la nostra società. Comunque, importante è cercare di mantenere sempre la barra dritta.
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Aurelio Porfiri è compositore, direttore di coro, scrittore, commentatore ed educatore. Vive a Roma.
martedì 11 febbraio 2020
Tre motivi per cui i musicisti di Chiesa vanno pagati
Come molti di voi sapranno, recentemente mi sono trovato invischiato in una piccola polemica con la Santa casa di Loreto, per via di un mio articolo su La nuova bussola quotidiana, in cui contestavo il fatto che ai cantori professionisti di quella storica cappella musicale era stato chiesto di cantare in regime di volontariato. Questa polemica, ha avuto delle ripercussioni anche su altri organi di stampa. Fatalità, proprio in questi giorni, sta uscendo un mio libro che si chiama “Non ti pago!“. In questo libro, affronto proprio questo problema del trattamento economico dei musicisti di Chiesa. Al libro, voglio rimandare per tutti gli approfondimenti. Vi invito a leggerlo in modo da poter capire che dietro il mio ragionamento non c’è nessuna venalità ma soltanto un desiderio di giustizia. Qui, voglio riassumere tre motivi per cui è giusto pagare i musicisti che prestano servizio nella liturgia.
- Se si desidera la qualità, bisogna investire nella stessa. La qualità, richiede studio, applicazione, fatica; queste cose, vanno sostenute, vanno supportate, non vengono così gratuitamente. Un musicista studia continuamente nella sua vita, ma i regolari corsi di studio, per coloro che li affrontano, durano anche 10 anni. È giusto che, quando il musicista è in grado di mettere a disposizione della comunità cristiana i talenti ottenuti con così tanta fatica, la stessa comunità cristiana possa in qualche modo sostenerlo.
- Il codice di diritto canonico, dice che coloro che prestano un servizio per la la Chiesa cattolica, se questo servizio è continuativo, devono essere remunerati. Queste, sono nozioni basilari di dottrina sociale della Chiesa. Inoltre, ricordiamo che non corrispondere la giusta mercede all’operaio grida vendetta al cospetto di Dio. Questo non toglie che ci possa essere qualcuno che desidera svolgere dei servizi per la Chiesa come volontario. Le due cose non sono in contraddizione, ma il volontariato deve essere sempre qualificato. Facciamo un esempio: la persona che pulisce la Chiesa e lo fa senza voler essere compensata, deve senz’altro essere in grado di pulire bene. Un parroco non accetterebbe una volontaria che pulisce la Chiesa e che però lascia la chiesa più sporca di prima. Allora, perché dobbiamo accettare dei volontari che prestano un servizio liturgico senza saper cantare o senza saper suonare? Perché non si capisce che la mediocrità nella musica per la liturgia non colpisce soltanto coloro che la provocano ma anche coloro che la subiscono?
- Se si agisce secondo giustizia, allora il volontariato deve essere esteso anche a tutte le altre categorie che prestano servizio presso le nostre chiese. Quindi, anche i fiorai, i sacrestani, gli elettricisti, gli sacerdoti… Perché tutti questi non accettano anche di svolgere il loro servizio qualificato ma senza avere nessun compenso? Certamente perché è una cosa ingiusta, come voi sicuramente penserete. Ma ci sono persone che sono molto brave a fare le caritatevoli ma con i problemi degli altri. Quindi, i poveri musicisti, “che tanto si divertono”, devono fare tutto gratuitamente, mentre agli altri, come è giusto, si dà un qualche salario, la previdenza sociale, e tutte quelle cose che sono di diritto per un lavoratore. Alcuni possono dire che il musicista non presta un servizio così continuativo, ma questo non dipende dal musicista stesso, dipende spesso da sacerdoti che non lo vogliono impiegare. In realtà, in un tempo passato, il musicista prestava servizio quasi giornaliero, come succede per alcune cattedrali inglesi ancora oggi. Alcuni dicono: “quello che si è ricevuto gratuitamente, il talento, deve essere dato gratuitamente“; ma allora, se accettiamo questo questa frase, deve essere estesa a tutti gli altri. Anche coloro che hanno ricevuto la vocazione sacerdotale, il talento di saper coltivare bene i fiori, o di aggiustare dei componenti elettrici, dovrebbero offrire il loro servizio gratuitamente quando è per la Chiesa. Ma no, io non penso Dio chiedo questo, perché questo è il frutto di un cristianesimo spiritualistico, un cristianesimo che non tiene conto della realtà delle cose, della materialità delle cose che non è in contraddizione con lo spirito, in quanto noi siamo fatti di anima e corpo, non soltanto della prima.
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Aurelio Porfiri è compositore, direttore di coro, scrittore, commentatore ed educatore. Vive a Roma.
domenica 9 febbraio 2020
Qualche riflessione sul salmo responsoriale
Come tutti sappiamo, nella forma ordinaria della messa, la nuova messa di Paolo VI, è stato introdotto, dopo la riforma liturgica successiva al Vaticano II, il salmo responsoriale. Questo prendeva effettivamente il posto del graduale, un canto interlezionale molto elaborato e che richiede grande perizia tecnica per l’esecuzione, quindi riservato al solista e al coro. Per favorire la partecipazione dell’assemblea si è ritornato ad una forma liturgica più semplice, visto che l’assemblea ha la possibilità di unirsi nel ritornello. Dal punto di vista letterario, si può anche essere d’accordo; ma bisogna stare attenti quando si fanno dei riferimenti all’aspetto musicale. In quanto, se è vero che il modello del salmo responsoriale somiglia a quello che ci viene descritto in alcuni testi dei Padri, vedi per esempio Sant’Agostino, noi non siamo sicuri di quale musica venisse applicata a quelle forme descritte dagli stessi Padri. Quindi, dal punto di vista musicale, il salmo responsoriale, è una “nuova forma“. Cioè dal tempo patristico, non abbiamo una evoluzione di questa specifica se non quella che sfocia nel canto virtuosistico del graduale. La dinamica solista-assemblea è un ritorno degli ultimi decenni.
Una cosa però mi sembra importante poterla notare: questo salmo, proprio perché ha decretato la rinuncia ad un repertorio comunque mirabile, come quello dei graduali gregoriani, dovrebbe essere cantato. In effetti, tutta la vicenda era proprio nel far partecipare in canto l’assemblea. Ma se si girano le nostre parrocchie, si noterà che per la maggior parte questi salmi vengono oramai recitati. A volte viene cantato soltanto il ritornello, in alcuni casi si canta tutto ma non sempre quello che viene cantato è adeguato. Ho potuto testimoniare, in più di un caso, l’applicazione della stessa melodia e della stessa formula salmo dica per tutti i salmi responsori ali dell’anno, cosa che per me è estremamente sbagliata. Proprio perché ogni salmo rappresenta un particolare sentimento religioso, dovrebbe avere una veste sua propria. Vero è che i graduali erano costruiti su formule che dunque si ripetevano tra un salmo è l’altro, ma esse erano costruite e tagliate sul testo con un arte ed una cura che non sono neanche paragonabili a quello a cui assistiamo oggi.
Ci sono vari modi per eseguire il salmo responsoriale, dalla cantillazione al salmo in musica, in cui le strofe sono non semplicemente declamate su un tono di recita con eventuali cadenze e intonazioni, ma sono musicate con melodie per esteso. Questo modo è molto più popolare nei paesi anglosassoni, ma non molto da noi. Qui da noi, come in fondo per tutto il resto, c’è un approccio minimalistico, si cerca di fare il meno possibile, anche perché le forze disponibili per la musica liturgica nelle parrocchie sono sempre di meno e di qualità sempre meno pregiata. Questo, non perché manchino bravi musicisti o bravi cantori, ma perché non c’è interesse da parte delle gerarchie ecclesiatiche nel coltivare coloro che potrebbero proporre dei repertori di musica liturgica appropriata.
Ecco allora che il salmo responsoriale, diviene la cartina di tornasole, per capire quella che è in fondo la crisi della musica per la liturgia. Basta vedere i ritornelli diffusi sui foglietti della Messa più diffusi e si capisce tutto. Naturalmente ci sono delle realtà in cui si dà ancora valore a questo momento liturgico, e lo si cura. Ma non mi sembra che siano ormai la maggioranza nelle nostre parrocchie. Quindi bisognerebbe riflettere ancora su questo momento della liturgia e cercare di capire come valorizzarlo e come farlo essere degno delle esperienze che provengono dalla nostra gloriosa tradizione.
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Aurelio Porfiri è compositore, direttore di coro, scrittore, commentatore ed educatore. Vive a Roma.
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