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venerdì 3 luglio 2020

L’incredulità di san Tommaso Apostolo

La Chiesa cattolica celebra il 3 luglio la festa liturgica di san Tommaso apostolo, un santo spesso associato con il momento di incredulità che conobbe quando incontrò il Signore risorto e che ci viene raccontato in Giovanni 20, 19-31: “La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi". Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi". Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore!". Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò". Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Poi disse a Tommaso: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!". Rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!". Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. 
Ora, mi sembra importante notare alcune cose. La prima è che l’apparizione successiva di Gesù avviene otto giorni dopo la manifestazione di dubbio e di incredulità da parte di san Tommaso; questo ci dice che bisogna avere una certa pazienza nelle cose spirituali, non pretendere tutto e subito. La pedagogia di Dio non è la nostra stessa pedagogia, egli ha le sue vie e i suoi modi per raggiungere il nostro cuore. Lo stesso Tommaso, in precedenza, aveva detto: “Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?" (Gv 14, 5). Questo desiderio di controllo è umanamente comprensibile ma non sempre corrisponde ai piani di Dio. Ma non ce lo nascondiamo, siamo tutti un poco San Tommaso.
La seconda è che Gesù esalta la fede, quella di chi pur non avendo visto crede, ma non disprezza il dubbio, non disprezza coloro che vengono frenati dai limiti che sono propri alla nostra umanità.
La terza è che Gesù si riconosce nella sua Passione. Questo lo identifica bene Benedetto XVI nel 2006, quando parlando del nostro Tommaso dice: “Notissima, poi, e persino proverbiale è la scena di Tommaso incredulo, avvenuta otto giorni dopo la Pasqua. In un primo tempo, egli non aveva creduto a Gesù apparso in sua assenza, e aveva detto: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò!" (Gv 20, 25). In fondo, da queste parole emerge la convinzione che Gesù sia ormai riconoscibile non tanto dal viso quanto dalle piaghe. Tommaso ritiene che segni qualificanti dell'identità di Gesù siano ora soprattutto le piaghe, nelle quali si rivela fino a che punto Egli ci ha amati”. Questo è un bell’insegnamento che mi ha lasciato il padre passionista Enrico Zoffoli, che sempre ci insegnava che era un errore non mettere la Passione di Gesù al posto che le compete esaltando solo la Sua Risurrezione. Mi sembra che questo passaggio del Vangelo di Giovanni mette tutto nella giusta prospettiva.
Cosa ci insegna san Tommaso Apostolo? Ci insegna che la vita è milizia, è lottare contro i tanti ostacoli che giorno dopo giorno ci si frappongono, spesso inaspettati. Ci insegna che siamo tutti membri di questa milizia, che tutti cadiamo, ma che abbiamo anche la possibilità di rialzarci. Ecco, la possibilità di rialzarci è una delle grandi grazie che ci è stata concessa. Nessuno è perfetto, tutti possiamo avere dubbi, li ha avuti persino Tommaso, che fu alla presenza di Gesù. Con questa consapevolezza, dobbiamo avere sempre un rinnovato coraggio nel riprendere il cammino, certo dubbiosi e incerti, ma mai domati.

mercoledì 22 aprile 2020

L’acqua che tutto spegne, ravvivava sempre più il fuoco

Ci piace a volte vivere nella menzogna, ci fa comodo, lo troviamo piacevole. Abbiamo già detto come sarà la verità a liberarci, ma per arrivare alla verità il cammino è lungo, lungo e difficile. A volte ci sono persone che non ci arrivano in una vita intera. E anche chi vuole arrivarci, per scalare la montagna deve passare tanti ostacoli, tante delusioni. E spesso, come i cavalieri ci insegnano, il nemico più grande non è di fronte a te, ma dentro di te. 
Una frase dal libro della Sapienza (16, 17) mi è sembrata sempre molto significativa: “l’acqua che tutto spegne, ravvivava sempre più il fuoco”. Io l’ho interpretata nel senso che le cose che più dovrebbero placarci, spesso le usiamo per aumentare il problema che devono risolvere. Dico subito che la mia è una interpretazione che esula dal contesto di quel capitolo, in cui questa frase ha un senso più positivo, ma questa mia forzatura interpretativa mi serve per esprimere qualcosa che penso importante. Facciamo l’esempio della religione. Essere religiosi dovrebbe essere considerata una cosa buona, noi pensiamo che avere un atteggiamento religioso nella vita è il bene più grande. Ma è sempre così? No, non sempre, perché da alcuni la religione è usata come schermo per nascondere disagi psicologici profondi. È bene che chi ha disagi di ogni tipo cerchi consolazione nella religione, ma non usandola per fornirsi di una maschera di fronte agli altri. Ci sono le religiosità patologiche, le persone che usano la religione come userebbero gli psicofarmaci. Ecco perché bisogna aiutare queste persone a cercare il volto autentico di Dio, non la caricatura che serve a farli stare apparentemente meglio.
Benedetto XVI, nell’udienza del 16 gennaio 2013 tra l’altro diceva: “Vorrei soffermarmi su questo “rivelare il volto di Dio”. A tale riguardo, san Giovanni, nel suo Vangelo, ci riporta un fatto significativo che abbiamo ascoltato ora. Avvicinandosi la Passione, Gesù rassicura i suoi discepoli invitandoli a non avere timore e ad avere fede; poi instaura un dialogo con loro nel quale parla di Dio Padre (cfr Gv 14,2-9). Ad un certo punto, l’apostolo Filippo chiede a Gesù: «Signore, mostraci il Padre e ci basta» (Gv 14,8). Filippo è molto pratico e concreto, dice anche quanto noi vogliamo dire: “vogliamo vedere, mostraci il Padre”, chiede di “vedere” il Padre, di vedere il suo volto. La risposta di Gesù è risposta non solo a Filippo, ma anche a noi e ci introduce nel cuore della fede cristologica; il Signore afferma: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). In questa espressione si racchiude sinteticamente la novità del Nuovo Testamento, quella novità che è apparsa nella grotta di Betlemme: Dio si può vedere, Dio ha manifestato il suo volto, è visibile in Gesù Cristo. In tutto l’Antico Testamento è ben presente il tema della “ricerca del volto di Dio”, il desiderio di conoscere questo volto, il desiderio di vedere Dio come è, tanto che il termine ebraico pānîm, che significa “volto”, vi ricorre ben 400 volte, e 100 di queste sono riferite a Dio: 100 volte ci si riferisce a Dio, si vuol vedere il volto di Dio. Eppure la religione ebraica proibisce del tutto le immagini, perché Dio non si può rappresentare, come invece facevano i popoli vicini con l’adorazione degli idoli; quindi, con questa proibizione di immagini, l'Antico Testamento sembra escludere totalmente il “vedere” dal culto e dalla pietà. Che cosa significa allora, per il pio israelita, tuttavia cercare il volto di Dio, nella consapevolezza che non può esserci alcuna immagine? La domanda è importante: da una parte si vuole dire che Dio non si può ridurre ad un oggetto, come un'immagine che si prende in mano, ma neppure si può mettere qualcosa al posto di Dio; dall’altra parte, però, si afferma che Dio ha un volto, cioè è un «Tu» che può entrare in relazione, che non è chiuso nel suo Cielo a guardare dall’alto l’umanità. Dio è certamente sopra ogni cosa, ma si rivolge a noi, ci ascolta, ci vede, parla, stringe alleanza, è capace di amare. La storia della salvezza è la storia di Dio con l'umanità, è la storia di questo rapporto di Dio che si rivela progressivamente all’uomo, che fa conoscere se stesso, il suo volto”. Ecco, spesso noi preferiamo sostituire a questo volto un simulacro, cerchiamo consolazione in certi aspetti della religione che ci fanno sentire bene, ma che non ci fanno in definitiva stare bene.
Da musicista, devo dire che questo accade nella musica, dove molte persone non seguono la musica per compiere un cammino interiore, ma solo per mascherare ben altri problemi. Quanti ce ne sono! Abbiamo la tendenza ad usare cose buone in un modo improprio, per nascondere altre cose contro cui abbiamo difficoltà a combattere. Essere sinceri con se stessi, abitare nella verità, è un percorso di tutta una vita, e ci può costare anche l’isolamento sociale, l’incomprensione nella nostra stessa famiglia. Ma abitare nella menzogna? Cosa si prova a vivere nella menzogna per tutta la vita? Alcuni non se ne rendono neanche conto.
Dobbiamo fare in modo che quell’acqua che tutto spegne non serva a ravvivare il fuoco, ma a dissetarci, a fare in modo che possiamo sentirci profondamente ristorati e con il coraggio di ricominciare sempre il cammino. Nei salmi ci si offre l’immagine della cerva che anela ai corsi d’acqua. Ecco, dobbiamo coltivare quel desiderio per l’acqua che disseta, non per quella che serve a ravvivare il fuoco.
Guardate che il cammino alla consapevolezza spirituale è doloroso, perché bisogna liberarsi di atteggiamenti interni ed esterni che abbiamo coltivato per tutta una vita. Se abbiamo sempre camminato male, poi ci costerà camminare correttamente, perché non lo abbiamo mai sperimentato. E quindi forse continueremo a zoppicare, ma lo faremo perseguendo quanto è bello, buono e vero. Diceva sant’Agostino che è meglio zoppicare sulla via giusta che correre su quella sbagliata. Bisogna cercare di intraprendere un cammino di verità su noi stessi, accettando le sofferenze che ne derivano, perché solo questo ci permetterà di riappropriarci del nostro essere più intimo.




domenica 19 aprile 2020

A ciascun giorno basta la sua pena

Lo sport preferito di questi tempi di pandemia e di chiusura forzata dentro casa è quello di prevedere cosa faremo dopo, e ci affanniamo nel cercare soluzioni per i problemi che certamente ci cadranno addosso. Ma del resto questo è un atteggiamento che noi abbiamo per tutte le cose della nostra vita, viviamo sempre nel futuro e nel passato per timore, anzi per paura di affrontare il presente. Perché c’è una differenza fra timore e paura, essendo il primo un giusto atteggiamento di fronte alla maestà divina mentre la paura a volte può sfociare in un panico continuo, che è un poco quello che possiamo osservare. 
Ecco che ci viene in soccorso una frase di Gesù, che ci dice “a ciascun giorno basta la sua pena”. Questa frase è nel contesto di un passaggio nel vangelo di Matteo (6, 25-34) che dice come segue: “Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.  Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena”. Eppure noi sappiamo come questo atteggiamento “pagano” sia veramente il più comune nella nostra società. Viviamo nel futuro o nel passato ma proprio non riusciamo a vivere nel momento presente.
“A ciascun giorno basta la sua pena”, perché noi in realtà non sappiamo cosa ci riserva il futuro e spesso rischiamo di renderlo negativo per le aspettative negative nostre che proiettiamo. È come quella persona che è sempre convinta di stare male, che presto avrà una malattia devastante, e che con le sue paure comunque fa ammalare veramente il suo corpo, in definitiva realizzando poi la sua previsione! Cioè si è causata il problema che aveva predetto. Ma non è l’unico caso, ce ne sono molti. Questo non significa che non dobbiamo usare prudenza nel provvedere per le nostre future necessità ma dovremmo cercare prima di tutto di vivere radicati in quello che siamo ora per poi proiettarci in quello che saremo e rivederci in quello che siamo stati. Perché anche il passato deve servirci per vivere più pienamente hic et nunc, non semplicemente per ricostruire “quello che è accaduto”, secondo il desiderio forse irrealizzabile dello storico tedesco Leopold von Ranke. 

Don Luigi Maria Epicoco così commenta il passaggio di Matteo: “Chi si pre-occupa è uno che vive sempre un passo in avanti rispetto la vita e quindi non ha tempo di gustare la vita. Chi si pre-occupa è uno che vive con l’ansia di cosa dovrà accadere e non con la gratitudine di ciò che accade. Dovremmo imparare un po’ tutti a “occuparci” e a non a “preoccuparci”. Dovremmo tornare tutti un po’ alla realtà e al presente. Chi si preoccupa non vede più il volto della moglie o del marito, dei figli o degli amici, del cielo azzurro o della splendente pioggia d’estate. Chi si preoccupa vede solo problemi da risolvere e non cose per cui comunque arrivare a sera grati. Chi si preoccupa non ha tempo di sorridere perché “la vita è una cosa seria”. E’ così seria che ci sono giorni in cui uno si domanda se poi valga davvero la pena vivere così. Ha ragione allora Gesù a ricordarci una cosa semplice: “Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena”. E ogni giorno ha la sua grazia”. Guardate che è difficile vivere il momento presente, è forse una delle cose più complicate e che più mostrano l’imperfezione della nostra vita spirituale. Ma la scalata alla montagna che è Dio si compie con una infinità di passi nel momento presente. Ma noi abbiamo paura di affidarci a Dio, abbiamo tutti paura di questo, io per primo. Benedetto XVI nell’udienza generale del 24 ottobre 2012 diceva: “La fede è credere a questo amore di Dio che non viene meno di fronte alla malvagità dell’uomo, di fronte al male e alla morte, ma è capace di trasformare ogni forma di schiavitù, donando la possibilità della salvezza. Avere fede, allora, è incontrare questo «Tu», Dio, che mi sostiene e mi accorda la promessa di un amore indistruttibile che non solo aspira all’eternità, ma la dona; è affidarmi a Dio con l’atteggiamento del bambino, il quale sa bene che tutte le sue difficoltà, tutti i suoi problemi sono al sicuro nel «tu» della madre. E questa possibilità di salvezza attraverso la fede è un dono che Dio offre a tutti gli uomini. Penso che dovremmo meditare più spesso - nella nostra vita quotidiana, caratterizzata da problemi e situazioni a volte drammatiche –sul fatto che credere cristianamente significa questo abbandonarmi con fiducia al senso profondo che sostiene me e il mondo, quel senso che noi non siamo in grado di darci, ma solo di ricevere come dono, e che è il fondamento su cui possiamo vivere senza paura. E questa certezza liberante e rassicurante della fede dobbiamo essere capaci di annunciarla con la parola e di mostrarla con la nostra vita di cristiani“. E questo dono lo continuiamo a rifiutare perché preferiamo vivere nella paura. Preferiamo essere schiavi di noi stessi.

venerdì 17 aprile 2020

Alleluia, non allegro ma solenne

Nel tempo in cui non possiamo partecipare alla Messa, ci viene da riflettere sulle cose che ci mancano, sulle cose a cui non possiamo attendere personalmente. Una di queste, tra tante nella Messa, è l’acclamazione al vangelo. Io ho spesso riflettuto su questo momento, dicendo anche cose che possono essere giudicate come impopolari ma che per me sono profondamente vere. Una di queste riguarda il carattere che viene dato a questo momento liturgico in tante parrocchie, l’allegria, la festa, quasi il danzante. Ma in realtà queste sono mondanizzazioni di questo momento liturgico, il cui carattere corrisponderebbe al grave e solenne, che non vuol dire non gioioso. La gioia cristiana non è sfacciata, non è la gioia mondana. Gesù dice che ci lascia la pace, ci da la sua pace, che non è il pacifismo ma la riconciliazione di anime e cuori nella pace celeste. 
Se guardiamo al canto gregoriano, ci accorgiamo come gli alleluia siano gravi e solenni, ma nel contempo gioiosi. Non si ricerca una gioia puramente umana, ma tutto viene sempre trasfigurato in senso spirituale. Voglio riprendere un bel commento che lo scrittore Camillo Langone fece nel 2013 in occasione dell’uscita di un mio libro sulla liturgia su Il Foglio: “Santa Cecilia, prega per Aurelio Porfiri che essendo un musicista romano fedele a Santa Romana Chiesa vive e lavora a Macao. Nel “Canto dei secoli” (Marcianum Press) scrive ovviamente di musica sacra ma presenta criteri validi per giudicare la cattolicità di ogni altro linguaggio artistico, pittura e architettura comprese. La chiesa, dice Porfiri, dev’essere contenuto e non contenitore: ad esempio, l’organo è il suono della chiesa-contenuto (essendo intrinseco al sacro), la chitarra della chiesa-contenitore (essendo intrinseca alla musica profana e gettata nella liturgia dall’esterno). Ma la pagina che preferisco è la numero 80, laddove l’oggettività si fa anche soggettività, anche gusto. Porfiri è contrario a una musica liturgica che dia sempre e comunque una “rappresentazione della vita come gioia”. Anche a me, in chiesa, la musica gioiosa rende nervoso. Santa Cecilia, prega per noi poco amati amanti della musica liturgica austera, severa, perfino triste, noi che in chiesa cerchiamo ragione del dolore perché le ragioni del piacere si trovano dappertutto”. Da ottimo scrittore qual è Langone, ha saputo sintetizzare n poche righe quello che noi dovremmo aver capito. Visto che il canto gregoriano è il modello della musica liturgica, come ribadito anche da papa Francesco, ascoltiamo i tanti alleluia, per esempio Alleluia-Iustus, o Alleluia-Pascha nostrum e cerchiamo di capire che la gioia a cui si cerca di arrivare è quella dello spirito, non quella soltanto dettata dai fremiti del corpo. 
Il papa Francesco, in una delle sue messe a santa Marta nel 2018 spiegava la gioia cristiana, e così la sua omelia veniva riportata: “«La gioia non è vivere di risata in risata, no, non è quello» ha messo in guardia il Pontefice. E «la gioia — ha aggiunto — non è essere divertente, no, non è quello, è un’altra cosa». Perché «la gioia cristiana è la pace, la pace che c’è nelle radici, la pace del cuore, la pace che soltanto Dio ci può dare: questa è la gioia cristiana». Il Papa ha fatto presente che «non è facile custodire questa gioia». E «l’apostolo Pietro dice che è la fede che la custodisce: io credo che Dio mi ha rigenerato, credo che mi darà quel premio». Proprio «questa è la fede e con questa fede si custodisce la gioia, si custodisce la consolazione». Dunque «la gioia, la consolazione, ma soltanto è la fede a custodirla»“. La gioia cristiana non è divertimento, frenesia di movimento e di battiti di mani. Ho già dedicato un altro articolo a questi alleluia che spesso ci ritroviamo in chiesa, da quello detto “delle lampadine” ad altri. Abbiamo proprio deviato dalla retta spiritualità cristiana applicata alla liturgia. Parlando nella quarta domenica di quaresima del 2007, nel suo Angelus Benedetto XVI diceva: “Oggi la liturgia ci invita a rallegrarci perché si avvicina la Pasqua, il giorno della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Ma dove si trova la sorgente della gioia cristiana se non nell’Eucaristia, che Cristo ci ha lasciato come Cibo spirituale, mentre siamo pellegrini su questa terra? L’Eucaristia alimenta nei credenti di ogni epoca quella letizia profonda, che fa tutt’uno con l’amore e con la pace, e che ha origine dalla comunione con Dio e con i fratelli“. Quindi la vera letizia non è stare bene con noi stessi, festeggiare con gli amici con canti insulsi, ma radicarsi nella liturgia stessa, provando quella gioia che ci eleva alle bellezze della letizia celeste. Nel suo Discorso 337 per l’edificazione di una chiesa, Sant’Agostino che ha dedicato anche stupende al giubilo (jubilus) nel canto, dice: “Pertanto, come questo edificio visibile è stato costruito per radunarci materialmente, così quell'edificio, che siamo noi stessi, è costruito per Dio che vi abiterà spiritualmente. Dice l'Apostolo: Santo è infatti il tempio di Dio che siete voi. A quel modo che costruiamo questo con ammassi di pietre, edificheremo quello mediante atteggiamenti di vita che vi corrispondano adeguatamente. Questo si dedica ora, nel corso di questa nostra visita, quello sarà dedicato alla fine del tempo con la venuta del Signore, quando questo nostro, corruttibile, si vestirà di incorruttibilità, e questo nostro, mortale, si vestirà di immortalità: conformerà infatti il corpo della nostra umiliazione al suo corpo glorioso. Considerate infatti il senso che vuole esprimere nel Salmo della dedicazione: Hai mutato il mio lamento in festa per me; hai lacerato la mia veste di sacco, mi hai rivestito di un abito di gioia: perché la mia gioia sia per te un canto, ed io non sia ferito. Infatti, mentre veniamo edificati, la nostra miseria rivolge a lui i suoi gemiti; ma quando saremo dedicati, la nostra gloria sarà un canto per lui: in realtà la costruzione comporta fatica, la dedicazione apporta letizia. Finché si cavano le pietre dai monti e gli alberi dai boschi, si dà loro forma, si sgrossano, si combinano insieme, è fatica e preoccupazione; ma quando si celebra la dedicazione dell'edificio compiutamente realizzato, al posto delle fatiche e delle preoccupazioni, c'è gioia e sicurezza. Così pure quanto alla costruzione spirituale: chi l'inabita, Dio, non sarà presente per qualche tempo, ma per l'eternità. Mentre gli uomini sono allontanati da una vita di infedeltà e portati alla fede, mentre viene reciso e portato via tutto ciò che in essi è l'opposto del bene e perversione, mentre si fanno connessure appropriate, senza attrito e con devozione, quante tentazioni non si temono, quante tribolazioni non si tollerano? Però, al sopraggiungere del giorno della dedicazione del tempio dell'eternità, quando ci si dirà: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo, quale mai sarà l'esultanza, quale la perfetta sicurezza? Sarà il canto della gloria, la debolezza non si sentirà ferita. Quando ci si rivelerà colui che ci ha amato e ha dato se stesso per noi, quando colui che si mostrò agli uomini in quel che si fece nella Madre, si manifesterà loro Dio Creatore secondo quel che era nel Padre, quando egli, eternamente presente nella sua casa, all'entrarvi la troverà perfetta, adorna, costituita nell'unità, nella veste dell'immortalità, colmerà di sé tutte le cose e in tutte risplenderà, così che Dio sia tutto in tutti“.
La gioia che ricerchiamo è la gioia che viene da Dio, non quella puramente umana che se può essere gradevole al di fuori del Tempio, all’interno suona vuota e stonata.



domenica 8 marzo 2020

Teniamoci cari gli anziani

In questi giorni in cui combattiamo con l’epidemia di coronavirus, si sente spesso dire che i decessi procurati da questo virus riguardano per la stragrande maggioranza gli anziani. A volte, non sempre, questo viene detto con una sorta di sollievo, come dire “tocca a loro che tanto sono vicini comunque al commiato, risparmia le persone più giovani“. Ora, capisco che alcuni sotto pressione non riflettano bene sulle conseguenze di quello che dicono, ma io credo che questa mentalità sia veramente scorretta.
Dobbiamo lottare anche per fare in modo che gli anziani possano scampare questo pericolo ed essere tristi per i loro decessi come se riguardasse un giovane. Gli anziani, sono la nostra memoria. Gli anziani sono il collegamento fra noi e la generazione precedente, sono l’anello di una catena che rischia di assottigliarsi sempre più. Essi sono da tenere in grandissima considerazione, perché una società solo giovane rischia tutte le derive di quella malattia straordinaria che chiamiamo “gioventù”.
In una visita ad una casa di anziani Benedetto XVI diceva nel 2012: “Nella Bibbia, la longevità è considerata una benedizione di Dio; oggi questa benedizione si è diffusa e deve essere vista come un dono da apprezzare e valorizzare. Eppure spesso la società, dominata dalla logica dell'efficienza e del profitto, non lo accoglie come tale; anzi, spesso lo respinge, considerando gli anziani come non produttivi, inutili. Tante volte si sente la sofferenza di chi è emarginato, vive lontano dalla propria casa o è nella solitudine. Penso che si dovrebbe operare con maggiore impegno, iniziando dalle famiglie e dalle istituzioni pubbliche, per fare in modo che gli anziani possano rimanere nelle proprie case. La sapienza di vita di cui siamo portatori è una grande ricchezza. La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune. Chi fa spazio agli anziani fa spazio alla vita! Chi accoglie gli anziani accoglie la vita!”. Penso che queste belle parole di papa Benedetto XVI possano bastare per comprendere come un cattolico deve considerare l’anziano, come portatore di un grande arricchimento per la società tutta.
Pensiamo per esempio all’importanza dei nonni. Io purtroppo non ho più i miei nonni già da qualche anno, ma la loro memoria, per quelli che ho potuto conoscere, rimane sempre nel mio cuore. La loro dedizione a me e alla nostra famiglia è qualcosa che rimane dentro come un insegnamento da portare avanti per le generazioni future. Io posso osservare anche i ragazzi un poco difficili, con problemi, per cui spesso l’unico rapporto solido che riescono a costruire è con i propri nonni. Quando i nonni se ne vanno, non se ne vanno solo le nostre memorie, ma anche le memorie dei nostri genitori, sembra veramente una doppia perdita.
Papa Francesco, durante un’udienza generale nel 2015 affermava: “Noi possiamo ringraziare il Signore per i benefici ricevuti, e riempire il vuoto dell’ingratitudine che lo circonda. Possiamo intercedere per le attese delle nuove generazioni e dare dignità alla memoria e ai sacrifici di quelle passate. Noi possiamo ricordare ai giovani ambiziosi che una vita senza amore è una vita arida. Possiamo dire ai giovani paurosi che l’angoscia del futuro può essere vinta. Possiamo insegnare ai giovani troppo innamorati di sé stessi che c’è più gioia nel dare che nel ricevere. I nonni e le nonne formano la “corale” permanente di un grande santuario spirituale, dove la preghiera di supplica e il canto di lode sostengono la comunità che lavora e lotta nel campo della vita. La preghiera, infine, purifica incessantemente il cuore. La lode e la supplica a Dio prevengono l’indurimento del cuore nel risentimento e nell’egoismo. Com’è brutto il cinismo di un anziano che ha perso il senso della sua testimonianza, disprezza i giovani e non comunica una sapienza di vita! Invece com’è bello l’incoraggiamento che l’anziano riesce a trasmettere al giovane in cerca del senso della fede e della vita! E’ veramente la missione dei nonni, la vocazione degli anziani. Le parole dei nonni hanno qualcosa di speciale, per i giovani. E loro lo sanno. Le parole che la mia nonna mi consegnò per iscritto il giorno della mia ordinazione sacerdotale, le porto ancora con me, sempre nel breviario e le leggo spesso e mi fa bene. Come vorrei una Chiesa che sfida la cultura dello scarto con la gioia traboccante di un nuovo abbraccio tra i giovani e gli anziani! E questo è quello che oggi chiedo al Signore, questo abbraccio!”. Spesso sentiamo di anziani maltrattati, trattati come scarti, ma questo fa parte di una società che oramai coltiva una cultura dell’inumanità.

Ecco, quando sento parlare dei decessi per coronavirus e si sente dire che “per fortuna riguardano solo le fasce delle persone anziane“, mi fa un po’ male, perché se Dio vuole un giorno anziano lo sarò anche io, e veramente non vorrei essere trattato come un qualcosa di cui si può tutto sommato fare a meno. Certamente, ho detto in precedenza, capisco che la pressione di questi giorni possa far dire cose che sembrano consolatorie mai realtà sono soltanto terribili. Ho sentito altre persone fare riferimento a questo fatto, al fatto di sentirsi sollevati perché i decessi riguardano soltanto gli anziani e non le persone nelle fasce più giovani. Ma in questa lotta contro questo virus maledetto, siamo tutti insieme, se perdiamo i giovani perdiamo la forza e la speranza per il futuro, se perdiamo gli anziani stiamo perdendo la memoria di quello che siamo, ricchezze che vengono dall’esperienza, la saggezza che viene dall’aver vissuto già tanto. Noi non possiamo permetterci di perdere nulla di questo in modo così traumatico e drammatico. La natura ha i suoi ritmi che un morbo così improvviso sta sconvolgendo. Spero questo coronavirus sarà presto un brutto ricordo e mi auguro di poter vedere nel parco giochi vicino alla mia abitazione tante persone anziane che giocano e raccontano storie ai loro nipoti.

mercoledì 4 marzo 2020

Riscoprire la confessione

Credo che il lavoro compiuto dai confessori sia veramente un lavoro duro. Dover leggere nell'anima delle persone per poterle aiutare e giudicare, non è certamente facile. Uno dei temi che mi affascina molto è quello della libertà: quanto le persone sono veramente libere quando peccano. Mi domando questo non per giustificare il peccatore ma semplicemente perché non si può fare a meno di considerare quelle che sono le nuove conoscenze in psicologia, come certi comportamenti siano in realtà un riflesso di disagi mentali molto profondi che sono difficili da controllare. Il padre Paolo Gabriele Antoine nel suo "Compendio di tutta la teologia morale" (1819) osservava: "La libertà in genere è lo stesso che immunità: per la qual cosa la libertà è di tante spezie, di quante è l'immunità. L'immunità è di sei spezie, e sono, immunità dalla servitù, immunità da impedimento, immunità dalla miseria, immunità dal peccato, dalla coazione, e dalla necessità".  Quanto difficile pensare che si pecchi liberi da tutte le "immunità" a cui si riferiva il padre Antoine. Ecco perché anche nella morale del passato, c'erano già tutte le soluzioni a molti dei dilemmi morali della contemporaneità, con l'avvertenza di considerare anche i recenti sviluppi nel campo della psicologia. Bisogna però stare attenti che non si riduca tutto alla psicologia, come purtroppo accade in tanta pastorale odierna. Molti disagi, seppur hanno un connotato psicologico, sono certamente di origine spirituale e come tali vanno affrontati.
Interessante il pensiero di Elémire Zolla nel suo "Gli arcani del potere":  "Le norme morali hanno senso nella misura in cui si giustifichino dinanzi a un tribunale superiore, cioè nella misura in cui conferiscano la quiete; infatti se sono rettamente intese si risolvono in consigli, in constatazioni di equilibri psichici: se ometterai questa azione non sarai turbato –è la giusta forma della norma morale: l’apodosi varia a seconda dei tempi e dei luoghi e delle vocazioni, il contenuto è sempre relativo, mentre il criterio della contemplazione resta l’asse immutevole che non può vacillare". È certamente importante per un confessore fare in modo che il penitente non perda la sua "opzione fondamentale", malgrado i peccati di cui si è macchiato e malgrado le sue indegnità. Anche qui, bisogna stare molto attenti, a non far divenire questa opzione fondamentale come una scusa per poter fare quello che si vuole. I modernisti sono stati molto bravi nell’usare delle cose in fondo giuste per i loro scopi; in questo gli si deve riconoscere una grande abilità.
Benedetto XVI, il 25 marzo 2011, così diceva: "Nel nostro tempo caratterizzato dal rumore, dalla distrazione e dalla solitudine, il colloquio del penitente con il confessore può rappresentare una delle poche, se non l’unica occasione per essere ascoltati davvero e in profondità. Cari sacerdoti, non trascurate di dare opportuno spazio all’esercizio del ministero della Penitenza nel confessionale: essere accolti ed ascoltati costituisce anche un segno umano dell’accoglienza e della bontà di Dio verso i suoi figli. L’integra confessione dei peccati, poi, educa il penitente all’umiltà, al riconoscimento della propria fragilità e, nel contempo, alla consapevolezza della necessità del perdono di Dio e alla fiducia che la Grazia divina può trasformare la vita. Allo stesso modo, l’ascolto delle ammonizioni e dei consigli del confessore è importante per il giudizio sugli atti, per il cammino spirituale e per la guarigione interiore del penitente. Non dimentichiamo quante conversioni e quante esistenze realmente sante sono iniziate in un confessionale! L’accoglienza della penitenza e l’ascolto delle parole “Io ti assolvo dai tuoi peccati” rappresentano, infine, una vera scuola di amore e di speranza, che guida alla piena confidenza nel Dio Amore rivelato in Gesù Cristo, alla responsabilità e all’impegno della continua conversione". Ecco, raggiungere la consapevolezza che si ha bisogno del perdono di Dio è un importante punto di arrivo per ciascuno di noi. Purtroppo tante persone si sentono indipendenti, si assolvono da sole o almeno così credono. Questo è quello che la società di oggi gli fa credere e purtroppo anche la stessa Chiesa non fa molto per cercare di cambiare questa percezione. Bisogna anche dire che l’allontanamento dalla confessione si accompagna con un maggiore stato di sfiducia nei confronti dei sacerdoti, visti oggi come inaffidabili anche in seguito ai tanti scandali in cui molti di loro sono stati coinvolti.
Insomma, la confessione è uno dei sacramenti in più grande difficoltà, segno e specchio di una Chiesa che si dibatte in una crisi che non vede una soluzione nel futuro più prossimo.



giovedì 20 febbraio 2020

Cantare comunque a Messa? Una obiezione

Abbiamo già incontrato il beato Giuseppe Allamano (1851-1926) che diceva: “La liturgia ben fatta ha operato conversioni; se mal fatta le impedisce“. In effetti, qui il quesito è: a Messa va bene tutto, basta che si canti? Vediamo che in molte chiese, non ci si cura della qualità di quello che si canta, basta che si canti qualcosa, basta che i fedeli siano “intrattenuti” con qualche tipo di musica, anche se essa è non adeguata all’azione liturgica. Allora, bisogna domandarsi se questo modo di ragionare faccia bene allo scopo dell’azione liturgica oppure no. La mia risposta, lo dico dall’inizio, e che e meglio delle Messe senza musica, piuttosto che liturgie dove la musica disturba. Qui ci riferiamo a Messe nella forma ordinaria del rito romano, nella forma straordinaria c’è certamente più attenzione a questo aspetto.
Se si partecipa alla liturgia per trovare quel senso di adorazione, quel senso del sacro, quell’essere alla presenza del Signore, certamente una musica non adeguata, cantata male, biascicata, trascinata senza nessun gusto, smielata, sentimentalistica, certamente non aiuta a raggiungere quello che è lo scopo fondamentale della liturgia, che come sappiamo è la gloria di Dio in primis e poi la santificazione dei fedeli. Si dovrebbe avere molta attenzione sulla qualità della musica della liturgia. Qui non ne faccio una questione di lingue vernacolari o latino, ne faccio proprio una questione di buon gusto. Alcune volte, i canti che vengono eseguiti, il modo in cui vengono eseguiti, fa veramente distogliere dall’acquisire quel senso di preghiera che si dovrebbe raggiungere, fa piuttosto pensare ad uscire di lì il prima possibile.
A volte mi capita di girare per varie chiese nella mia Roma, e devo dire che in alcune Messe si esce peggio di quello che si è entrati, tanto mediocre è la qualità del canto liturgico. Ricordiamo che il canto liturgico non è un accessorio della liturgia, ma parte integrante. Quindi, se il canto è scadente, incide anche sulla qualità della nostra partecipazione alla liturgia. Ho trovato recentemente una chiesa in cui la Messa viene detta senza nessun canto, tranne quello dell’alleluia; il sacerdote tiene omelie brevi e molto ortodosse e devo dire che questa situazione è di gran lunga preferibile a quella di gran parte delle Messe parrocchiali.
Il problema, è che oramai si è veramente perso lo standard. La gran parte dei sacerdoti, non ha idea di quello che è canto liturgico e di quello che non lo è. Alcuni vagheggiano un ammodernamento dei canti, come se quello che è stato fatto da cinquant’anni a questa parte, con la introduzione fattiva della musica leggera nella liturgia, non avesse già prodotto abbastanza danni. Io credo che sia l’ora di svegliarsi! Le chiese sono vuote, malgrado tutti i cantarelli che si sono diffusi nelle nostre liturgie. Tutto questo non è servito, e non poteva, visto che andava nella direzione contraria a quello che la liturgia esige. Lo scopo della liturgia è stato messo da parte, per una malintesa volontà di “coinvolgere i fedeli“. In realtà, tutto quello che è venuto da questi decenni, non ha fatto che distruggere nei fedeli stessi il senso della liturgia il senso del sacro, il senso dell’adorazione, del silenzio, dell’inginocchiarsi, della devozione. Quindi, quei pochi fedeli che ancora vanno a messa, sono quasi del tutto depauperati della capacità di comprendere cosa è liturgico e cosa non lo è.
Non si canta nella liturgia tanto per cantare. Il canto è un ministero specifico, che ha finalità specifiche, se queste non sono raggiunte per la bassa qualità del canto o della sua esecuzione, meglio il silenzio, meglio non distogliere i fedeli con delle musiche inadeguate o inadeguatamente eseguite.
Ricevendo un dottorato in musica nel 2015, Benedetto XVI faceva, tra l’altro, questa riflessione: “Certo, la musica occidentale supera di molto l’ambito religioso ed ecclesiale. E tuttavia essa trova comunque la sua origine più profonda nella liturgia nell’incontro con Dio. In Bach, per il quale la gloria di Dio rappresenta ultimamente il fine di tutta la musica, questo è del tutto evidente. La risposta grande e pura della musica occidentale si è sviluppata nell’incontro con quel Dio che, nella liturgia, si rende presente a noi in Cristo Gesù. Quella musica, per me, è una dimostrazione della verità del cristianesimo. Laddove si sviluppa una risposta così, è avvenuto un incontro con la verità, con il vero creatore del mondo. Per questo la grande musica sacra è una realtà di rango teologico e di significato permanente per la fede dell’intera cristianità, anche se non è affatto necessario che essa venga eseguita sempre e ovunque. D’altro canto è chiaro però anche che essa non può scomparire dalla liturgia e che la sua presenza può essere un modo del tutto speciale di partecipazione alla celebrazione sacra, al mistero della fede“. Invece oggi, quasi ci si vergogna di questa eredità, la si considera qualcosa da tenere nascosta, per fare spazio alle “esperienze nuove“. Peccato che queste esperienze siano spesso contrarie ai fini stessi della liturgia, non siano per nulla adeguate ad una partecipazione viva e piena alla stessa. Purtroppo, c’è stato un fraintendimento enorme in questo senso. La liturgia è stata abbandonata alle mode, la musica e stata data in mano a degli incompetenti, a persone che hanno forse artatamente fatto in modo che il livello della musica liturgica fosse basso in modo che le loro produzioni avrebbero comunque avuto un posto. Ho molte volte detto, che la lotta contro il professionalismo del musicista di chiesa, non è stata forse fatta in modo innocente. Infatti, un musicista formato, ha una mente molto più critica e quindi “pericolosa“ per coloro che non vogliono avere nessuno tra i piedi a rovinare i “giochi“. In questo modo, senza professionisti tra i piedi, tutto viene accettato. 
La Chiesa poi, ha rinunciato alla sua funzione educatrice. Ricordiamo, come diceva anche il Papa Benedetto XVI in precedenza, che non solo la Chiesa favoriva la produzione di grande musica per la liturgia, grande arte, grande pittura, grande architettura, ma in questo modo era la più grande promotrice della cultura occidentale in toto. Quindi, questa funzione che la Chiesa aveva in precedenza, oggi è stata completamente abbandonata. Si rincorrono mode, senza mai raggiungerle perché queste, per la loro evanescenza, corrono più veloci di noi.

Quindi, ribadisco, in una situazione di emergenza e transizione come quella in cui ci troviamo negli ultimi decenni, è meglio cercare di salvare il salvabile per quello che riguarda la propria anima. Se sia una vera sensibilità liturgica, se si cerca il sacro, se si vuole il senso dell’educazione, allora meglio limitare i danni, cercare liturgie dove non ci sia canto. Certamente, se si è fortunati, e si trova una Messa dove il canto viene ben curato e ben eseguito, si è a cavallo. Ma questa oggi è una vera rarità.

lunedì 10 febbraio 2020

La bellezza della liturgia a servizio della evangelizzazione

Il beato Giuseppe Allamano (1851-1926) diceva: “La liturgia ben fatta ha operato conversioni; se mal fatta le impedisce“. Credo che questa frase sia profondamente veritiera e potrebbe essere applicata anche alla musica sacra; se essa è ben fatta favorisce la preghiera, quando è mal fatta la impedisce. Non si riflette mai abbastanza suo fatto che la bellezza della liturgia ha una importanza fondamentale, perché non è fine a se stessa. Dietro la bellezza c’è sempre la verità, di cui la bellezza è una porta.
Benedetto XVI, al punto 35 della Sacramentum Caritatis afferma: “Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor. Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione. In Gesù, come soleva dire san Bonaventura, contempliamo la bellezza e il fulgore delle origini. Tale attributo cui facciamo riferimento non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell'amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l'amore. Già nella creazione Dio si lascia intravedere nella bellezza e nell'armonia del cosmo (cfr Sap 13,5; Rm 1,19-20). Nell'Antico Testamento poi troviamo ampi segni del fulgore della potenza di Dio, che si manifesta con la sua gloria attraverso i prodigi operati in mezzo al popolo eletto (cfr Es 14; 16,10; 24,12-18; Nm 14,20-23). Nel Nuovo Testamento si compie definitivamente questa epifania di bellezza nella rivelazione di Dio in Gesù Cristo: Egli è la piena manifestazione della gloria divina. Nella glorificazione del Figlio risplende e si comunica la gloria del Padre (cfr Gv 1,14; 8,54; 12,28; 17,1). Tuttavia, questa bellezza non è una semplice armonia di forme; « il più bello tra i figli dell'uomo » (Sal 45 [44],3) è anche misteriosamente colui che « non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi » (Is 53,2). Gesù Cristo ci mostra come la verità dell'amore sa trasfigurare anche l'oscuro mistero della morte nella luce irradiante della risurrezione. Qui il fulgore della gloria di Dio supera ogni bellezza intramondana. La vera bellezza è l'amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale. La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. Il memoriale del sacrificio redentore porta in se stesso i tratti di quella bellezza di Gesù di cui Pietro, Giacomo e Giovanni ci hanno dato testimonianza, quando il Maestro, in cammino verso Gerusalemme, volle trasfigurarsi davanti a loro (cfr Mc 9,2). La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l'azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria”. Ma purtroppo queste parole del papa Benedetto XVI cadono nel vuoto.
La bellezza non è estetismo, come giustamente nota il Papa. E se la bellezza nella liturgia non converte, potete immaginare la bruttezza cosa possa fare. Ecco perché la cura della musica nella liturgia dovrebbe essere un compito fondamentale dei pastori, che invece oramai l’hanno abbandonata al controllo di gruppi che hanno un interesse ideologico nel pilotare tutto in una direzione sempre più lontana da quella che è la via maestra della Tradizione.

Tradizione che, vale la pena ripeterlo, non è il passato ma l’origine, è andare non indietro ma in profondità. Ecco perché nei secoli la Chiesa non ha risparmiato risorse per abbellire gli edifici di culto, per ornare la liturgia di suoni, profumi, immagini, che potessero aiutare i fedeli tutti a mettersi in cammino per la via pulchritudinis. Platone diceva che “il bello è lo splendore del vero”. Solo ritornando alla bellezza, al senso della forma anche sonora, possiamo sperare di poter accedere allo splendore del vero. Don Piero Cantoni (alleanzacattolica.org) ci dice: “Quando il bello viene disancorato dalla conoscenza della forma, come spesso accade nell’estetica moderna, si riduce alla dimensione sensibile e fenomenica perdendo di vista il proprio legame intrinseco e indissolubile con il vero e con il bene. Il disinteresse estetico diventa separazione dal vero e dal bene, e smarrimento dell’oggettività, inevitabile conseguenza dell’aver smarrito il senso dell’essere“. Quando la bellezza esce dalle chiese, fa fatica ad entrarci anche la verità.