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sabato 19 giugno 2021

Una vita per la difesa della fede


Sono trascorsi 25 anni dalla morte del padre passionista Enrico Zoffoli, una figura importante nella teologia e nell’apologetica cattolica del secolo passato. Nato nel 1915 a Marino, fu (per sua ammissione) abbastanza scapestrato in gioventù per poi convertirsi grazie ad uno zio passionista. Entrerà nello stesso ordine religioso dello zio, approfondendo la sua fede cattolica con studi profondi, tra l’altro nell’università di Lovanio. Fu autore estremamente prolifico, a lui si deve la monumentale biografia in tre volumi per migliaia di pagine del suo fondatore, san Paolo della Croce. A lui si devono testi importanti di filosofia, teologia ed apologetica, oggi per la maggior parte fuori catalogo. Fu sempre attivo nelle sue battaglie in difesa della Chiesa e della fede, con testi in difesa dell’Eucarestia, del sacerdozio, della dottrina tradizionale della Chiesa contro le deviazioni portate avanti anche da alcuni movimenti ecclesiali.

Di particolare importanza è il suo testo sugli abusi della concelebrazione appena ripubblicato con il titolo In persona Christi da me curato a 30 anni esatti dalla prima edizione, con saggi inediti del Vescovo Mons. Athanasius Schneider e del liturgista Mons. Nicola Bux. Oggi che il tema della concelebrazione è tornato di moda, è un testo che vale la pena leggere con attenzione.

Io sono stato uno studente del padre Zoffoli, che fu membro della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino e stimatissimo da grandi teologi della scuola romana come Antonio Livi, Luigi Bogliolo, Dario Composta, Antonio Piolanti, Raimondo Spiazzi, Brunero Gherardini Ennio Innocenti ed altri. Ho conosciuto padre Zoffoli come un sacerdote innamorato della sua Chiesa e della fede, che ha difeso paolinamente in modo opportuno e inopportuno. Non si è mai tirato indietro dal confronto schietto e rispettoso, anche se esso era diretto ad illustri prelati. Prima del proprio status nella società e nella Chiesa, veniva il rispetto per la dignità e i diritti di Dio. Ho sempre sperato che il padre Zoffoli potesse un giorno essere più conosciuto, mons. Antonio Livi mi confidò nel nostro ultimo incontro che voleva introdurre il processo per la sua beatificazione. Certo, sarebbe degno di essere onorato sugli altari, perché visse tutta la vita in difesa della Chiesa e dei suoi diritti nella società. Purtroppo non sono tempi propizi per figure come la sua, ma spero che verrà un giorno in cui il suo nome, e quelli di altri come lui, tornerà ad essere considerato per quello che effettivamente merita.


domenica 25 aprile 2021

domenica 16 febbraio 2020

“Sta mano po esse fero o po esse piuma”

Forse un poco tutti ricorderanno il film di Carlo Verdone in cui l’attore Mario Brega faceva una iniezione alla nonna del protagonista, che era la Sora Lella; quando la nonna si complimentò per non aver sentito nessun dolore, Mario Brega disse che la sua mano poteva essere ferro o piuma, ma quel giorno era stata piuma. Perché questa frase mi fa pensare? Mi fa pensare in quanto ritengo che afferma, in modo ironico e adatto a quella commedia, una verità che comunque è dell’ordine naturale. Cioè, la misericordia non può essere se stessa se non è intimamente legata alla giustizia. Non possiamo pensare che una mano che può essere soltanto piuma, rimanendo all’esempio di Mario Brega, possa essere ugualmente efficace.
Su un piano ovviamente più alto, possiamo vedere cosa diceva Mons. Antonio Livi in una intervista di qualche anno fa: “Per più di cinquant’anni i teologi eretici, malvagi, hanno cercato di conquistare il potere, e adesso ci sono riusciti. E’ per questo che parlo di eresia al potere. Non sono i papi ad essere eretici; non ho mai detto questo di nessun Papa. I papi hanno subito questa influenza e non vi si sono opposti. Essi hanno seguito quell’idea folle di Giovanni XXIII che diceva: affermiamo la dottrina di sempre, ma senza condannare nessuno. E’ impossibile; la condanna fa parte dell’esplicitazione del dogma, è l’altra faccia della stessa medaglia. Se si vuole applicare il dogma ai tempi moderni, in cui vi sono delle eresie, bisogna necessariamente condannarle. Non condannare alcunché significa approvare tutto; e approvare tutto significa che non vi è più la fede cattolica” (Gloria TV 2018). Purtoppo però, noi viviamo un tempo in cui la giusta condanna per quello che è riprovevole viene vista come riprovevole essa stessa. Ma la misericordia senza la giustizia smette semplicemente di essere misericordia e diviene tirannia del buonismo.
Questa mentalità, che è molto presente anche nella nostra società, è diventata ormai dilagante nella Chiesa cattolica. Oggi, bisogna accettare tutto, bisogna dialogare sempre e comunque, anche se non si capisce bene a cosa miri il dialogo, quando è privato del suo oggetto ultimo. L’importante e dialogare, tanto per dialogare. Questa, mi sembra una mentalità estremamente deleteria, profondamente sbagliata. Il dialogo è un mezzo, non può essere un fine. Bisogna considerare come tutto questo sia oramai ben operante nella liturgia, in cui tutti hanno diritti, eccetto Dio. Tutto si può fare, bisogna rispettare tutti, chi non sa cantare devi cantare, chi non sa leggere devi leggere, chi non dovrebbe predicare predica continuamente. Oramai, c’è stato un rovesciamento completo di ciò che sarebbe logico aspettarsi, visto che la liturgia e per la gloria di Dio in primis, e conseguentemente per la santificazione dei fedeli. Ma oggi, sembra che lo scopo principe sia quello della gloria dei fedeli. Poi, questo può essere detto fino a un certo punto: in effetti, i fedeli sono le prime vittime di questa sciatteria liturgica, in quanto non possono beneficiare della piena attuazione dei linguaggi liturgici nel modo a loro più congruo.

Insomma, attendiamo i giorni in cui la mano, oltre che piuma potrà tornare ad essere “fero”. Ma temo che sarà comunque troppo tardi.