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mercoledì 17 giugno 2020

La difficoltà dell’abbandono



Abbandonarsi è una cosa difficile, direi a volte estremamente complessa. Quante volte sentiamo dire che dobbiamo abbandonarci a Dio, ma vi assicuro che tra il dire e il fare...e questo lo si capisce nel momento della prova, quando si fa i conti con una realtà che facciamo fatica a controllare.
A volte viviamo imprigionati da paure, da ansie, da tensioni che ci dilaniano dentro e che ci rendono irrequieti, sempre impauriti per quello che potrebbe accaderci. La vita non sempre ci sorprende positivamente, facciamo anche incontri che non sono buoni per noi. Ci capitano circostanze in cui ci è chiesto di lasciare andare quello che siamo e metterlo nelle mani di un altro. Non è facile, anzi è molto difficile, talvolta veramente arduo.
Eppure se pensiamo che in fondo siamo nulla, tutto diviene più semplice. Siamo nulla, veramente nulla.

domenica 19 aprile 2020

A ciascun giorno basta la sua pena

Lo sport preferito di questi tempi di pandemia e di chiusura forzata dentro casa è quello di prevedere cosa faremo dopo, e ci affanniamo nel cercare soluzioni per i problemi che certamente ci cadranno addosso. Ma del resto questo è un atteggiamento che noi abbiamo per tutte le cose della nostra vita, viviamo sempre nel futuro e nel passato per timore, anzi per paura di affrontare il presente. Perché c’è una differenza fra timore e paura, essendo il primo un giusto atteggiamento di fronte alla maestà divina mentre la paura a volte può sfociare in un panico continuo, che è un poco quello che possiamo osservare. 
Ecco che ci viene in soccorso una frase di Gesù, che ci dice “a ciascun giorno basta la sua pena”. Questa frase è nel contesto di un passaggio nel vangelo di Matteo (6, 25-34) che dice come segue: “Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.  Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena”. Eppure noi sappiamo come questo atteggiamento “pagano” sia veramente il più comune nella nostra società. Viviamo nel futuro o nel passato ma proprio non riusciamo a vivere nel momento presente.
“A ciascun giorno basta la sua pena”, perché noi in realtà non sappiamo cosa ci riserva il futuro e spesso rischiamo di renderlo negativo per le aspettative negative nostre che proiettiamo. È come quella persona che è sempre convinta di stare male, che presto avrà una malattia devastante, e che con le sue paure comunque fa ammalare veramente il suo corpo, in definitiva realizzando poi la sua previsione! Cioè si è causata il problema che aveva predetto. Ma non è l’unico caso, ce ne sono molti. Questo non significa che non dobbiamo usare prudenza nel provvedere per le nostre future necessità ma dovremmo cercare prima di tutto di vivere radicati in quello che siamo ora per poi proiettarci in quello che saremo e rivederci in quello che siamo stati. Perché anche il passato deve servirci per vivere più pienamente hic et nunc, non semplicemente per ricostruire “quello che è accaduto”, secondo il desiderio forse irrealizzabile dello storico tedesco Leopold von Ranke. 

Don Luigi Maria Epicoco così commenta il passaggio di Matteo: “Chi si pre-occupa è uno che vive sempre un passo in avanti rispetto la vita e quindi non ha tempo di gustare la vita. Chi si pre-occupa è uno che vive con l’ansia di cosa dovrà accadere e non con la gratitudine di ciò che accade. Dovremmo imparare un po’ tutti a “occuparci” e a non a “preoccuparci”. Dovremmo tornare tutti un po’ alla realtà e al presente. Chi si preoccupa non vede più il volto della moglie o del marito, dei figli o degli amici, del cielo azzurro o della splendente pioggia d’estate. Chi si preoccupa vede solo problemi da risolvere e non cose per cui comunque arrivare a sera grati. Chi si preoccupa non ha tempo di sorridere perché “la vita è una cosa seria”. E’ così seria che ci sono giorni in cui uno si domanda se poi valga davvero la pena vivere così. Ha ragione allora Gesù a ricordarci una cosa semplice: “Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena”. E ogni giorno ha la sua grazia”. Guardate che è difficile vivere il momento presente, è forse una delle cose più complicate e che più mostrano l’imperfezione della nostra vita spirituale. Ma la scalata alla montagna che è Dio si compie con una infinità di passi nel momento presente. Ma noi abbiamo paura di affidarci a Dio, abbiamo tutti paura di questo, io per primo. Benedetto XVI nell’udienza generale del 24 ottobre 2012 diceva: “La fede è credere a questo amore di Dio che non viene meno di fronte alla malvagità dell’uomo, di fronte al male e alla morte, ma è capace di trasformare ogni forma di schiavitù, donando la possibilità della salvezza. Avere fede, allora, è incontrare questo «Tu», Dio, che mi sostiene e mi accorda la promessa di un amore indistruttibile che non solo aspira all’eternità, ma la dona; è affidarmi a Dio con l’atteggiamento del bambino, il quale sa bene che tutte le sue difficoltà, tutti i suoi problemi sono al sicuro nel «tu» della madre. E questa possibilità di salvezza attraverso la fede è un dono che Dio offre a tutti gli uomini. Penso che dovremmo meditare più spesso - nella nostra vita quotidiana, caratterizzata da problemi e situazioni a volte drammatiche –sul fatto che credere cristianamente significa questo abbandonarmi con fiducia al senso profondo che sostiene me e il mondo, quel senso che noi non siamo in grado di darci, ma solo di ricevere come dono, e che è il fondamento su cui possiamo vivere senza paura. E questa certezza liberante e rassicurante della fede dobbiamo essere capaci di annunciarla con la parola e di mostrarla con la nostra vita di cristiani“. E questo dono lo continuiamo a rifiutare perché preferiamo vivere nella paura. Preferiamo essere schiavi di noi stessi.

domenica 23 febbraio 2020

L’anno liturgico e il carnevale in tempo di prova

Sappiamo bene come l’anno liturgico ha una sua pedagogia. Attraverso i vari momenti che scandiscono l’anno liturgico noi siamo accompagnati a meditare i misteri della nostra fede, a partecipare alla storia della salvezza. Ovviamente, l’anno liturgico con la sua fissità si interseca anche con gli avvenimenti mutevoli della storia. In questo momento, tutto il mondo ha la preoccupazione per l’epidemia causata dal coronavirus. Proprio in questi giorni, in Italia quest’epidemia è deflagrata. Siamo in tempo di carnevale, ma siamo anche molto vicini all’inizio della Quaresima. Certamente la preoccupazione per un fenomeno misterioso come quello della diffusione di virus, rende il carnevale molto più amaro, per coloro che approfittano di questo tempo per dare sfogo alla propria voglia di divertimento. Quindi, sarà bene meditare su questo momento dell’anno liturgico e su questo momento storico.
Dom Prosper Guéranger, nel suo Anno liturgico, parlando della domenica di Quinquagesima, che precede il mercoledì delle ceneri, diceva: “Se dunque siamo figli di Abramo, in questo tempo di Settuagesima dobbiamo considerarci dei viaggiatori sulla terra, desiderosi di vivere, nello spirito, in quell'unica nostra patria donde fummo esiliati, ma alla quale ci avvicineremo ogni giorno più, se, come Abramo, saremo fedeli a guadagnare le diverse tappe che il Signore c'indicherà. Egli vuole che usiamo di questo mondo come se non ne usassimo (1 Cor. 7, 31), perché non è quaggiù la nostra dimora permanente (Ebr. 13, 14); e dimenticare che la morte ci separerà da tutte le cose che passano, sarebbe la nostra più grande sventura. Come sono lontani dall'essere veri figli di Abramo quei cristiani, che oggi e nei due prossimi giorni, s'abbandonano all'intemperanza e ai divertimenti peccaminosi, col pretesto che sta per cominciare la santa Quaresima. L'ingenuità dei costumi dei nostri primi padri poteva più facilmente conciliare la gravità cristiana con gli addii ad una vita più dolce che la Quaresima stava per interrompere, alla stessa maniera che la gioia dei loro pasti testimoniava, nella solennità della Pasqua, la stretta osservanza delle prescrizioni della Chiesa. È sempre possibile conciliare le due cose. Ma spesso avviene che l'idea cristiana dell'austerità si imbatte con le seduzioni della natura corrotta, e così la prima intenzione d'una semplice familiare allegria finisce per svanire in un lontano ricordo”. Un certo rigorismo del dotto monaco benedettino, non deve ingannarci; è vero che pur nel divertimento, dobbiamo cercare di non abbandonare una certa misura. La Chiesa, nella sua grande saggezza, ha sempre compatito certe debolezze umane quando esse rimangono nell’alveo di ciò che è controllabile. Quando esse vanno fuori misura, divengono pericolose sia per chi le compie che per la società stessa. Ecco perché, anche nel campo della sessualità, la Chiesa ha sempre condannato certi comportamenti al di fuori dei suoi insegnamenti, ma alcuni li ha bonariamente tollerati (non giustificati, però) proprio perché ha sempre capito che per la natura corrotta dell’uomo è molto difficile evitarli. I peccati secondo natura, rimangono sempre peccati, ma hanno un ordine di gravità diverso rispetto ai peccati contro natura.
Quindi, il carnevale può essere anche un momento di rilassamento prima dei rigori e delle penitenze della Quaresima, per chi ancora le osserva. Ma certamente, non deve essere un tempo di sfogo selvaggio, di violenza gratuita, di immoralità dilagante. Stranamente, un momento difficile come quello causato dalla paura di un’epidemia, ci richiama alla fragilità della nostra vita, alla volatilità della nostra esistenza.
Un articolo di Salvador Aragonés su aleteia.org ci richiama al senso del carnevale per un cristiano: “Essendo una festa pagana, alcuni si chiedono se sia un bene o un male per un cristiano partecipare al Carnevale. In teoria non c'è niente di male a partecipare al Carnevale, anche se tutto dipende dal tono e dai contenuti della festa. Per ogni cristiano non è bene mangiare troppo, ubriacarsi o assumere droghe, perché danneggiano la salute del corpo e vanno quindi contro il quinto comandamento, che obbliga a prendersi cura del proprio corpo senza esporlo a lesioni come quelle provocate dall'abuso di alcool, droghe o mangiate. Ciò non vuol dire che non si debba partecipare alle feste, ma che in esse il cristiano deve dimostrare la propria sobrietà e la propria temperanza. Divertirsi è sempre gradito a Dio, ma non è pulito e sano il divertimento che danneggia il proprio corpo con degli eccessi”. E, aggiungo, non è certamente bene per il proprio spirito.

In un tempo di prova come questo, in tempo di tensione sociale dovuto appunto alle paure per una epidemia che si sta allargando, come quella del coronavirus, concedere un certo divertimento, per quello che è possibile in una condizione sanitaria del genere, è certamente un bene. Ma, non dobbiamo mai dimenticare qual è lo scopo ultimo della nostra esistenza. Certamente oggi la presenza di Dio è molto meno sentita nella nostra società, quindi hanno molto meno senso per molti i digiuni, le astinenze, le ceneri, le mortificazioni. Eppure, momenti come questo, ci richiamano alle cose essenziali, alle cose che spesso siamo portati a ricordare quanto purtroppo è troppo tardi.

giovedì 13 febbraio 2020

L’importanza delle edicole mariane

In molte delle nostre città italiane, specialmente nei centri storici, ci sono delle edicole mariane, quelle immagini della Vergine Maria che vengono fissate su palazzi ed edifici per richiamare la devozione dei passanti. Ora, queste edicole a volte contengono anche l’immagine di altri santi, come sant’Antonio o santa Rita, ma la Beata Vergine Maria è la presenza preponderante. Molti anni fa ero in contatto con Mons. Dante Balboni, ed egli aveva dedicato vari studi, e forse anche qualche pubblicazione, proprio al tema delle edicole mariane. Quindi me ne parlava con grande trasporto, specialmente perché a Roma esse sono praticamente ovunque, alcune molto semplici, altre molto elaborate ed artistiche.
Io penso sia bello che la presenza della Vergine Maria, presenza materna, ci venga richiamata nei percorsi delle nostre strade, dandoci il tempo per elevare un pensiero, una giaculatoria (dal latino iaculatoria, che dà l’idea di lanciare qualcosa verso il cielo), per mettere le nostre pene quotidiane nelle mani della Madre celeste. In Via dell’Arco della Ciambella a Roma, vicino a Largo Argentina, ne esiste una davanti a cui mi soffermo spesso, con una preghiera incisa sotto l’immagine. Questa Madonna era tra quelle che avevano pianto per via dell’invasione napoleonica a Roma, quindi Madonna miracolosa. La preghiera sotto l’immagine recita: “T’innalza o Vergine casti pensieri chi pensa e medita ne’ tuoi misteri; e tu nell’anima gli accendi amore allor che ingenuo ei t’offre il core”. In realtà l’immagine che si osserva ora è una copia ottocentesca dell’immagine originale, che fu portata via dalla famiglia che era custode di questa edicola e per cui organizzava una solenne festa. 

Salutare la Madonna nelle edicole mariane è un uso che bisognerebbe tornare ad osservare, anche con un semplice Ave o con un Nos cum prole pia. Nel sito della sovrintendenza di Roma c’è una descrizione, forse curiosa, che voglio riportare: “Segno dell'emotività religiosa popolare, le edicole sacre costituiscono piccoli spazi sacri, testimonianza di una religiosità a cui ci si raccomanda, a cui si chiede la soluzione di problemi esistenziali privati, come testimoniano gli ex voto offerti in dono dai fedeli. Destinate a rassicurare la dimensione soggettiva, assolvono anche al bisogno collettivo di controllare e stabilizzare lo spazio della comunità, allo scopo di salvaguardarla dai rischi del mondo esterno: ne sono un esempio le edicole collocate in prossimità delle porte delle mura urbane o quelle realizzate soprattutto durante e dopo la seconda guerra mondiale. Non a caso l’immagine che campeggia con maggior frequenza è quella della Madonna, espressione e simbolo di una protezione di tipo universalistico. Sospese tra opera d’arte ed elemento di arredo urbano, le edicole sacre risultano elementi di grande complessità per essere costituite da materiali diversi: tele, affreschi, tavole, stucchi, terracotte, marmi ed anche metalli e legno impiegati soprattutto per coperture e baldacchini. Caratterizzate dalla presenza al loro interno di una immagine sacra, le forme variano dal semplice medaglione con cornice in stucco a composizioni elaborate e scenografiche, soprattutto di epoca barocca, che comprendono anche elementi architettonici e scultorei (putti, cherubini, ecc.). Nel gran mare di segni che la storia ha disseminato in Roma, le edicole sacre possono apparire un fenomeno secondario e minore almeno a livello di presenza architettonica ed artistica e di arredo urbano, anche se alcune di esse risultano opera di artisti famosi come il Sangallo e Perin del Vaga, e di altri meno conosciuti, ma ugualmente impegnati nelle realizzazioni artistiche della città come Bicchierari, Berrettoni e Moderati. La maggior parte delle edicole sacre risale ai secoli XVII e XVIII, quando garantivano coi loro lumi accesi l'unica illuminazione notturna della città. Nella seconda metà dell'Ottocento lo sviluppo edilizio ha comportato, insieme alla trasformazione degli immobili, anche quella delle edicole, intese più come elementi decorativi di facciate che come oggetti artistici autonomi. Si trattava sempre comunque di realizzazioni coerenti con le architetture; solo ai nostri giorni si assiste spesso, nei casi di rinnovata devozione, alla mancanza di ogni collegamento tra l'architettura e la struttura dell'edicola sacra, in particolare nelle aree periferiche della città”. Interessante il riferimento all’emotività religiosa delle persone. Penso in realtà che, come anche detto nella descrizione, queste edicole siano un elemento di stabilità personale e quindi sociale, perché richiamano la nostra esistenza quotidiana al suo rapporto con la dimensione soprannaturale.

martedì 4 febbraio 2020

Dalla “buona morte” a “buoni per la morte”

Un tempo, si pregava per avere una “buona morte“. Cosa significava questo? Significava chiedere a Dio di poter finire i propri giorni su questa terra in grazia sua, cercando di essere il più possibile sollevati dal peso dei peccati. Certamente conosciamo bene la nostra natura fragile e incline al peccato; quindi il pregare per avere una buona morte è certamente una cosa molto utile e opportuna. Purtroppo, oggi l’attenzione si è spostata. Se ti capita di assistere a dei funerali, vedrete che molti sacerdoti non presentano ai parenti e amici del defunto o della defunta quelle che sono le caratteristiche della speranza cristiana, la speranza di poter confidare nella misericordia di Dio malgrado l’indegnità della persona morta, ma si cerca di fare in modo che quella persona venga vista per forza in una buona luce,  viene fatto “buono per la morte”. Anche persone che hanno avuto una vita molto complicata, ladri, truffatori, grassatori, vengono presentate come “simpatiche, sorridenti, sempre disponibili“, facendo spesso trasalire gli astanti. Ora, io non pretendo che il sacerdote dica “il vostro congiunto era un delinquente!”, però non è neanche mentire. Attenzione, non dovrebbe essere sul fatto che il defunto fosse simpatico o meno, ma sul fatto che come battezzato può e deve confidare nella misericordia di Dio, lasciando stare quelle che sono state le sue mancanze durante il suo pellegrinaggio terreno. Forse, proprio per questa attenzione spostata sulle “virtù“ del defunto, ha un senso il fatto che quando la messa finisce si applaude al passaggio della bara. Ma si applaude che cosa? Che merito ha quella persona? Di essere morta? Non mi sembra un grande merito per cui si debba essere lodati ed applauditi. Purtroppo, da questa ora estrema nessuno può sfuggire.
Certo, per chi è Cristiano, questo momento significa il passaggio dalla vita terrena alla vita eterna. Questo passaggio ha varie modalità, e sarà Dio ovviamente ad accettare presso di sé immediatamente coloro che avranno perseverato nei suoi insegnamenti durante la vita terrena mentre riserverà un periodo di espiazione nel Purgatorio a coloro che hanno zoppicato più che camminare, mentre condannerà all’inferno coloro che lo hanno rifiutato senza appello. Ma ricordiamo sempre, che è cosa buona invocare “la buona morte“, anche se sappiamo che nella nostra vita ci sono molte cose che ci fanno vergognare, ci fanno pensare alle nostre mancanze nei confronti del Padre celeste.
Un tempo con la morte si aveva una consuetudine maggiore, oggi si tende a nasconderla anche nella terminologia. Non su muore, si scompare, si viene a mancare, si viene tolti all’affetto dei cari...papa Francesco dice in riferimento al chiamare la morte sorella: “È un’espressione che a me non dice molto. Certo, fa parte della mia cultura, Francesco è geniale, ma non chiamerei “sorella” la morte. Mi piace pensare alla morte come all’atto di giustizia finale. La morte è così da un lato il salario del peccato, ma dall’altro apre la porta alla redenzione. Convivere con la morte non fa parte della mia cultura, ma ognuno di noi ha la propria”. E da noi, questa consuetudine con il fatto che la vita ha un termine, formava l’immaginario di tutti. Pensiamo anche alle belle liturgie con i canti per i defunti, il Requiem, il Dies irae, il Libera me. Quanto la musica deve anche a queste liturgie, quanti capolavori sono stati scritti per questa occasione.

Un tempo si facevano pii esercizi per la buona morte, per prepararsi a quel momento. Ho trovato questa preghiera di san Pompilio Maria Pirrotti (1710-1766), reperita sul sito di Alleanza Cattolica, che può essere ancora utile: “M’incammino, Signore, verso la mia eternità, circondato da grandi spirituali nemici. Temo e tremo specialmente per il momento della morte, dal quale essa dipenderà, per la guerra atroce che avesse a muovermi il demonio, sapendo restargli poco tempo per la mia eterna rovina. Desidero quindi, o Signore, prepararmici fin da ora, offrendovi oggi stesso per il mio estremo momento quelle proteste di fede e di amore verso di voi, che sono tanto atte a reprimere e rendere vane tutte le arti insidiose e maligne del nemico e che io intendo opporgli in quel punto di così gravi conseguenze, qualora egli ardisse anche solo di attentare con i suoi inganni alla tranquillità e pace dello spirito mio. Io N.N., in presenza della santissima Trinità, della beatissima Vergine Maria, del mio santo Angelo Custode e di tutta la corte celeste, protesto di voler vivere e morire sotto l’insegna della santa Croce. Credo fermamente tutto quello che crede e professa la Santa Madre Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Intendo di voler morire in questa santa Fede, nella quale morirono tutti i santi Martiri, Confessori, Vergini di Cristo e tutti quelli che hanno salvato l’anima loro. Se il demonio mi tentasse di disperazione per la moltitudine e gravità dei miei peccati, io fin da ora protesto di sperare fermamente nella misericordia infinita di Dio, che non si farà vincere dalle mie colpe, e nel Sangue prezioso di Gesù, che le ha lavate. Se il demonio mi assalisse con tentazioni di presunzione per quel poco di bene, che con l’aiuto di Dio avessi potuto fare, confesso fin da ora di meritare invece mille inferni per i miei peccati e mi affido alla infinita bontà di Dio, per la cui grazia unicamente io sono quello che sono. Infine se il demonio mi suggerisse essere eccessivi i dolori, con i quali il Signore mi affliggesse negli ultimi momenti della mia vita, io protesto fin da ora che tutto sarebbe un nulla per i castighi meritati in tutta la mia vita, e ringrazio Iddio che mi darebbe con questi dolori occasione di scontare in questa vita ciò, che nell’altra dovrei scontare nel purgatorio. Nelle amarezze dell’anima mia ripenso tutti gli anni miei: vedo le mie iniquità, le confesso e le detesto. Confuso e dolente mi rivolgo al mio Dio, al mio Creatore e Redentore. Deh, perdonami, o Signore, per la moltitudine delle tue misericordie; perdona al servo tuo, che hai ricomprato col tuo Sangue prezioso. Dio mio, a te ricorro, te invoco, in te confido, all’infinita tua pietà commetto ogni ragione della mia vita. Troppo ho peccato: non entrare in giudizio col servo tuo, che si rende vinto e si confessa reo. Non posso da me recarti soddisfazione delle molte offese: non ho di che pagarti e infinito è il mio debito. Ma il Figlio tuo ha sparso il suo Sangue per me e maggiore della mia iniquità è la tua misericordia. O Gesù, sii il mio Salvatore! Nell’ora del tremendo passo poni in fuga il nemico dell’anima mia: fammi superare ogni difficoltà, Tu, che fai solo grandi meraviglie. Signore, per la moltitudine delle tue misericordie entrerò nella tua casa. Affidato alla tua pietà, nelle tue mani rimetto il mio spirito! Che la Vergine Maria e l’Angelo mio Custode accompagnino l’anima mia nella celeste patria. Così sia”. Insomma, gioiamo della vita, ma prepariamoci a partire.

lunedì 3 febbraio 2020

San Biagio e il dono della voce

Il 3 febbraio la Chiesa ricorda la festa di San Biagio. Questa festa è importante anche per un motivo molto particolare, perché San Biagio è considerato il protettore per i problemi alla gola. Questo ci fa pensare all’importanza della nostra voce, al dono grande che abbiamo avendo la possibilità di poter comunicare con questo mezzo straordinario, un mezzo che non solo ci permette di poter parlare con chiunque, ma anche di poter cantare, cioè esprimere con ancora più efficacia quello che abbiamo dentro. La voce, è anche mezzo per lodare Dio, che è un qualcosa che non dovremmo mai dimenticare. Allora oggi, in mattinata, mi sono recato in una bella basilica romana e ho chiesto a un sacerdote che mi conosce da quando sono adolescente, di darmi una speciale benedizione alla gola, visto che essa è sede di tanti organi importanti, come per esempio la tiroide, delle cui patologie soffrono tantissime persone, se non sbaglio una su dieci nel nostro paese. Spero molti seguiranno il mio esempio.
Pietro Barbini su Zenit, ripreso su santiebeati.it, informa come segue: “Poco si conosce della vita di San Biagio, di cui oggi si festeggia la memoria liturgica. Notizie biografiche sul Santo si possono riscontrare nell’agiografia di Camillo Tutini, che raccolse numerose testimonianze tramandate oralmente. Si sa che fu medico e vescovo di Sebaste in Armenia e che il suo martirio è avvenuto durante le persecuzioni dei cristiani, intorno al 316, nel corso dei contrasti tra gli imperatori Costantino (Occidente) e Licino (Oriente). Catturato dai Romani fu picchiato e scorticato vivo con dei pettini di ferro, quelli che venivano usati per cardare la lana, ed infine decapitato per aver rifiutato di abiurare la propria fede in Cristo. Si tratta di un Santo conosciuto e venerato tanto in Occidente, quanto in Oriente. Il suo culto è molto diffuso sia nella Chiesa Cattolica che in quella Ortodossa. Nella sua città natale, dove svolse il suo ministero vescovile, si narra che operò numerosi miracoli, tra gli altri si ricorda quello per cui è conosciuto, ossia, la guarigione, avvenuta durante il periodo della sua prigionia, di un ragazzo da una lisca di pesce conficcata nella trachea. Tutt’oggi, infatti, il Santo lo si invoca per i “mali alla gola”. Inoltre San Biagio fa parte dei quattordici cosiddetti santi ausiliatori, ossia, quei santi invocati per la guarigione di mali particolari. Venerato in moltissime città e località italiane, delle quali, di molte, è anche il santo patrono, viene festeggiato il 3 febbraio in quasi tutta la penisola italica. È tradizione introdurre, nel mezzo della celebrazione liturgica, una speciale benedizione alle “gole” dei fedeli, impartita dal parroco incrociando due candele (anticamente si usava olio benedetto). Interessanti sono anche alcune tradizioni popolari tramandatesi nel tempo in occasione dei festeggiamenti del Santo. Chi usa, come a Milano, festeggiare in famiglia mangiando i resti dei panettoni avanzati appositamente a Natale, e chi prepara dei dolci tipici con forme particolari, che ricordano il santo, benedetti dal parroco e distribuiti poi ai fedeli. A Lanzara, una frazione della provincia di Salerno, per esempio, è tradizione mangiare la famosa “polpetta di San Biagio”. Nella città di Salemi, invece, si narra che nel 1542 il Santo salvò la popolazione da una grave carestia, causata da un’invasione di cavallette che distrusse i raccolti nelle campagne, intercedendo ed esaudendo le preghiere del popolo che invocava il suo aiuto (san Biagio, infatti, oltre che essere protettore dei “mali della gola” è anche protettore delle messi); da quel giorno a Salemi, ogni anno il 3 di febbraio, si festeggia il Santo preparando i cosiddetti “cavadduzzi”, letteralmente “cavallette”, per ricordare il miracolo, e i “caddureddi” (la cui forma rappresenta la “gola”), che sono dei piccoli pani preparati con acqua e farina, benedetti dal parroco e distribuiti poi ai fedeli. Dal 2008 inoltre, sempre a Salemi, viene organizzata, con la collaborazione di tutte le scuole e associazioni della città, una spettacolare rappresentazione del “miracolo delle cavallette” che si conclude con l’arrivo alla chiesa del Santo per deporre i doni e farsi benedire le “gole””.
A Roma, ci sono due chiese che ci offrono la memoria di questo santo, una è in via Giulia e si chiama San Biagio degli armeni o San Biagio della pagnotta, per il dono dei piccoli pani che vengono fatti nel giorno della festa del santo. Poi abbiamo la chiesa di San Biagio e Carlo ai Catinari, molto vicina al largo Argentina. In questa chiesa si conserva una reliquia di San Biagio, un osso, con cui viene data la benedizione nel giorno della festa del santo.

Dovremmo sempre molto riflettere sul dono della voce, pensare a cosa sarebbe se non potessimo parlare, se non potessimo comunicare. Quindi, almeno nel giorno della festa di San Biagio, dovremmo pensare a tutti coloro che per motivi vari non possono parlare, pregare per loro e per la pace nella loro esistenza. La voce è un fatto meccanico, fisiologico, attraverso il quale viene prodotto il suono; ma ricordiamo che l’elemento spirituale che ispira quello meccanico è sicuramente il più importante. Non importa che possiamo parlare, importa il perché dobbiamo parlare. Anche San Benedetto ci dice che la mente deve concordarsi con quello che la voce sta cantando; cerchiamo di non dimenticarlo mai.

sabato 1 febbraio 2020

Candelora, candelora, dall’inverno semo fora

L’immaginario liturgico cattolico, ha plasmato la coscienza dell’occidente, non solo quella del nostro paese. Prendiamo per esempio la festa del 2 febbraio, la candelora, come viene chiamata dal popolo semplice. Questa festa ora ha il nome liturgico di Festa della Presentazione al Tempio di Gesù, mentre nella forma straordinaria del rito romano essa va sotto il nome di Purificazione della Beata Vergine Maria. Questa festa, che cade 40 giorni dopo il Natale, celebra l’offerta del primogenito e la purificazione della madre. Dom Prosper Guéranger così parla dell’origine di questa festa: “L'origine storica è abbastanza difficile a stabilirsi in modo preciso. Secondo Baronio, Thomassin, Baillet ecc., tale benedizione sarebbe stata istituita, verso la fine del V secolo, dal Papa san Gelasio (492-496), per dare un senso cristiano ai resti dell'antica festa dei Lupercali, di cui il popolo di Roma aveva ancora conservato alcune usanze superstiziose. È almeno certo che san Gelasio abolì le ultime vestigia della festa dei Lupercali che veniva celebrata nel mese di febbraio. Innocenzo III, in uno dei suoi Sermoni sulla Purificazione, ci dice che l'attribuzione della cerimonia delle Candele al due febbraio è dovuta alla saggezza dei Pontefici romani, i quali avrebbero indirizzato al culto della santa Vergine i resti d'una usanza religiosa degli antichi Romani, che accendevano delle fiaccole in ricordo delle torce alla cui luce Cerere aveva, secondo la favola, percorso le cime dell'Etna, cercando la figlia Proserpina rapita da Plutone; ma non si trova alcuna festa in onore di Cerere nel mese di febbraio nel calendario degli antichi Romani. Ci sembra dunque più esatto adottare l'idea di D. Hugues Mènard, Rocca, Henschenius e Benedetto XIV, i quali ritengono che l'antica festa conosciuta in febbraio sotto il nome di Amburbalia e nella quale i pagani percorrevano la città portando delle fiaccole, ha dato occasione ai Sommi Pontefici di sostituirvi un rito cristiano che essi hanno congiunto alla celebrazione della festa in cui Cristo, Luce del mondo, viene presentato al Tempio dalla Vergine madre”. Quindi, un’antica festa romana venne cristianizzata dalla Chiesa di Roma. Questo fu il metodo usato anche in altri casi, per cercare di non perdere quell’elemento sacrale che era stato comunque acquisito attraverso l’adesione a credenze pagane, che viene così rettificato nel volgersi alla vera religione. Ho già detto in precedenza come io veda un errore nel concepire il passaggio fra mondo pagano e mondo cristiano come una rottura, lo vedo piuttosto come un compimento, un passare dall’imperfetto al perfetto. La Roma cristiana fu il compimento della Roma pagana, non semplicemente la sua sostituzione. Molti elementi di profonda religiosità esistevano presso i romani e i cristiani mutuarono alcuni elementi dalla Roma pagana, si pensi agli abiti liturgici.
Dom Guéranger ci dona questa preghiera riferita a quanto si celebra in questa festa: “Lo Spirito divino ci ha guidati al Tempio come Simeone; vi contempliamo in questo istante la Vergine Madre che presenta all'altare il Figlio di Dio e suo. Noi ammiriamo questa fedeltà alla Legge nel Figlio e nella Madre, e sentiamo nell'intimo del cuore il desiderio di essere presentati a nostra volta al Signore che accetterà il nostro omaggio come ha ricevuto quello del suo Figliuolo. Affrettiamoci dunque a mettere i nostri sentimenti in sintonia con quelli dei Cuori di Gesù e di Maria. La salvezza del mondo ha fatto un passo in questo giorno; progredisca dunque anche l'opera della nostra santificazione. D'ora in poi il mistero del Dio Bambino non ci sarà più offerto dalla Chiesa come oggetto speciale della nostra religione; i soavi quaranta giorni di Natale volgono al termine; dobbiamo ora seguire l'Emmanuele nelle sue lotte contro i nostri nemici. Seguiamo i suoi passi; corriamo al suo seguito come Simeone, e camminiamo senza stancarci sulle orme di Colui che è la nostra Luce; amiamo questa Luce, e otteniamo con la nostra premurosa fedeltà che essa risplenda sempre su di noi. 
O Emmanuele, in questo giorno in cui fai l'ingresso nel Tempio della tua Maestà, portato in braccio da Maria Madre tua, ricevi l'omaggio delle nostre adorazioni e della nostra riconoscenza. Onde sacrificarti per noi tu vieni nel Tempio; come preludio del nostro riscatto ti degni di pagare il debito del primogenito e per abolire presto i sacrifici imperfetti vieni ad offrire un sacrificio legale. Compari oggi nella città che dovrà essere un giorno il termine della tua corsa e il luogo della tua immolazione. Non ti è bastato nascere per noi; il tuo amore ci riserba per l'avvenire una testimonianza più splendente. 

Tu, consolazione d'Israele e su cui gli Angeli amano tanto posare i loro sguardi, entri nel Tempio; e i cuori che ti attendevano si aprono e si elevano verso di te. Oh! chi ci darà una parte dell'amore che provò il vegliardo allorché ti prese fra le braccia e ti strinse al cuore? Egli chiedeva solo di vederti, o divino Bambino, e poi di morire. Dopo averti visto per un solo istante, s'addormentava nella pace. Quale sarà dunque la beatitudine di possederti eternamente, se così brevi istanti sono bastati ad appagare l'attesa di tutta una vita!”. Sembra di ascoltare quanto si canta nell’inno Iesu dulcis memoria: sed super mel et omnia, eius dulcis prasentia!

giovedì 30 gennaio 2020

Perché mi piace entrare nelle chiese vuote

Lo ammetto: mi piace entrare nelle chiese vuote. Il silenzio, la solitudine, il raccoglimento che si respira in questi spazi, sento che mi parlano in modo tutto speciale. Mi sembra potermi richiamare a Giacomo Leopardi che diceva: “Ma sedendo e mirando, interminati Spazi di là da quella, e sovrumani Silenzi, e profondissima quiete Io nel pensier mi fingo; ove per poco Il cor non si spaura”. 
Le chiese vuote sono piene di presenze che si manifestano nel silenzio e sembra di essere convocati ad un incontro di cui sei l’ospite d’onore. Sembra che quelle superbe architetture, quelle statue, quegli organi muti siano lì solo per te, per accogliere i sospiri del tuo cuore e per asciugare le lacrime dei tuoi occhi. E io anche immagino le tante persone che sono lì passate, secoli prima, che hanno pregato nel banco in cui io le sto pensando. E mi sento stranamente unito a loro, come se misteriosamente potessimo darci la mano.