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lunedì 5 luglio 2021

venerdì 11 giugno 2021

martedì 8 dicembre 2020

La Bellezza di Cristo


Abbiamo visto in precedenza, come l’idea di bellezza anche nel contesto giudaico-cristiano, si ricollega al concetto di ricomponimento, di ritorno all’ordine; questo credo che sia importante anche quando si parla della bellezza di Gesù Cristo, una bellezza che spesso a mia avviso viene fraintesa in certi elementi. 

Al Messia vengono applicati questi versetti del salmo 44: “Tu sei il più bello tra i figli dell'uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia, ti ha benedetto Dio per sempre”. Don Valentino Salvoldi, nel suo sito, così commenta questi versetti: “Grazie allo spirito profetico, in questo inno nuziale (Salmo 44) è naturale vedere in Cristo il più bello dei figli dell’uomo. È Lui lo Sposo e la Sposa è la Chiesa. La grazia di cui parla, allude all’intima bellezza della parola di Gesù, alla gloria dell’annuncio evangelico, alla forza della Verità. Questo Salmo sembra contraddire la profezia di Isaia: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere» (53,2). Non si tratta di contraddizione, ma di contrapposizione, quale stimolo alla nostra riflessione e domanda: «Di che bellezza si tratta?». La risposta può venirci dal Vangelo e dalle lettere di Giovanni: «Dio è amore». «Ci ha amato fino alla fine». Nel Volto trasfigurato dal dolore ci è additato il volto del più bello dei figli dell’uomo, la cui bellezza è la Verità. Questa non esclude la sofferenza, anzi la mostra come mistero che introduce all’amore. Bellezza e verità indicano, nella sofferenza e nel dolore, realtà permesse per rivelare il mistero affascinante e tremendo che è ogni persona (oltre, naturalmente, Dio stesso). Continuamente e ovunque, si va ripetendo che il male del mondo è la prova più sicura che Dio non esiste e che è un “non senso” parlare di bellezza, bontà e amore. Di fronte a questa obiezione, il cristiano non ha molti argomenti da contrapporre. Gliene basta uno: il Crocefisso, perfetta icona della verità dell’amore, che si fa dono redentivo per quanti non si lasciano sedurre dalle menzogne del mondo, dalle bugiarde sirene, dagli effimeri ideali del potere, del successo e dell’apparire. Cristo, bellezza eterna e assoluta, si è lasciato spogliare e trasfigurare al punto da essere considerato – dice il Salmista – come «un verme e non un uomo». E ha fatto ciò per permetterci di comprendere il profondo significato della bellezza, che affascina e ferisce, seduce e sconvolge, nasconde e rivela. Rivela che, assieme a Cristo, diventando un dono per tutti e spogliandoci della bellezza esteriore, noi sfociamo nel cuore della “bellezza che salva”: la Verità”. Il commento di don Salvoldi è interessante ma a mio avviso in alcuni punti deve essere precisato. Io non credo che la bellezza di Gesù Cristo sia in contrapposizione alla bellezza esteriore, cioè che il suo essere sfigurato sia un ammonimento contro la bellezza esteriore. Noi ricordiamoci che l’importanza della passione di Gesù è proprio in funzione della nostra redenzione, cioè la sua passione, il suo sfigurarsi, e in previsione della ricomposizione dell’ordine divino. Quindi questa bellezza che manca nella passione, è un rimando alla bellezza che viene nella risurrezione.

Il cristiano non è un sadico, qualcuno che gode della sofferenza, ma è qualcuno che dà un nome alla sofferenza, che ne vede il senso in qualcosa di più grande. Quindi, possiamo vedere la “bellezza“ nella sofferenza proprio perché abbiamo in mente che essa presuppone un ordine a cui vogliamo e cerchiamo di tornare.

Nel quotidiano Avvenire nel 2017 è stato riportato un inedito dello scrittore francese François Mauriac proprio su questo tema, in cui fra l’altro si afferma: “Al momento di consegnarlo, Giuda non dirà: «Lo riconoscerete dalla statura, quello che è più alto di tutti e la cui maestà brilla nello sguardo, è lui che dovete prendere». Non dirà loro: «Distinguerete subito il Capo e il Maestro...». No, basta un bacio per indicarlo. Nonostante le torce, i soldati non potrebbero riconoscerlo in mezzo agli undici poveri giudei che lo circondano. Ma non è meno vero che in molti incontri Gesù, quando è stato amato, lo è stato al primo sguardo, e spesso è stato seguito fin dalla prima parola e anche prima di ogni miracolo. Basta un richiamo perché degli uomini abbandonino tutto ciò che posseggono in questo mondo e lo seguano. Fissa le persone con uno sguardo irresistibile, il cui potere e onnipotenza si affermano ogni volta che una creatura in lacrime cade in ginocchio, nella polvere. In questo apparente contrasto tra un Cristo che, con la sola vicinanza incatena i cuori, e un agitatore nazareno disprezzato dai capi dei Sacerdoti e che i soldati, incaricati di arrestarlo, non riconoscono in mezzo ai suoi discepoli, in questa visione contraddittoria, dobbiamo sforzarci di scoprire quale fu l’aspetto umano di Gesù. Senza dubbio assomigliava a molte persone la cui bellezza, discreta e radiosa al tempo stesso, abbaglia certi sguardi e sfugge ad altri – soprattutto quando questa bellezza è d’ordine spirituale. Una luce maestosa su quel volto era percepita solo grazie a una predisposizione interiore”. È un bel passaggio questo, come del resto tutto il brano che è stato proposto, in quanto ci fa riflettere sul fatto che la bellezza esteriore non è qualcosa che si può sempre oggettivizzare, qualcosa che è distaccato dall’interiore. Essa spesso scaturisce da una luce che viene da dentro, una luce che illumina anche l’esteriore e lo fa risplendere. Vedremo in seguito l’importanza della luminosità nella bellezza e il rapporto fra forma e contenuto.

Insomma, Gesù era veramente il più bello dei figli dell’uomo, che accettò di essere sfigurato proprio per ricondurre l’umanità che vagava nelle tenebre alla grande luce della salvezza.








lunedì 7 dicembre 2020

La Bellezza nella Bibbia


 Nel libro della Genesi, primo capitolo versetti da 1 a 4, si dice: “In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: “Sia luce!” E la luce fu.  Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre”. Ora, si potrebbe dire che cosa c’entra la bellezza con questo testo. E invece c’entra, c’entra eccome. Si sarà sorpresi di vedere come la bellezza è all’origine di quello che siamo sia come esseri materiali ma anche come esseri spirituali. Quindi cerchiamo di capire qual è la questione che viene fuori da questo testo (in questo paragrafo rielaboro un mio scritto apparso anni fa sulla rivista Nuova Alleanza poi anche utilizzato da me in altri contesti). 

La questione si annida nel testo ebraico. Noi leggiamo che la luce era cosa buona, a questa parola, “buona”, diamo un senso morale, come è proprio della nostra lingua. Ma la parola originale ebraica che l’italiano “buona” traduce ci dice qualcosa di più e di diverso. Questa parola è “Tôb”. Ora, il significato di “Tôb” è qualcosa di più che semplicemente buono. Sembra più vicino alla parola “bello”. Se leggiamo le varie definizioni che si trovano in un dizionario della lingua ebraica, troviamo anche quella di “buono” nel senso di “giusto” (morale, quindi); ma il tono generale di questa parola è più riferito all’accezione di piacevole, ben ordinato, che delizia. Ma per molti questa non sembrerà una prova sufficiente che permette di allargare il senso di “Tôb” alla dimensiona estetica, più che a quella etico-morale. Allora ci servono altre attestazioni di questo fatto. E, per fortuna, le abbiamo.

Quando l’Antico Testamento fu tradotto dall’Ebraico al Greco, ci fu la necessità di trovare un termine corrispondente per il nostro “Tôb”. Ora, in Greco, questo concetto di “buono” viene espresso con tre parole differenti: c’è il bene in senso più morale che è Agathós; poi abbiamo il buono in senso di “utile”, reso con la parola Chrêstós; e infine abbiamo il buono con il senso di “bello”, reso con Kalós. Quale sarà la parola scelta per sostituire la nostra parola ebraica “Tôb”? Avrete già capito che è Kalós. Quindi abbiamo una doppia attestazione del significato di quel “vide che era buono” nel senso di “vide che era bello”. 

Questo da il via ad una ricerca di una Teologia della bellezza. E molti teologi si occuperanno di questo, specialmente nel nostro secolo. Per citarne solo alcuni non possiamo dimenticare Hans Urs von Balthasar, Pavel Florenskij, Paul Evdokimov, Divo Barsotti, Bruno Forte, Crispino Valenziano, Pierangelo Sequeri ed altri. Non dico che io mi senta ispirato da tutti questi teologi, ma non si può negare che essi hanno dedicato fatica intellettuali a ricercare questo tema del rapporto fra bellezza e teologia, fra estetica ed estatica. Quindi non possiamo fare a meno di parlarne e di tenere presenti anche i contributi che hanno apportato a questa disciplina. Insomma dobbiamo occuparci più approfonditamente di Teologia della Bellezza.

Mettiamo qualche punto fermo in questa Teologia della Bellezza (seguendo anche suggestioni dal bel libro di John Navone Toward a Theology of Beauty). Noi riconosciamo che Dio è il Creatore. In conseguenza egli conosce, ama e trova diletto in tutte le creature. Anche noi, fatti a Sua immagine, possiamo conoscere la verità (che viene da Dio), amare la bontà (che viene da Dio) e trovare diletto nella bellezza di tutte le cose (anche proveniente da Dio). La conseguenza è che nel conoscere, amare e dilettare noi possiamo vedere la fonte di tutto questo, il Creatore. Non bisogna dimenticare che Egli è la vera fonte di queste cose, Egli è la vera Bellezza che crea bellezza. Attraverso alcuni gradi di partecipazione a questa Bellezza originaria ed originante noi possiamo ritrovarci in Dio. Questa partecipazione alla Bellezza, anche nelle sue manifestazioni terrene orientate alla Bellezza originante, è una forma di conoscenza probabilmente superiore alla conoscenza intellettuale, perché più diretta. È la “Via pulchritudinis”. 

Nella prima lettera ai Corinzi (13, 12) san Paolo ci dice che noi qui vediamo “come in uno specchio”. Solo nella prospettiva dell’eternità noi vedremo pienamente quello che ora vediamo solo parzialmente. Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica ci dice che la Chiesa qui contempla, “come in uno specchio”, Dio. Così la nostra percezione della bellezza risente della nostra condizione terrena.

Noi siamo fatti ad immagine del Padre, quindi, siamo conformati a questa Bellezza originaria che proviene da Dio, che è Dio, Creatore di tutte le cose e di tutto il bene che ha esistenza. L’uomo, facendo la volontà del Padre, si conforma al suo atto creativo e si mette alla scuola di questa Bellezza rivelata da Dio stesso. La volontà del Padre è “bella” nel senso che è contenuta nel Mistero del suo amore ed è significata nelle espressioni di questa bellezza che a noi vengono presentate. Tutto l’atto creativo partecipa di questa bontà/bellezza originaria (vide che era bello). Dio si compiace nella bellezza di quello che ha creato. Questo è centrale. Per ritrovare questo compiacimento del Padre (il suo piano sull’umanità) dobbiamo riscoprire questa Bellezza, anche nelle sue manifestazioni parziali.

Ma qual è l’atto più radicale di conformità alla volontà del Padre? Il sacrificio del Figlio, compiuto per salvare gli uomini e restaurare l’ordine originale della Creazione. Nel Cristo crocifisso risplende una bellezza potente perché in Lui la volontà del Padre viene significata nel modo più efficace. L’umanità può rifiutare (e, in effetti, in parte ha rifiutato) questo piano di salvezza. Quindi la bellezza spesso può essere deforme, che significa non conforme al piano del Padre. Occorre quindi riscoprire nel Sacrificio del Figlio l’esplosione di questa Bellezza originaria, una Bellezza che è paradossale ma che va meditata e vissuta. Gesù dice in Giovanni (12, 32) che quando sarà innalzato attrarrà tutti a se. Ecco la prima meditazione estetica che ci viene direttamente dalla parole del Salvatore. La bellezza di Cristo è quella che ci salva.

Roberto Grossatesta diceva già in epoca medioevale: “Bonum enim dicitur Deus secundum quod omnia adducit in esse et bene esse et promovet et consummat et conservat, pulchrum autem dicitur in quantum omnia sibi ipsis et ad invicem in sui identitate facit concordia. [Dio infatti è detto buono in quanto conduce ogni cosa all’essere e al rispettivo bene e la fa progredire e la porta a compimento e la conserva in questo stato, si dice inoltre bello in quanto produce l’armonia fra tutti gli oggetti e all’interno di ciascuno di essi nella propria identità.] (Roberto Grossatesta, Commentario a Dionigi in Pouillon, 1946: 321 in U. Eco, Arte e bellezza nell’estetica medievale). Insomma, la bellezza in Dio è quella bellezza che riconduce tutto ad un suo ordine, ad un suo senso e ad una sua integrità. Nel Cristo crocifisso, sfigurato, vediamo già in nuce la bellezza che produrrà il suo sacrificio in quanto necessario per un ritorno all’ordine della creazione.

Il filosofo Stefano Zecchi così ci pone la questione: “Se la bellezza salverà il mondo, quale bellezza lo salverà? Cosa può significare associare la parola bellezza a quella di salvezza? Nel verbo salvare è espresso il concetto di interezza e di integrità. Da un punto di vista etimologico, poi, l’antico significato latino di salvus è stato assunto da totus. Salvare, dunque, per restituire integrità tra le parti che tendono a dissociarsi, per ricomporre la totalità. Quest’idea di armonizzazione, di costruzione di un ordine e di un equilibrio, appartiene proprio al concetto di bellezza. Ma, bisogna aggiungere, a un concetto convenzionale di bellezza” (Stefano Zecchi, L’artista armato). Ma è proprio partendo da ciò che è convenzionale che possiamo poi godere del non convenzionale. Cioè, per discostarsi da una norma bisogna che la norma sia ben stabilita e ben chiara a tutti, una cosa che molti fanno finta di non capire con i risultati che tutti vediamo.









lunedì 20 aprile 2020

La verità vi farà liberi

Viviamo in un mondo in cui mostrare una facciata di comodo è spesso l’unico modo di sopravvivere, a volte è anche necessario. Non sempre siamo nelle condizioni di poter dire esattamente quello che pensiamo, senza il timore che le nostre parole possano causare più danni di quelli che intendono risolvere. Eppure il rischio di comportamenti del genere è molto elevato, in quanto a volte cominciamo a vivere in una realtà quasi parallela, in una realtà di finzione che a noi sembra quasi reale. Quante persone vivono nella finzione, quante persone si costruiscono un mondo comodo protetti (o almeno così loro credono) da titoli accademici, prestigio mondano, autorità e potere. Eppure ci viene detto che “la verità vi farà liberi”. Siamo qui nel vangelo di Giovanni 8, 31-42: “Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?». Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenza di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro!». Gli risposero: «Il nostro padre è Abramo». Rispose Gesù: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo! Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l'ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero: «Noi non siamo nati da prostituzione, noi abbiamo un solo Padre, Dio!». Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato”. Il dialogo fra Gesù e i Giudei ci fa venire in mente che è vero quel detto che dice che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Essi preferiscono vivere nella loro realtà senza interrogarsi se le parole di quel Rabbi potessero avere qualche parvenza di verità.
Perché la verità è spesso scomoda, ci scuote, ci sposta dai nostri pregiudizi e dalle nostre assunzioni. La verità a volte non è simpatica, comoda, confortevole. Essa può abitare in persone che ci sembrano inadeguate. A volte essa è urtante, fastidiosa, respingente. Eppure non c’è cosa più alta della verità, senza la quale continuiamo ad abitare nelle tenebre.
Sant’Agostino, in La Trinità (8,2) afferma: “Comprendi dunque, se lo puoi, o anima tanto appesantita da un corpo soggetto alla corruzione e aggravata da pensieri terrestri molteplici e vari; comprendi, se lo puoi, che Dio è Verità. È scritto infatti che Dio è luce (1Gv 1,5), non la luce che vedono i nostri occhi, ma quella che vede il cuore, quando sente dire: è la Verità. Non cercare di sapere cos'è la verità, perché immediatamente si interporranno la caligine delle immagini corporee e le nubi dei fantasmi e turberanno la limpida chiarezza, che al primo istante ha brillato al tuo sguardo, quando ti ho detto: Verità. Resta, se puoi, nella chiarezza iniziale di questo rapido fulgore che ti abbaglia, quando si dice: Verità. Ma non puoi, tu ricadi in queste cose abituali e terrene. Qual è dunque, ti chiedo, il peso che ti fa ricadere, se non quello delle immondezze che ti hanno fatto contrarre il glutine della passione e gli sviamenti della tua peregrinazione?”. Ci dice il grande pensatore che non dobbiamo cercare di sapere cosa è la verità; ma cosa significa? Significa che la verità è un qualcosa che sentiamo, più che comprendiamo. Il peso della verità tutta intera è troppo oneroso per le nostre povere forze e quindi dobbiamo contentarci di partecipare ad essa ma senza la pretesa di possederla, come se la verità fosse sul cloud, riprendendo una metafora tecnologica. San Bonaventura da Bagnoregio ha detto: “È insito nell'anima l'odio della falsità; ma ogni odio nasce dall'amore, perciò è molto più radicato nell'anima l'amore della verità e specialmente di quella verità per la quale l'anima è stata fatta“. Ecco perché noi riconosciamo la verità istintivamente anche se non sempre siamo portati ad aderirvi spontaneamente, in quanto la verità, come detto sopra, costa e ci è spesso difficile da sopportare. Spesso aderire alla verità non ci fa vivere bene, ci causa di essere rigettati e respinti, ma senza verità siamo nella falsità e questo è quanto corrode la nostra anima nel modo più pericoloso. 
San Tommaso d’Aquino, riprendendo Aristotele, diceva che la verità è adaequatio rei et intellectus, l’adeguarsi dell’intelletto alla realtà della cosa. La verità quindi non è una creazione ma un abbandonarsi, un lasciarsi penetrare dal senso che già è lì presente. La verità è come la scultura nell’idea di Michelangelo, già presente in nuce nel marmo grezzo. Ma abbandonarsi alla verità è difficile, perché ci viene naturale fare resistenza, difenderci, cercare di sfuggirci. Preferiamo vivere nella schiavitù perché, come ho detto, la verità è difficile da sopportare. Essa porta fastidio, ci interroga continuamente, ci costringe a cambiare, a vedere dentro noi stessi. Ecco perché a volte coloro che riescono a portare vanti dei barlumi di verità sono strani, bizzarri, eccentrici. Essi per primi devono scontare il peso di quello che portano, spesso senza neanche saperlo. La verità non ê un pranzo di gala, ma una scalata su una montagna altissima, ma una scalata dopo la quale puoi veramente assaporare cieli e terre nuove.