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mercoledì 25 marzo 2020

Il cuore del respiro

In questi strani giorni di reclusione domestica, per via dell’epidemia di coronavirus, sento molto parlare dei sintomi dello stesso virus, fra i quali c’è quello della difficoltà a respirare. Questo, mi fa riflettere ancora di più sull’importanza del respiro non solo, ovviamente, per la nostra vita di tutti giorni, ma anche per il canto. Sappiamo bene come il canto ben fatto, il belcanto, si basa soprattutto su una buona respirazione, sul saper appoggiare il suono sulla colonna d’aria che sale. Questi concetti, che hanno forse una certa astrattezza quando li si incontra, sono non di meno fondamentali per una buona comprensione del fenomeno canoro.
Il didatta Antonio Juvarra, così afferma in un bel testo su questo argomento disponibile online (voceartistica.it): “Un esordio teatrale, ad effetto, vagamente marxiano, per introdurre il discorso sul ruolo della respirazione nel canto potrebbe essere: “Finora gli scienziati hanno cercato di capire la realtà materiale, esterna, visibile della respirazione e del canto, si tratta adesso di penetrarne il retroscena invisibile.” In effetti anche la respirazione e il canto, come succede con gli aspetti più profondi e significativi della vita, manifestano la natura bidimensionale, a due facce, esteriore ed interiore, della realtà, facce che non sempre coincidono e che non sempre necessariamente devono coincidere, ma di cui è importante comunque capire i rapporti come pure le sfasature”. Certo, è importante concepire la respirazione non solo come un fatto meccanico, ma anche come un fatto metafisico. Questo è un ostacolo per molti didatti contemporanei, fissati su “quello che funziona“, sulla scia di un certo pragmatismo di marca statunitense. Ma in effetti sappiamo come la respirazione, anche al di fuori del suo uso per il canto, viene usata per favorire le capacità introspettive delle persone, per esempio nella meditazione. Continua lo Juvarra nel testo citato: “Non si capisce neppure con quale arbitrio i sedicenti moderni continuatori di una tradizione belcantistica italiana, la quale esplicitamente riconosceva nel rapporto ‘fiato/parlato’ le due ali senza le quali il canto non può volare (e basti citare le parole del Farinelli ottocentesco, Pacchierotti, che affermava che “chi sa ben respirare e ben sillabare, sa ben cantare”) accettino e pubblicizzino soltanto la seconda parte di questo binomio e disinvoltamente buttino nel cestino la prima, a causa dell’uso semplicistico che essi fanno del concetto di semplicità. Con lo stesso criterio saremmo autorizzati a fondare una didattica pianistica basata sull’uso di due dita, invece che di due mani, una ‘two finger level playing’, solo perché più semplice della tradizionale tecnica a dieci dita…....Sbandierando acriticamente lo slogan della semplicità e della facilità, concepiti come assoluti, si dimentica insomma che l’approccio allo studio del canto dev’essere sì naturale, ma nel senso di partire dalla natura superficiale per arrivare alla natura profonda. La tecnica, la vera tecnica è semplicemente il mezzo per arrivare a questa profondità. Tutta la tradizione vocale è lì a testimoniare, con le sue strane espressioni come ‘appoggio’, ‘cantare sul fiato’, ‘colonna del fiato’, che il fenomeno della respirazione nel canto, pur rimanendo profondamente naturale, non ha niente a che fare con l’esperienza della respirazione utilizzata parlando. Illudersi che quest’ultima possa essere usata come modello definitivo di coordinazione muscolare per il canto è come illudersi che spingendo a trecento all’ora una macchina, questa possa ipso facto prendere il volo come un aeroplano….Si può dire in sintesi che un’operazione di questo tipo, che sulla base di un equivoco concetto di naturalezza, proponga come modello la respirazione parlata o riproponga una respirazione toracica, entrambe semplificate delle componenti diaframmatico-addominali concepite come complicazione superflua, non può che portarci al punto di partenza, quello da cui è partita l’esigenza, nella metà dell’Ottocento, di mettere in luce anche la dimensione della profondità e non solo dell’altezza”. Insomma, c’è un elemento profondo che si innesta su quello naturale, ed è questo che lo studio deve essere in grado di tirare fuori.
Enrico Stichelli (enricostinchelli.it) nel suo blog così afferma: “Pavarotti, ai suoi allievi, poneva il pugno sull’addome e poi li invitava a cantare: in pratica, per non soffocare, si veniva costretti a contrapporre la propria spinta muscolare a quella della mano di Lucianone: un bel training.Le cantanti antiche usavano i bustini, con i lacci ben stretti. Il baritono Valdengo mi raccontò del suo incontro con Beniamino Gigli che, vedendolo giovane ,magro e asciutto, disse:” Sicuramente non canti ancora bene, hai la pancia a pisciatoio (cioè concava, all’indentro). Quando sarai rotondo come me, allora canterai bene.” Gigli non intendeva “rotondo” per “grasso”, ben inteso: parlava ovviamente del muscolo, che inevitabilmente si forma appoggiando  e  sostenendo il suono per il canto lirico.  Maestri  indiscussi  di  canto  'sul  fiato'  sono  stati  Carlo Tagliabue, Tito Schipa, Piero Cappuccilli, Magda Olivero, Carlo Bergonzi. In genere, come  si  è  detto: tutti  i  grandi  cantanti”.
Non dimentichiamo che il concetto di “respirazione“, è importante anche nell’ambito dell’interpretazione musicale. Ogni pezzo di musica, che sia cantato o no, deve “sapere respirare“. Una interpretazione che non tiene conto della respirazione insita nella musica stessa, è un’interpretazione fallace, una interpretazione che certamente è fallimentare in partenza. Pensiamo all’apoteosi del concetto di interpretazione unito a quello di respirazione, che possiamo trovare nel canto gregoriano, dove gli esecutori non solo devono necessariamente trovare i punti di respirazione adeguati nel corso del brano interpretato, ma lo stesso è quasi sottratto ad alcuni parametri musicali per avvicinarsi alla naturalezza e mi verrebbe da dire “all’irregolarità” dellapulsazione naturale, che non è metronomica ma segue un ritmo dettato dall’incresparsi delle tensioni emotive. In un video su You Tube di qualche tempo fa erano state comparate alcune esecuzioni registrate un centinaio di anni fa con alcune versioni moderne. Un elemento che certamente risaltava era proprio quello di una maggiore libertà ritmica, una maggiore fluidità nell’interpretare il brano rispetto alla dittatura del metronomo che molti interpreti moderni subiscono. 

Insomma, anche una tragedia come la presente ci permette di riflettere sull’importanza della respirazione e di come essa sia al centro non solo dei nostri processi vitali, ma anche della nostra corretta ermeneutica dell’elemento musicale in chiave estetica e filosofica.

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