mercoledì 9 dicembre 2020

E Dio vide che era bello


Abbiamo già affrontato la dinamica della creazione, dinamica in cui Dio si compiace della bellezza di ciò che aveva creato. Essendo lui la somma Bellezza, certamente poteva misurare su se stesso i diversi gradi di bellezza che esistevano nelle cose create. Quindi, quando contempliamo la bellezza, non stiamo soltanto compiacendoci di qualcosa che diletta i nostri sensi ma anche compiendo, in qualche misura, un esercizio spirituale. Ricordiamoci che Dio è la somma Bellezza, ciò che è Bello nel suo grado sommo.

Abbiamo già incontrato in precedenza Roberto Grossatesta. Citiamolo ancora: “Est autem pulchritudo concordia et convenientia sui ad se et omnium suarum partium singularium ad seipsas et ad se invicem et ad totum harmonia, et ipsius totius ad omnes” [La bellezza è la concorde convenienza di un oggetto a se stesso e l’armonia di tutte le sue parti in se stesse e di ciascuna rispetto alle altre e rispetto all’intero e di quest’ultimo nei loro confronti.] (Roberto Grossatesta, De divinis nominibus, in Pouillon, 1946: 320 in U. Eco, Arte e bellezza nell’estetica medievale). Quindi come vediamo, la bellezza ha bisogno di un termine di paragone e quale termine di paragone più alto può esserci che Dio? Sant’Anselmo già ci insegnava che Dio era l’ente del quale non era possibile pensarne uno maggiore, il famoso argomento ontologico.

Quindi, dirò, chiunque si avvicina alla bellezza in un modo sano in una certa maniera sta compiendo un cammino spirituale. Non bisogna dimenticare, come abbiamo già detto in precedenza, che la bellezza si muove fra contemplazione e desiderio. Quindi, c’è sempre un pericolo di accentuare una o l’altra di queste dimensioni a volte sviando quella che deve essere la nostra prossimità con questa parte così importante della nostra vita. Detto questo, non possiamo certamente farne a meno. Il filosofo Stefano Zecchi osserva: “La bellezza è il presente, e si esprime nel rapporto creazione/azione. Questo rapporto definisce il significato dell’arte e la sua funzione: «Arte e politica» dice D’Annunzio «non furono mai disgiunte nel mio pensiero». C’è dunque l’intenzione pratica di usare l’arte come azione, perché nell’azione c’è la possibilità di rappresentare nel presente la bellezza. La bellezza è così liberata dalla sua immagine classica, puramente contemplativa, e riportata nella dinamica degli eventi storici, come un valore essenziale che sa determinare la realtà e può giudicare lo stato presente delle cose” (L’artista armato). Non dobbiamo pensare alla bellezza solo come contemplazione, né alla stessa solo come desiderio. Ma i due elementi si compenetrano. Certamente nell’estasi mistica possiamo abbandonare l’idea di desiderio per una pura contemplazione ma nella nostra vita terrena dobbiamo anche tenere in considerazione quell’elemento importante che è quello che vogliamo fare nostre le cose che contempliamo come belle. Non sarà però inutile fare una passeggiata nella mistica.









martedì 8 dicembre 2020

La Bellezza di Cristo


Abbiamo visto in precedenza, come l’idea di bellezza anche nel contesto giudaico-cristiano, si ricollega al concetto di ricomponimento, di ritorno all’ordine; questo credo che sia importante anche quando si parla della bellezza di Gesù Cristo, una bellezza che spesso a mia avviso viene fraintesa in certi elementi. 

Al Messia vengono applicati questi versetti del salmo 44: “Tu sei il più bello tra i figli dell'uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia, ti ha benedetto Dio per sempre”. Don Valentino Salvoldi, nel suo sito, così commenta questi versetti: “Grazie allo spirito profetico, in questo inno nuziale (Salmo 44) è naturale vedere in Cristo il più bello dei figli dell’uomo. È Lui lo Sposo e la Sposa è la Chiesa. La grazia di cui parla, allude all’intima bellezza della parola di Gesù, alla gloria dell’annuncio evangelico, alla forza della Verità. Questo Salmo sembra contraddire la profezia di Isaia: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere» (53,2). Non si tratta di contraddizione, ma di contrapposizione, quale stimolo alla nostra riflessione e domanda: «Di che bellezza si tratta?». La risposta può venirci dal Vangelo e dalle lettere di Giovanni: «Dio è amore». «Ci ha amato fino alla fine». Nel Volto trasfigurato dal dolore ci è additato il volto del più bello dei figli dell’uomo, la cui bellezza è la Verità. Questa non esclude la sofferenza, anzi la mostra come mistero che introduce all’amore. Bellezza e verità indicano, nella sofferenza e nel dolore, realtà permesse per rivelare il mistero affascinante e tremendo che è ogni persona (oltre, naturalmente, Dio stesso). Continuamente e ovunque, si va ripetendo che il male del mondo è la prova più sicura che Dio non esiste e che è un “non senso” parlare di bellezza, bontà e amore. Di fronte a questa obiezione, il cristiano non ha molti argomenti da contrapporre. Gliene basta uno: il Crocefisso, perfetta icona della verità dell’amore, che si fa dono redentivo per quanti non si lasciano sedurre dalle menzogne del mondo, dalle bugiarde sirene, dagli effimeri ideali del potere, del successo e dell’apparire. Cristo, bellezza eterna e assoluta, si è lasciato spogliare e trasfigurare al punto da essere considerato – dice il Salmista – come «un verme e non un uomo». E ha fatto ciò per permetterci di comprendere il profondo significato della bellezza, che affascina e ferisce, seduce e sconvolge, nasconde e rivela. Rivela che, assieme a Cristo, diventando un dono per tutti e spogliandoci della bellezza esteriore, noi sfociamo nel cuore della “bellezza che salva”: la Verità”. Il commento di don Salvoldi è interessante ma a mio avviso in alcuni punti deve essere precisato. Io non credo che la bellezza di Gesù Cristo sia in contrapposizione alla bellezza esteriore, cioè che il suo essere sfigurato sia un ammonimento contro la bellezza esteriore. Noi ricordiamoci che l’importanza della passione di Gesù è proprio in funzione della nostra redenzione, cioè la sua passione, il suo sfigurarsi, e in previsione della ricomposizione dell’ordine divino. Quindi questa bellezza che manca nella passione, è un rimando alla bellezza che viene nella risurrezione.

Il cristiano non è un sadico, qualcuno che gode della sofferenza, ma è qualcuno che dà un nome alla sofferenza, che ne vede il senso in qualcosa di più grande. Quindi, possiamo vedere la “bellezza“ nella sofferenza proprio perché abbiamo in mente che essa presuppone un ordine a cui vogliamo e cerchiamo di tornare.

Nel quotidiano Avvenire nel 2017 è stato riportato un inedito dello scrittore francese François Mauriac proprio su questo tema, in cui fra l’altro si afferma: “Al momento di consegnarlo, Giuda non dirà: «Lo riconoscerete dalla statura, quello che è più alto di tutti e la cui maestà brilla nello sguardo, è lui che dovete prendere». Non dirà loro: «Distinguerete subito il Capo e il Maestro...». No, basta un bacio per indicarlo. Nonostante le torce, i soldati non potrebbero riconoscerlo in mezzo agli undici poveri giudei che lo circondano. Ma non è meno vero che in molti incontri Gesù, quando è stato amato, lo è stato al primo sguardo, e spesso è stato seguito fin dalla prima parola e anche prima di ogni miracolo. Basta un richiamo perché degli uomini abbandonino tutto ciò che posseggono in questo mondo e lo seguano. Fissa le persone con uno sguardo irresistibile, il cui potere e onnipotenza si affermano ogni volta che una creatura in lacrime cade in ginocchio, nella polvere. In questo apparente contrasto tra un Cristo che, con la sola vicinanza incatena i cuori, e un agitatore nazareno disprezzato dai capi dei Sacerdoti e che i soldati, incaricati di arrestarlo, non riconoscono in mezzo ai suoi discepoli, in questa visione contraddittoria, dobbiamo sforzarci di scoprire quale fu l’aspetto umano di Gesù. Senza dubbio assomigliava a molte persone la cui bellezza, discreta e radiosa al tempo stesso, abbaglia certi sguardi e sfugge ad altri – soprattutto quando questa bellezza è d’ordine spirituale. Una luce maestosa su quel volto era percepita solo grazie a una predisposizione interiore”. È un bel passaggio questo, come del resto tutto il brano che è stato proposto, in quanto ci fa riflettere sul fatto che la bellezza esteriore non è qualcosa che si può sempre oggettivizzare, qualcosa che è distaccato dall’interiore. Essa spesso scaturisce da una luce che viene da dentro, una luce che illumina anche l’esteriore e lo fa risplendere. Vedremo in seguito l’importanza della luminosità nella bellezza e il rapporto fra forma e contenuto.

Insomma, Gesù era veramente il più bello dei figli dell’uomo, che accettò di essere sfigurato proprio per ricondurre l’umanità che vagava nelle tenebre alla grande luce della salvezza.








lunedì 7 dicembre 2020

La Bellezza nella Bibbia


 Nel libro della Genesi, primo capitolo versetti da 1 a 4, si dice: “In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: “Sia luce!” E la luce fu.  Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre”. Ora, si potrebbe dire che cosa c’entra la bellezza con questo testo. E invece c’entra, c’entra eccome. Si sarà sorpresi di vedere come la bellezza è all’origine di quello che siamo sia come esseri materiali ma anche come esseri spirituali. Quindi cerchiamo di capire qual è la questione che viene fuori da questo testo (in questo paragrafo rielaboro un mio scritto apparso anni fa sulla rivista Nuova Alleanza poi anche utilizzato da me in altri contesti). 

La questione si annida nel testo ebraico. Noi leggiamo che la luce era cosa buona, a questa parola, “buona”, diamo un senso morale, come è proprio della nostra lingua. Ma la parola originale ebraica che l’italiano “buona” traduce ci dice qualcosa di più e di diverso. Questa parola è “Tôb”. Ora, il significato di “Tôb” è qualcosa di più che semplicemente buono. Sembra più vicino alla parola “bello”. Se leggiamo le varie definizioni che si trovano in un dizionario della lingua ebraica, troviamo anche quella di “buono” nel senso di “giusto” (morale, quindi); ma il tono generale di questa parola è più riferito all’accezione di piacevole, ben ordinato, che delizia. Ma per molti questa non sembrerà una prova sufficiente che permette di allargare il senso di “Tôb” alla dimensiona estetica, più che a quella etico-morale. Allora ci servono altre attestazioni di questo fatto. E, per fortuna, le abbiamo.

Quando l’Antico Testamento fu tradotto dall’Ebraico al Greco, ci fu la necessità di trovare un termine corrispondente per il nostro “Tôb”. Ora, in Greco, questo concetto di “buono” viene espresso con tre parole differenti: c’è il bene in senso più morale che è Agathós; poi abbiamo il buono in senso di “utile”, reso con la parola Chrêstós; e infine abbiamo il buono con il senso di “bello”, reso con Kalós. Quale sarà la parola scelta per sostituire la nostra parola ebraica “Tôb”? Avrete già capito che è Kalós. Quindi abbiamo una doppia attestazione del significato di quel “vide che era buono” nel senso di “vide che era bello”. 

Questo da il via ad una ricerca di una Teologia della bellezza. E molti teologi si occuperanno di questo, specialmente nel nostro secolo. Per citarne solo alcuni non possiamo dimenticare Hans Urs von Balthasar, Pavel Florenskij, Paul Evdokimov, Divo Barsotti, Bruno Forte, Crispino Valenziano, Pierangelo Sequeri ed altri. Non dico che io mi senta ispirato da tutti questi teologi, ma non si può negare che essi hanno dedicato fatica intellettuali a ricercare questo tema del rapporto fra bellezza e teologia, fra estetica ed estatica. Quindi non possiamo fare a meno di parlarne e di tenere presenti anche i contributi che hanno apportato a questa disciplina. Insomma dobbiamo occuparci più approfonditamente di Teologia della Bellezza.

Mettiamo qualche punto fermo in questa Teologia della Bellezza (seguendo anche suggestioni dal bel libro di John Navone Toward a Theology of Beauty). Noi riconosciamo che Dio è il Creatore. In conseguenza egli conosce, ama e trova diletto in tutte le creature. Anche noi, fatti a Sua immagine, possiamo conoscere la verità (che viene da Dio), amare la bontà (che viene da Dio) e trovare diletto nella bellezza di tutte le cose (anche proveniente da Dio). La conseguenza è che nel conoscere, amare e dilettare noi possiamo vedere la fonte di tutto questo, il Creatore. Non bisogna dimenticare che Egli è la vera fonte di queste cose, Egli è la vera Bellezza che crea bellezza. Attraverso alcuni gradi di partecipazione a questa Bellezza originaria ed originante noi possiamo ritrovarci in Dio. Questa partecipazione alla Bellezza, anche nelle sue manifestazioni terrene orientate alla Bellezza originante, è una forma di conoscenza probabilmente superiore alla conoscenza intellettuale, perché più diretta. È la “Via pulchritudinis”. 

Nella prima lettera ai Corinzi (13, 12) san Paolo ci dice che noi qui vediamo “come in uno specchio”. Solo nella prospettiva dell’eternità noi vedremo pienamente quello che ora vediamo solo parzialmente. Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica ci dice che la Chiesa qui contempla, “come in uno specchio”, Dio. Così la nostra percezione della bellezza risente della nostra condizione terrena.

Noi siamo fatti ad immagine del Padre, quindi, siamo conformati a questa Bellezza originaria che proviene da Dio, che è Dio, Creatore di tutte le cose e di tutto il bene che ha esistenza. L’uomo, facendo la volontà del Padre, si conforma al suo atto creativo e si mette alla scuola di questa Bellezza rivelata da Dio stesso. La volontà del Padre è “bella” nel senso che è contenuta nel Mistero del suo amore ed è significata nelle espressioni di questa bellezza che a noi vengono presentate. Tutto l’atto creativo partecipa di questa bontà/bellezza originaria (vide che era bello). Dio si compiace nella bellezza di quello che ha creato. Questo è centrale. Per ritrovare questo compiacimento del Padre (il suo piano sull’umanità) dobbiamo riscoprire questa Bellezza, anche nelle sue manifestazioni parziali.

Ma qual è l’atto più radicale di conformità alla volontà del Padre? Il sacrificio del Figlio, compiuto per salvare gli uomini e restaurare l’ordine originale della Creazione. Nel Cristo crocifisso risplende una bellezza potente perché in Lui la volontà del Padre viene significata nel modo più efficace. L’umanità può rifiutare (e, in effetti, in parte ha rifiutato) questo piano di salvezza. Quindi la bellezza spesso può essere deforme, che significa non conforme al piano del Padre. Occorre quindi riscoprire nel Sacrificio del Figlio l’esplosione di questa Bellezza originaria, una Bellezza che è paradossale ma che va meditata e vissuta. Gesù dice in Giovanni (12, 32) che quando sarà innalzato attrarrà tutti a se. Ecco la prima meditazione estetica che ci viene direttamente dalla parole del Salvatore. La bellezza di Cristo è quella che ci salva.

Roberto Grossatesta diceva già in epoca medioevale: “Bonum enim dicitur Deus secundum quod omnia adducit in esse et bene esse et promovet et consummat et conservat, pulchrum autem dicitur in quantum omnia sibi ipsis et ad invicem in sui identitate facit concordia. [Dio infatti è detto buono in quanto conduce ogni cosa all’essere e al rispettivo bene e la fa progredire e la porta a compimento e la conserva in questo stato, si dice inoltre bello in quanto produce l’armonia fra tutti gli oggetti e all’interno di ciascuno di essi nella propria identità.] (Roberto Grossatesta, Commentario a Dionigi in Pouillon, 1946: 321 in U. Eco, Arte e bellezza nell’estetica medievale). Insomma, la bellezza in Dio è quella bellezza che riconduce tutto ad un suo ordine, ad un suo senso e ad una sua integrità. Nel Cristo crocifisso, sfigurato, vediamo già in nuce la bellezza che produrrà il suo sacrificio in quanto necessario per un ritorno all’ordine della creazione.

Il filosofo Stefano Zecchi così ci pone la questione: “Se la bellezza salverà il mondo, quale bellezza lo salverà? Cosa può significare associare la parola bellezza a quella di salvezza? Nel verbo salvare è espresso il concetto di interezza e di integrità. Da un punto di vista etimologico, poi, l’antico significato latino di salvus è stato assunto da totus. Salvare, dunque, per restituire integrità tra le parti che tendono a dissociarsi, per ricomporre la totalità. Quest’idea di armonizzazione, di costruzione di un ordine e di un equilibrio, appartiene proprio al concetto di bellezza. Ma, bisogna aggiungere, a un concetto convenzionale di bellezza” (Stefano Zecchi, L’artista armato). Ma è proprio partendo da ciò che è convenzionale che possiamo poi godere del non convenzionale. Cioè, per discostarsi da una norma bisogna che la norma sia ben stabilita e ben chiara a tutti, una cosa che molti fanno finta di non capire con i risultati che tutti vediamo.









giovedì 3 dicembre 2020

Bellezza? Una strana parola

 


Fino ad ora abbiamo fatto una incursione nel mondo della bellezza, un’incursione che abbiamo visto essere molto affascinante ma anche molto complicata. Non dobbiamo credere che la bellezza sia soltanto qualcosa di neutro e benefico per noi, certamente non possiamo farne a meno ma dobbiamo a volte anche saperla maneggiare proprio per non far diventare qualcosa che è una risorsa importante nella nostra vita quasi un pericolo. Bisogna saper usare la bellezza senza abusare. Ma i problemi con la bellezza partono proprio dalla parola, “bellezza”.

Philippe Daverio in una conferenza disponibile su You Tube faceva un viaggio affascinante nel mondo etimologico della parola “bellezza”. In effetti gli antichi se una donna era graziosa la definivano pulchra mentre l’uomo bello era formosus. Questo “bello” non c’era. Ma ci torneremo. Per gli antichi la bellezza maschile era legata alla forza, al grado di eroicità, mentre quella femminile era legata appunto alla grazia, a quelle caratteristiche non solo fisiche che erano le esaltazione di quella che poi verrà definita “femminilità“. Leggiamo nell’Iliade: “E come quando i guardiani di capre senza fatica dividono i numerosi greggi che si sono mescolati nel pascolo, così i capitani da una parte e dall’altra schieravano gli uomini per la battaglia, e in mezzo a loro stava Agamennone, nella testa e nel volto simile a Zeus signore del fulmine, simile ad Ares nella figura, a Poseidone nel petto. Come il toro che nella mandria si distingue su tutte le bestie, spicca tra le vacche intorno riunite; tale era il figlio di Atreo, quel giorno, per volere di Zeus, fra tutti gli eroi eminente ed eccelso”. La bellezza del capo Agamennone viene descritta come esaltazione della sua forza. È bello perché è forte. E in Omero questa unione fra bellezza e forza si trova costantemente, vengono descritte le bellissime armi, le bellissime armature, i corpi scultorei. Insomma, questa unione era costante e dava senso anche all’idea ben definita delle caratteristiche dell’uomo e di quelle della donna.

Poi nel medioevo abbiamo questo “bello”, che alcuni fanno derivare da benulus (unito al significato di “bene” su cui ritorneremo) che significava prima “confacente” e poi passerà a significare “ben proporzionato”. Io ci vedo anche il bellum di “guerra”, che lo ricollega all’idea della bellezza come forza. Passerà all’italiano, al francese, all’inglese (ma come beautiful, cioè pieno di qualcosa che non gli appartiene), mentre gli spagnoli avranno per gli uomini hermoso e per le donne linda. Quindi sono più vicini alla classicità latina. I tedeschi hanno schön, che deriva dalla lingua alto tedesca schoene. Vediamo che c’è sempre questa dinamica fra il bello come qualcosa da contemplare e il bello come qualcosa di utile, cioè il bello della persona forte che può proteggere e dalla persona aggraziata che può essere una buona candidata per un matrimonio. Questa dinamica è molto importante e non va certamente evitata. Infatti la troveremo sempre più mano mano che ci addentriamo in questo viaggio nel mondo della bellezza, un viaggio che ci riservi ancora tante sorprese.


mercoledì 2 dicembre 2020

La bellezza e il pericolo dell’estetismo


Abbiamo visto che nella bellezza abbiamo una risorsa ma anche un pericolo. Però è un pericolo che dobbiamo correre, un pericolo che non possiamo evitare. Così nel cibo abbiamo una risorsa ma anche un pericolo, perché il cibo che ci nutre ci fa anche ammalare… Ma non possiamo vivere senza cibo quindi dobbiamo accettare questo rischio. Così è per la bellezza, la rinuncia alla stessa è molto più grave del pericolo che ne può venire. Uno di questi pericoli è quello di amare la bellezza al di fuori della sua funzione. Faccio un esempio… Se devo scrivere una marcia militare e invece scrivo un bellissimo valzer, anche se la musica è oggettivamente bella, avrò fallito il mio compito in quanto mi era stato chiesto di fare altro… Colui che dicesse che comunque va bene lo stesso perché quella musica è bella avrebbe un approccio estetico ma al di fuori della realtà. Riflettiamo su questo: “La bellezza formale, quali che ne siano gli elementi materiali, si presenta sempre come pura inutilità. Ma questa pura inutilità viene altamente apprezzata dall’uomo e non solo da lui, come vedremo in seguito. E se non può essere apprezzata come mezzo per soddisfare questi o quei bisogni pratici o fisiologici, ciò significa che essa viene apprezzata come fine a se stessa. Nella bellezza — anche nelle sue manifestazioni più semplici ed elementari — noi incontriamo qualcosa che ha un valore assoluto, che esiste non per qualcosa d’altro ma per se stesso, che con la sua stessa esistenza rende felice e soddisfa la nostra anima, anima che nella bellezza si placa e si libera dalle brame e dalle fatiche dell’esistenza” (Vladimir S. Solov’ëv, Sulla bellezza). Questo sembra contraddire quanto ho detto in precedenza ma realtà no, non è così. È vero certamente che nella bellezza c’è un valore assoluto, che le appartiene a prescindere dall’uso che ne viene fatto. Ma non possiamo nasconderci che la stessa bellezza è presente anche in elementi di cui facciamo uso e quindi deve essere congruente alla funzione per cui è stata creata, se parliamo di oggetti o opere d’arte. Il pericolo di vedere la bellezza solo come valore assoluto è sempre in agguato.

Il filosofo Roger Scruton si è occupato molto di bellezza. Nel suo libro Beauty afferma: “Supponiamo che Rachel indichi una pesca in una ciotola e dica "Voglio quella pesca". E supponiamo che tu le dia un'altra pesca dalla stessa ciotola e lei risponda: "no, è quella pesca che volevo." Saresti perplesso da questo. Sicuramente, qualsiasi pesca matura andrebbe altrettanto bene, se lo scopo è mangiarla. 'Ma è proprio così', dice: 'Non voglio mangiarla. La voglio, quella pesca in particolare. Nessun'altra pesca andrà bene’. Cos'è che attrae Rachel verso questa pesca? Cosa spiega la sua affermazione che è solo questa pesca e nessun altro che vuole? Una cosa che spiegherebbe questo stato d'animo è il giudizio della bellezza: "Voglio quella pesca perché è così bella". Volere qualcosa per la sua bellezza è volerla, non voler farci qualcosa” (mia traduzione). Ma in realtà noi potremmo dire che lo scopo di prendere una pesca è proprio quello di mangiarla, non di contemplarla. Quindi nell’esempio del filosofo, potremmo dire che la bellezza ha in certo senso sviato l’oggetto della sua funzione. Se io dicessi: mi attrai molto quella donna X che sento che voglio fare equazioni di matematica con lei, voi sentireste una decisa incongruenza nel mio pensiero. Potrei dire che voglio avere intimità con lei, voglio stare con lei, voglio fare un viaggio con lei… Tutto questo sembrerebbe più logico. Ma se pure dicessi che apprezzo la bellezza di quella donna come valore assoluto, potrebbe essere anche accettato ma fino a un certo punto. Quindi, dobbiamo capire in che modo la funzione si innesta sul valore assoluto della bellezza. Separare la bellezza dalla sua funzione può essere pericoloso.

Ho trovato online il livejournal di George Brummell in cui trovo questa definizione: “Si potrebbe discutere a lungo su cosa voglia dire essere un “esteta”, il significato più esaustivo è fornito dal dizionario italiano, che ne distingue tre accezioni principali. La prima identifica nell’esteta chi “subordina il vero e la morale ai valori estetici” ed ha “il culto della bellezza”. La seconda vede in lui semplicemente “chi si applica allo studio dell’arte e dell’estetica”. La terza lo identifica come “chi trae da un’accurata e raffinata educazione del gusto alla bellezza una norma di vita e di comportamento che lo conduce ad un superiore dilettantismo intellettuale, alla ricerca di sensazioni squisite, e anche a un’eleganza estrema di vita, di abbigliamento, di espressione e di comportamento”. E’ bene togliere subito di mezzo il secondo significato, infatti, chi studia l’arte o l’estetica non è necessariamente un esteta. Restano quindi le altre due accezioni, la prima considera l’estetismo come una dottrina filosofica, come l’affermazione teorica del primato dei valori estetici su quelli conoscitivi o morali; la seconda fa riferimento soprattutto a concreti atteggiamenti di vita, a una condotta pratica fatta di eleganza, raffinatezza, sensualità”. Ecco, in questa accezione la bellezza sembra qualcosa di molto attraente ma io ne vedo anche i pericoli. Perché la bellezza in sé stessa perde la sua funzione fondamentale. Questo non significa che non sia possibile per noi perderci nella bellezza, a volte questo sarebbe anche da augurarselo. Ma non bisogna prendere questo come principio guida della nostra vita.