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lunedì 3 maggio 2021

lunedì 25 gennaio 2021

La bellezza fisica

 


Esiste nella nostra epoca un’idea per cui la bellezza fisica sia qualcosa di cui quasi vergognarsi, che essa non sia importante a scapito di una “bellezza interiore“. A parte che due cose non sono in contrasto, io credo che invece la bellezza fisica sia un dono che debba essere considerato come tale e apprezzato sia da chi lo possiede che da chi lo contempla. Tutta questa paura della bellezza esteriore io non la capisco. Un tempo essa veniva esibita, specie da parte delle donne nei confronti degli uomini. Era peggio? Non mi sembra. Ancora oggi dai barbieri ci sono calendari dove belle ragazze mettono in mostra le loro generose forme. Lasciando per un attimo perdere il dato morale, è comunque un modo per esaltare la bellezza dei corpi umani e la loro mutua attrazione.

In un discorso del 1958, anche Pio XII affermava: “La bellezza fisica dell’uomo, manifestata principalmente dal volto, è in se stessa un bene, quantunque subordinato ad altri beni superiori, e pertanto pregevole e desiderabile. Essa è, infatti, un’impronta della bellezza del Creatore, perfezione del composto umano, normale sintomo della sanità fisica. Quasi muto linguaggio dell’anima, da tutti intelligibile, la bellezza è ordinata a esprimere all’esterno i pregi interiori dello spirito, poiché, come insegna l’Angelico Dottore, il fine prossimo del corpo è l’anima ragionevole; perciò, in tanto esso può dirsi perfetto, in quanto possiede tutti i requisiti che lo rendono strumento atto dell’anima e delle sue operazioni (cf. STh I, q. 91, a. 3). (...) Ora, non vi è dubbio che il cristianesimo e la   sua morale non hanno mai condannato, come illecita in sé, la stima e la cura ordinata della bellezza fisica” (Pio XII, 1958 in Maurizio Faggioni, La maschera e il volto). Nella saggezza tradizionale della Chiesa la bellezza fisica non veniva demonizzata, ma veniva subordinata, come è logico per chi ha fede, alla bellezza dell’anima. Quindi essa non era negativa ma era soltanto da vedere in una prospettiva di fede. Quindi, la bellezza anche da una prospettiva cristiana è vista come un valore. È vero che a volte sleghiamo la bellezza dal suo fine soprannaturale, ma quello che qui ci importa è affermare come la bellezza fosse vista anche dalla Chiesa come un valore.

Del resto anche i teologi medioevali non rifuggivano dalla bellezza sensibile: “Et revera etiam corporales genas alicujus ita grata videas venustate refertas, ut ipsa exterior facies intuentium animos reficere possit, et de interiori quam innuit cibare gratia (E infatti tu vedi che le gote di una persona sono così piene di graziosa leggiadria che l’aspetto esteriore può ravvivare gli animi di coloro che le guardano e può cibarli della grazia interiore di cui esso è segno; Gilberto di Hoyland, Sermones in Canticum Salomonis 25, PL 184, col. 125 in U. Eco, Arte e bellezza nell’estetica medievale). Insomma, la stessa prospettiva di Pio XII. Pensare che il medioevo fosse anti estetico è una contraddizione: “Il pensare al Medioevo come all’epoca della negazione moralistica del bello sensibile indica, oltre che una superficiale conoscenza dei testi, una incomprensione fondamentale della mentalità medievale. Un esempio chiarificatore lo si ha proprio osservando l’atteggiamento manifestato di fronte alla bellezza dai mistici e dai rigoristi. I moralisti e gli asceti, sotto ogni latitudine, non sono certo individui che non avvertano l’attrattiva delle gioie terrene: sentono anzi tali sollecitazioni in misura più intensa di altri e proprio su questo contrasto tra la reattività al terrestre e la tensione al soprannaturale si fonda il dramma della disciplina ascetica. Quando poi tale disciplina abbia raggiunto il suo fine, allora il mistico e l’asceta trovano nella pace dei sensi ridotti a controllo la possibilità di guardare con occhio sereno le cose del mondo: e le possono valutare con una indulgenza che la febbre della lotta ascetica inibiva loro. Ora rigorismo e mistica medievale ci offrono numerosi esempi di questi due atteggiamenti psicologici, e con essi una serie di documenti interessantissimi sulla sensibilità estetica del tempo” (Umberto Eco, Arte e bellezza nell’estetica medievale). Insomma, l’attrattiva della bellezza è sempre stata viva.

Questa fobia della bellezza fisica è veramente una contraddizione, un qualcosa che dovrebbe farci pensare sullo stato di degrado e di declino della nostra civiltà. Alcuni, come vedremo in seguito, parlano anche di “malattia della bellezza“, qualcosa che dovrebbe fare accapponare la pelle soltanto a pronunciarla. La bellezza è qualcosa che va celebrata anche se è vero che alcuni la possono vivere in modo superficiale come del resto vale per altre qualità fisiche e morali. Ma senza di essa il mondo è enormemente più povero.
























venerdì 20 marzo 2020

Liturgia al tempo del coronavirus

Tutti possiamo seguire i tanti dibattiti e le tante polemiche che si succedono in questi giorni, il cui unico tema di discussione, e con ragione, è la pandemia di coronavirus che stiamo vivendo. Non si parla d’altro, la gente non vuole parlare o sentire altro. Ripeto, non ci sorprende una cisa del genere, visto che questo evento segnerà anche la nostra vita nel futuro, come una guerra o una calamità naturale. Arrriverà un momento in cui dovremmo per forza fare i conti con questi eventi e cercare di capire se ci insegnano qualcosa. Uno dei temi è quello della partecipazione impedita alla liturgia, per evitare assembramenti di persone e favorire la diffusione della malattia. Pensando poi che lo spettro demografico di coloro che frequentano la chiesa ai nostri tempi tende verso l’età più matura.
La Messa è l’atto più grande della nostra fede. Nella Mediator Dei, Pio XII sanciva: “Il dovere fondamentale dell'uomo è certamente quello di orientare verso Dio se stesso e la propria vita. «A Lui, difatti, dobbiamo principalmente unirci, e indefettibile principio, al quale deve anche costantemente rivolgersi la nostra scelta come ad ultimo fine, che perdiamo peccando anche per negligenza e che dobbiamo riconquistare per la fede credendo in Lui» (San Tommaso, Summa Theol., 2.a 2.æ, q. 81, a. 1). Ora, l'uomo si volge ordinatamente a Dio quando ne riconosce la suprema maestà e il supremo magistero, quando accetta con sottomissione le verità divinamente rivelate, quando ne osserva religiosamente le leggi, quando fa convergere verso di Lui tutta la sua attività, quando per dirla in breve presta, mediante le virtù della religione, il debito culto all'unico e vero Dio. Questo è un dovere che obbliga prima di tutto gli uomini singolarmente, ma è anche un dovere collettivo di tutta la comunità umana ordinata con reciproci vincoli sociali, perché anch'essa dipende dalla somma autorità di Dio. Si noti, poi, che questo è un particolare dovere degli uomini, in quanto Dio li ha elevati all'ordine soprannaturale. Così se consideriamo Dio come autore dell'antica Legge, lo vediamo proclamare anche precetti rituali e determinare accuratamente le norme che il popolo deve osservare nel rendergli il legittimo culto. Stabilì, quindi, vari sacrifici e designò varie cerimonie con le quali dovevano compiersi; e determinò chiaramente ciò che si riferiva all'Arca dell'Alleanza, al Tempio ed ai giorni festivi; designò la tribù sacerdotale e il sommo sacerdote, indicò e descrisse le vesti da usarsi dai sacri ministri e quanto altro mai aveva relazione col culto divino (cfr. Levitico). Questo culto, del resto, non era altro che l'ombra (Heb. 10, 1) di quello che il Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento avrebbe reso al Padre Celeste”. Insomma, la liturgia non è qualcosa di accessorio, ma un dovere preciso del cristiano. Certo, ci sono anche le esigenze di salvaguardare vite umane, non esporli a possibili pericoli. Ecco che trovare un equilibrio in questa situazione diviene estremamente difficile e penoso.
Mons. Giampaolo Crepaldi, in un documento recente, ha osservato: “Il bene comune è di natura morale e, come abbiamo detto sopra, questa crisi dovrebbe indurre alla riscoperta di questa dimensione, ma la morale non vive di vita propria, dato che è incapace di fondarsi ultimamente. Qui si pone il problema della relazione essenziale che la vita politica ha con la religione, quella che meglio garantisce anche la verità della vita politica. L’autorità politica indebolisce la lotta contro il male, come accade anche con l’epidemia in corso, quando equipara le Sante Messe alle iniziative ludiche, pensando che debbano essere sospese, magari anche prima di sospendere altre forme aggregative senz’altro meno importanti. Anche la Chiesa può sbagliare quando non fa valere, per lo stesso autentico e completo bene comune, l’esigenza pubblica delle Sante Messe e dell’apertura delle chiese. La Chiesa dà il suo contributo alla lotta contro l’epidemia nelle varie forme di assistenza, aiuto e solidarietà che essa sa realizzare, come ha sempre fatto in casi simili in passato. È il caso, però, di mantenere alta l’attenzione alla dimensione religiosa del suo apporto, affinché non sia considerata una semplice espressione della società civile. Per questo assume un valore particolare quanto affermato da Papa Francesco che ha pregato lo Spirito Santo di dare “ai pastori la capacità e il discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lascino da solo il santo popolo fedele di Dio. Che il popolo di Dio si senta accompagnato dai pastori e dal conforto della Parola di Dio, dei sacramenti e della preghiera”, naturalmente con il buon senso e la prudenza che la situazione richiede“. Ecco, in queste osservazioni del prelato mi sembra ci siano spunti da tenere presenti, in quanto quello che ci accade oggi non è che uno specchio di un cammino su cui la Chiesa si è oramai incamminata da decenni, in cui io soprannaturale è stato a bella posta “naturalizzato”, rendendo possibile concepire la santa Messa come un’attività tra le altre. E non dimentichiamo che anche lo stile di tante celebrazioni dei tempi nostri ci richiama a questo desiderio di quotidianeità liturgica, che rende agli occhi di tanti la liturgia un incontro fra gli altri, senza quel carattere soprannaturale che dovrebbe esserne al cuore. 

Come vivere la liturgia al tempo del coronavirus? Deus non alligatur sacramentis, ci dice la tradizione teologica cattolica, Dio può agire ed agisce anche al di fuori di una regolare vita sacramentale. Noto che in questi tempi, specialmente sui social, c’è un continuo organizzare la recita del rosario, la via crucis, novene....insomma tutte quelle forme di preghiera che tanti nella Chiesa stessa hanno vituperato perché appartenenti ad un passato che molti vivono quasi con vergogna, come se non ci dovesse più appartenere.

venerdì 14 febbraio 2020

Pio XII e la musica sacra come visione della maestà di Dio

Oggi, in occasione della visita in una bella chiesa romana, mi è capitato di sostare di fronte alla cappella dove fu battezzato l’ultimo Papa romano, Pio XII (1876-1958). Eugenio Pacelli era figlio della Roma più autentica, anche se verrà cresciuto negli ambienti nobiliari che erano consoni al rango della sua famiglia.
Pio XII fu un grande Papa anche per i suoi apporti nel campo liturgico, e anche in quello della musica liturgica, visto che era egli stesso appassionato violinista. Ricordiamo l’enciclica Musicae Sacrae Disciplina del 1955. Sarà utile commentare alcuni passaggi: “A nessuno certamente recherà meraviglia il fatto che la chiesa con tanta vigilanza s'interessi della musica sacra. Non si tratta, infatti, di dettare leggi di carattere estetico o tecnico nei riguardi della nobile disciplina della musica; è intenzione della chiesa, invece, che questa venga difesa da tutto ciò che potrebbe menomarne la dignità, essendo chiamata a prestare servizio in un campo di così grande importanza qual è quello del culto divino”. Ecco, sembra importante che il Pontefice ci ricordi come la cura che abbiamo per la musica sacra non è dovuta ad un vezzo estetico, ma perché essa è connessa con il culto divino, culmine e fonte della vita del cristiano.
“In ciò la musica sacra non ubbidisce a leggi e norme diverse da quelle che regolano ogni arte religiosa, anzi l'arte stessa in generale. Invero non ignoriamo che in questi ultimi anni alcuni artisti, con grave offesa della pietà cristiana, hanno osato introdurre nelle chiese opere prive di qualsiasi ispirazione religiosa e in pieno contrasto anche con le giuste regole dell'arte. Essi cercano di giustificare questo deplorevole modo di agire con argomenti speciosi, che pretendono far derivare dalla natura e dall'indole stessa dell'arte. Vanno, infatti, dicendo che l'ispirazione artistica è libera, che non è lecito sottoporla a leggi e norme estranee all'arte, siano queste morali o religiose, perché in tal modo si verrebbe a ledere gravemente la dignità dell'arte e a ostacolare con vincoli e legami il libero corso dell'azione dell'artista sotto il sacro influsso dell'estro”. Siamo ancora in tempi in cui si opponeva un certo modo di fare musica contemporanea con la musica anche contemporanea ma che sapeva adattarsi alle esigenze della liturgia. Oggi, non c’è neanche questa lotta, in quanto la diatriba è fra musica adatta alla liturgia e musica commerciale, quindi il piano della questione è tutt’altro.
“Con tali argomenti viene sollevata una questione senza dubbio grave e difficile, che riguarda qualsiasi manifestazione d'arte e ogni artista; questione che non può essere risolta con argomenti tratti dall'arte e dall'estetica, ma che invece dev'essere esaminata alla luce del supremo principio del fine ultimo, regola sacra e inviolabile di ogni uomo e di ogni azione umana. L'uomo, infatti, dice ordine al suo fine ultimo - che è Dio - in forza di una legge assoluta e necessaria fondata sulla infinita perfezione della natura divina, in maniera così piena e perfetta che neppure Dio potrebbe esimere qualcuno dall'osservarla. Con questa legge eterna ed immutabile viene stabilito che l'uomo e tutte le sue azioni devono manifestare, a lode e gloria del Creatore, l'infinita perfezione di Dio e imitarla per quanto è possibile. L'uomo, perciò, destinato per natura sua a raggiungere questo fine supremo, nel suo operare deve conformarsi al divino archetipo e orientare in questa direzione tutte le facoltà dell'animo e del corpo, ordinandole rettamente tra loro e debitamente piegandole verso il conseguimento del fine. Pertanto anche l'arte e le opere artistiche devono essere giudicate in base alla loro conformità con il fine ultimo dell'uomo; e l'arte certamente è da annoverarsi fra le più nobili manifestazioni dell'ingegno umano, perché riguarda il modo di esprimere con opere umane l'infinita bellezza di Dio, di cui essa è quasi il riverbero. Per la qual cosa, la nota espressione "l'arte per l'arte" - con cui, messo in disparte quel fine che è insito in ogni creatura, erroneamente si afferma che l'arte non ha altre leggi che quelle che promanano dalla sua natura - o non ha valore alcuno o reca grave offesa a Dio stesso, creatore e fine ultimo. La libertà poi dell'artista - che non è un istinto cieco nell'azione, regolato solo dall'arbitrio o da una certa sete di novità - per il fatto che è soggetta alla legge divina, in nessun modo viene coartata o soffocata, ma piuttosto nobilitata e perfezionata”.  Che belle e nobili parole! La libertà dell’artista non è quella di fare ciò che vuole, ma quella di adeguarsi alla ricerca della vera Bellezza, che è Dio. Non è una libertà suprema quella di poter cercare attraverso la musica Colui che ci ha liberato? La libertà assoluta è in fondo schiavitù, in quanto si poggia sul nulla e ci vincola alle nostre ansie e paure. 
“Ciò, se vale per ogni opera d'arte, è chiaro che deve applicarsi anche nei riguardi dell'arte sacra e religiosa. Anzi l'arte religiosa è ancor più vincolata a Dio e diretta a promuovere la sua lode e la sua gloria, perché non ha altro scopo che quello di aiutare potentemente i fedeli a innalzare piamente la loro mente a Dio, agendo per mezzo delle sue manifestazioni sui sensi della vista e dell'udito. Perciò l'artista senza fede o lontano da Dio con il suo animo e con la sua condotta, in nessuna maniera deve occuparsi di arte religiosa; egli, infatti, non possiede quell'occhio interiore che gli permette di scorgere quanto è richiesto dalla maestà di Dio e dal suo culto. Né si può sperare che le sue opere prive di afflato religioso - anche se rivelano la perizia e una certa abilità esteriore dell'autore - possano mai ispirare quella fede e quella pietà che si addicono alla maestà della casa di Dio; e quindi non saranno mai degne di essere ammesse nel tempio dalla chiesa, che è la custode e l'arbitra della vita religiosa”. La musica sacra, per elevare potentemente i fedeli a Dio, deve scrutare con l’occhio interiore dell’artista, come dice il Pontefice, la maestà di Dio. La musica sacra non è auto compiacimento della comunità, ma ha sempre lo sguardo allo Splendor Paternae Gloriae
“L’artista invece che ha fede profonda e tiene una condotta degna di un cristiano, agendo sotto l'impulso dell'amore di Dio e mettendo le sue doti a servizio della religione, per mezzo dei colori, delle linee e dell'armonia dei suoni farà ogni sforzo per esprimere la sua fede e la sua pietà con tanta perizia, eleganza e soavità, che questo sacro esercizio dell'arte costituirà per lui un atto di culto e di religione, e stimolerà grandemente il popolo a professare la fede e a coltivare la pietà. Tali artisti sono stati e saranno sempre tenuti in onore dalla chiesa; essa aprirà loro le porte dei templi, poiché si compiace del contributo non piccolo che essi con la loro arte e con la loro operosità danno per un più efficace svolgimento del suo ministero apostolico”. Qui il Papa non è stato profeta, anche perchè se fosse vivo oggi potrebbe vedere come la Chiesa ha in realtà chiuso le porte a molti artisti che lavorano nella direzione auggerita da Pio XII mentre sono spesso in onore gli artisti “lontani”, coloro che rappresentano i lati peggiori della contemporaneità.
“Queste leggi dell'arte religiosa vincolano con un legame ancora più stretto e più santo la musica sacra, poiché essa è più vicina al culto divino che le altre arti belle, come l'architettura, la pittura e la scultura; queste cercano di preparare una degna sede ai riti divini, quella invece occupa un posto di primaria importanza nello svolgimento stesso delle cerimonie e dei riti sacri. Per questo la chiesa deve con ogni diligenza provvedere a rimuovere dalla musica sacra, appunto perché questa è l'ancella della sacra liturgia, tutto ciò che disdice al culto divino o impedisce ai fedeli di innalzare la mente a Dio”. Qui possiamo veramente osservare come questa enciclica, che pur contiene concetti sempre validi, è in parte frutto di un tempo e di una mentalità ecclesiale che è stata completamente messa da parte in favore di un accomodamento alla modernità che sta dando i frutti che sono sotto l’occhio di tutti.
“E, infatti, in ciò consiste la dignità e l'eccelsa finalità della musica sacra, che cioè per mezzo delle sue bellissime armonie e della sua magnificenza apporta decoro e ornamento alle voci sia del sacerdote offerente sia del popolo cristiano che loda il sommo Dio eleva i cuori dei fedeli a Dio per una sua intrinseca virtù rende più vive e fervorose le preghiere liturgiche della comunità cristiana, perché Dio uno e trino da tutti possa essere lodato e invocato con più intensità ed efficacia. Per opera della musica sacra, dunque, viene accresciuto l'onore che la chiesa porge a Dio in unione con Cristo suo capo; e viene altresì aumentato il frutto che i fedeli, stimolati dai sacri concenti, percepiscono dalla sacra liturgia e sogliono manifestare con una condotta di vita degnamente cristiana, come dimostra l'esperienza quotidiana e confermano molte testimonianze di scrittori antichi e recenti”. Ecco, se non si ha come meta la gloria di Dio, si toglie anche il fondamento dell’edificazione dei fedeli.

Pio XII, è stato certamente un grandissimo Pontefice, e la sua opera liturgica dovrebbe essere certamente rivalutata. Fu infatti un Papa a cui si prestò attenzione anche durante il Concilio Vaticano secondo, anche se questo oggi sembra essere dimenticato. Richiamare l’importanza della dignità della liturgia, e l’importanza della dignità della musica sacra nel culto, è tema sempre attuale, e rileggere le parole di questo grande Pontefice non può che aiutarci nel cercare di uscire da una situazione che ormai si trascina da troppo tempo.