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lunedì 9 marzo 2020

Un canto per il nostro tempo: Parce Domine

Immagino che tutti noi che stiamo vivendo questo tempo in preda all’epidemia di coronavirus, ricorderemo questi giorni e le ansie che li accompagnano. Questa memoria non ci abbandonerà mai, perché per molti di noi è la prima volta che ci troviamo in una situazione del genere. Ci sono dei canti che possono rispondere a quanto stiamo vivendo? Certamente ce ne sono molti, ma uno che mi viene in mente è Parce Domine, un’antifona gregoriana a cui spesso vengono accompagnati alcuni versi in forma metrica. La melodia austera del canto gregoriano ci accompagna nel nostro esprimere la nostra supplica a Dio, l’invocazione di ascoltare il suo popolo. Dice infatti: “Perdona, Signore, perdona il Tuo popolo, non rimanere in eterno adirato con noi”. Questa invocazione ci fa capire qual è il tono che questo canto dà alla nostra preghiera. Nella prima strofa viene detto: “Plachiamo l'ira vendicatrice, piangiamo di fronte al Giudice; chiamiamolo con voce supplicante prostrati diciamo tutti insieme: Perdona, Signore...”. Queste parole sembrano lontane dal cattolicesimo buonista a cui siamo stati abituati negli ultimi decenni. Certamente parlare di “ira vendicatrice“ può sembrarci duro, ma in realtà l’enfasi è tutta sui nostri peccati, è l’uomo che immagina Dio essere adirato con noi per la nostra continua infedeltà. Quindi il testo parla certamente di Dio ma per parlare di noi. Nel libro di Nahum (1, 1-8) si dice: “Un Dio geloso e vendicatore è il Signore, vendicatore è il Signore, pieno di sdegno.  Il Signore si vendica degli avversari  e serba rancore verso i nemici.  Il Signore è lento all'ira, ma grande in potenza e nulla lascia impunito. Nell'uragano e nella tempesta è il suo cammino e le nubi sono la polvere dei suoi passi. Minaccia il mare e il mare si secca, prosciuga tutti i ruscelli. Basàn e il Carmelo inaridiscono, anche il fiore del Libano languisce. Davanti a lui tremano i monti, omdeggiano i colli; si leva la terra davanti a lui, il mondo e tutti i suoi abitanti. Davanti al suo sdegno chi può resistere e affrontare il furore della sua ira? La sua collera si spande come il fuoco e alla sua presenza le rupi si spezzano. Buono è il Signore, un asilo sicuro nel giorno dell'angoscia: conosce quelli che confidano in lui quando l'inondazione avanza. Stermina chi insorge contro di lui e i suoi nemici insegue nelle tenebre”. Giustamente un’immagine molto diversa rispetto quella cui siamo abituati. E pure non c’è contraddizione fra il Dio misericordioso e il Dio giusto. Se capissimo questo avremmo capito veramente tantissimo.
Nella seconda strofa di Parce Domine viene detto: “Con le nostre colpe abbiamo offeso la Tua clemenza. Tu che perdoni, effondi su di noi la Tua indulgenza”. Dio è lì per perdonarci, anche se le nostre colpe hanno tentato la sua pazienza. Certamente siamo fortunati nel sapere che la misericordia di Dio è infinita proprio perché infinita è anche la sua giustizia. Ma dobbiamo cercare di capire nell’evolversi della nostra storia, in cosa dobbiamo emendarci per non attirare ancora il duro castigo di Dio.
Nella terza strofa si dice: “Concedici un tempo propizio. Dona di lavare con le lacrime il nostro cuore immolato, perché a Tua carità è sempre viva”. E il tempo propizio che viviamo è proprio quello della Quaresima, una Quaresima che quest’anno è così strana per via dell’epidemia di coronavirus, che ci costringe a rinunciare anche alle Messe. Insomma, quest’anno oltre alle privazioni del normale digiuno, abbiamo una privazione anche di senso diverso. Come detto, negli anni a venire, ripenseremo tutto quello che sta accadendo in questi giorni e forse saremo in grado di dare un senso molto più profondo a questi avvenimenti.
Nella quarta strofa si dice: “Ascolta, o buon Creatore, le nostre suppliche e i pianti che si effondono in questo sacro quaresimale digiuno”. E proprio di suppliche e pianti dobbiamo parlare, di angosce e ansie, di paura per il nostro futuro. Ecco, non c’è che la supplica e l’invocazione per cercare di attirare l’attenzione di Dio sulla nostra presente miseria.
Nell’ultima strofa viene detto: “Tu che leggi i cuori sai quanto è debole la nostra forza, a noi che ci rivolgiamo a Te mostra la Tua misericordia”. Ecco, è molto bella questa strofa, perché afferma come Dio che legge i cuori sa quanto è debole la nostra forza. Soltanto riconoscendo che viviamo nel peccato, riconoscendo la nostra fragilità, possiamo pensare di ottenere qualcosa. L’orgoglio, l’arroganza, non ci aiuteranno nelle presenti difficoltà.
La bella melodia nel primo modo, semplice ma solenne, sembra proprio reiterare questa invocazione ripetendosi quasi dalla prima alla seconda semifrase. Una frase ascensionale sulle parole “ne in aeternum” sembra quasi adombrare questa necessità che ha l’uomo per la misericordia del suo Creatore.
Sul sito dell’unione catechisti (unionecatechisti.it) trovo questa bella meditazione che prende spunto dalla nostra antifona: “La Sacra Scrittura è piena di fatti comprovanti che Iddio gradisce i piccoli mezzi di penitenza e sovente perdona molti peccati per modesti atti di mortificazione o di preghiera, come avvenne per esempio agli Ebrei nel deserto infestati dai serpenti velenosi e salvati al solo guardare il serpente di bronzo eretto a forma di Croce da Mosè per ordine di Dio stesso in mezzo all'accampamento. Era quello un simbolo del Divin Crocifisso. Sappiamo che basta una parola di vivo pentimento uscita da un cuore amante e penitente per ottenere, un generoso perdono e per sentirsi ripetere come alla Maddalena: « Molto ti è stato perdonato perché molto hai amato ». Ora non ci stupiremo se, ai giorni nostri, così pieni di serie preoccupazioni, ci si invita alla recita della Divozione a Gesù Crocifisso, ricordandoci una solenne promessa che trascriviamo dagli scritti di Fra Leopoldo Musso: « La divozione a Gesù Crocifisso fermerà i flagelli ». I peccati del mondo sono vero richiamo di nuovi castighi che la bontà misericordiosa di Dio vorrebbe risparmiarci se noi ci convenissimo « ad vera penitenza ». Preghiamo quindi il Santo Crocifisso, nostro albero di vita, e supplichiamolo di fermare la giusta collera. Parce Domine - ripetiamo ogni giorno recitando la nostra cara Divozione - noi Ti adoriamo Crocifisso e Ti benediciamo, promettendoTi il nostro amore, ma Tu risparmiaci i giusti colpi della Tua divina vendetta. Parce Domine - diciamo con santa insistenza - le Tue Piaghe sacratissime sono il nostro rifugio, la nostra speranza, l'unica sorgente delle Tue misericordie. Parce Domine … noi ci uniamo a Maria SS. Tua Madre tenerissima, a tutti gli Angeli e ai Beati del Cielo per cantarti l'inno della nostra adorazione e per dirTi che siamo ritornati all'ovile col desiderio di non allontanarci mai più. Ascolta e accetta le nostre lacrime! Parce Domine … per la Piaga della Tua mano destra assisti la Tua Chiesa e il Tuo Vicario, affinché la loro voce sia ascoltata dagli uomini di buona volontà e sia fatta strada alla giustizia e alla carità. Fa, o Signore, che tutti i Tuoi figli camminino nella via dei Tuoi santi precetti. Parce Domine … per quel sangue che uscì in tanta copia dalla Tua mano sinistra siano riscattati tutti i poveri peccatori e i moribondi, specialmente quelli più lontani da Te che rifiutano la Tua grazia. Guarda, o Gesù, sono milioni di anime che, in molte lingue, ripetono con noi questa preghiera e fra essi vi sono dei giovani a Te tanto cari … vi sono dei sofferenti … dei penitenti volontari … Parce Domine … la ferita del Tuo piede destro ti sia dolce richiamo alla Tua infinita bontà e per tale sorgente di carità benedici il Tuo Clero e i Tuoi Religiosi, affinché il giardino della Tua Chiesa sia sempre più arricchito di numerosi fiori di santità. Parce Domine … siamo ancora noi, che fissando il nostro sguardo alla Piaga del Tuo piede sinistro ti scongiuriamo di avere clemenza per quei che ci precedettero all'eternità « col segno della Fede » e che in vita furono più devoti delle Tue sacratissime Piaghe. Abbi pietà in modo particolare di coloro che morirono sui campi di battaglia. Parce Domine … il Tuo cuore, oceano di ogni misericordia, è ancora la sola fiducia nostra e dei nostri cari e quindi in Esso chiudiamo tutte le persone che si raccomandano alle nostre preghiere”.

Facciamo nostra, con fiducia, questa accorata preghiera.

domenica 1 marzo 2020

Sul suono dell’Organo in Quaresima

Giunti in tempo di Quaresima, si pone per alcuni la questione del suono dell’organo. Questa, è una questione che in fondo dovrebbe essere ponderata, prima di prendere decisioni che vanno contro la prassi e la tradizione della Chiesa. Nella Musicam Sacram viene detto: “Nelle Messe cantate o lette si può usare l’organo, o altro strumento legittimamente permesso per accompagnare il canto della «schola cantorum» e dei fedeli; gli stessi strumenti musicali, soli, possono suonarsi all’inizio, prima che il sacerdote si rechi all’altare, all'offertorio, alla comunione e al termine della Messa. La stessa norma vale, fatte le debite applicazioni, anche per le altre azioni sacre. Il suono, da solo, di questi stessi strumenti musicali non è consentito in Avvento, in Quaresima, durante il Triduo sacro, nelle messe e negli uffici dei defunti. È indispensabile che gli organisti e gli altri musicisti, oltre a possedere un’adeguata perizia nell’usare il loro strumento, conoscano e penetrino intimamente lo spirito della sacra liturgia in modo che, anche dovendo improvvisare, assicurino il decoro della sacra celebrazione, secondo la vera natura delle sue varie parti, e favoriscano la partecipazione dei fedeli”.  Quindi, in Quaresima non si può suonare l’organo come strumento solistico, ma esso,può solo sostenere il canto. Nell’Ordinamento Generale del Messale Romano si osserva: “L’organo e gli altri strumenti musicali legittimamente ammessi siano collocati in luogo adatto, in modo da poter essere di appoggio sia alla schola sia al popolo che canta e, se vengono suonati da soli, possano essere facilmente ascoltati da tutti. È conveniente che l’organo venga benedetto prima di esser destinato all’uso liturgico, secondo il rito descritto nel Rituale Romano. In tempo d’Avvento l’organo e altri strumenti musicali siano usati con quella moderazione che conviene alla natura di questo tempo, evitando di anticipare la gioia piena della Natività del Signore. In tempo di Quaresima è permesso il suono dell’organo e di altri strumenti musicali soltanto per sostenere il canto. Fanno eccezione tuttavia la domenica Laetare (IV di Quaresima), le solennità e le feste”. Insomma, anche qui viene ribadita la regola che l’organo, come strumento solista, a parte alcune eccezioni, non può essere suonato in Quaresima.
In un interessante articolo di Gian Vito Tannoia su psallite.net, L’Organo in Quaresima, vengono dati alcuni suggerimenti per l’uso di questo strumento in questo tempo: “Evitare la monocromìa liturgico-musicale significa, per l'organista, graduare sapientemente i registri e la fonica (nel rispetto delle forme liturgiche dei canti che si accompagnano), pur tenendo conto delle solennità/feste che possono coincidere con il periodo quaresimale (S. Giuseppe, Annunciazione, ecc.). Si tratta di “pensare” a ritroso e camminare verso le “sonorità pasquali”, in crescendo, sino al culmine della Veglia di Pasqua”. Questa idea del cammino verso la Pasqua, anche da un punto di vista musicale, è importante. La Pasqua è il culmine dell’anno liturgico, quindi una sana pedagogia di preparazione che tenga conto del ruolo della musica nella liturgia, è certamente una buona idea.
Il fatto che la Chiesa suggerisca di non suonare come strumento solista l’organo in Quaresima, va inteso come una grande valorizzazione del ruolo di questo strumento, non certamente come una sorta di diminuzione. Infatti, possiamo vedere in questo un certo parallelo, anche se è molto alla larga, rispetto a quello che fu fatto dagli ebrei al momento della caduta del Tempio di Gerusalemme. Nel Tempio di Gerusalemme, la musica era sfarzosa, festosa, eseguita da tanti strumenti e cantori. Ma caduto il Tempio, la musica si mutò in quella semplice ed essenziale eseguita nelle sinagoghe. Questa musica, come suggeriva lo studioso Enrico Fubini, è il segno di un’assenza, segno di un dolore per la perdita del cuore, del centro del loro culto, il tempio. La Quaresima, che sfocia nella Pasqua, è non di meno via dolorosa; è tempo favorevole in cui noi ci poniamo di fronte al mistero del dolore, del sacrificio, della passione. Ecco che il tono gioioso che il suono dell’organo può aggiungere, in questo momento viene messo da parte proprio per favorire la comprensione di questo senso di assenza, di mancanza. Il fatto di concedere l’uso dell’organo solo per accompagnare il canto, è in realtà una disposizione pratica. L’organo, in questo momento, viene quasi “messo da parte” proprio per significare quella maggiore austerità che ci guida verso la contemplazione della passione, morte e risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. 
In un articolo chiamato L’ambiente liturgico in tempo di Quaresima, in liturgiaculmenetfons.it, a cura della redazione, parlando dell’uso dei fiori viene detto: “Anche l’assenza dei fiori costituisce un segno tipico della Quaresima. Sono permesse tuttavia piante verdi. Questa norma non è formalismo, ma uno strumento educativo, affinché i fedeli siano richiamati visivamente all’austerità del cuore, della mente e della vita in vista di una purificazione dello spirito, mediante la penitenza e la conversione. L’assenza dei fiori richiama il deserto biblico, che riporta l’uomo all’essenzialità delle cose, richiama l’attenzione a ciò che ha valore e dispone alla verifica dei fondamenti stessi dell’esistenza umana e cristiana. Occorre naturalmente condurre i fedeli dal segno al suo significato e continuamente educarli alla lettura spirituale del linguaggio simbolico previsto dalla liturgia, in vista della applicazione nella vita del messaggio che nei segni è offerto. E’ questo il compito della catechesi liturgica, che ripropone oggi l’antica mistagogia dei Padri: attraverso i riti e le preci avviene l’iniziazione al mistero. E’ tuttavia necessario che l’austerità quaresimale sia un segno vero, motivato ed incisivo. Affinché sia vero, occorre che sia realizzato con determinazione e buon gusto. Perché sia incisivo, bisogna curare una reale assenza di fiori, che non ammette eccezioni in occasione di funerali, matrimoni o altre evenienze. I fiori che vengono portati in queste circostanze devono essere tolti dopo la celebrazione e trasferiti fuori dell’ambito della chiesa. Anzi sarà opportuno che i parroci spieghino per tempo ai fedeli il senso del segno dell’austerità quaresimale, li invitino alla sobrietà e li orientino a devolvere il denaro in opere di carità. E’ tuttavia conveniente che una sobria presenza di fiori metta in evidenza la croce penitenziale nella seconda domenica di Quaresima, per dar espressione alla luce della risurrezione, che già risplende nella gloria della trasfigurazione”. Come spiega bene questo articolo, i simboli, che siano essi visivi o auditivi, hanno una grande importanza per una efficace pedagogia liturgica. I simboli non sono qualcosa di accessorio, ma sono il modo in cui l’uomo comprende, in cui è messo in grado di immergersi in una ragnatela di significati che altrimenti potrebbero sfuggirgli.


mercoledì 26 febbraio 2020

Il vescovo di Saluzzo e la mortificazione come mistica della croce

Entrando nel tempo di Quaresima, siamo portati a riflettere sulle nostre tante mancanze e sulle prove che stiamo vivendo in questo tempo storico, come quella dell’incipiente epidemia dovuta al covid-19. Per questo motivo, per non affogare nella quotidianità, mi volgo al 1859, alla lettera pastorale per la Quaresima dell’allora vescovo di Saluzzo, Giovanni Antonio Gianotti (1764-1863). Nel sito della diocesi di Saluzzo troviamo queste note biografiche sul presule: “Ricevette l’ordinazione episcopale il 26 maggio 1833 dall’arcivescovo di Torino mons. Franzoni, assistito dai conconsacranti: il vescovo di Ivrea mons. Chiaravalle e di Susa mons. Cirie Per il suo zelo e la sua dottrina fu preposto alla Regia Università di Sassari, e ancor più diede prova di generosa dedizione agli ammalati e diseredati durante il colera del 1835. Per motivi di salute mons. Gianotti, nel 1836, dovette rinunciare alla diocesi di Sassari, dove spese il meglio di se stesso. Rientrato nella città natale, poté ristabilirsi. Nuovamente su proposta del Re, il Papa, il 19 giugno 1837 lo nominò vescovo di Saluzzo, dove fece il suo ingresso il 6 agosto 1837. Un vasto campo di apostolato si apriva a mons. Gianotti che tanta esperienza aveva acquisito negli anni precedenti. La diocesi di Saluzzo lo accolse con esultanza, desiderosa di seguire i suoi indirizzi pastorali. Il 28 maggio 1840 indisse la prima visita pastorale con un programma ben definito. Il 9 giugno dello stesso anno, indirizzò ai cittadini saluzzesi un particolare invito a sostenere la scuola cattolica, per la quale invitava: “i Fratelli delle scuole della dottrina cristiana” ad aprire, con il contributo dei cittadini, una scuola d’ispirazione cristiana, così motivandola: “per l’educazione della gioventù povera dall’età di trenta mesi ai quattordici o quindici anni”. Diffuse e promosse la conoscenza delle iniziative civili, come la applicazione del sistema metrico decimale, le scuole serali e domenicali. Nel 1848 sostenne apertamente la costituzione albertina e fu tenace assertore della validità del metodo elettorale, invitando i fedeli ad andare a votare, perché venissero eletti alle cariche pubbliche uomini capaci e onesti. Il 3 novembre del 1841, inaugurò solennemente l’anno scolastico, aperto sei mesi prima dai: “Fratelli delle Scuole Cristiane”. Nel frattempo i missionari di San Vincenzo avevano fatto richiesta al vescovo di stabilirsi nel territorio della parrocchia di Scarnafigi. Mons. Gianotti, in data 20 maggio 1843, scriveva ai sacerdoti della missione di San Vincenzo de’ Paoli: “… Non solamente acconsentiamo colla più viva soddisfazione dell’animo nostro che la congregazione dei Sacerdoti della Missione venga a stabilirsi nella parrocchia di Scarnafigi, ma n’affrettiamo coi più fervidi voti il momento avventurato, pronti ad abbracciare i pii e zelanti sacerdoti della medesima quali più cari e abili cooperatori del nostro ministero, nella cultura del clero e nella santificazione dell’anima…”. L’anno seguente, il 19 marzo, benedisse solennemente la prima pietra della chiesa, che fu terminata nel 1847 insieme alla grande casa dove i sacerdoti vi si stabilirono nello stesso anno. Il vescovo credette opportuno di avvalersi di questo complesso anche per il clero della diocesi e per gli aspiranti al sacerdozio. Pertanto pregò i sacerdoti della Missione di aprire una scuola di teologia morale per i neo-sacerdoti”. Insomma, un vescovo molto attivo per il suo gregge.
Nella sua lettera pastorale per la Quaresima del 1859 ci dice: “Non vi spaventate al nome di mortificazione; ché io non intendo  già, che vi armiate la destra di flagelli, o di ciliziii lembi, ma di  parlarvene con quella prudente discrezione, la quale, mentre nulla  toglie alla severità della legge, è pur conforme alla soavità del giogo di Cristo.  Convien pur dirlo, che alla sola sapienza celeste ed alla grazia di Gesù Cristo è dato di vedere bello, e sentir buono ciò che naturalmente fa orrore ai sensi, e tale si è della mortificazione evangelica. L‘uomo animale e terrestre non ne può comprendere la bellezza, né gustarne la soavità: eppure pell’uomo cristiano, e spirituale è la sorgente d’ogni bene, poiché all’impero della ragione  illuminata dalla fede ella assoggetta tutte le disordinate inclinazioni  della corretta natura, ed è per questo che dai Ss. Padri viene appellata freno delle passioni, odio di noi stessi, mistica croce, morte  volontaria. É il freno delle passioni perché ne trattiene l’impeto, ed il furore: è un odio di noi stessi perché esercita una severa giustizia sopra di noi peccatori: è una mistica croce, perché su d’essa dobbiamo appendere la nostra carne colle sue concupiscenze, e coi Vizii, che fomentano la sua ribellione alle leggi dello spirito: è finalmente una morte volontaria, perché fa morire in noi gli sregolati desiderii, che si oppongono al voler santo d’Iddio”. Mortificazione… Come questa parola ci sembra oggi così lontana dal nostro panorama spirituale e culturale. Sembra che essa non corrisponda alle dignità dell’uomo moderno, un uomo che ha solo diritti ma non doveri. Ecco che questa lettera pastorale che ci giunge da secoli scorsi, ci fa capire che invece proprio nella capacità di mortificare la propria carne è il segreto della vittoria finale. Ci dice il vescovo che la mortificazione è come una mistica croce, dove noi mettiamo la nostra carne in modo da meritargli la ricompensa tanto desiderata. All’inizio, esso ci dice che naturalmente noi non dobbiamo desiderare la mortificazione come se essa fosse un piacere, come qualcosa di cui rallegrarsi, ma come qualcosa di necessario per raffrenare le nostre passioni e i nostri vizi. Come siamo immersi nel nostre passioni nei nostri vizi? Certamente, parlando per me stesso, non posso che constatare la mia totale indegnità di Cristiano. Il vescovo prosegue: “La sola mortificazione può smorzare questo fuoco,  e indebolire l’indomita concupiscenza, privandola del pascolo di  quei piaceri, che appetisce, e macerando la carne, in cui ha sede,  vita e forza”. Queste parole oggi sembrano fuori tempo, non più adeguate per l’uomo moderno. In realtà, pure se naturalmente esse corrispondono a una spiritualità di secoli passati, possono ancora dirci tanto oggi. In effetti, sappiamo benissimo che spesso il peccato è come un fuoco, come qualcosa che ci brucia perché noi, invece di spegnerlo, continuiamo ad alimentarlo.

Ma per ottenere frutti dalla mortificazione, ci avverte il vescovo, non basta il pentimento interiore: “Che se con quelle parole Iddio vuole il cuore intendeste, che da  voi esige soltanto l’interna mortificazione e non l’esterna, togliete, io vi dirò, la corteccia ad un albero, e state certi, che ne dissaccherà ben presto il midollo; in simil guisa togliete al cristiano la esterna mortificazione del corpo, e vedrete che perderà ben presto l’interiore del cuore, giacché l’esterna non solo conserva l’interno,  ma la produce”. Che grande saggezza nelle parole del vescovo. Gli atti esterni di mortificazione, ci aiutano a ricomporre anche l’interno squilibrio del nostro animo, in preda a passioni, vizi, turpitudini. Io diffido moltissimo quei cattolici che pretendono di essere “buone persone“. Per me, il punto di partenza per la vera conversione, è ammettere la propria indegnità, il proprio essere peccatore. Tempo fa, quando fu chiesto a papa Francesco di definirsi, egli disse: “sono un peccatore“. Ecco, mi è piaciuto molto questa risposta, perché penso sia profondamente vera. Certo la grazia di Dio sempre ci attende come acqua zampillante, ma non può bere chi non sa di aver sete.